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Houssy's Movies

BLOODY DeGenerando CULT- Capitolo 3: SPLAT!


Terzo appuntamento con la trasmissione che chiacchiera sul genere attraverso le saghe cinematografiche. Houssy e Carfa vi accompagneranno questa volta in un viaggio rosso sangue nei territori del Torture Porn, nel tentativo di decodificarlo. Saw, Hostel e The Human Centipede, queste le tre saghe prese in esame in questo capitolo. Buona Visione.

https://youtu.be/hW9iKv_X-eM

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 1: Le Saghette


Si ricomincia. Inizia una nuova stagione di brividi e non solo… In compagnia del sottoscritto e dell’amico Fabrizio Carollo Carfa, si discuterà di cinema di genere attraverso le saghe che lo hanno reso grande o soltanto interessante. Si comincia con le Saghette, piccole mini saghe composte da un paio di pellicole. Come sempre, buon cinema e buona visione.

https://youtu.be/VDKnDnH1NA0

BATMAN V SUPERMAN – DAWN OF JUSTICE

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Nella sua sfacciata, pacchiana e coraggiosa noncuranza per ogni forma di vergogna, verosimiglianza o umiltà, Batman V Superman è quasi un film strabiliante, se non fosse per qualche lungaggine di troppo e le solite tonnellate di cgi, anzi per alcune soluzioni alla Scooby-doo, ha quasi del miracoloso. Con alle spalle la premessa disastrosa di Man of steel, film sbagliato e a tratti ridicolo oltre ogni umana comprensione, Batman V Superman nasceva sotto una pessima stella, funestato da rumors di annunciato fallimento e critiche velenose al povero Ben Affleck, ancora provato dalle pernacchie ricevute per aver interpretato l’imbarazzante DareDevil. Affastellando come un bambino iperattivo, trame, sotto-trame, protagonisti e comprimari, Zack Schneider, incurante di tutto e tutti, ha continuato a portare avanti la sua idea di cinema e bisogna proprio dire che questa volta il risultato lascia a bocca aperta. Ma andiamo con ordine. Il rischio era quello di mettere troppa carne al fuoco, infatti Batman V Superman di fatto è un origin-movie sull’eroe di Gotham, il sequel di Man of steel e una piattaforma di lancio che getta le basi per il prossimo Justice League; non solo, il film introduce un cattivo fondativo come Lex Luthor e si concede il lusso di giocarsi il jolly Doomsday, con tutto quello che ciò comporta. Nella sua titanica durata di oltre 2 ore e mezza, Batman V Superman riesce nell’impossibile, concertando tutta la materia di cui sopra in maniera piuttosto disinvolta, cadendo di fatto solo nell’ultima estenuante mezz’ora, ammorbata da un combattimento praticamente interminabile, capace di sfiancare anche il puù irriducibile dei fan. A farla da padrone è ovviamente il Batman di Ben Affleck, canuto, spossato, ferito e rancoroso, incapace di accettare la presenza di un Dio sceso dal cielo per amministrare la vita e la morte a suo piacimento. Proprio questo è il tema principale e miglior pregio di un film più complesso di quello che potrebbe sembrare a prima vista, sì perchè oltre all’annunciato scontro tra i due eccellenti gladiatori in campo, la pellicola ragiona sulla responsabilità etica che le azioni e le interferenze di un Dio, possono comportare. Superman, mai così cristologico come qui, compie delle scelte e ognuna di esse ha delle conseguenze, capaci di generare morte, odio, rabbia, gioia, speranza e vita, a seconda della prospettiva che le si vuole attribuire. Poi c’è l’altro grandissimo tema: i genitori. In Batman V Superman, i padri, ma questa volta più che mai le madri, determinano il destino, le umane decisioni e il cammino dei nostri super protagonisti, inconsapevolmente legati (ed è una trovata di sceneggiatura a mio avviso geniale) da un nome, che li unisce in maniera viscerale, inconscia e decisiva. E’ vero, il film è criticabilissimo per altri dieci, cento, mille motivi: si può dire che Wonder Woman non centra nulla e la sua entrata in scena è poco più di un pretesto, si può discutere sulla performance troppo sopra le righe di Jesse Eisenberg nei panni di Luthor, sulla scelta di affastellare troppi imput poco approfonditi e buttati lì, su alcuni passaggi di sceneggiatura assolutamente incoerenti (la lancia di criptonite prima abbandonata, poi nascosta, infine ripescata)… eppure Batman V Superman resta a tutti gli effetti un cinecomic molto più interessante e riuscito di tutto l’osannato universo Marvel, incapace cioè di sviluppare, a parte forse negli ultimi film dedicati a Captain America, un ragionamento profondo e polemico su questi Dei.Demoni-Uomini e sulle loro pesanti responsabilità. Batman V Superman è un film profondamente imperfetto, titanico e pantagruelico, umanamente fallace e tonitruante, però, come tutti i grandi film ha nascosto in se il germoglio del cambiamento, della possibilità in potenza, di cominciare a vedere e vivere il mondo dei superuomini in maniera diversa, distonica, ammantata di ombra e disperata impotenza, sempre più distante dalla luce, dalla bontà, dal gioco, dalla battuta sarcastica e dalla divina infallibilità.

