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Houssy's Movies

Soundtracks: Hans Zimmer

Hans

 

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Un Autore: Billy Wilder

Wilder

 

Gene Hackman: Monografia

Gene

 

LILO E STITCH

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“Quando non c’è più nulla da distruggere, si comincia a costruire.”

Questo è il senso profondo dello spettacolo Lilo e Stitch, portato in scena dai Fotonici,  uno spettacolo che parla di inclusione, di identità, ma soprattutto di famiglia. Quella famiglia che non puoi scegliere, ma che qualcuno sceglie per te, ma anche quella famiglia che al contrario puoi decidere di eleggere come tua, di costruire, a cui puoi sempre tornare, a volte in punta di piedi, altre volte sbattendo la porta.

Distruggere e costruire… in realtà a voler distruggere qui è Lilo, incapace di accettarsi e di accettare gli altri, in primis sua sorella Nani come madre, perché troppo impegnata a far piazza pulita di tutto, profondamente frustrata e arrabbiata con il destino che le ha strappato i genitori e contemporaneamente con se stessa, per sentirsi così diversa dagli altri e così terribilmente sola. La pars construens invece è Stitch, alieno in fuga capitato per caso sul nostro pianeta, anche lui alla ricerca di un’identità, di una casa e di una famiglia. Troverà tutto ciò in Lilo, suo specchio umano, sua metà e suo doppio in cui riconoscersi. Quando Lilo finalmente troverà Stitch smetterà di distruggere e comincerà a costruire, aiutando se stessa, attraverso quel buffo alieno, a edificare un’identità, un’appartenenza e una famiglia. Riconoscendosi i due simili, si aiuteranno ad essere.

Lilo e Stitch è tutto questo e tanto ancora, è un gruppo di ragazzini strepitosi che stanno imparando a calpestare il palcoscenico così come faranno nella vita, è una regia ispirata e ancora una volta “cinematografica” capace di divertire e commuovere, è uno spettacolo di luci e colori che ci ha lasciato tutti a bocca aperta facendoci vedere stelle cadenti ed astronavi, ma soprattutto è l’ultimo spettacolo della stagione per il Solechegioca.

Lilo e Stitch chiude un percorso, un discorso, un ragionamento, cominciato molti mesi fa, una strada di mattoni gialli che ci ha portato a riflettere su cosa sia davvero importante e su quanto non sia mai scontato apprezzarlo e riconoscerlo. Spettacolo dopo spettacolo, dopo aver distrutto muri e costruito porte, Barbara Silvani ci ha infine salutato dal palco invitando ad unirsi a quel saluto tutti coloro che del Solechegioca fanno parte, è stato un momento commovente, importante, un lungo attimo perfetto in cui guardarsi e riconoscersi come simili, abbracciarsi con gli occhi lucidi e scegliersi, come famiglia.

Estate, ti prego, passa in fretta, abbiamo disperatamente bisogno di vedere quel Sole tornare a giocare.

Avengers: EndGame

Per parlare di #EndGame c’è bisogno di una squadra di #Avengers: #Houssy #Carfa #MadMax. Per ascoltare il #Podcast non dovete far altro che seguire i link:

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/17798266

#Spotify https://open.spotify.com/episode/2kRSCR2AM184pAZnZ0AXG5?si=TdKI-tt4QWK6GidBhHJeEg

Avengers e il giovane Holden: elegia dell’incompiuto (senza spoiler).

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Difficilmente mi capita ancora di scrivere vere recensioni sui film. Da un lato è più facile parlarne nei podcast (facile per me e facile per voi, che non dovete fare lo sforzo di leggere) dall’altro, trovo sia giusto scrivere, quando si ha davvero qualcosa da dire ed ultimamente mi rendo conto di aver sempre meno da dire.

Ma questa volta mi sono accorto che qualcosa da dire ce l’ho.

