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Houssy's Movies

Venezia 76 – con Luigi Locatelli

Venezia 76: analizzata, scrutata e vivisezionata, film per film, dall’insostituibile Luigi Locatelli, il mio e vostro Virgilio, che ci accompagnerà tra gli alti e i bassi di un Festival che sicuramente farà storia. Potete ascoltare e scaricare il Podcast qui:

#Spotify https://open.spotify.com/episode/0lb81eyD5Qa94lgvPgiKJD?si=7G8JJw7ZSVODaKMvFPznhA

#Spreaker https://www.spreaker.com/user/budwebradio/degenerando-venezia-76

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Podcast: Settembre in sala

E quando meno te lo aspetti, ecco far capolino la puntata di DeGenerando dedicata alle uscite in sala di Settembre.

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#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/18819816

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DeGenerando Incontri: Il Cinema, la Letteratura e Alice Basso

Questa settimana DeGenerando ha l’ardire di parlare di Cinema e Letteratura, e la tracotanza di farlo parlando con Alice Basso, paziente, entusiasta e meravigliosa autrice della pentalogia dedicata alla ghostwriter Vani Sarca. Due ore e mezza di chiacchiere al telefono che ruotano sull’annosa questione dei libri e della loro trasposizione in film.

La puntata è ascoltabile e scaricabile qui:

#Spotify https://open.spotify.com/episode/1YSmIgyi9oCWn1x5D5D1km?si=5aAZTNEkQFWHKE1BdhLyhw

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/18937587

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THE NEST – IL NIDO

Non me ne voglia il blasonato cinema americano, inglese e francese, ma The Nest – il Nido, opera del talentuoso Roberto De Feo, non sembra la copia di qualcos’altro, ma finalmente è un film italiano. The Nest – il Nido, è una pellicola intelligente, girata in maniera strepitosa, con una sensibilità e un approccio alla materia, tipicamente italiani, appartenenti al nostro modo di fare cinema e raccontare storie. Pur non scevro da alcune riconoscibili influenze, appare chiaro che nel nostro cinema, abbiamo un disperato bisogno di film come The Nest e abbiamo soprattutto necessità di giovani registi come Roberto De Feo, capaci di raccontare il genere come nel nostro paese non si fa quasi più.

The Nest è prima di tutto un film sulla crescita e sul distacco dalla famiglia, innanzitutto dalla una figura di madre castrante e soffocante, capace di trovare giustificazione per ogni sua azione, anche la peggiore, nell’amore per il figlio. Ecco l’anima italianissima che torna prepotente, urlando la propria identità ed arrivando a permeare il film di un universale senso di appartenenza. Alla fine, di questo parla The Nest: di genitori e figli, di madri, bugie e paure, elementi che abbondano in ogni famiglia e in cui è più che facile riconoscersi.

La sceneggiatura è quadrata, pulita, complessa ma non complicata ed ha il grande merito di porre più domande, che fornire risposte ad un manipolo di spettatori fin troppo abituati a spiegoni in cui tutto viene ricapitolato passo passo. Eppure tutto torna alla perfezione, regalandoci un’epifania finale da brividi lungo la schiena, che ha il suo punto di forza non tanto nel significato, ma nel suo significante. Parlando di significante, l’altro grandissimo pregio del film è la regia di De Feo, che ci regala inquadrature di un rigore allucinante, senza mai essere ridondante. La composizione propria dell’inquadratura ha del miracoloso, capace di esaltare ora un volto, una torta di compleanno oppure una carta da parati.

Onore e gloria al nostro cinema e ai giovani autori che lo compongono quindi, capaci di farlo crescere ed affrancare dalle stagnanti paludi della commedia in cui era finito. Film dopo film un altro cinema italiano è ancora possibile ed auguriamo a The Nest – il Nido e al bravo Roberto De Feo tutta la fortuna ed il successo possibili, perché finalmente si guardi a queste pellicole, non come a strani oggetti coraggiosi ed unici, ma come scintille per un imminente incendio di idee, emozioni e cinema.