DE-GENERANDO CULT: Stephen King

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Tutto, ma proprio tutto il cinema che ha tratto ispirazione dal maestro del brivido Stephen King. Una chiacchierata fiume di quasi 2 ore con l’amico e scrittore Fabrizio Carollo (in arte Carfa) su tutto ciò che ha preso spunto dalle sanguinose e salvifiche pagine del mitico Re del Maine. Film capolavoro, film bellissimi, film interessanti, passabili, vaccate colossali e prodotti squisitamente televisivi, per una puntata speciale di De-Generando & Bloody Cult che vi lascerà a bocca aperta.

Buona Visione.

CLOSE UP: in sala dal 31/03

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Close Up è la rubrica che si occupa, timidamente e senza voler insegnare niente a nessuno, di darvi qualche indicazione, per meglio orientarsi nella smisurata pletora di uscite cinematografiche del fine settimana. Cominciamo?

La Comune è il vero titolo da non perdere di questo week-end. Intanto dirige quel geniaccio di Thomas Vinterberg (suoi tra gli altri gli straordinari Festen e Il Sospetto) regista danese assai birichino, che come l’amico Lars Von Trier ha ridefinito un certo tipo di cinema, fondando il celeberrimo Dogma 95 per poi successivamente sconfessarlo. La Comune racconta dell’esperimento-utopia di una coppia di intellettuali, decisi a creare una società perfetta, fatta di confronto e scambio alla pari. Riusciranno i nostri eroi sognatori a compiere il miracolo e mantenere intatte le premesse di condivisione e supporto reciproco? A giudicare dal trailer saranno chiamati a fare i conti una realtà ben più umana e fallace. Se volete andare sul sicuro, Vinterberg non tradisce mai. Da vedere senza se e senza ma.

Race – Il colore della vittoria (il sottotitolo italiota e leggermente razzista era davvero necessario?) è un biopic sulla vita di Jesse Owens. Ora, per chi non lo sapesse, i biopic sono pellicole più o meno agiografiche sulla vita di personaggi reali. Di solito si tratta di pellicole piuttosto dimenticabili, a meno che a dirigerli non ci siano autori veri, con una forte idea di cinema, come per esempio nel caso del recente e straordinario Steve Jobs di Danny Boyle. Qui dirige Stephen Hopkins, che in carriera ha alternato Predator 2 e Nightmare 5 a Blown Away e Spiriti nelle tenebre, cioè uno che ha un’idea di cinema sicuramente artigianale, ma un po’ confusa. Race è la storia dei quattro ori conquistati da Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936 in Germania (lui nero e in pieno regime nazista, capita l’antifona?), tra dubbi e polemiche, una pellicola che ha le stesse possibilità di essere assolutamente buona, come un noioso esercizio di stile. Io nel dubbio aspetterò un futuribile passaggio televisivo.

Dannatamente interessante WAX-We Are the X, film italiano dell’esordiente Lorenzo Corvino. Usando lo stile del mockumentary, il giovane regista, si prefigge l’impresa intrigante ma quasi impossibile di descrivere la dannata, vituperata e dimenticata generazione X, per capirci, quella che comprende coloro che sono nati tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 80. Il film sembra più che promettente, chi lo ha visto ne ha tessuto lodi e meraviglie, sembra quasi impossibile, eppure dopo Non essere cattivo e lo straordinario Lo chiamavano Jeeg Robot, il cinema italiano sembra davvero essere rinato a nuova pulsante vita. Consigliato.

