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Houssy's Movies

FOOTLOOSE

Il mio odio per certo cinema anni ’80 credo sia ormai noto a chiunque. Quel cinema plastificato, testosteronico e facile, che ha contrassegnato è contaminato buona parte delle mie visioni giovanili. Nelle fila dei reietti, tra i titoli da me da sempre mal digeriti, campeggia Footloose, opera sopravvalutata e ballerina, forse non così pessima, ma neppure così cult come molti vogliono farvi credere. Pensate quindi lo stupore del vostro affezionatissimo, che trovandosi al cospetto dell’adattamento by Solechegioca di questo non-classico, si è trovato ad applaudire come una groupie indiavolata, priva ormai ogni orgoglio e pudore. La verità è che ancora una volta Barbara Silvani (diavolo di una ragazza, ormai dovrei conoscerla, ma mi frega sempre) ci dice di guardare il dito e poi invece ci mostra la luna. Sapientemente il nuovo spettacolo dei Punta di Brillante (sia lode a tutti voi ragazzi per quanto siete bravi) non c’entra un tubo con Footloose, poteva anche chiamarsi in un altro modo per quel che mi riguarda, perché ancora una volta prende ciò che è utile e funzionale dalla materia originale, per poi trasformare tutto e regalarci un diamante grezzo di rara intensità. In un mondo in cui ci sarebbe sempre più bisogno di riflettere sulla diversità e quando lo si fa, lo si fa nel modo sbagliato, con pesantezza ed inopportuna pedanteria, il messaggio di inclusione, gioia e amore, di questo spettacolo ammantato di rivoluzionaria identità, lascia a bocca aperta per leggerezza e sincerità. La gioventù, con la sua tracimante voglia di Vita, con il suo disperato bisogno di sbagliare, è la vera e sincera protagonista di questa storia, capace di consegnare i suoi protagonisti e noi spettatori ad un mondo più libero, più giusto e più inclusivo. Piccoli passi di danza, grandi momenti comici, scoperte e riscoperte, naturalezza ed improvvisazione… siamo tutti (personaggi e pubblico) palloncini nelle mani della regista, trascinati dal vento di una forza antica eppure nuova, spinti verso territori inesplorati e difficili da raggiungere, verso il sogno e l’utopia di un domani che possa appartenere davvero a tutti, diversi eppure così meravigliosamente uguali… e questo gruppo di ragazzi ieri sera ha fatto davvero di tutto per farcelo credere. Riuscendoci.

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DeGenerando CULT: Speciale BIOPIC

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JUSTICE LEAGUE

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Justice League è molto più un film di Joss Whedon (che lo ha anche scritto insieme a Chris Terrio) di quanto mai avremmo sospettato. La verità è che la regia confusionaria, bulimica, spesso tonitruante di Zack Snyder, è sempre stata il vero problema di pellicole come Man of steel e Batman V Superman, ben venga quindi la visione di Whedon (che sembra aver girato molto del film, quasi la metà) molto più pulita, organica e ordinata. Se il rischio era quello di affastellare troppi protagonisti, riservando a tutti loro una manciata di inquadrature con un inevitabile effetto SALDI INVERNALI (o Black Friday se preferite), bisogna invece dire che tutto risulta egregiamente equilibrato, riservando il giusto spazio a tutti i pesi massimi coinvolti e riuscendo comunque a connotare ognuno di loro. Poi i difetti ci sono, ci mancherebbe: il cattivo di turno (l’insopportabile Steppenwolf) è interessante quanto un volantino scaduto della Coop, l’inevitabile spiegone, sembra uscito direttamente, sia per messa in scena che impostazione, da Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, la famiglia di civili russi è credibile quanto il sottoscritto ad officiare una messa… e potrei continuare a lungo. Eppure lo spettacolo divertito e divertente, alcune righe di sceneggiatura davvero perfette (“lui è più umano di me”) e l’emozionante partitura musicale di Danny Elfman, piena zeppa di citazioni (una su tutte, il vecchio tema di Batman, preso di peso dai film di Tim Burton) fanno pendere l’ago della bilancia a netto favore di una pellicola che avrebbe potuto essere un vero disastro, invece si è rivelata essere, inaspettatamente, un onestissimo film di intrattenimento. Lo dico? Molto meglio per esempio di Thor Ragnarok.

PODCAST: Stranger Things

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Houssy e Carfa in questa puntata di DeGenerando CULT si occuperanno della serie TV del momento, Stranger Thing. Tra una considerazione e l’altra, i nostri eroi troveranno il tempo di indagare la dilagante diffusione degli Anni ’80 nel cinema e nella tv di oggi. La puntata contiene SPOILER, ma solo nel finale, debitamente annunciati in modo che tutti possano fruire liberamente dell’ascolto.