DeGenerando Festival

#DeGenerandoFESTIVAL in compagnia di Luigi Locatelli (Nuovo Cinema Locatelli) per parlare di quanto vedremo a Locarno e a Venezia. L’occasione ci è sembrata ghiotta per parlare anche di sale deserte, critica, pubblico e film che recentemente hanno attirato la nostra attenzione.

Buon ascolto:

#Spotify https://open.spotify.com/episode/7LklMI9oBsMWJa9NRPXqZ3?si=thOVGJQxQGqkHUadIXIUQQ

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/18656370

Soundtracks: Hans Zimmer

Hans

 

Un Autore: Billy Wilder

Wilder

 

Gene Hackman: Monografia

Gene

 

LILO E STITCH

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“Quando non c’è più nulla da distruggere, si comincia a costruire.”

Questo è il senso profondo dello spettacolo Lilo e Stitch, portato in scena dai Fotonici,  uno spettacolo che parla di inclusione, di identità, ma soprattutto di famiglia. Quella famiglia che non puoi scegliere, ma che qualcuno sceglie per te, ma anche quella famiglia che al contrario puoi decidere di eleggere come tua, di costruire, a cui puoi sempre tornare, a volte in punta di piedi, altre volte sbattendo la porta.

Distruggere e costruire… in realtà a voler distruggere qui è Lilo, incapace di accettarsi e di accettare gli altri, in primis sua sorella Nani come madre, perché troppo impegnata a far piazza pulita di tutto, profondamente frustrata e arrabbiata con il destino che le ha strappato i genitori e contemporaneamente con se stessa, per sentirsi così diversa dagli altri e così terribilmente sola. La pars construens invece è Stitch, alieno in fuga capitato per caso sul nostro pianeta, anche lui alla ricerca di un’identità, di una casa e di una famiglia. Troverà tutto ciò in Lilo, suo specchio umano, sua metà e suo doppio in cui riconoscersi. Quando Lilo finalmente troverà Stitch smetterà di distruggere e comincerà a costruire, aiutando se stessa, attraverso quel buffo alieno, a edificare un’identità, un’appartenenza e una famiglia. Riconoscendosi i due simili, si aiuteranno ad essere.

Lilo e Stitch è tutto questo e tanto ancora, è un gruppo di ragazzini strepitosi che stanno imparando a calpestare il palcoscenico così come faranno nella vita, è una regia ispirata e ancora una volta “cinematografica” capace di divertire e commuovere, è uno spettacolo di luci e colori che ci ha lasciato tutti a bocca aperta facendoci vedere stelle cadenti ed astronavi, ma soprattutto è l’ultimo spettacolo della stagione per il Solechegioca.

Lilo e Stitch chiude un percorso, un discorso, un ragionamento, cominciato molti mesi fa, una strada di mattoni gialli che ci ha portato a riflettere su cosa sia davvero importante e su quanto non sia mai scontato apprezzarlo e riconoscerlo. Spettacolo dopo spettacolo, dopo aver distrutto muri e costruito porte, Barbara Silvani ci ha infine salutato dal palco invitando ad unirsi a quel saluto tutti coloro che del Solechegioca fanno parte, è stato un momento commovente, importante, un lungo attimo perfetto in cui guardarsi e riconoscersi come simili, abbracciarsi con gli occhi lucidi e scegliersi, come famiglia.

Estate, ti prego, passa in fretta, abbiamo disperatamente bisogno di vedere quel Sole tornare a giocare.

Avengers: EndGame

Per parlare di #EndGame c’è bisogno di una squadra di #Avengers: #Houssy #Carfa #MadMax. Per ascoltare il #Podcast non dovete far altro che seguire i link:

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/17798266

#Spotify https://open.spotify.com/episode/2kRSCR2AM184pAZnZ0AXG5?si=TdKI-tt4QWK6GidBhHJeEg

Avengers e il giovane Holden: elegia dell’incompiuto (senza spoiler).

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Difficilmente mi capita ancora di scrivere vere recensioni sui film. Da un lato è più facile parlarne nei podcast (facile per me e facile per voi, che non dovete fare lo sforzo di leggere) dall’altro, trovo sia giusto scrivere, quando si ha davvero qualcosa da dire ed ultimamente mi rendo conto di aver sempre meno da dire.