Se da un lato il cinema italiano si risveglia come un bell’addormentato nel bosco, dall’altro ci pensa Renzo Martinelli col suo Ustica a riportare le cose ad un livello di mediocrità accettabile. Ci risiamo, il regista degli a dir poco controversi Vajont, Carnera, Piazza delle Cinque Lune e di quella vaccata fotonica che fu Barbarossa (in pratica uno spottone per la Lega Nord…) ha di nuovo messo le mani su di una controversa verità storica, per regalarci la sua non necessaria interpretazione dei fatti. La presunzione è quella, dopo 35 anni, di regalarci la Verità sulla strage di Ustica. Tremo al solo pensiero di vedere cosa tirerà fuori dal suo cilindro il pessimo Martinelli, guardando il trailer però alcune cose mi sembrano lampanti: attori di scarso appeal che recitano come in una puntata della peggior fiction di sempre, duelli aerei in una cgi da accatto che fanno rimpiangere Sharknado e tanto, troppo imperdonabile pressappochismo. In breve, meglio una seduta dal dentista.

Restiamo in Italia con Un Bacio, film di quel Ivan Cotroneo che qualche anno fa stupì tutti con un filmino chiamato La criptonite nella borsa. Qui siamo dalle parti di una storia più canonica: un’amicizia a tre (due ragazzi e una ragazza) di quelle che sembrano essere eterne ed andare oltre il tempo e lo spazio, peccato che l’amicizia non riesca ad andare oltre la stupidità, le dinamiche di gruppo e il giudizio non richiesto di una società sempre più cieca, soprattutto se uno dei due boys è omosessuale… Un Bacio è un film che può sembrare già visto, ma è dedicato ai ragazzi e come tale va giudicato, non in maniera assoluta, ma come un prodotto per adolescenti, che stanno probabilmente vivendo le stesse dinamiche messe in scena dalla pellicola e che in esse si riconosceranno. Speriamo che grazie al film di Cotroneo qualcuno che ora non lo fa, inizi a riflettere, sperare e amare. A suo modo, prezioso, anche se non per tutti.

L’ultima tempesta è l’ennesimo disaster movie tratto da una misconosciuta storia vera: nel 1952 a seguito di una terribile tempesta, una petroliera si spezzò a metà lasciando alla mercè degli elementi un equipaggio di 30 uomini, il film racconta il loro tentativo di sopravvivere e quello della guardi costiera di raggiungerli in tempo. Detta così può sembrare intrigante e non nascondo che soprattutto a noi maschietti le storie che parlano di barche piacciono parecchio, eppure anche se il cast è interessante (Casey Affleck, Eric Bana, Chris Pine) il mio senso di ragno pizzica e il dubbio fa capolino nella mia sfacciata voglia di assistere all’ennesima “tempesta perfetta”. Io passo.

13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è un film di Michael Bay. Potrei non aggiungere altro, nel momento in cui è stato fatto il suo nome infatti, alcuni avranno deciso di vedere il film, mentre altri avranno deciso di evitarlo come l’autostrada il giorno di pasquetta. Io sono dalla parte di quelli dell’autostrada. A parte il fatto che viviamo in un paese malato in cui per una volta che il titolo di un film avrebbe bisogno di una traduzione o di una sacrosanta abbreviazione, si decide di lasciarlo intonso, nella sua titanica lunghezza da scioglilingua, non si può far a meno di notare che Mr. Bay in carriera ci ha regalato parecchia immondizia. Ammorbato dal solito patriottismo spicciolo, sottolineato da elicotteri che volano al tramonto e bandiere a stelle e strisce che garriscono al rallentatore in preda ad una piacevole brezza marina, il cinema di Bay ha un problema di estetica (montaggio frenetico al limite dello schizofrenico) e soprattutto di contenuti. 13 Hours… non fa eccezione e si prepara ad essere l’ennesimo spot per il servizio militare U.S.A. virato in tinte seppia e colori iper saturi. Non siete ancora convinti? Focalizzate allora nella vostra mente la memorabile sequenza di Pearl Arbour (vero film comico incompreso) in cui i giapponesi attaccano le isole alle 5 di mattina. Fatto? Bene, proprio lì Mr. Bay ha deciso di inquadrare un improbabile manipolo di bambini che inspiegabilmente giocano a baseball, felici, molto americani, all’alba… 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è tratto da una misconosciuta missione eroica del 2012, penso non serva aggiungere altro.