AUGURI PER LA TUA MORTE

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La Blum House non si smentisce mai, questa piccola casa di produzione ci ha ormai abituati a prodotti low budget, eppure basati su idee interessanti ed intriganti. Nessuna rivoluzione, ma semplicemente un buon cinema di genere costruito con mestiere e passione. Ne è un esempio il recentissimo Auguri per la tua morte, che probabilmente avrei lasciato con il titolo in lingua originale, versione slasher del classico con Bill Murray, Ricomincio da capo. L’idea è semplicissima: una ragazza, nel giorno del suo compleanno, viene uccisa da una figura mascherata, continuerà a rivivere quel giorno (compresa ovviamente la propria morte) fino a che non risolverà il proprio omicidio. Unito ad un gusto anni ’80 tipico di un certo tipo di horror che ormai non si produce più, Happy death day convince soprattutto per l’abbondante dose di umorismo, capace di rendere incredibilmente divertenti alcune sequenze e svolte narrative. Momenti come quello in cui la nostra eroina decide di indagare su chi la vorrebbe morta, finendo uccisa tutte le volte, strappano più di una risata, come è assolutamente impossibile non affezionarsi all’imprevedibile carattere di questa vittima sacrificale, capace di passare dalla lacrima all’ira e dall’ironia alla disperazione, con coerenza e convinzione. Geniale poi l’idea di mettere la nostra protagonista nella condizione di accusare sempre più i colpi dei traumi subiti, rendendola sempre più debole e confusa. Non un miracolo per carità e nemmeno nulla di nuovo, ma una godibile prova di mestiere, che dimostra conoscenza del genere, rispetto per i classici e tanta voglia di intrattenere. Nel panorama horror del 2017, così impegnato a prendersi tanto sul serio, è una bella boccata di ossigeno.

DeGenerando CULT – Film in Sala: Novembre

Ecco il link al podcast della puntata dedicata alle uscite in sala del mese di Novembre.

https://www.spreaker.com/episode/13275855

STRANGER THINGS 2

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Finita la seconda stagione di quel fenomeno di perfetta nostalgia un pò furbetta, che fu Stranger Thing, bisogna ammettere che questa volta la storia risulta leggermente più pretestuosa, con un unico grande difetto: il tentativo di frammentare la narrazione principale, dividendola in micro trame quasi autonome, ma non sufficientemente potenti. Aumentando i personaggi e gli spunti narrativi, la sensazione è di smarrimento, soprattutto di fronte a certe idee, una su tutte, la deriva “ribelle” di Unidici, che si esaurisce in un nulla di fatto… eppure mai come questa volta, la serie funziona alla grande, merito, va detto, non della sceneggiatura, ma dei caratteri messi in campo. I suoi protagonisti eccezionali sono la carta vincente di una serie che altrimenti sarebbe rimasta una copia pedissequa, di qualcosa di già raccontato. In questo senso, per un “vecchio” come me, gli ultimi 12 minuti sono qualcosa di straordinario, un’esplosione di ricordi senza tempo, una carezza sul cuore che ha la leggerezza di una lacrima, mentre scorre solitaria ed inevitabile, a rigare la guancia di un “ragazzo” che nel 1984, quel ballo e quel bacio, li ha sognati e desiderati per davvero… “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole.”

SHORT CUTS

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Da un’idea di Francesco Fossa, mente e cuore dietro BUD WebRadio, primo appuntamento con SHORT CUTS, un excursus tra le scene più belle, quelle che sono piaciute di più a noi, della storia del cinema secondo Houssy e Carta. Si comincia con Cuore Selvaggio e Gli Spietati, due scene per due capolavori, raccontate in circa 5 minuti… Buona visione.

MOTHER!

Ecco, eccolo qua finalmente, quello che ad ora è il miglior film della stagione, certamente uno dei più controversi e senza ombra di dubbio il più carico di ansia. Mother! si può leggere in diversi modi, tutti a loro modo radicali ed affascinanti… ci si può far sedurre dall’Arte e da ciò che i protagonisti di questo film rappresentano e raccontano, spiazzati dalla manifestazione di qualcosa che non può avere mezze misure… oppure (ed è l’interpretazione che probabilmente preferisco) ci può abbandonare ad un’interpretazione più religiosa, dove il creatore Bardem pretenderà che la Madonna Lawrence, divida il frutto del suo grembo (Cristo) con tutto il mondo… un mondo in cui la religione, con le sue contraddizioni e le sue guerre, viene ciecamente e stupidamente praticata da esseri umani che non fanno altro che depredare senza alcun rispetto, la casa/terra che li ospita… una pellicola enorme, che sia nel significato che nel significante, spiazza, spezza e travolge, lasciando dietro di se solo cenere e pensieri confusi. Capolavoro? Credo proprio di sì.

IT

IT – Chapter One (dai che lo sapevate già, non fate i finti tonti…) è un film fallace, forse pieno di difetti, che inciampa e cade, eppure, esattamente come il suo mostruoso protagonista, si rialza sempre, sfacciato, beffardo, pauroso, instancabile. I puristi forse storceranno il naso, nemmeno si riescono a contare le inesattezze, eppure questo è King al 100% come non si vedeva da tempo. Facilone a volte, pronto a porgere il fianco allo spavento facile, eppure conserva intatta e cristallina l’anima del capolavoro del Re… le pedalate in bici, il cameratismo, la scoperta della sessualità, gli odiosi bulli, gli adulti assenti, terribili o pericolosi, l’amicizia vera, l’amore, la paura e la gioia di vivere un’avventura enorme, pericolosa ed indimenticabile… adesso però arriva la parte difficile, il Capitolo Secondo, l’età adulta, molto facile sbagliare il tono e perdersi, vedremo… lo aspettiamo col fiato sospeso.

