Houssy’s Short Cuts: BLACKHAT

BKH_31_5_Promo_4C_3F.inddLasciandoci alle spalle tutti i manierismi e soprattutto i barocchismi che ultimamente vanno molto di moda, Michael Mann dirige come un Dio. Lineare, solido, una garanzia che affonda le sue fondamenta nel cinema classico. Non fa eccezione Blackhat, thriller informatico dalle tinte notturne, apparentemente indolore, ma capace di colpire durissimo in almeno un paio di meravigliose sequenze. Il maestro dietro Manhunter, che ha fatto innamorare il mondo di se con Heat e i cinefili con Collateral e Public Enemies, rimette i puntini sulle i, ridefinendo i confini del cinema e dichiarando a gran voce la paternità di ciò che gli appartiene. Cinema senza fronzoli, senza trucchi e senza scorciatoie.

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Houssy’s Short Cuts: BIRDMAN

birdman-clickDifficile pensare ad un film più spocchioso, presuntuoso, irritante ed ingombrante di Birdman. Costruito con una serie di piani sequenza, uniti come se fossero uno solo, il film di Iñárritu riflette sul cinema e su cosa sia diventata la nostra adorata settima arte. Criticando più o meno apertamente la deriva superoistica che ultimamente furoreggia, se non poi servirsi degli stessi meccanismi che affossa e mette alla berlina, BIrdman vive dell’interpretazione di un Michael Keaton in stato di grazia, ma soprattutto di una regia che lascia senza parole. Possiamo infatti storcere il naso e criticare la presunzione smisurata di Iñárritu, ma bisogna riconoscere che questo è un grande film, concettuale, emozionale e viscerale, insomma è finalmente cinema.

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Houssy’s Short Cuts: WHIPLASH

whiplash_posterIn molti hanno odiato questo film, altri lo hanno liquidato con leggerezza, ma Whiplash è un bel pezzo di cinema. Per cominciare si regge sull’interpretazione di un J. K. Simmons luciferino e mostruosamente bravo, quasi ipnotico nella sua bastarda persecuzione del puro talento ad ogni costo. Non solo, nella sua evoluzione quasi dantesca, come un rutilante girone infernale, regala tante domande e fornisce a dire il vero pochissime risposte. Meglio perseguire il talento a tutti i costi, rischiando di far rinchiudere l’oggetto delle nostre attenzioni in un manicomio, oppure è preferibile “accontentarsi” di una tranquilla e confortevole mediocrità? Ecco il film ragiona su questi concetti, regalandoci sequenze tesissime degne del miglior thriller e lavorando magari un po’ grossolanamente sui caratteri. Non dovesse bastare, Whiplash è pieno zeppo di musica indimenticabile che sarà difficile estirparsi dalla mente.

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Houssy’s Short Cuts: HOME

HOME_sRGB_finalMeno stupido di quel che può sembrare, Home, ultima fatica Dreamworks, unisce quel bel cinema per ragazzi che emoziona e fa pensare, a tanto umorismo che incanterà qualche adulto e a qualche bella canzone capace di toccare il cuore più insensibile. Se vedendo il trailer pensate di aver già capito tutto, è ora di rivedere le vostre convinzioni, perché Home liquida il suo assunto in pochi minuti e si dedica a sviluppare una bella storia di amicizia, coraggio, famiglia e speranza. Tutto già visto direte voi, ma si tratta sempre di intrattenimento per famiglie e quindi non possiamo pretendere la cruda realtà dei Dardenne. Lasciateci sognare in pace.

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Houssy’s Short Cuts: INTO THE WOODS

 Occasione più che mancata per questo musical targato Disney, fatto di interpretazioni trascurabili e canzoni dimenticabili. Non si sentiva proprio il bisogno di dare un’altra occasione a Johnny Depp per gigioneggiare senza freni e per regalare a Meryl Steep l’ennesima nomination agli Oscar. Peccato dicevamo, ma al di là della modaiola tendenza a riaggiornare le fiabe classiche, dimostrazione di un’endemica assenza di fantasia che ha veramente stancato, quello che proprio non torna é la musica. Le nostre orecchie, vittime innocenti di quella che sembra essere un’unica traccia lunga più di due ore, saranno grate ai titoli di coda, paladini indiscussi della fine di un incubo musicale, molto più pauroso del bosco del titolo.

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BIG HERO 6

big-hero-6-nuovo-trailer-italiano-prima-clip-e-13-poster-del-film-d-animazione-disney-3Un giorno, forse, la cultura orientale avrà la meglio su quella occidentale.

Nella futuribile San Fransokio, ponte ibrido tra due mondi diversi eppure complementari quando si tratta di descrivere la natura umana, prendono il via le avventure del piccolo-grande Hiro, dei suoi amici e del gentile Baymax, vera anima di un film a cartoni animati così ispirato e travolgente, come non se ne vedevano da tempo.

Parabola dell’eterno ritorno, probabilmente un altro segnale di retrocessione della matrice occidentale a favore di un ideale e di un modo di sentire ed intendere il lutto tutto orientale, Big Hero 6 conquista per l’intensità dei caratteri che mette in campo; non dei semplici stereotipi, a cui purtroppo eravamo da tempo abituati, ma delle figure tridimensionali e sfaccettate, insomma veri personaggi quasi in carne ed ossa, non ombre evanescenti e sfuggenti.