Sono passati 11 anni dal primo Iron Man, ma soprattutto è passato 1 anno intero da Infinity War, il film che ha cambiato tutto, che ha dato significato a ciò che è venuto prima e ha giustificato ciò che vediamo in sala ora. Infinity War ha cambiato tutto, perché con quel finale, così simile a L’Impero colpisce ancora, ha ridefinito le regole e la struttura di un mondo, che fino ad allora ci era sembrato di cartapesta, irreale, fatto di ombre e invece quel finale ha reso tutto terribilmente vero, fragile e drammatico, esattamente come la vita. Abbiamo dovuto aspettare 1 anno intero per poter vedere la fine di quella storia, esattamente come ne abbiamo dovuti aspettare 2 per vedere Il ritorno dello Jedi, eppure quest’anno è volato, perché a differenza di quanto accaduto nel 1983 con la saga di Guerre Stellari (Guerre Stellari CAZZO, non Star Wars) non siamo mai rimasti soli. In 365 giorni di attesa abbiamo avuto foto, poster, tweet, interviste, teaser, trailer, indiscrezioni, teorie, altri trailer, altri poster e tante chiacchiere di una comunità social-patica incapace di attendere in silenzio, ma al contrario, determinata a sperticarsi in fantasiose speculazioni film/fumetto al limite del ricovero psichiatrico. Non siamo MAI rimasti soli, perché il costante chiacchiericcio ci ha resi incapaci di dimenticare che stavamo aspettando EndGame.

E poi, EndGame è arrivato.

Dopo 3 ORE di parole, azione, combattimenti, lacrime, addii, ancora parole, spiegazioni, arrivederci, ancora lacrime, camei, strizzatine d’occhio, esplosioni, citazioni, parole, parole, parole e lacrime, siamo arrivati alla parola FINE. Finito il film, la prima cosa che ho sinceramente pensato è stata: … “ok, e adesso?” Sì perché avendo passato 1 anno intero ad immaginare quel film, a far sedimentare l’immensità della scelta di Thanos nel mio cuore, a riflettere e cullarmi nell’etica bellezza che si nascondeva dietro quello schiocco di dita, la mia mente non riusciva ancora a capacitarsi di dover dire veramente addio agli Avengers, allora forse era meglio Infinity War. Capiamoci, non sto criticando il film in se per se, pur con la sua struttura para televisiva (di fatto il più legato all’idea di serie tv, a causa di tutti quei rimandi a ciò che è venuto prima) ha momenti di epica e lirica verità cinematografica, ma il mio discorso è più prettamente filosofico, diciamo un esercizio di stile.

Chi di voi ha letto Il giovane Holden, sa che si chiude con una delle frasi più belle che la letteratura ci abbia mai regalato: non raccontate mai niente a nessuno o finirete per sentire la mancanza di tutti. Guardando EndGame mi è venuto in mente il finale del capolavoro di Salinger. Holden in fondo non fa altro che esprimere un sentimento molto comune, una sensazione che attanaglia ogni lettore che si sia fatto catturare da una storia o da dei personaggi, faticando di fatto a lasciarli andare una volta per tutte. Vedendo EndGame la sensazione è stata la stessa, ma perniciosamente amplificata dal fatto che il film io la avessi già assaporato in un’attesa estenuante e dolcissima lunga un anno intero. Ecco perchè Infinity War è un film migliore, perché vive di sospensione, in un limbo di incompiuto e di irrisolto, che volendo non avrà mai fine.

Al di là di tutti i commenti che si possono fare, EndGame è una fine, una degna conclusione di un percorso, con tutti i tasselli al proprio posto, ma Infinity War è repentino, crudele, veloce e tronco, esattamente come la vita, che raramente ci da la possibilità di concludere degnamente tutto ciò che abbiamo in sospeso, anzi molto più spesso, si presenta a chiedere il conto all’improvviso, con uno schiocco di dita. Semplificando terribilmente, EndGame è l’utopia, Infinity War è la verità, l’uno è il sogno, l’altro la realtà, il primo è grande cinema, il secondo è poesia. E così sia.

E adesso, uccidetemi pure.

ATTRAVERSO LO SPECCHIO

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Attraversare lo specchio è una cosa delicata, difficile e può far paura , ma se ci pensate bene, è una cosa che tutti noi abbiamo fatto o dovremo fare, prima o poi nella vita.

Adolescenza dopotutto, significa guardarsi e non riconoscersi, vedere se stessi e sentirsi sbagliati, fuori posto e fuori fuoco, esattamente come quando ti guardi allo specchio, vedi la tua immagine riflessa, eppure guardando bene, tutto è ribaltato, al contrario e quello che ti sta fissando pur sembrandolo, non sei tu. Vivere l’adolescenza significa attraversare lo specchio, andare oltre le imperfezioni, le discrepanze e le disuguaglianze, abbracciare l’immagine ribaltata di noi e trasformare in sinfonia quella cacofonia di note che ci compongono e confondono.