BENVENUTI IN TRANSYLVANIA

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Cercando il significato di INCLUSIONE sul vocabolario della lingua italiana si legge: l’atto di comprendere, cioè di inserire, in un tutto.

Un concetto che può sembrare scontato, banale, quasi stucchevole, eppure proprio noi adulti per primi, fin troppo spesso dimentichiamo di includere, di condividere, di aprirci agli altri, chiudendoci in noi stessi ed insegnando lo stesso sciocco mantra ai nostri figli, stupidamente convinti che la solipsistica logica della famiglia-branco, possa in qualche modo proteggerli e proteggerci dal mondo. Niente di più fuorviante e sbagliato ed il nuovo spettacolo messo in scena da il Solechegioca, attraverso i piccoli e diversi talenti del gruppo Fotonici, ancora una volta ce lo ricorda, con sincerità e con una semplicità cristallina ed inappellabile.

Nello specifico, qui abbiamo un gruppo di mostri che ha paura degli umani e che dovrà imparare che spesso l’inclusione, anche se può spaventare, risulta essere una meravigliosa opportunità di crescita ed arricchimento. Non solo, ci troviamo di fronte ad una divisione in seno ai mostri stessi: le streghe si sentono sottostimate, sottovalutate, rispetto al ben più in vista gruppo degli zombie… ecco quindi che si farà largo il concetto semplice eppure rivoluzionario, che l’idea di umanità non è simile a quella di un reggimento che marcia compatto, ma è piuttosto più vicina all’idea di un’orchestra, in cui ognuno suona alla perfezione il proprio strumento, il proprio talento, in cui ogni elemento è fondamentale all’esecuzione della sinfonia.

Concetti semplici ripeto, eppure rivoluzionari, in cui i bambini coinvolti in questa favola proprio a loro dedicata, ma a cui dovremmo prestare molta attenzione anche noi adulti, stravincono, regalando sincerità ed emozione alle parole scritte da Barbara Silvani. Ma c’è molto di più in questo miracolo al sapore di aglio: un trucco e parrucco (come si dice in gergo) esemplare, forse il migliore che la stagione ci abbia regalato, una coreografia esaltante e coinvolgente (di nuovo la migliore che abbiamo visto quest’anno?), le luci materiche e palpabili a cura del sempre ispirato Giuseppe Luisi, la scenografia titanica (questa volta in scena vediamo un intero castello!) opera dell’inossidabile Gus ed infine la regia mai banale o stucchevole, ma sempre in punta di piedi, invisibile, delle meravigliose Cuggins…

Si sarà capito che a chi scrive lo spettacolo è piaciuto parecchio, e qualcuno dirà sicuramente con una punta di malizia, che tante lodi sono motivate dalla presenza nel cast della figliola di questo umile recensore, ma non lasciatevi ingannare, Benvenuti in Transylvania è uno spettacolo che colpisce al cuore per ciò che dice e per come lo dice, rappresenta contemporaneamente l’apice ed un nuovo inizio di un percorso basato sull’inclusione, che affonda le proprie radici nell’anima dell’associazione stessa, fino a diventarne, negli anni, una vera e propria bandiera.

Tornando alla definizione da cui siamo partiti, viene in mente che quel TUTTO in cui ci dobbiamo inserire, altro non è che il nostro riconoscerci come diversi ma simili, il rispetto e la voglia di accettarsi nonostante e comunque, il bisogno di perderci gli uni negli altri, perché va ricordato ora e sempre, che abbiamo bisogno dell’altro, per crescere, per migliorare e per essere veramente e totalmente noi stessi… perché nell’altro ci specchiamo, ci riconosciamo ed è grazie a ciò, che decidiamo di diventare visibili, guardandoci occhi negli occhi e perdendoci tra le braccia l’uno dell’altro. Finalmente uniti.

Ed è assolutamente meraviglioso sentirsi INCLUSI nel Solechegioca, che spesso ride, ma che sempre lo fa molto seriamente.

 

L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

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Questa volta cominciamo dalla fine.

Avete idea di cosa significhi per un vecchio cinefilo come il sottoscritto, cresciuto a pane e celluloide, ad invasioni aliene ed animazioni Disney, vedersi dedicare un copione basato su L’invasione degli ultracorti, uno dei suoi film preferiti di sempre? Ve lo dico io, significa emozione, commozione, lacrime e gratitudine e quindi è giusto, per una volta partire proprio da qui, dalla fine.