Concludendo escono anche l’italiano Come saltano i pesci (non sembra male), il cartone per piccini Billy il Koala (se avete figli piccoli vi tocca, lo sapete voi e lo so io), l’interessante ma misconosciuto Love & Mercy (sulla vita di Brian Wilson e dei suoi Beach Boys, il cast è stellare) e l’imbarazzante On air-Storia di un successo (l’inutile storia dello Zoo di 105…).

Penso che per ora possa bastare, alla prossima.

DE-GENERANDO: Distopia… al Cinema

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Distopia: Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa.Il termine, da pronunciarsi “distopìa”, è stato coniato come contrario di utopia[4] ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi. (Wikipedia).

De-Generando si occupa di Distopia, Fuga da New York, Il pianeta delle scimmie, The Lobster, Snowpiercer… 7 titoli per riflettere su di un futuro che non vorremmo mai vedere realizzato.

Buona visione.

 

 

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

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Siamo tutti Jeeg Robot… ecco una brevissima Videorecensione (senza spoiler) in 4 minuti e spiccioli, dello splendido film di Gabriele Mainetti.

Buona visione.

DE-GENERANDO: Libri… al Cinema

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Doppio appuntamento con De-Generando, che dopo un pò di silenzio, torna con due puntate, una dopo l’altra. Questa volta parliamo di libri. Ovviamente l’idea è quella di raccontare la difficile arte della trasposizione dalla pagina scritta, all’inquadratura cinematografica.

Buona Visione.

 

DE-GENERANDO: Sesso… al Cinema

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Avete capito bene, De-Generando questa volta si occupa di sesso… dalla scena di sesso più bella, all’urgenza della prima volta, fino al mondo del porno, per spingersi infine oltre ogni limite di depravazione consentito, fino a quando sarete costretti a distogliere lo sguardo.

Sette film per raccontare il più ancestrale e necessario bisogno dell’essere umano… Buona Visione.

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

non-si-sevizia-un-paperinoOgni tanto, dovremmo farlo tutti, bisognerebbe riprendere in mano i classici, come puro esercizio di stile, studio maniacale, passione, nostalgia, o più semplicemente per constatare se la nostra visione, il nostro sguardo di spettatore sia rimasto lo stesso. Non fa eccezione lo straordinario Non si sevizia un paperino, capolavoro di Lucio Fulci, capace ancora oggi di raccontarci un’Italia ormai scomparsa, eppure più viva che mai. La trama la conoscono anche i sassi: in un paesino imprecisato del sud, tra ignoranza, fede e superstizione, un maniaco inizia ad uccidere uno dopo l’altro i bambini, sulla vicenda indagheranno le autorità competenti e un giornalista ficcanaso (Tomas Miliam) aiutato da una ragazza di dubbi costumi (una Barbara Bouchet da togliere il fiato)… Tutto qui? Obietteranno i più distratti e miscredenti, ma siamo nel 1972 quando Fulci gira questo meraviglioso film, che fu una vera rivoluzione per il giallo italiano, operando scelte coraggiose ed anarchiche, che avrebbero influenzato tutto il cinema a venire. L’ambientazione, per cominciare, è assolutamente innovativa per l’epoca, la scelta di svolgere un thriller, tra l’altro sordido e prepotentemente disturbante, in un ambiente povero, umile, fortemente contaminato dalla superstizione e dalla pia ignoranza, ha in se i prodromi del genio, figlio di una felice intuizione che affianca l’arretratezza del piccolo borgo al progresso che avanza, rappresentato da una onnipresente superstrada. Non solo, può sembrare scontato oggi, dopo 44 anni e migliaia di film visti, ma anche la risoluzione dell’enigma giallo, ha dato negli anni successivi la stura ad una visione profondamente laica, che nell’Italia di oggi appare lontanissima ed amaramente dimenticata. Come se non bastasse tutto ciò, Fulci dirige come se non ci fosse un domani, inventando, sperimentando e facendo ciò che nella sua carriera di cineasta gli è sempre riuscito meglio, scardinare dall’interno un genere che non sarebbe più stato lo stesso. In questo senso vi basti guardare la scena del linciaggio ai danni della magiara Florinda Bolkan, impossibile non coglierne la forza anarchica, una sequenza che utilizzando l’arma del contrasto (farà la stessa cosa molti anni dopo Tarantino ne Le iene, giusto per citare un esempio celeberrimo), tra immagini mostrate e sottofondo musicale, riuscendo ad imporsi nella storia del cinema e negli occhi e nell’immaginario di un’intera generazione di cinefili. E mentre la Bolkan muore e la Vanoni canta, si mostra in tutta la sua violenta verità l’Italia di quegli anni, l’Italia delle famiglie, dei bambini, delle vacanze, delle superstrade e delle utilitarie, un’Italia che passa indifferente, affrancandosi dalla rurale superstizione a cui era legata, per smarrirsi in un futuro di cemento e materialismo, cecità e velocità sfrenata, l’Italia del domani, l’Italia del nostro oggi.