Attraverso lo specchio, messo in scena dal gruppo Lunatici, per la regia di Barbara Silvani, ci ha ricordato una volta di più quella sensazione, quel confuso sentirsi sbagliati e quel guazzabuglio di alti e bassi che da sempre sono sinonimo della fase più delicata della vita di ognuno di noi. Non è ne scontato ne banale, che uno spettacolo teatrale, messo in scena da ragazzi di un’età così pericolosa, sia in grado di farci attraversare di nuovo quello specchio, portandoci in un mondo di meraviglie in cui il Tempo non è un ladro, le famiglie sono qualcosa di cui prendersi cura e le sorelle possono ammettere di aver sbagliato. Alice, con la sua pura innocenza, ancora a metà strada tra la bambina che fu e la donna che sarà, è il mezzo perfetto per trascinarci in quel mondo,  fatto di poesia e confusione, sogno desiderato e realtà dimenticabile.

I copioni selvaggi di Barbara Silvani sono un continuo inganno, sembrano mostrarci il dito, ma se guardate bene, ci stanno indicando la luna. Non fa eccezione questo apparentemente semplice Attraverso lo specchio, ben più complesso ed intelligente di quanto possa sembrare, che inizia con un loop temporale, per poi riproporcelo dopo (colpo di genio) e continua con un rimando meta testuale all’unica cosa che può far tornare Alice là dove è attesa, una coreografia. Il resto, meraviglia ed emozione, arriva al cuore di noi spettatori grazie ai piccoli grandi Lunatici, capaci alla fine di interpretare loro stessi, con forze, lacrime e debolezze, senza paura alcuna di mostrarsi, nella loro fragilissima forza e fortissima fragilità.

Una citazione d’onore va fatta alle scenografie magnificamente allestite e realizzate, mentre le luci di Giuseppe Luisi sono riuscite a rendere quella magia ancora più tangibile e reale, paradossalmente nel tentativo (riuscito) di rendere tutto irreale, magico e meraviglioso. Attraverso lo specchio è il frutto proibito di un teatro che si racconta, raccontando i propri talenti e svelando l’anima dei propri personaggi, un sequel tracimante di idee, che riesce ad arrivare all’anima più vera dell’opera di Lewis Carroll, centrandone il cuore e restituendone la cosa più difficile, l’anarchica e dirompente forza narrativa.

Se queste righe vi sono sembrate confuse e poco chiare, non crucciatevi, sono frutto delle elucubrazioni di chi ieri sera in quello specchio è rimasto incastrato, a metà strada, tra qui e là, affascinato da quel paese fatto di meraviglie e un mondo in cui per fortuna esistono le patatine fritte.

CINEMA: IERI, OGGI, DOMANI

Lo sapevate che fino agli anni 90 in Italia si andava al cinema 17 volte l’anno ed ora la media arriva a malapena a 2? Quali sono le ragioni di questa progressiva desertificazione delle sale cinematografiche? Nel nuovo #podcast di #DeGenerando abbiamo provato a rispondere a queste domande in compagnia di Marte Bernardi del Cinema Teatro Galliera.

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/17566461

#Spotify https://open.spotify.com/episode/2BbVIvZju9OhqlzL4xzwqZ?si=023v2EdKSvCXVrHJ80L3ZQ

#Podcast – Monografia Leonardo DiCaprio

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Da Romeo + Juliet a Titanic, passando per Django Unchained, Shutter Island ed Inception. Film per film, ecco la monografia di Leonardo DiCaprio, uno degli attori più bravi della sua generazione.

 

#PODCAST: Captain Marvel

Ecco il podcast interamente dedicato a Captain Marvel, il blockbuster del momento.

Link Spreaker: https://www.spreaker.com/episode/17301428

SUSPIRIA, ieri e oggi

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Il nostro Podcast su Suspiria

Ascolta “Suspiria, ieri e oggi – DeGenerando CINEMA 72” su Spreaker.
 

 

ASPETTANDO MACBETH

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I classici sono un casino.

Shakespeare è un grande casino.

Macbeth è un casino talmente grande che ho già un accenno di emicrania al sol pensarci.