Il finale è il fulcro pulsante, la scelta critica, consapevole, coraggiosa ed il culmine della meravigliosa simmetria che domina lo spettacolo dei Lunatici, andato in scena il 28 e 29 Aprile al teatro di Calderara. Quel finale che non lascia spazio al non detto, alla speranza e al tanto sospirato lieto fine, è la necessaria conclusione di un discorso basato sulla paura e sull’ansia, un doloroso grido d’aiuto per un’umanità che sta annullando se stessa, smarrita in succedanei di se, impegnata a reiterare la finzione a discapito della realtà, della semplice voglia di incontrarsi, di riconoscersi come simili e dell’umano bisogno di abbracciarsi. Quel finale, ancora una volta, ci urla come un monito, che dipende sempre e comunque da noi e che a farne le spese saranno gli uomini e le donne di domani, i nostri figli. L’umanità merita dunque di essere salvata? Questa è l’urgente ed incandescente domanda che ci pone lo splendido copione scritto da Barbara Silvani, messo in scena da un gruppo di straordinari, coraggiosi, emozionati ed emozionanti ragazzi. Credo che ognuno di noi, sia tornato a casa con la propria risposta e questo, quando il teatro ti pone domande a cui lo spettatore è obbligato a dare risposte, è un vero e proprio miracolo, qualcosa di altissimo, di urgente, a volte doloroso  e forse necessario.

Le meravigliose ed ipnotiche luci di Giuseppe Luisi, questa volta più che mai, capaci di raccontare una storia e descrivere un’emozione, unite alla bellissima scenografia in black & white di Giuseppe Calabrese (al secolo semplicemente “Gus”), fanno da corollario ad una scrittura essenziale, di una lucidità dolorosa, capace di concretizzarsi in una recitazione essenziale, naturalissima, in grado di esaltare il talento di ogni singolo carattere in campo, muovendosi su due registri ben distinti: l’inerme, spaventata e fragilissima umanità della prima parte (fatta di passioni, battibecchi e cotte giovanili), contrapposta in maniera sapiente, coraggiosa e terrificante, all’aliena assenza di essa della seconda.

Concludendo, faticherò moltissimo a cancellare dalla mia mente l’immagine dei tre piccoli sopravvissuti che si accoccolano l’uno sull’altro, cedendo all’umana stanchezza, tremebondi, fragilissimi e fiduciosi di un aiuto che non arriverà mai. Un’immagine di una potenza narrativa enorme, sia dal punto di vista del significato che del significante, uno sguardo verso un futuro che purtroppo si trasforma passato, l’amara constatazione che come umanità, ma prima ancora come genitori, abbiamo fallito e peggio di ogni altra cosa, siamo stati capaci di lasciare soli i bambini, di lasciare soli i nostri figli.

Grazie Bi, per aver donato a questa storia la dignità che meritava, grazie per averci fatto riflettere, grazie per averci fatto emozionare e grazie per averci regalato il miglior copione dell’anno.

L’umanità merita di essere salvata? Rispondete in fretta, il tempo a disposizione è ormai finito.

C’ERA UNA VOLTA…

 

-Cosa vorresti essere?

-Io vorrei essere un Gus.

Fin da quando ho memoria, ho sempre desiderato fare cinema. Mi ricordo che a quei temerari che mi chiedevano: “Cosa farai da grande?” rispondevo con un pizzico di malcelata pomposità: “Farò il cinema.” Non avevo idea del perché, ma sapevo con assoluta certezza che la mia vita sarebbe stata legata in maniera indissolubile alla settima arte e in un senso molto lato, il mio sogno si realizza ogni primo martedì di ogni mese.

Era da tanto, tantissimo tempo, che non ripensavo a quel momento meraviglioso in cui un piccolo essere umano in potenza, può sognare di essere veramente ciò che vuole, mentre intorno a lui, nello stesso tempo, nel medesimo complicato e maledetto istante, tutti gli dicono cosa fare, come essere e addirittura cosa pensare. Non è facile mantenere la propria unicità quando attorno a te sembra che tutto sia già stato scritto e deciso da persone più grandi, sagge ed intelligenti di te, eppure il nuovo spettacolo del Solechegioca, riesce a farci riflettere proprio su questo, ricordandoci che quelli che noi in maniera troppo leggera chiamiamo sogni, possono diventare realtà. Basta volerlo

Prendendo dei veri e propri archetipi, i personaggi delle fiabe, adattandoli e regalando loro insospettabili perle di umorismo, l’autrice e regista Barbara Silvani, è stata in grado di plasmare l’unicità dei caratteri coinvolti, quel guazzabuglio di giovani anime, e unirle insieme con un filo d’argento fatto di grazia e consapevolezza di se. E’ proprio in quel preciso momento che sulle tavole di legno del palcoscenico, 15 isole completamente diverse tra loro per grandezza, sogni ed indole, sono riuscite ad ritrovarsi, riconoscersi ed accettarsi come un unico meraviglioso arcipelago.

Sembra scontato ma non lo deve essere mai:

“Amo la mia vita
Io sono potente
sono bellissimo
sono libero
amo la mia vita
Io sono meraviglioso
Sono magico 
io sono me
amo la mia vita

E infine
Sono dove voglio essere”

C’era una volta… e c’è ancora!

 

 

PAZZI IN LIBERTA’

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Pazzi in libertà è stata una splendida follia, un’avventura  che si è presto trasformata in storia d’amore duratura. Di fatto andare a teatro è di per se un miracolo, ma fare teatro lascia davvero senza parole.