Ma questa volta mi sono accorto che qualcosa da dire ce l’ho.

Sono passati 11 anni dal primo Iron Man, ma soprattutto è passato 1 anno intero da Infinity War, il film che ha cambiato tutto, che ha dato significato a ciò che è venuto prima e ha giustificato ciò che vediamo in sala ora. Infinity War ha cambiato tutto, perché con quel finale, così simile a L’Impero colpisce ancora, ha ridefinito le regole e la struttura di un mondo, che fino ad allora ci era sembrato di cartapesta, irreale, fatto di ombre e invece quel finale ha reso tutto terribilmente vero, fragile e drammatico, esattamente come la vita. Abbiamo dovuto aspettare 1 anno intero per poter vedere la fine di quella storia, esattamente come ne abbiamo dovuti aspettare 2 per vedere Il ritorno dello Jedi, eppure quest’anno è volato, perché a differenza di quanto accaduto nel 1983 con la saga di Guerre Stellari (Guerre Stellari CAZZO, non Star Wars) non siamo mai rimasti soli. In 365 giorni di attesa abbiamo avuto foto, poster, tweet, interviste, teaser, trailer, indiscrezioni, teorie, altri trailer, altri poster e tante chiacchiere di una comunità social-patica incapace di attendere in silenzio, ma al contrario, determinata a sperticarsi in fantasiose speculazioni film/fumetto al limite del ricovero psichiatrico. Non siamo MAI rimasti soli, perché il costante chiacchiericcio ci ha resi incapaci di dimenticare che stavamo aspettando EndGame.

E poi, EndGame è arrivato.

Dopo 3 ORE di parole, azione, combattimenti, lacrime, addii, ancora parole, spiegazioni, arrivederci, ancora lacrime, camei, strizzatine d’occhio, esplosioni, citazioni, parole, parole, parole e lacrime, siamo arrivati alla parola FINE. Finito il film, la prima cosa che ho sinceramente pensato è stata: … “ok, e adesso?” Sì perché avendo passato 1 anno intero ad immaginare quel film, a far sedimentare l’immensità della scelta di Thanos nel mio cuore, a riflettere e cullarmi nell’etica bellezza che si nascondeva dietro quello schiocco di dita, la mia mente non riusciva ancora a capacitarsi di dover dire veramente addio agli Avengers, allora forse era meglio Infinity War. Capiamoci, non sto criticando il film in se per se, pur con la sua struttura para televisiva (di fatto il più legato all’idea di serie tv, a causa di tutti quei rimandi a ciò che è venuto prima) ha momenti di epica e lirica verità cinematografica, ma il mio discorso è più prettamente filosofico, diciamo un esercizio di stile.

Chi di voi ha letto Il giovane Holden, sa che si chiude con una delle frasi più belle che la letteratura ci abbia mai regalato: non raccontate mai niente a nessuno o finirete per sentire la mancanza di tutti. Guardando EndGame mi è venuto in mente il finale del capolavoro di Salinger. Holden in fondo non fa altro che esprimere un sentimento molto comune, una sensazione che attanaglia ogni lettore che si sia fatto catturare da una storia o da dei personaggi, faticando di fatto a lasciarli andare una volta per tutte. Vedendo EndGame la sensazione è stata la stessa, ma perniciosamente amplificata dal fatto che il film io la avessi già assaporato in un’attesa estenuante e dolcissima lunga un anno intero. Ecco perchè Infinity War è un film migliore, perché vive di sospensione, in un limbo di incompiuto e di irrisolto, che volendo non avrà mai fine.

Al di là di tutti i commenti che si possono fare, EndGame è una fine, una degna conclusione di un percorso, con tutti i tasselli al proprio posto, ma Infinity War è repentino, crudele, veloce e tronco, esattamente come la vita, che raramente ci da la possibilità di concludere degnamente tutto ciò che abbiamo in sospeso, anzi molto più spesso, si presenta a chiedere il conto all’improvviso, con uno schiocco di dita. Semplificando terribilmente, EndGame è l’utopia, Infinity War è la verità, l’uno è il sogno, l’altro la realtà, il primo è grande cinema, il secondo è poesia. E così sia.