Per la seconda volta in questa stagione teatrale, Barbara Silvani ci chiede uno sforzo, un atto di fiducia, ci fa una domanda e ci costringe, per rispondere, a guardare nel profondo della nostra anima. Se in Faust dovevamo interrogarci sulle scelte che potevano condurre al peccato, qui siamo costretti a scrutare le ragioni e le decisioni che ci definiscono come esseri umani, determinando il nostro percorso e i nostri rapporti con gli altri. Ecco dunque arrivare in nostro soccorso i classici (Faust allora, Macbeth qui e ora) zone franche in cui il tempo smette di avere significato e quindi perfetti per raccontare e raccontarsi, meravigliosi esempi di ciò che fu e sempre sarà, basta aver la voglia di porgere orecchio ed aprire il cuore.

La scelta è chiara, coraggiosa ed importante: prendere Macbeth, decostruirlo, pur mantenendone intatto lo spirito e renderlo fruibile a tutti, spiegandolo, sventrandolo, facendolo esplodere in tutta la sua intatta potenza, in faccia agli spettatori. Per farlo, la regista, usa un gruppo eterogeneo, eppure compatto, di attori, attribuisce a tutti un ruolo e a tutti regala una scheggia di infinito, dando a tutti loro la possibilità di imprimersi indelebili nella mente degli spettatori. Quando si porta in scena il Grande Bardo non esistono parti piccole, ma solo la poesia e la forza di parole a volte troppo pesanti da poter essere trasportate nel presente, eppure gli Intrepidi ci sono riusciti, forse rischiando di venir travolti e schiacciati da quelle parole, ma riuscendo sempre e comunque a sopportarne il peso, mescolando il loro sudore e la loro passione, con il passato, con l’assoluto, con ciò che per restare immortale deve essere stravolto, aggiornato, distrutto ed infine ricostruito.

Questo Macbeth sarebbe piaciuto molto a Shakespeare, che scriveva le sue opere per il popolo, per farlo divertire, soffrire, sognare e riflettere, avrebbe adorato il rispetto e la fedeltà al testo, lasciato intatto in alcuni meravigliosi passaggi, ma avrebbe urlato di gioia di fronte alla spavalda irriverenza con cui tutto è stato attualizzato e reinterpretato, a cominciare dalla straordinaria coreografia, fino ai momenti di tracimante umorismo, capaci, grazie agli interpreti, di scuoterci fino alle lacrime. Che meravigliosa anarchia si nasconde nel cuore di Barbara Silvani, capace di riscrivere Shakespeare, rendendolo accessibile a tutti, anche ai bambini, pur lasciandone intatta la forza, per farcene comprendere la poesia e la meraviglia.

Aspettiamo Macbeth dunque, sfoderando un pugnale celato, tenendolo in bocca o conficcandolo nella schiena di chi ci ostacola, soffoca e annichilisce le nostre speranze… oppure lasciamolo cadere, sonoramente a terra con un tonfo, spogliandoci di tutto e restando lì, inermi, nudi e fieri, pronti ad affrontare ciò che verrà mentre il sole del domani splende e una solitaria lacrima di felicità riga il nostro volto..

IL RITORNO DI MARY POPPINS

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Ho atteso prima di scrivere queste righe, ho ponderato, valutato e fatto chiarezza, ho fatto passare 24 ore, ho aspettato ed infine ho riflettuto ancora.

Il ritorno di Mary Poppins è un film terribilmente fiacco, pretestuoso, forse inutile. Costruito seguendo l’esatta successione delle scene del suo predecessore (là la cameretta da riordinare qui il bagno da fare, là uno zio sul soffitto qui una zia sottosopra. là gli spazzacamini qui gli acciarini, là gli aquiloni qui i palloncini…), questo capitolo due, soffre fin da subito di ansia da prestazione, cercando disperatamente di essere all’altezza del suo modello, senza riuscirci mai.

Il primo errore che fa è quello di rendere marginale la figura di Mary Poppins (una brava Emily Blunt) che si trova sempre ai lati della storia raccontata, impossibilitata a svolgere il proprio ruolo e di fatto messa nelle condizioni di non insegnare effettivamente nulla, ma limitandosi ad accelerare gli eventi, facilitandoli, senza influire di fatto nella consapevolezza e nella crescita dei protagonisti, già fin troppo bravi ed estremamente saggi. Qui il motore della storia non è la presa di coscienza che deve germogliare in seno alla famiglia, ma assistiamo ad un vero e proprio problema, orchestrato da un “cattivo” e questo appiattisce e banalizza inevitabilmente la trama, perché se nell’originale si parlava di maturazione e crescita, qui si cerca soltanto di risolvere una spinosa questione economica.