Pazzi in libertà è il titolo dello spettacolo a cui ho partecipato con il gruppo teatrale a cui orgogliosamente appartengo, gli Audaci, di solito mi diletto a far recensioni, mettendo insieme qualche parola, per dare il mio punto di vista su quanto visto, non sarebbe quindi giusto avere un’opinione su qualcosa che mi ha visto coinvolto dall’interno, però in molti attendevano comunque qualche parola di commento e quindi, eccomi qui con qualche opinione in libertà.

In molti credono che salire sul palco sia la parte più complicata e contemporaneamente il momento di massima esaltazione, quell’apice catartico, capace di regalare croce e delizia. Non sono così d’accordo, francamente per il sottoscritto il momento più difficile è stato trovare il personaggio, cercare cioè all’interno del proprio spettro emotivo, la giusta intenzione,  intonazione ed intensità. Non solo, la gioia pura mi ha travolto non sul palcoscenico, nel bagno di folla degli applausi, ma personalmente io l’ho trovata nell’abbraccio vero e figurato dei miei compagni di avventura. E’ un fatto, ma non è scontato, che se il gruppo funziona e ci sostiene, allora lo spettacolo sarà comunque un successo, in barba al talento o alla predisposizione di ognuno di noi, perché anche il ruolo più piccolo e la più insignificante sfumatura possono far la differenza. Il Gruppo, o come direbbe Sabina, il Grrrrruppo. Impossibile dar per scontati un manipolo di coraggiosi uomini e donne, capaci di mettere in gioco così tanto di se, capaci cioè di esaltare le caratteristiche, le peculiarità e i punti di forza di ognuno, facendo leva su differenze, similitudini ed umana empatia. Lo spettacolo è il gruppo, la messa in scena di una dinamica, di un’armonia e di un’inclusione che esiste o non esiste solo all’interno dello spazio teatrale, ma che se è ben alimentata, mette radici forti e robuste, anche nella vita vera.

Poi c’è la regia, cioè Dio. Sì perché fatto salvo tutto quello che ho detto prima, nulla funziona davvero se non viene supportato da una vera regia, una guida solida ed ispirata, fedele ed appassionata ricerca di una visione, di un punto di vista e di un progetto. L’attore è creta nelle mani del regista, che sceglie e conosce, vedendo cose che noi spesso non riusciamo a cogliere di noi stessi, esaltando punti di forza e smussando debolezze, nel tentativo a volte difficile, di far funzionare un copione in relazione ad un gruppo, cercando sempre di non tradirne mai il punto di partenza, l’ispirazione e l’anima. Pazzi in libertà ha potuto contare su di una regia straordinaria, che andava a braccetto con una scrittura miracolosa, con all’interno vere e proprie perle meta-teatrali che sfruttando le armi della comicità, hanno saputo raccontare il disagio, la follia, la normalità, la diversità e l’inclusione.

Infine ci sono le anime buone ed erranti che aiutano a completare il quadro, a dar forma al tutto. La scenografia, la coreografia, le luci e in ultimo, ma non ultimo, le fotografie a testimonianza di un percorso, indelebili ricordi di qualcosa che non dimenticheremo comunque mai. Tutti questi silenziosi eppur indispensabili elementi, rendono possibile, tangibile e travolgente la magia, ammantandola di fascino, di musica, di movimenti, di luce rossa e fumo, regalando al pubblico e a che vive lo spettacolo dall’interno, la sensazione di trovarsi in un altrove da cui non ci si vorrebbe svegliare mai.

Pazzi in libertà è stato un sogno, il mio sogno, il sogno che un gruppo di uomini e donne ha vissuto, uniti, abbracciati, incuranti del fatto che un giorno si sarebbero svegliati, chiedendosi se quel miracolo, si fosse davvero compiuto.

Che questo si possa dire di chiunque faccia teatro, ma di certo si potrà dire di noi. Gli Audaci.

 

 

ARRIVAL

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Non vi racconterò balle, Arrival è un film complesso, a volte oscuro, nella seconda parte quasi inaccessibile, uno di quei film che pongono dozzine di domande e che costringono lo spettatore a scovare con fatica le risposte, eppure, nonostante tutto, è di una bellezza lancinante, assoluta, quasi dolorosa.

L’odissea terrestre e terrena che Arrival racconta, l’apparizione di dodici enormi astronavi aliene costringono l’umanità ad interrogarsi sulle vere ragioni di questa venuta, è la struttura base di un film che fin dal principio si regge sul linguaggio, l’interpretazione e la lingua, vista come comune denominatore, metro di civiltà e comprensione dell’altro. Proprio sull’interpretazione e la comprensione si basa la prima parte, mettendo davanti agli occhi dello spettatore il non facile tentativo di trovare un punto di incontro, un possibile contatto, tra alieni ed umani, ma anche tra uomini e donne, governi e popoli. Film universale, capace di veicolare messaggi universali ed umanissimi, Arrival è sì prima di tutto una pellicola di fantascienza, ma il viaggio compiuto dai protagonisti, non è rivolto verso le stelle, ma all’interno, nell’intima e segreta capacità di amare, sperare, capire ed accettare, che ognuno di noi possiede. E’ proprio qui, nella parte finale, in cui tutto risulta chiaro, cristallino e dolorosamente evidente, che il film vola altissimo, regalandoci un paio di sincere e meravigliose lacrime, capaci di fermare il tempo e lo spazio, incorniciando Arrival come un punto fermo nella crescita interiore di noi spettatori, di noi esseri umani.