E adesso, uccidetemi pure.

ATTRAVERSO LO SPECCHIO

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Attraversare lo specchio è una cosa delicata, difficile e può far paura , ma se ci pensate bene, è una cosa che tutti noi abbiamo fatto o dovremo fare, prima o poi nella vita.

Adolescenza dopotutto, significa guardarsi e non riconoscersi, vedere se stessi e sentirsi sbagliati, fuori posto e fuori fuoco, esattamente come quando ti guardi allo specchio, vedi la tua immagine riflessa, eppure guardando bene, tutto è ribaltato, al contrario e quello che ti sta fissando pur sembrandolo, non sei tu. Vivere l’adolescenza significa attraversare lo specchio, andare oltre le imperfezioni, le discrepanze e le disuguaglianze, abbracciare l’immagine ribaltata di noi e trasformare in sinfonia quella cacofonia di note che ci compongono e confondono.

Attraverso lo specchio, messo in scena dal gruppo Lunatici, per la regia di Barbara Silvani, ci ha ricordato una volta di più quella sensazione, quel confuso sentirsi sbagliati e quel guazzabuglio di alti e bassi che da sempre sono sinonimo della fase più delicata della vita di ognuno di noi. Non è ne scontato ne banale, che uno spettacolo teatrale, messo in scena da ragazzi di un’età così pericolosa, sia in grado di farci attraversare di nuovo quello specchio, portandoci in un mondo di meraviglie in cui il Tempo non è un ladro, le famiglie sono qualcosa di cui prendersi cura e le sorelle possono ammettere di aver sbagliato. Alice, con la sua pura innocenza, ancora a metà strada tra la bambina che fu e la donna che sarà, è il mezzo perfetto per trascinarci in quel mondo,  fatto di poesia e confusione, sogno desiderato e realtà dimenticabile.

I copioni selvaggi di Barbara Silvani sono un continuo inganno, sembrano mostrarci il dito, ma se guardate bene, ci stanno indicando la luna. Non fa eccezione questo apparentemente semplice Attraverso lo specchio, ben più complesso ed intelligente di quanto possa sembrare, che inizia con un loop temporale, per poi riproporcelo dopo (colpo di genio) e continua con un rimando meta testuale all’unica cosa che può far tornare Alice là dove è attesa, una coreografia. Il resto, meraviglia ed emozione, arriva al cuore di noi spettatori grazie ai piccoli grandi Lunatici, capaci alla fine di interpretare loro stessi, con forze, lacrime e debolezze, senza paura alcuna di mostrarsi, nella loro fragilissima forza e fortissima fragilità.

Una citazione d’onore va fatta alle scenografie magnificamente allestite e realizzate, mentre le luci di Giuseppe Luisi sono riuscite a rendere quella magia ancora più tangibile e reale, paradossalmente nel tentativo (riuscito) di rendere tutto irreale, magico e meraviglioso. Attraverso lo specchio è il frutto proibito di un teatro che si racconta, raccontando i propri talenti e svelando l’anima dei propri personaggi, un sequel tracimante di idee, che riesce ad arrivare all’anima più vera dell’opera di Lewis Carroll, centrandone il cuore e restituendone la cosa più difficile, l’anarchica e dirompente forza narrativa.

Se queste righe vi sono sembrate confuse e poco chiare, non crucciatevi, sono frutto delle elucubrazioni di chi ieri sera in quello specchio è rimasto incastrato, a metà strada, tra qui e là, affascinato da quel paese fatto di meraviglie e un mondo in cui per fortuna esistono le patatine fritte.

CINEMA: IERI, OGGI, DOMANI

Lo sapevate che fino agli anni 90 in Italia si andava al cinema 17 volte l’anno ed ora la media arriva a malapena a 2? Quali sono le ragioni di questa progressiva desertificazione delle sale cinematografiche? Nel nuovo #podcast di #DeGenerando abbiamo provato a rispondere a queste domande in compagnia di Marte Bernardi del Cinema Teatro Galliera.