Il secondo imperdonabile errore è quello di mettere in scena numeri musicali estremamente complessi, ma privi di quella sincerità e quella magia che costituivano la spina dorsale dell’originale, mal supportandoli poi con brani musicali ostici, dimenticabili e poco orecchiabili. Non ci credete? Provate a canticchiarne uno. “Non esageriamo è impossibile dopo un solo ascolto”, replicheranno indignati alcuni di voi, eppure se vi avessi sfidato a fare altrettanto dopo aver visto Coco (per citare un caso recente) forse queste difficoltà non le avreste avute.

La cosa interessante da notare infine è l’assenza di Julie Andrews, una mancanza che si nota, che ha un suo peso, che probabilmente sottolinea la voglia ed il bisogno dell’attrice di distaccarsi da questa operazione commerciale. Non lo sapremo mai, certo è che sarebbe stato bello che l’ultima inquadratura del film fosse stata sua, come a sottolineare un legame di appartenenza tra il passato ed il presente.

Alla fine della visione, dopo che Mary Poppins ci ha guardati ancora una volta, resta solo da chiedersi il perché di un’operazione simile, così identica all’originale pur cercando di fingere di essere qualcosa d’altro. Forse avrebbe avuto più senso portare in pellicola un vero e proprio remake, mantenendo intatte canzoni, tematica, crescita e sviluppo, ma sicuramente molti puristi ed amanti dell’originale non sarebbero andati a vederlo per partito preso, in questo modo invece, la curiosità ci ha spinto tutti in sala.

In molti hanno tirato in ballo la magia, la meraviglia, il bisogno di tornar bambini, ma temo si tratti di un abbaglio, un inganno che fa leva sulla nostalgia e sul bisogno di sognare ancora. Dato per assodato che ci meritiamo sogni migliori, forse è giunto il momento di fare un passo indietro, respirare e riflettere seriamente sulla direzione che questo cinema ha intrapreso. Una direzione che appare sempre più vicina al pubblico e sempre più distante dal Cinema.

BIRD BOX

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Bird Box, nuovo distopico prodotto firmato Netflix, comincia benissimo, praticamente in media res, per poi inserire il pilota automatico ed adagiarsi sui binari della convenzione. Un bel dì le persone iniziano ad impazzire, la causa é da cercare in entità malvagie ed invisibili, capaci di mostrare ai malcapitati che le incontrano cose indicibili, capaci di spingere al suicidio; l’unica soluzione sembra essere quella di rinunciare alla vista. Peccato, perché detta così la trama sembra interessante e i primi minuti sono davvero disturbanti, così come almeno un’intuizione che farà capolino verso la metà di questo lunghissimo film. Pur essendo debitore alle intuizioni che erano alla base di E venne il giorno e A quiet place, Bird Box riesce faticosamente a trovare una sua identità, purtroppo non abbastanza forte da imporsi in maniera definitiva nella memoria. Per carità alcune trovate sono intelligenti, come quella di non mostrare mai le entità che stanno facendo impazzire l’umanità, ma la poca cattiveria e una fin troppo misurata deriva splatter, non convincono fino in fondo. Ecco quindi ancora una volta palesarsi il grande limite di una piattaforma di streaming che deve accontentare il maggior numero di persone possibili e che non può permettersi di spingere troppo sul pedale del disturbante e dell’horror più adulto. Peccato, ancora una volta, perché la trama, che dovrebbe raccontare la follia e il suicidio, si limita a mostrare un paio di episodi, risultando davvero spiacevole solo a tratti. Certo, qualcuno dirà che la regista voleva parlare di altro, di maternità e di accettazione di essa, ma mi sembra fin troppo facile raccontare un disagio, mascherandolo da distopia. Sarebbe ora di finirla di mettere in scena storie che provano (timidamente) a raccontare il disagio del quotidiano, mascherandolo da horror. Sarebbe bello vedere una pellicola che si prende la responsabilità di raccontare una storia forte, che si concentra su di essa senza sconti e senza compromessi, relegando l’eventuale messaggio alla sensibilità dello spettatore, senza bisogno di spingerglielo in gola con la forza bruta. Il genere deve riprendersi la sua identità, la sua forza, la sua spiacevole carica eversiva, solo allora il cinema, anche quello d’autore, potrà risorgere dal piattume che lo soffoca. Probabilmente sarà doloroso, forse spiacevole, ma necessario e a tratti bellissimo. Gloria e vita al genere, morte ai prodotti laccati, patinati e per palati sensibili. Amen.