Pellicola sul vivere, sul morire, sul nostro mondo così diviso, su ciò che ci aspetta, sull’enormità che sta alla base del significato di umanità, ma forse e soprattutto sull’importanza del viaggio, seppur breve,  che compiamo insieme alle persone che amiamo e impariamo ad amare, un viaggio che vale sempre la pena vivere, perché tutte le cose hanno un inizio e una fine, ma come nei palindromi, a volte la fine, può essere un l’inizio.

I TRE MOSCHETTIERI 

Non facciamo l’errore di pensare che adattare un testo sia facile o banale e non facciamo soprattutto l’enorme errore di pensare che adattare I Tre Moschettieri sia facile o banale. 

Una volta tolti i duelli a fior di lama, l’azione coreografata degli scontri corpo a corpo e le scene di massa, plateali e coinvolgenti, cosa resta? Cosa resta da portare in scena, sopra un palcoscenico? Ve lo dico io, restano un pugno di personaggi e un canovaccio talmente classico (il cattivo che vuol raggirare l’ingenuo re facendo leva sulla fedeltà della sua regina) che farebbe tremare le vene ai polsi di chiunque decidesse di cimentarvisi. Allora cosa abbiamo visto sul palco del Teatro Spazio Reno di Calderara? Ancora una volta, a domanda rispondo volentieri, abbiamo visto sapiente riscrittura, rispettosa rivisitazione, grande regia ed un pugno di ragazzi, anzi di Attori, determinati a gettare il cuore oltre l’ostacolo e mettere tutti loro stessi, al servizio del pubblico.

Entrando nello specifico. La scenografia e le luci questa volta era verso l’infinito e oltre, così come la coreografia sulle note dei MUSE. Ho visto un esilarante Richelieu, coadiuvato da un Cagliostro che ha avuto splendidi momenti comici, mi sono entusiasmato con un Re-ragazzo ingenuo e divertente, tra i più riusciti che mi sia capitato di vedere, con la sua elegante Regina, quasi eterea, accerchiato dalle sue divertenti sorelle e protetto dai suoi prodi Moschettieri. Ho visto una Milady capace di far perdere la testa a chiunque si intrometta tra lei e il suo obbiettivo, duettare con un comparto femminile di attrici davvero credibili, mentre un ubriaco, che sembrava proprio tale, e una guardia del corpo ninja, che restava nella parte anche interagendo con il pubblico, si preoccupavano di strapparmi attimi di vera partecipazione.

Come già detto, tutto etereo, tutto basato su pochissimi elementi e su di una trama che, spogliata di tutto, si fa impalpabile, sfuggente, eppure pur non avendo la forza di un Otello, l’utopia de L’isola dei libri perduti, il sogno di Toy Story o l’ipnotica unicità di Jesus Christ Superstar (per citare alcune opere messe in scena da il Solechegioca) I Tre Moschettieri convince proprio per le scelte di regia, che vanno a braccetto con la scrittura, capaci quindi di dare forma, corpo e sostanza ad una pugno di materia grezza, spesso ostica per molti… un manipolo di ragazzi-attori. 

Uno per tutti e tutti per uno, che il cielo, la Francia e i Moschettieri tutti, veglino sulla regista e i suoi preziosi collaboratori, preservandoli forti e in salute. 

ANIMALI NOTTURNI

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Più forte e potente del rimpianto, esiste solo la consapevolezza, la certezza assoluta di aver sbagliato tutto, di aver scelto ciò che era apparentemente più facile e comodo, a scapito del sacrificio, forse dell’amore.

Animali Notturni, il nuovo film dello stilista Tom Ford, che arriva dopo ben sette anni dal suo esordio, il personalissimo A single man, racconta la parabola di consapevolezza di una donna, ormai non più giovanissima, che messa nella condizione di ripensare al proprio passato, scivola sempre più in basso, all’interno di un’analisi personale che metterà a nudo responsabilità e rimpianti, restituendole la desolante immagine di una vita vuota e priva di significato. In senso strettamente paradigmatico, Animali Notturni è anche un film sulla vendetta, la rivincita di una donna, a scapito di se stessa, la riflessione insistita e metaforica di un essere umano, che si scopre debole e fallace.

La cosa veramente interessante, è vedere come Tom Ford decide di mostrarci questa discesa negli inferi dell’anima, cioè attraverso un racconto parallelo di sangue, umana debolezza, punizione e morte. Qui, in questo doppio piano narrativo, l’anima noir della pellicola esce fuori, lavorando di sottile metafora e partecipata empatia, mettendo in scena  gli Animali Notturni del titolo, predatori senza scrupoli che la notte non dormono, ma cacciano le loro prede senza alcuna pietà. Esattamente come Amy Adams ed Aaron Taylor Johnson, animali/uomini capaci di qualsiasi cosa, disposti a tutto, per convenienza o per piacere personale.