Per nostra fortuna al fianco di protagonisti così forti si schiera una trama a tratti shakespeariana, costellata di lutti, sacrifici, sconfitte e rinunce. Ora della fine il nostro Hiro conoscerà il sapore della vendetta e quanto sia facile cedervi, mentre la morte, qui interpretata veramente come ritorno, acquista un valore di intensità come raramente si è visto in un cartone. La piega adulta presa dalla storia infatti, giova moltissimo al climax del film, che per una volta non è destinato ad avvitarsi su se stesso schiavo delle quasi indistruttibili catene dell’happy-end, ma soprattutto farà un gran bene alle giovani menti di tutti quei piccoli spettatori che ci si avvicineranno.

Commossi, travolti e spossati dalla potenza dell’affetto che proveranno per Baymax, i bambini toccheranno con mano e cuore l’etica del sacrificio e si troveranno traghettati inconsapevolmente verso l’interpretazione profonda di sentimenti che hanno solo cominciato a comprendere.

Big Hero 6 è un ponte verso il domani, verso gli uomini e le donne che vorranno e vorremo essere, una lunga e tortuosa strada che porta ad un cinema migliore, un cuore che batte vigoroso e pieno di speranza, nel petto di un’arte finalmente più giusta.

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IL RAGAZZO INVISIBILE

Il-ragazzo-invisibileC’era una volta, parecchio tempo fa a dire il vero, un mondo in cui i film riuscivano ancora nell’arduo compito di far crescere il loro piccolo pubblico. Destreggiandosi abilmente tra una trappola mortale, un lutto violentemente inaspettato e un’insaziabile voglia di spingersi sempre più in là, oltre i limiti dell’avventura, noi spettatori in miniatura diventavamo, visione dopo visione, un pochino più grandi.

A quei tempi, spericolati, incoscienti e folli, non sospettavamo nemmeno dell’esistenza di una giungla di inutili parole come remake, reboot, sequel e spin-off, che avrebbero condannato l’intrattenimento all’eterna ripetizione di una formula sempre uguale a se stessa, fatta per piacere ad ogni tipo di pubblico e per annullare ogni forma di violenta riflessione e necessaria quanto sanguinosa presa di coscienza. La quasi totalità dei film prodotti oggi affronta le stesse trite tematiche, confondendole con una fotografia uniformemente tendente al grigio/blu ed avvolgendole in colonne sonore tonitruanti ma dimenticabili. Il vero difetto, senza scuse e senza tanti giri di parole, alberga nell’aver sostituito il portafoglio al cuore e il profitto alla passione. I film incassavano e volevano incassare anche in passato, ma nascevano comunque e sempre dall’idea di un autore, che metteva in scena il suo cinema, non quello del pubblico della rete, esponendosi in prima persona a rischi e senza giocare per forza sul sicuro. Temi delicati, a volte scomodi, finivano così per farci crescere e sognare, suscitandoci tante giuste domande e fornendoci pochissime confortevoli risposte.

Ma questo capitava prima che la famiglia, al cinema e nella realtà, si trasformasse in panacea di tutti i mali, alveo protettivo e nirvana a cui tendere con pervicace intensità, per superare ogni forma di inadeguatezza e carenza.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, nel Natale del 2014, accade l’impossibile: esce in sala Il Ragazzo Invisibile.

Dimenticando i tempi in cui viviamo, il paese di appartenenza e l’assurdità del soggetto trattato, Il Ragazzo Invisibile, diretto dal quel pazzo geniale di Gabriele Salvatores, si poggia saldamente sui presupposti di un cinema che fu, coraggiosamente dimentico di ogni tendenza all’omologazione e fermamente pronto a sostenere che prima degli effetti speciali ci deve essere una storia, dei personaggi, delle emozioni. La pellicola di Salvatores non è perfetta e sono proprio le sue imperfezioni a renderla meravigliosa, lontana anni luce da un cinema di intrattenimento fatto con lo stampino, smarrito nella fedele riproposizione di un modello di irrealtà che annulla la fantasia per lasciare il posto alla copia pedissequa. Il Ragazzo Invisibile parla di crescita e facendolo ci impone di crescere a nostra volta, mettendo i nostri figli di fronte a concetti quali morte, sacrificio e scelta. La formazione di Michele da anima invisibile a Ragazzo Invisibile, è costellata di umiliazioni, rinunce, riscatti, coraggio e soprattutto ogni scelta fatta risulta avere un peso, una conseguenza, tenendo bene a mente un’etica e una moralità superiori che non tradiscono mai il pubblico.

Salvatores raccoglie l’eredità di un cinema dimenticato, spesso maltrattato e da alcuni considerato troppo violento, eppure necessario per comprendere quanto sia importante e preziosa la vita umana. Fatto di tantissime sfumature in cui luce e buio si mescolano costantemente, in cui le semplici definizioni di buono e cattivo perdono di significato e vanno strette ai personaggi che racconta, il film del sognatore Salvatores, se ne frega del buon senso produttivo e rischia, scavandosi un posticino prezioso e segreto nel cuore di ogni bambino, ragazzo o adulto-bambino che avrà la voglia di guardare oltre e dargli così una possibilità.

Il Ragazzo Invisibile è quindi film da amare visceralmente, difendere a spada tratta e proteggere da tutti coloro che vorrebbero soffocare questa flebile voce di speranza in un monocorde universo italiota color commedia corale.

 

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