BOHEMIAN RHAPSODY

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Ed ecco che anch’io mi sono concesso il lusso di andare a vedere il film dei miracoli, la pellicola che sembra aver messo d’accordo tutti, uniti in un coro greco pronto a glorificare Rami Malek e ad applaudire cantando a squarciagola le canzoni dei Queen… ho sentito di tutto in questi giorni, aneddoti su sale cinematografiche festanti e giubilanti, impegnate in una colossale standing ovation, giudizi sferzanti che lanciavano il malocchio sui malcapitati incapaci di apprezzare cotanta bellezza… la verità è che Bohemian Rhapsody è un film discreto, un coacervo di emozioni piuttosto facili e un modesto biopic. La lista dei difetti sarebbe lunghissima, a partire dalla facilità con cui tutto accade (vogliamo creare una band? Fatto! Nome? Queen! Vogliamo creare Bohemian Rhapsody? E che ci vuole, basta guardare la campagna inglese!) per non parlare dello schematismo con cui ci vengono servite le emozioni piuttosto grossolane che costituiscono il film (il momento in cui sentiamo Who Wants to live forever su tutti). È vero, alcuni momenti sono davvero indovinati, primi tra tutti quelli in cui i Queen si ritrovano chiusi in studio a comporre un brano, eppure la sensazione è di trovarsi al cospetto di qualcosa di aneddotico, di facile e per questo poco sincero. Non aiutano infine i venti minuti finali in cui viene ricreata l’intera esibizione del Live Aid a Wembley del 1985, una scelta che risulta tanto emozionante, quanto profondamente forzata e senza senso. Perché ricreare pedissequamente qualcosa che era già perfetto ed apparteneva alla leggenda, qual è lo scopo di mostrare qualcosa che ha senso in quanto consacrazione dei Queen, riproponendolo in maniera identica, ma facendolo interpretare da ombre, pallide brutte copie degli inarrivabili originali? Dov’è il miracolo dunque? Io vedo solo un discreto prodotto di intrattenimento, figlio di un cinema commerciale, che ormai senza nessun freno, sta mercificando qualsiasi cosa, anche i nostri ricordi.

CITTA’ DI CARTA

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L’adolescenza è una giostra. Un carosello rutilante ed inarrestabile di amici, amori, volti, parole, rancori, vendette, malumori, promesse, baci rubati, abbracci spezzati, sussurri, istanti, veleno, disagio, insicurezza, forza, coesione, musica e speranza…

Città di carta, portato in scena dai Divergenti in maniera straordinaria e toccante, è riuscito a raccontare tutto questo, facendolo probabilmente senza che nessuno di noi ne avesse piena consapevolezza. Impegnati a seguire una trama che forse alla fine non era altro che un pretesto, ci siamo dimenticati di guardare oltre e non ci siamo accorti che su quel palco i ragazzi hanno portato loro stessi, la loro età e la delicata condizione personale, che racconta ciascuno di loro.

Impossibile non scorgere qua e là l’emozione, il cameratismo, le lacrime e la rabbia, tutti, nessuno escluso, hanno avuto il coraggio di mostrarci le loro fragilità, ma anche quella forza che li contraddistingue già come donne e uomini di domani. Il forte senso di appartenenza che li rende unici e l’inconsapevolezza che li rende speciali, questi ragazzi hanno raccontato l’adolescenza, smuovendo ricordi ed emozioni che, per chi scrive, appartengono all’oblio, al rimpianto, alla sofferta ricerca e scoperta di se. In questo senso la storia della smarrita Margo, condannata a fuggire da se stessa e da un mondo abitato da figure di carta, si scontra con quella del timido Quentin, disperatamente bisognoso di trovarsi per sentirsi vivo e vero. Lo smarrirsi e il ritrovarsi, magari grazie all’amore, l’amicizia, la complicità e  la consapevolezza di non essere soli.

Che enorme e commovente meraviglia vedere e provare tutto questo, mentre i propri ricordi personali si mescolano con la narrazione, la regia, la musica e la recitazione, costringendoci a guardare al passato, a ciò che siamo stati, a ciò che abbiamo perso e a quelle ferite che ora sfoggiamo con orgoglio, ma che in privato ci hanno fatto piangere e forse a volte ancora lo fanno. Non giudicatemi, ho trovato Città di carta straordinariamente vero e commovente, un inno alla vita, all’incoscienza e alla consapevolezza di se. Uno spettacolo che, soprattutto grazie ai suoi centratissimi e maturi interpreti, mi ha gettato in un mondo, il mio mondo, che avevo dimenticato e nascosto in fondo al cuore e per fare questo non ha usato trucchi o emozioni facili, ma ha lasciato parlare i suoi giovani protagonisti, che tra una battuta, un’occhiataccia e una lacrima, sono stati capaci di aprire il loro cuore per noi e per me, offrendomelo in dono.