Attorno al film, intorno all’apparente vita perfetta della gallerista Amy Adams, prende forma un mondo immobile, irreale, congelato nell’immagine e nella vuota rappresentazione di se, un mondo che vive e si alimenta di  posticci tentativi di vitalità, pur consapevole della propria decadenza e del proprio ineluttabile disfacimento, esattamente come il gruppo di nude, obese e vecchie modelle, che ballano come tante paradossali majorette durante i meravigliosi titoli di testa.

Rimpianto, consapevolezza, vendetta, solitudine e disfacimento, Animali Notturni racconta un mondo vuoto e abbandonato, in cui veniamo lasciati soli con noi stessi, vittime degli stessi errori delle nostre madri, in cui l’amore, se esiste, viene lasciato andare, torturato, vilipeso ed ucciso, un mondo in cui è fin troppo facile e spaventoso riconoscersi.

 

OTELLO

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Secondo me, opinione personalissima non suffragata da fatti, William Shakespeare era un nerd… solo un nerd avrebbe potuto descrivere l’amore con tanta disperata intensità e comunicare le emozioni con tanta sofferta partecipazione. Ecco, se quel meraviglioso nerd di William Shakespeare fosse stato al Teatro Spazio Reno, sabato sera, durante la messa in scena del suo Otello, rivista, corretta e reinterpretata da Barbara Silvani (testo e regia) e dal suo eroico manipolo di giovani Punta di Brillante, avrebbe goduto come un pazzo, avrebbe riso, si sarebbe commosso e avrebbe forse visto i suoi versi sotto una luce diversa.

L’Otello messo in scena dai Punta di Brillante, è il caso di ripeterlo ancora una volta, manipolo di giovanissimi attori che serbano dentro al cuore la scintilla del teatro vero, quello che arriva a tutti, non contaminato da sovrastrutture e trucchi, è tentativo riuscito di accecante modernità. Nonostante infatti, qui si stia parlando di tragedie scritte più di 400 anni fa, bisogna ammettere che tutta l’opera del sommo Bardo è di un’attualità sconcertante. In questo senso, vedere battibeccare sul palco Ofelia, Giulietta, Olivia, Caterina, Ecate e Lady Macbeth, ha per esempio una carica eversiva ed umoristica trascinante, non solo, riesce a farci riflettere sulla condizione dell’essere umani e sui ruoli che nostro malgrado, spesso malvolentieri, siamo costretti ad interpretare. Allo stesso modo, i fantasmi dissertano sulle differenze tra uomini e donne, i personaggi interpretano fino in fondo il ruolo assegnato, esattamente come tanti pedoni in una raffinata partita di scacchi e finalmente, inevitabilmente, le tragedie si compiono a suon di musica, scandite dal rimbombo martellante dei bastoni ed ammantate da una macabra ed ipnotica luce rossa.

Può sembrare scontato ma, il teatro è cuore e sacrificio, Shakespeare, Barbara e i Punta di Brillante ce lo ricordano, attraverso la tragedia di Otello, trasformata in apologo sul destino e l’accettazione di se, sulla debolezza umana e la vendetta. Il teatro come matrice per interpretare e capire il reale insomma, cifra stilistica ultima ed intima, perché fatta di carne e sangue, voce e parole, Otello ci ricorda chi siamo e cosa possiamo diventare, rigettandoci addosso la nostra condizione di umani, deboli, stolti, sordi, fragilissimi sacchi di carne. Il resto, tutto il resto è fantasia, poesia e sogno, il resto, tutto il resto, è teatro.

Concludendo, oltre al sempre meraviglioso testo, la regia simile ad una sinfonia e l’interpretazione dei ragazzi tutti, mi piace ricordare ciò che spesso si da per scontato, proprio perché sempre sotto gli occhi di tutti: grazie dunque alle titaniche coreografie di Kia, alle scenografie ispirate di Gus, alle luci di Giuseppe che sempre raccontano una storia nella storia e al commovente backstage di Marcello, che posso garantire facendolo di mestiere, si è fatto un discreto mazzo per rendere la magia di qualcosa che il più delle volte resta sfuggente ed inafferrabile, lo spirito di un gruppo di meravigliosi ragazzi, giovani uomini e giovani donne, che sanno dar voce e corpo ai loro e ai nostri sogni.

Quasi dimenticavo… battuta preferita: “C’è del marcio in Danimarca?… No c’è un freddo porco in Danimarca”.

 

ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI

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Ci sono cose che non stancano mai, come la pizza o Harry PotterAnimali fantastici e dove trovarli, risponde al secondo dei bisogni elencati e mi corre l’obbligo di dire che il film in questione è spassosissimo, pieno di idee e portatore sano di una rara e fanciullesca gaiezza.

