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Bird Box, nuovo distopico prodotto firmato Netflix, comincia benissimo, praticamente in media res, per poi inserire il pilota automatico ed adagiarsi sui binari della convenzione. Un bel dì le persone iniziano ad impazzire, la causa é da cercare in entità malvagie ed invisibili, capaci di mostrare ai malcapitati che le incontrano cose indicibili, capaci di spingere al suicidio; l’unica soluzione sembra essere quella di rinunciare alla vista. Peccato, perché detta così la trama sembra interessante e i primi minuti sono davvero disturbanti, così come almeno un’intuizione che farà capolino verso la metà di questo lunghissimo film. Pur essendo debitore alle intuizioni che erano alla base di E venne il giorno e A quiet place, Bird Box riesce faticosamente a trovare una sua identità, purtroppo non abbastanza forte da imporsi in maniera definitiva nella memoria. Per carità alcune trovate sono intelligenti, come quella di non mostrare mai le entità che stanno facendo impazzire l’umanità, ma la poca cattiveria e una fin troppo misurata deriva splatter, non convincono fino in fondo. Ecco quindi ancora una volta palesarsi il grande limite di una piattaforma di streaming che deve accontentare il maggior numero di persone possibili e che non può permettersi di spingere troppo sul pedale del disturbante e dell’horror più adulto. Peccato, ancora una volta, perché la trama, che dovrebbe raccontare la follia e il suicidio, si limita a mostrare un paio di episodi, risultando davvero spiacevole solo a tratti. Certo, qualcuno dirà che la regista voleva parlare di altro, di maternità e di accettazione di essa, ma mi sembra fin troppo facile raccontare un disagio, mascherandolo da distopia. Sarebbe ora di finirla di mettere in scena storie che provano (timidamente) a raccontare il disagio del quotidiano, mascherandolo da horror. Sarebbe bello vedere una pellicola che si prende la responsabilità di raccontare una storia forte, che si concentra su di essa senza sconti e senza compromessi, relegando l’eventuale messaggio alla sensibilità dello spettatore, senza bisogno di spingerglielo in gola con la forza bruta. Il genere deve riprendersi la sua identità, la sua forza, la sua spiacevole carica eversiva, solo allora il cinema, anche quello d’autore, potrà risorgere dal piattume che lo soffoca. Probabilmente sarà doloroso, forse spiacevole, ma necessario e a tratti bellissimo. Gloria e vita al genere, morte ai prodotti laccati, patinati e per palati sensibili. Amen.

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