Concludo questa recensione di parte citando lo STRAORDINARIO lavoro fatto da Giuseppe Luisi, che ci ha regalato il giorno, la notte, il sole, la luna e le stelle e per questo gli sarò per sempre riconoscente. Ma il ringraziamento più grande va sempre a lei, la regista, Barbara, capace di spingere i tasti giusti, coraggiosamente determinata a portare in scena la propria visione e ad offrire al pubblico il proprio teatro, le sue parole e ogni volta una piccola parte della sua grande bellissima anima.

L’adolescenza è una giostra, il teatro è carosello della vita.

Buon Natale.

PODCAST

Chiacchiere, riflessioni, considerazioni e verità sul mondo del supereroi. Omaggio a Stan Lee Vol.1 è finalmente disponibile in podcast. We don’t need another Hero!

https://www.spreaker.com/episode/16392833

ANNA DEI MIRACOLI

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Proviamo così.

Copione dei miracoli… capace di prenderti alla gola e non mollarti mai, afferrandoti lo stomaco e restituendo il senso di qualcosa di molto più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, che tutti noi abbiamo sempre saputo o pensato, bastava coglierlo, dirlo, condividerlo. Eppure riuscire a dirlo in quel modo è il vero miracolo, rendere facile l’impossibile e comprensibile l’innominabile. Perché quando si parla di disabilità nel modo in cui abbiamo visto ieri sera, si vince prima di tutto la scommessa con un pubblico che certamente è uscito dal teatro con qualcosa in più, un bagaglio di consapevolezza pesante, forse dolorosa, eppure necessaria e a ben guardare, di una levità straordinaria. E la cosa più pazzesca è che questa epifania è avvenuta attraverso le lacrime, la sofferenza, ma anche con grande generosità e bisogno di concedersi, senza metafore sottili o mezzi termini, ma ci è stata urlata in faccia a gran voce, lasciandoci sbigottiti ed emozionati, conquistati dalla semplicità e dalla chiarezza di quel messaggio.

Regia dei miracoli… ancora una volta e forse ancora di più, Barbara Silvani ha lasciato completamente libera la sua visione cinematografica, dando vita ad un ibrido perfetto e lucidissimo, che mette insieme teatro con settima arte, dando spesso l’impressione al pubblico di assistere ad un film. Scene come quella che indica lo scorrere del tempo, sono strutturate come un montaggio cinematografico, capace di restituirci un’idea talmente fresca, bella e rivoluzionaria, che francamente ha pochissimi eguali. Il resto, quando non è al confine col cinema, è semplicemente grandissimo teatro. Una messa in scena che sembra quasi spoglia, pur essendo elaboratissima, restituisce infine un’idea di essenziale che è necessario e pienamente in sintonia con il tema trattato. Mettere in scena un copione come questo, senza lasciarsi travolgere dalla tematica che ne è il cardine, senza depauperarla della necessaria forza, rappresenta il secondo grande miracolo, il trionfo dell’equilibrio.

Cast dei miracoli... 6 attori, anime, esperienze, età e vite completamente diverse, eppure unite, legate dal bisogno di raccontare una storia, di cantare una canzone, di vedere, sentire e parlare all’unisono, ancora e sempre. Il cast è probabilmente il miracolo più radicale, profondo e sconcertante, un miracolo che è prima di tutto un dono, una dichiarazione d’intenti, un grido d’amore e di speranza dedicato ad ognuno di noi. Raramente si è visto un gruppo di esseri umani donare un così importante pezzo di se, capaci di restituire la profondità di un testo così importante, sottolineandone le sfumature e mettendo le proprie lacrime, il vissuto, il cuore e la propria enorme empatia, al servizio degli uni per gli altri, con tanta umile determinazione. Meravigliosi tutti, capaci di farci commuovere e di smuovere in noi un sentimento di appagata umanità, traghetto necessario verso una catarsi senza eguali. Questo manipolo di donne e uomini straordinari , sono stati capaci di prenderci per mano e condurci altrove, forse in un mondo migliore, forse in un sogno, sicuramente all’interno della loro anima.