#Spreaker https://www.spreaker.com/episode/17566461

#Spotify https://open.spotify.com/episode/2BbVIvZju9OhqlzL4xzwqZ?si=023v2EdKSvCXVrHJ80L3ZQ

#Podcast – Monografia Leonardo DiCaprio

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Da Romeo + Juliet a Titanic, passando per Django Unchained, Shutter Island ed Inception. Film per film, ecco la monografia di Leonardo DiCaprio, uno degli attori più bravi della sua generazione.

 

#PODCAST: Captain Marvel

Ecco il podcast interamente dedicato a Captain Marvel, il blockbuster del momento.

Link Spreaker: https://www.spreaker.com/episode/17301428

SUSPIRIA, ieri e oggi

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Il nostro Podcast su Suspiria

Ascolta “Suspiria, ieri e oggi – DeGenerando CINEMA 72” su Spreaker.
 

 

ASPETTANDO MACBETH

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I classici sono un casino.

Shakespeare è un grande casino.

Macbeth è un casino talmente grande che ho già un accenno di emicrania al sol pensarci.

Per la seconda volta in questa stagione teatrale, Barbara Silvani ci chiede uno sforzo, un atto di fiducia, ci fa una domanda e ci costringe, per rispondere, a guardare nel profondo della nostra anima. Se in Faust dovevamo interrogarci sulle scelte che potevano condurre al peccato, qui siamo costretti a scrutare le ragioni e le decisioni che ci definiscono come esseri umani, determinando il nostro percorso e i nostri rapporti con gli altri. Ecco dunque arrivare in nostro soccorso i classici (Faust allora, Macbeth qui e ora) zone franche in cui il tempo smette di avere significato e quindi perfetti per raccontare e raccontarsi, meravigliosi esempi di ciò che fu e sempre sarà, basta aver la voglia di porgere orecchio ed aprire il cuore.

La scelta è chiara, coraggiosa ed importante: prendere Macbeth, decostruirlo, pur mantenendone intatto lo spirito e renderlo fruibile a tutti, spiegandolo, sventrandolo, facendolo esplodere in tutta la sua intatta potenza, in faccia agli spettatori. Per farlo, la regista, usa un gruppo eterogeneo, eppure compatto, di attori, attribuisce a tutti un ruolo e a tutti regala una scheggia di infinito, dando a tutti loro la possibilità di imprimersi indelebili nella mente degli spettatori. Quando si porta in scena il Grande Bardo non esistono parti piccole, ma solo la poesia e la forza di parole a volte troppo pesanti da poter essere trasportate nel presente, eppure gli Intrepidi ci sono riusciti, forse rischiando di venir travolti e schiacciati da quelle parole, ma riuscendo sempre e comunque a sopportarne il peso, mescolando il loro sudore e la loro passione, con il passato, con l’assoluto, con ciò che per restare immortale deve essere stravolto, aggiornato, distrutto ed infine ricostruito.

Questo Macbeth sarebbe piaciuto molto a Shakespeare, che scriveva le sue opere per il popolo, per farlo divertire, soffrire, sognare e riflettere, avrebbe adorato il rispetto e la fedeltà al testo, lasciato intatto in alcuni meravigliosi passaggi, ma avrebbe urlato di gioia di fronte alla spavalda irriverenza con cui tutto è stato attualizzato e reinterpretato, a cominciare dalla straordinaria coreografia, fino ai momenti di tracimante umorismo, capaci, grazie agli interpreti, di scuoterci fino alle lacrime. Che meravigliosa anarchia si nasconde nel cuore di Barbara Silvani, capace di riscrivere Shakespeare, rendendolo accessibile a tutti, anche ai bambini, pur lasciandone intatta la forza, per farcene comprendere la poesia e la meraviglia.

Aspettiamo Macbeth dunque, sfoderando un pugnale celato, tenendolo in bocca o conficcandolo nella schiena di chi ci ostacola, soffoca e annichilisce le nostre speranze… oppure lasciamolo cadere, sonoramente a terra con un tonfo, spogliandoci di tutto e restando lì, inermi, nudi e fieri, pronti ad affrontare ciò che verrà mentre il sole del domani splende e una solitaria lacrima di felicità riga il nostro volto..