’71

15215291029_71c02599cf_oEcco una meraviglia di film che datato 2014, che in Italia ha avuto una fugacissima distribuzione estiva. Pur avendo avuto l’onore della sala cinematografica solo per alcuni giorni, un vero peccato perché il film è magnifico, onore e gloria all’italica distribuzione, che accortasi delle potenzialità di una pellicola come questa, ha deciso di dar fiducia ad una storia tosta come il marmo e spiacevole quanto una bestemmia a denti stretti. Anno 1971, manco a dirlo, in quel di Belfast, il film segue un contingente di reclute inglesi, alle prese con problemi di ordine pubblico, dettati da una cittadinanza ben più che ostile, determinata a rendere impossibile la permanenza dei soldati britannici. Una recluta, per una serie di rocambolesche vicissitudini, resta isolata dal suo contingente, solo ed abbandonato in territorio nemico, con l’unico obbiettivo di sopravvivere e raggiungere i compagni. Il film è tutto qui, una tesissima fuga/rincorsa, senza buoni e cattivi, senza eroi e senza nessuna voglia di perdonare o assolvere nessuno. Questo è il maggior pregio di ‘71, pellicola forsennata che non prende le parti di nessuno, condannando allo stesso tempo tutti e soprattutto ogni conflitto in se, in quanto portatore di sangue e morte. Sono proprio le vittime innocenti, i bambini, a pagare il prezzo più alto di una guerra che non può avere vincitori, ma solo vinti, e ’71 non esita nemmeno un momento a mostrare la vigliacca atrocità di un conflitto che, al di là delle ragioni che ne sono alla base, si combatte tutti i giorni, tra le strade e nelle case, in mezzo alla gente, confuso da interessi e doppi giochi. ’71 Racconta la fragilità dell’umano sentire, la tentazione della fuga e l’utopia della giustizia, cercata, inseguita, sperata e… irraggiungibile. Bellissimo.

THE LOBSTER

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The lobster è uno dei film più interessanti, sorprendenti e straordinari che vi capiterà mai di vedere, diffidate di chi ne parla male, probabilmente non l’ha capito o più semplicemente non è stato stregato dal suo ritmo lento ed inesorabile. In un futuro distopico o in un presente alternativo, decidete voi, è illegale essere single, anzi se si ha la sventura di restare soli, il governo si occupa di trasferire il malcapitato in una specie di struttura/hotel con l’obbiettivo di fargli iniziare una nuova relazione entro 45 giorni, limite di tempo dopo cui si viene trasformati in un animale a scelta. Questo in pochissime parole, lo splendido spunto narrativo da cui The lobster prende il via, raccontando un’umanità inetta, incapace di trovare la felicità, sia in coppia che in solitaria. Quello che colpisce è la rappresentazione di una società in cui il matrimonio è visto come un valore, l’unico status accettabile, riconoscendo l’incapacità per l’essere umano di vivere il solitudine, non solo, ribaltando la situazione, perché ad un certo punto il nostro protagonista (un Colin Farrell strepitoso) fugge e si unisce alla resistenza, la prospettiva non cambia e il ritratto è di nuovo quello di un’umanità imbrigliata nella prigione della sua inadeguatezza. E’ interessante come Lanthimos, il regista, non conceda alcuna speranza ad un genere men che umano, disposto a mentire, prima di tutto a se stesso, pur di raggiungere l’obiettivo prefissato, meglio forse sarebbe essere tutti animali, organismi viventi più semplici e non appesantiti dal peso delle sovrastrutture mentali. The lobster racconta questa gretta inadeguatezza e per farlo sceglie l’arma di una messa in scena calligrafica, mai noiosa, impreziosita da una visione perennemente bigia e fortemente naturalista, un punto di vista inedito e a tratti spiazzante, che getta nuova luce sulle relazioni sociali e sulle nostre vite. Il finale poi, così incerto, sospeso, a metà strada tra i due punti di vista del film, ha del sublime. Da non sottovalutare e da non perdere.