Arianna e Valentina dei miracoli… non lo faccio praticamente mai, ma non potevo restare indifferente e non dedicare un piccolo paragrafo a loro, ad Arianna e Valentina,  miracoli nel miracolo. Sono state proprio loro a farmi provare le emozioni più forti, più grandi e più pericolose. Il loro rapporto, maestra e alunna, madre e figlia, sorella e sorella, donna e donna, è stato un’esperienza dolorosa e bellissima. Queste due coraggiose attrici si sono regalate un pezzo di se, facendoci scorgere un pezzetto di infinito, uno sguardo nel profondo del loro cuore, spalancato, ferito, fiero e pulsante d’amore.

Anna dei miracoli… solleva domande, regala lacrime, si impone come pietra angolare di paragone per un teatro che non sarà più lo stesso, restituisce un senso alla follia e valore all’amicizia, alla vita e all’amore. Anna è esempio, faro e strada da seguire per ciascuno di noi, troppo impegnati a guardare ciò che manca, per accorgerci dell’immensità che invece ci circonda.

FAUST

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E chi diavolo (è proprio il caso di dirlo) se lo aspettava di vedere il Faust al Teatro di Calderara di Reno.

Il Solechegioca inaugura la stagione teatrale alzando subito l’asticella e fissando un nuovo standard con cui tutti dovranno (e dovremo) fare i conti. Vero è che sono uscito stordito e frastornato dallo spettacolo messo in scena dai PdB, sono rimasto immensamente colpito dal livello recitativo altissimo che questi ragazzi (STREPITOSI, TUTTI!)  hanno raggiunto e ancor più turbato dal profondo significato dell’opera che ci è stata proposta. Faust è la storia dell’eterna lotta tra il bene e il male, ma anche e soprattutto rappresenta la ricerca di una risposta ad una pressante domanda che ci viene fatta, come pubblico e come esseri umani: cosa porta il più retto e virtuoso degli uomini a commettere un peccato mortale?

Guardate non è affatto scontato dire che questa domanda forse non ha una risposta, o perlomeno non ha una sola risposta, soprattutto fatta oggi, nei tempi che stiamo vivendo. Questa domanda poi ne porta con se inevitabilmente un’altra, anch’essa presente nello spettacolo, a cui è ancora più difficile rispondere, anzi forse impossibile: NOI che tipo di persone vogliamo essere?

Se è vero che ognuno può fare la differenza, è anche vero che le scelte che facciamo ci definiscono, con conseguenze e responsabilità da accettare… insomma un vero casino. Io credo che Faust sia lì apposta per rispondere a queste domande, io penso fermamente che tutti noi, se lo vogliamo, possiamo essere Faust, un uomo che pur sbagliando consapevolmente, decide di accettare il peso di quella scelta, portandone sulle spalle la responsabilità. Capite la complessità della materia che ci è stata presentata in scena? E ancora, potete anche solo vagamente immaginare, la preparazione e l’intensità necessarie per restituire questi dubbi, queste domande? Questo è teatro signori, questa è arte, anzi, questa è filosofia.

Poi c’è tutto il resto, che a partire dalla splendida locandina, abbraccia ogni aspetto della messa in scena, a cominciare dalla scenografia (mai così lugubre e morta) fino a quelle splendide luci infernali che quel diavolo (!) di Giuseppe Luisi dosa sapientemente, aiutandoci ad interpretare la scena e ad illuminare l’anima dei protagonisti. Un grande applauso poi va al trucco, capace di rendere credibile l’invecchiamente di Faust, ridotto nel finale a fragile e claudicante peccatore, che porta sulle sue spalle tutto il peso della propria scelta, della propria colpa. Infine, lasciatemi citare le due splendide coreografie che aprono e chiudono lo spettacolo, due momenti di  pura poesia, a metà strada tra la danza e il teatro, in quello splendido limbo che appartiene all’epifania, alla magia, forse al sogno.

Concludendo questa lunga recensione posso solo spendere le ultime parole per Barbara Silvani (testi e regia) che ancora una volta, se ancora ce ne fosse bisogno, fuga ogni dubbio sulla sua origine terrena, umanissima, eppure ostinatamente votata al divino… forse è lei Faust e questa storia, prima di tutto parla proprio di lei.

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DeGenerando CULT – Road to Halloween

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