IL RITORNO DI MARY POPPINS

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Ho atteso prima di scrivere queste righe, ho ponderato, valutato e fatto chiarezza, ho fatto passare 24 ore, ho aspettato ed infine ho riflettuto ancora.

Il ritorno di Mary Poppins è un film terribilmente fiacco, pretestuoso, forse inutile. Costruito seguendo l’esatta successione delle scene del suo predecessore (là la cameretta da riordinare qui il bagno da fare, là uno zio sul soffitto qui una zia sottosopra. là gli spazzacamini qui gli acciarini, là gli aquiloni qui i palloncini…), questo capitolo due, soffre fin da subito di ansia da prestazione, cercando disperatamente di essere all’altezza del suo modello, senza riuscirci mai.

Il primo errore che fa è quello di rendere marginale la figura di Mary Poppins (una brava Emily Blunt) che si trova sempre ai lati della storia raccontata, impossibilitata a svolgere il proprio ruolo e di fatto messa nelle condizioni di non insegnare effettivamente nulla, ma limitandosi ad accelerare gli eventi, facilitandoli, senza influire di fatto nella consapevolezza e nella crescita dei protagonisti, già fin troppo bravi ed estremamente saggi. Qui il motore della storia non è la presa di coscienza che deve germogliare in seno alla famiglia, ma assistiamo ad un vero e proprio problema, orchestrato da un “cattivo” e questo appiattisce e banalizza inevitabilmente la trama, perché se nell’originale si parlava di maturazione e crescita, qui si cerca soltanto di risolvere una spinosa questione economica.

Il secondo imperdonabile errore è quello di mettere in scena numeri musicali estremamente complessi, ma privi di quella sincerità e quella magia che costituivano la spina dorsale dell’originale, mal supportandoli poi con brani musicali ostici, dimenticabili e poco orecchiabili. Non ci credete? Provate a canticchiarne uno. “Non esageriamo è impossibile dopo un solo ascolto”, replicheranno indignati alcuni di voi, eppure se vi avessi sfidato a fare altrettanto dopo aver visto Coco (per citare un caso recente) forse queste difficoltà non le avreste avute.

La cosa interessante da notare infine è l’assenza di Julie Andrews, una mancanza che si nota, che ha un suo peso, che probabilmente sottolinea la voglia ed il bisogno dell’attrice di distaccarsi da questa operazione commerciale. Non lo sapremo mai, certo è che sarebbe stato bello che l’ultima inquadratura del film fosse stata sua, come a sottolineare un legame di appartenenza tra il passato ed il presente.

Alla fine della visione, dopo che Mary Poppins ci ha guardati ancora una volta, resta solo da chiedersi il perché di un’operazione simile, così identica all’originale pur cercando di fingere di essere qualcosa d’altro. Forse avrebbe avuto più senso portare in pellicola un vero e proprio remake, mantenendo intatte canzoni, tematica, crescita e sviluppo, ma sicuramente molti puristi ed amanti dell’originale non sarebbero andati a vederlo per partito preso, in questo modo invece, la curiosità ci ha spinto tutti in sala.

In molti hanno tirato in ballo la magia, la meraviglia, il bisogno di tornar bambini, ma temo si tratti di un abbaglio, un inganno che fa leva sulla nostalgia e sul bisogno di sognare ancora. Dato per assodato che ci meritiamo sogni migliori, forse è giunto il momento di fare un passo indietro, respirare e riflettere seriamente sulla direzione che questo cinema ha intrapreso. Una direzione che appare sempre più vicina al pubblico e sempre più distante dal Cinema.