Sceneggiato dalla stessa J.K. Rowling e diretto dall’autore degli ultimi episodi della saga dedicata al maghetto più famoso di sempre, Animali fantastici e dove trovarli,  è una splendida sorpresa, uno di quei film da rivedere mille volte, perché capaci di diventare la pietra angolare della crescita di un bambino, uno di quei metri di paragone con cui misurare l’universo tutto. Meraviglioso nel significante, piuttosto che nel significato, Animali fantastici… racconta un  mondo che prende vita e sostanza 70 anni prima di Harry, Hermione e Ron, gettando le basi di un universo fantastico, fatto di creature magiche straordinarie, una più bella dell’altra, tutte da difendere ed amare. I soliti guastafeste obnubilati dallo Scrooge-pensiero, vi diranno che questo è il primo di 5 film, nati per farvi mettere mano al portafoglio e spendere gli ultimi spiccioli al servizio di bambini urlanti, desiderosi di tornare ad Hogwarts, ma voi non date loro retta, ha molta più dignità un solo fotogramma di questo film, che l’intera filmografia Marvel, altrettanto desiderosa di sbancare i botteghini di mezzo mondo. La differenza è tutta nella messa in scena, se dalle parti di Thor e soci, non bisogna far altro che mettere in pellicola una serie di disegni, frutto del genio di qualcun altro, qui il discorso cambia, perchè ci troviamo di fronte ad un libero adattamento di parole, punti e virgole.

Non so come la pensiate voi, ma il mondo (cinematografico e non solo) di oggi, si è scordato la meraviglia, l’avventura e la magia, intese come parabole di crescia e formazione. Abbiamo fin troppo spesso demandato questo delicato processo, al mondo degli eroi in calzamaglia, figurine spesso monodimensionali, sovente incapaci di evolvere e risulare qualcosa di più, di un fragoroso momento di svago infantile. Gli occhi acerbi di chi guarda il cinema, hanno bisogno di sognare universi, animali fantastici e magie mirabolanti, hanno la necessità di perdersi nell’incredibile possibilità che esista un mondo magico parallelo al nostro, invisibile e ricco di cose mai viste prima. Chi guarda, ed ovviamente parlo dei bambini, il pubblico principale a cui queste pellicole sono destinate, non può smarrirsi e ritrovarsi completamente e totalmente in un’ipotesi di realtà identica alla nostra, abitata però da super uomini con super poteri; così facendo il sogno e la possibilità di esso, viene costantemente negata dall’opprimente e schiacciante realtà quotidiana, quel tipo di verità empirica cioè, estremamente dannosa per il cinema fantastico e soprattutto per i sogni dei nostri sveglissimi figli.

Animali fantastici e dove trovarli, va nella direzione opposta, una strada ultimamente poco battuta e forgiata nel regno della fantasia e del fantastico, ecco perchè risulta così meravigliosamente coinvolgente, non ha bisogno di essere credibile, muscolare e tonitruante, ma può muoversi in punta di meraviglia, sottovoce, sottraendo e prendendosi il lusso di non correre, ma di prendersi i tempi giusti. E’ comunque impossibile non restare senza parole, una volta entrati nella magica valigia di Newt Scamander, anzi in fondo, la forza del film è tutta nascosta e stipata in quella vecchia cornucopia di cose mai viste, con un non trascurabile problema alla serratura, contenitore di magiche opportunità, capaci di riempire gli occhi di chi guarda, esattamente come faceva un tempo e a volte riesce a fare ancora, il Cinema.

 

 

TOYS

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Raro privilegio del teatro e dell’autore, o autrice, che adatta un testo, è quello di usare la propria intelligenza e sensibilità, per parlare apparentemente di infanzia, per raccontare invece noi, il mondo che ci circonda e la fallacità della natura umana. E’ capitato così che ieri sera, mentre assistevo estasiato al debutto di mia figlia nel ruolo di un Furby psicopatico, nel libero adattamento di Toy Story, ad opera dell’indomita ciurma dell’Associazione Solechegioca, non potevo togliermi dalla testa di stare assistendo ad una dichiarazione di intenti, una promessa di integrazione, una riflessione matura, interpretata da chi non ha ancora l’età anagrafica per esserlo sufficientemente, sull’accoglienza dell’altro, del diverso, dello straniero. Parlando di giocattoli, uniti e ad un tempo divisi dall’appartenza alla propria individuale natura intima di balocchi, ognuno così diverso dagli altri, eppure così intimamente ed indissolubilmente agli altri legato, si racconta e si dipana la storia di ciò che siamo, o meglio, di ciò che dovremmo davvero essere. Ecco quindi che i bambini, questi meravigliosi bambini, piccoli uomini e piccole donne di domani, hanno tanto da insegnare a tutti noi: la pazienza, la costanza, l’accettazione e l’attesa incondizionata dell’altro…valori che dovrebbero appartenere al fardello dell’anima immortale di ognuno di noi, perché bisognerebbe capire che alla fine, anche se diversi, bianchi, neri o gialli, siamo tutti giocattoli. E lo spettacolo? I piccoli attori brillano, tutti e in tutti i ruoli, con un paio di lacrime ad incastonarne la sincerità ed il valore, mentre la regia, vera protagonista insieme al testo, è intelligente, ispirata e come nelle opere migliori, invisibile, insomma Toys è opera completa, complessa e proprio per questo di una semplicità disarmante, proiettata in un domani, già confortevolmente abitato dai nostri intelligenti e sensibili figli, in cui essere diversi rappresenta una ricchezza inestimabile, un valore da difendere ed esaltare, come la nostra libertà di essere ciò che vogliamo essere e di sognare ciò che vogliamo sognare. Aprite le finestre, le porte ed i vostri cuori, il domani è già oggi, negli occhi, nelle parole e nei gesti dei nostri bambini.