ZONA D’OMBRA

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Forse è una semplice coincidenza, ma trovo peculiare che un film sul football americano abbia un titolo che in qualche modo scimmiotta una pellicola con Sandra Bullock uscita qualche anno fa e che valse l’Oscar alla sua protagonista. Così dopo Il lato positivo, ecco arrivare nel nostro paese La zona d’ombra, ma se là c’era una storia di redenzione ed istruzione, qui invece si parla delle insidie e dei pericoli, celati nel gioco del football americano. Due titoli in contrapposizione, almeno per le folli menti dei titolisti italioti, determinati ad ignorare il ben più interessante Concussion (commozione celebrale) per rievocare malignamente il precedente film di bullockiana memoria. Concussion, racconta la vera odissea affrontata dal medico Bennet Omalu, neuropatologo determinato ad imporre all’attenzione del mondo una patologia degenerativa del cervello, che colpisce i giocatori di football, soggetti a troppi colpi alla testa. Pellicola tosta e tutta d’un pezzo, Concussion, che nella miglior tradizione della new Hollywood anni 70 (esattamente come succedeva in Spotlight, altra bella sorpresa di questa stagione cinematografica), non ha paura di sporcarsi le mani e di prendere una posizione, condannando interessi e collusioni poco chiare. La cosa più interessante resta comunque la bella interpretazione di Will Smith, da gustare rigorosamente in originale per non perdere nemmeno un grammo della caratterizzazione (soprattutto vocale) che riesce a dare al suo credibilissimo dottor Omalu. In questo senso risulta davvero incredibile che la performance di Smith sia stata snobbata dall’Academy, che per esempio gli ha preferito il ben più prevedibile Bryan Cranston di Trumbo, un’esclusione che ha suscitato non poche polemiche da parte della Hollywood black. Concussion resta, al di là di tutto, un film che racconta una lotta impari per far vincere la verità, uno sguardo per capire una questione controversa e poco nota, senza dimenticare ottimi personaggi, una grande passione civile e una sana capacità narrativa, piena zeppa di intelligenza e tanta, tantissima sana rabbia.

DE-GENERANDO: Rosso… al Cinema

American-Beauty-DI.jpegUltimo frammento della trilogia dedicata al cinema di Kieslowsky, al suo tributo alla bandiera francese, con i suoi Tre Colori: film blu, bianco e rosso. Onore e gloria al colore rosso. De-Generando questa volta si occupa del rosso del fuoco, dell’amore, dei petali di rosa, del tramonto, del sangue, delle fragole e del comunismo. Un omaggio ed una riflessione sul cinema, attraverso titoli ora piuttosto desueti, ora decisamente più mainstream.

Buona visione.

L’ULTIMA PAROLA-LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

trumbo-posterChi scrive, si è imbattuto, innamorandosene, della figura di Dalton Trumbo, quasi per caso, attraverso il suo celeberrimo libro, E Johnny prese il fucile, apologo contro la guerra e la stupidità dei governi, sordi e ciechi di fronte all’assurdità di ogni conflitto. Non è stato poi difficile per un appassionato di cinema, seguire le sue tracce come sceneggiatore in Spartacus e Vacanze romane, per citare due esempi controversi e nodali nella sua carriera, costellata di successi e di silenzi. L’epoca della caccia alle streghe, raccontata al cinema parecchie volte, non è mai stata perdonata e dimenticata fino in fondo, è ancora fresca la polemica per l’Oscar alla carriera ad Elia Cazan (nome illustre tra coloro che denunciarono colleghi facenti parte del partito comunista), anzi rappresenta ancora oggi, un vergognoso neo, nella sfavillante mecca del cinema. Ancora una volta, quell’oscuro periodo di ignobili dilazioni e dolorosi tradimenti personali, viene portato sullo schermo da L’ultima parola-La vera storia di Dalton Trumbo, focalizzandosi proprio sulla figura dello sceneggiatore, facente parte dei famigerati Hollywood 10 (coloro che non si piegarono e non collaborarono), condannato per continuare a lavorare, a firmare sceneggiature sotto pseudonimo. La pellicola risulta essere un interessante spaccato di un’epoca che, se da un lato affascinerà i cinefili (straordinari i momenti che riguardano Kirk Douglas e Otto Preminger), dall’altro sembra essere fin troppo agiografica, eliminando completamente l’elemento di sofferenza, annichilimento e frustrazione che il vero Trumbo deve aver subito. Complice l’interpretazione sbagliata di Bryan Cranston, fin troppo gigiona e compiaciuta, portata avanti con poca passione e scarsa empatia, dimenticando di regalare al personaggio quello spessore di dolore che lo avrebbe reso più umano, il film diretto da Jay Roach non convince fino in fondo, risultando ora della fine un algido esercizio di stile, corretto, elegante, ma privo di vita palpitante. Peccato, perché proprio di vita, della vita vera, sono colme le parole di Dalton Trumbo, meraviglioso sceneggiatore, indimenticabile ribelle, eroe per caso e uomo per scelta.