BIRD BOX

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Bird Box, nuovo distopico prodotto firmato Netflix, comincia benissimo, praticamente in media res, per poi inserire il pilota automatico ed adagiarsi sui binari della convenzione. Un bel dì le persone iniziano ad impazzire, la causa é da cercare in entità malvagie ed invisibili, capaci di mostrare ai malcapitati che le incontrano cose indicibili, capaci di spingere al suicidio; l’unica soluzione sembra essere quella di rinunciare alla vista. Peccato, perché detta così la trama sembra interessante e i primi minuti sono davvero disturbanti, così come almeno un’intuizione che farà capolino verso la metà di questo lunghissimo film. Pur essendo debitore alle intuizioni che erano alla base di E venne il giorno e A quiet place, Bird Box riesce faticosamente a trovare una sua identità, purtroppo non abbastanza forte da imporsi in maniera definitiva nella memoria. Per carità alcune trovate sono intelligenti, come quella di non mostrare mai le entità che stanno facendo impazzire l’umanità, ma la poca cattiveria e una fin troppo misurata deriva splatter, non convincono fino in fondo. Ecco quindi ancora una volta palesarsi il grande limite di una piattaforma di streaming che deve accontentare il maggior numero di persone possibili e che non può permettersi di spingere troppo sul pedale del disturbante e dell’horror più adulto. Peccato, ancora una volta, perché la trama, che dovrebbe raccontare la follia e il suicidio, si limita a mostrare un paio di episodi, risultando davvero spiacevole solo a tratti. Certo, qualcuno dirà che la regista voleva parlare di altro, di maternità e di accettazione di essa, ma mi sembra fin troppo facile raccontare un disagio, mascherandolo da distopia. Sarebbe ora di finirla di mettere in scena storie che provano (timidamente) a raccontare il disagio del quotidiano, mascherandolo da horror. Sarebbe bello vedere una pellicola che si prende la responsabilità di raccontare una storia forte, che si concentra su di essa senza sconti e senza compromessi, relegando l’eventuale messaggio alla sensibilità dello spettatore, senza bisogno di spingerglielo in gola con la forza bruta. Il genere deve riprendersi la sua identità, la sua forza, la sua spiacevole carica eversiva, solo allora il cinema, anche quello d’autore, potrà risorgere dal piattume che lo soffoca. Probabilmente sarà doloroso, forse spiacevole, ma necessario e a tratti bellissimo. Gloria e vita al genere, morte ai prodotti laccati, patinati e per palati sensibili. Amen.

BOHEMIAN RHAPSODY

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Ed ecco che anch’io mi sono concesso il lusso di andare a vedere il film dei miracoli, la pellicola che sembra aver messo d’accordo tutti, uniti in un coro greco pronto a glorificare Rami Malek e ad applaudire cantando a squarciagola le canzoni dei Queen… ho sentito di tutto in questi giorni, aneddoti su sale cinematografiche festanti e giubilanti, impegnate in una colossale standing ovation, giudizi sferzanti che lanciavano il malocchio sui malcapitati incapaci di apprezzare cotanta bellezza… la verità è che Bohemian Rhapsody è un film discreto, un coacervo di emozioni piuttosto facili e un modesto biopic. La lista dei difetti sarebbe lunghissima, a partire dalla facilità con cui tutto accade (vogliamo creare una band? Fatto! Nome? Queen! Vogliamo creare Bohemian Rhapsody? E che ci vuole, basta guardare la campagna inglese!) per non parlare dello schematismo con cui ci vengono servite le emozioni piuttosto grossolane che costituiscono il film (il momento in cui sentiamo Who Wants to live forever su tutti). È vero, alcuni momenti sono davvero indovinati, primi tra tutti quelli in cui i Queen si ritrovano chiusi in studio a comporre un brano, eppure la sensazione è di trovarsi al cospetto di qualcosa di aneddotico, di facile e per questo poco sincero. Non aiutano infine i venti minuti finali in cui viene ricreata l’intera esibizione del Live Aid a Wembley del 1985, una scelta che risulta tanto emozionante, quanto profondamente forzata e senza senso. Perché ricreare pedissequamente qualcosa che era già perfetto ed apparteneva alla leggenda, qual è lo scopo di mostrare qualcosa che ha senso in quanto consacrazione dei Queen, riproponendolo in maniera identica, ma facendolo interpretare da ombre, pallide brutte copie degli inarrivabili originali? Dov’è il miracolo dunque? Io vedo solo un discreto prodotto di intrattenimento, figlio di un cinema commerciale, che ormai senza nessun freno, sta mercificando qualsiasi cosa, anche i nostri ricordi.