NON ESSERE CATTIVO

NECPOSTERHa raccolto consensi ed attestati di stima praticamente ovunque, questo Non essere cattivo, film postumo diretto da Claudio Caligari e prodotto da Valerio Mastandrea, basterà dargli un’occasione, guardarlo e sarà più che comprensibile per chiunque rendersi conto del perché. Intriso di vita vera, di quella vita fatta di espedienti, miseria ed indigente disperazione, tipica di quella Roma dimenticata ed invisibile, miserrima e miserabile, Non essere cattivo non è nulla di inedito, eppure rappresenta una boccata di ossigeno nell’asfittico ed asettico panorama del cinema italiano. Parabola di fratellanza, scelta e sacrificio, il film di Caligari è prima di ogni altra cosa, il racconto di un’amicizia, giustamente ambientato negli allucinati anni 90, una storia di impossibile riscatto e di utopia, irraggiungibile chimera di qualcosa di inafferrabile. Nell’irriconoscibile ed anonima Roma delle borgate e della povertà soffocante, Vittorio e Cesare, due amici inseparabili, vivono di espedienti e piccola criminalità, cercando di sopravvivere al grigiore di una vita apparentemente senza via d’uscita, fino a che uno dei due tenterà di rimettere in carreggiata la propria vita… Non essere cattivo ragiona proprio di questo, di una gioventù senza speranza e senza scelta, lontana anni luce dai finti problemi della borghesia capitolina a cui ci ha abituato tanto cinema, lontano dalle colorate terrazze romane, dalle crisi di identità e dalla disperata voglia di contare qualcosa di tanta solipsistica gioventù cinematografica. Disperato e poco accondiscendente sia verso il suo pubblico che soprattutto verso i suoi personaggi, Non essere cattivo conquista spiacevolmente e definitivamente, rubandoci un pezzettino di cuore e regalandoci un’ultima sincera lacrima, rubataci dall’ultimo sguardo di un bambino.

MANUALE SCOUT PER L’APOCALISSE ZOMBIE

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Noi appassionati di horror, di pellicole zombie in particolare, abbiamo visto di tutto in carriera. Abbiamo riso, pianto, ci siamo spaventati, abbiamo pensato e più spesso ci siamo abbandonati con la testa tra le mani, chiedendoci perché…

Ora, dopo aver visto praticamente di tutto, ecco presentarsi al nostro cospetto, quasi alla chetichella, ma con una buona dose di spavalda assenza di vergogna, questo Manuale scout per l’apocalisse zombie. Vaccata, direte voi. Sì e no, rispondo io. La cosa interessante di un film come questo, apparentemente inutile e senza scopo, è che sembra dimenticare la tradizione romeriana, per pescare a piene mani, saccheggiandone addirittura alcune sequenze ed idee, da Re-Animator di Stuart Gordon. Ora, per un vecchio dinosauro come me, che Re-Animator lo ha visto e rivisto fino a consumarlo, questa trovata catapulta di diritto Manuale scout per l’apocalisse zombie, tra i “guilty pleasure”. Per carità, probabilmente non frega proprio a nessuno sapere come uno sparuto gruppo di scout, affronteranno la suddetta apocalisse zombie, ma bisogna essere onesti e riconoscere che alcune trovate, pur sconfinando nel demenziale puro, sono a dir poco adorabili. Sequenze come quella dell’attacco dei gatti, del coro con lo zombie al ritmo di Britney Spears, del pene zombie allungato e strappato oltre ogni limite di decenza, pudore e vergogna, o delle zombie-tette che offrono l’occasione perfetta per uno scout di avere il suo primo approccio sessuale, confinano con il puro genio. Il resto è una pellicola spassosa che diverte in maniera dissacrante, ma che non dimentica la preziosa lezione della paura, fondamentale quando ci si vuol cimentare con il genere horror. Manuale scout per l’apocalisse zombie resta un film disincantato, anzi cazzaro oltre ogni limite, destinato probabilmente ad un pubblico di giovanissimi, eppure è impossibile non riconoscerne l’oscuro ed ipnotico fascino.

Non vergognatevi, ma lasciatevi andare e divertitevi, non ve ne pentirete.

 

DE-GENERANDO CULT: Evil Dead e dintorni

12640459_10153870267289166_6139192704420302867_oIncontro al fulmicotone tra De-Generando e Bloody Cult in una puntata speciale che si occupa di Evil Dead e di tutte le sue derive. La trilogia classica diretta da Sam Raimi, i seguiti apocrifi ed insensati made in Italy, il remake e le derive che ha ispirato ed infine la serie tv Ash vs the Evil dead. Una chiacchierata con l’amico Carfa per parlare del cinema che più amiamo, quello che gronda sangue.

Buona visione.

DE-GENERANDO: Bianco… al Cinema

casablancaTre colori: film bianco. Omaggio al bianco, in tutte le sue sfumature. Il bianco della giacca di Bogart in Casablanca, il bianco del latte, della neve, del bufalo, dell’abito da sposa, degli occhi, della cocaina…. Continuano le playlist ispirate all’opera di Kieslowski, questa volta tocca al colore bianco e la prossima sarà la volta del rosso, perché il cinema è un unicum di storie, immagini ed emozioni, tenuto insieme dai sogni ad occhi aperti di noi spettatori.

SPOTLIGHT

20104185723_0ca6c3e963_oNel 2002 il Boston Globe pubblicò un’indagine giornalistica (a cura della sezione investigativa Spotlight) che era destinata a far tremare i pilastri della chiesa cattolica, questo film raconta l’indagine che portò alla pubblicazione di quell’articolo: un reportage che portava alla luce gli sconcertanti casi di abuso su minori da parte di alcuni appartenenti al clero.

La forza del film di Tom McCarthy sta tutta nella messa in scena, concentrata sulla verità dei fatti accertati e per nulla incline al sentimentalismo da bancarella. Lasciando la parte emotiva nelle mani dei suoi protagonisti, Mark Ruffalo e Michael Keaton strepitosi, ma limitando i racconti delle vittime al minimo, scelta difficile che al contrario avrebbe garantito al film lacrime facili, Spotlight (in Italia assurdamente tradotto come Il caso Spotlight) si concentra sull’istituzione chiesa cattolica e non sui singoli sordidi casi. L’indagine, non è un mistero, fu un vero e proprio terremoto, che portò alle dimissioni di un cardinale, e Spotlight è la fedele ricostruzione, tra dubbi e pressioni sterne, dell’iter che portò a generare quel sisma. In questo senso fanno un ottimo lavoro i protagonisti, ognuno determinato ad arrivare in fondo alla verità: se Mark Ruffalo è impulsivo, frustrato ed arrabbiato, Rachel McAdams rappresenta la parte più umana e dolente, quella in contatto con le vittime di abusi, ma è forse Michael Keaton la vera forza del film, rappresentando di fatto quell’etica del raccontare e verificare, che oggi sembra ormai appannaggio di un passato lontano. Spotlight è prima di tutto il fedele resoconto di come nasce un’indagine giornalistica, di come un semplice indizio non basti a giustificare un articolo, ma di come duro lavoro, pazienza e un’insolita capacità a mettere insieme i pezzi, riesca a portare un po’ di luce in un mondo di tenebra e menzogne.

Cinema di inchiesta e di denuncia, pellicola probabilmente di maniera, ma necessaria, a non dimenticare mai una vicenda tra le più controverse che si siano affacciate nella recente banalità delle nostre vite e delle nostre fragili certezze.