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Houssy's Movies 2.0

Recensioni tutte d'un fiato… per chi non ha tempo da perdere

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EDWARD MANI DI FORBICE 

  1990, Dopo le comunque splendide promesse di Beetlejuice ed il riuscito blockbuster spacca mondo Batman, Tim Burton approda nelle aliene sale italiane con un oggetto sconosciuto e commovente, Edward Mani di forbice. Preceduto da un corto degli allora sconosciuti Simpson (il numero musicale Do The Bartman) il film di Burton, interpretato da un Johnny Depp in stato di grazia e una Winona Rider bella come il sole, è un gioiello, un capolavoro e l’amore scocca a prima vista. Passati 25 anni nulla di quell’amore è andato perduto, anzi si rinnova sempre con vigore ed ardore, come succede alle vecchie coppie nei film in bianco e nero.

Come mai tutti continuino a ripetere ad Edward di conoscere un dottore in grado di aiutarlo, di fatto non facendo mai nulla per aiutarlo, ma sfruttandolo e basta… L’ipocrisia della classe media, la facilità con cui dimenticano e tradiscono… Come un cuore puro possa ancora riconoscerne un altro quando lo incontra… Vincent Price, a cui bastano 3 inquadrature per raccontarci una vita intera… La neve, tanta, tantissima neve, che continua a cadere incessante, pura e bellissima, come il sogno di un amore che fu…

CAROUSEL – 4 Film, 1 Argomento: IL VIAGGIO

carouselL’idea è quella di creare un percorso ideale, non necessariamente filologico, ma volutamente frammentato, per riflettere su di un argomento. Le associazioni mentali sono assolutamente libere e mosse soltanto dal libero pensiero. Ogni post ovviamente può essere ampliato e completato dalle vostre proposte.

Buona lettura.

Un biglietto in dueUn Biglietto in due (John Hughes, 1987) è il perfetto emblema del Viaggio, inteso come moto a luogo.Certo tantissimi sono i film che hanno questo tema, però l’idea di partire proprio da questo filmino piccolo piccolo, colpevolmente poco citato, va nell’esatta direzione che questi post vorrebbero avere. Due uomini tanto diversi che più diversi non si può, uno taciturno e perennemente  imbronciato (Steve Martin), l’altro solare e logorroico (un delicato e sublime John Candy), si trovano per una serie di imprevedibili contrattempi, a dividere il viaggio che li porterà a casa per il Giorno del Ringraziamento. Ovviamente il primo detesterà il secondo, ma poi complice un commovente cambio di passo sul finale, sboccerà una bella amicizia. Da recuperare.

eternal_sunshine_of_the_spotless_mind_2004Eternal sunshine of a spotless mind (in italiano Se mi lasci ti cancello, Michel Gondry, 2004) è un perfetto esempio di Viaggio dentro se stessi. La summa di tutte le storie d’amore che si sono viste su grande e piccolo schermo, perfettamente sublimata in un “viaggio” all’interno della mente di Jim Carrey (qui davvero straordinario), tentando di afferrare l’intima essenza dell’amore, di ciò che era e di ciò che purtroppo non sarà mai più. Meravigliosamente interpretato (lei è Kate Winslet) e ancor meglio diretto, il film di Gondry vola altissimo, regalando sincere emozioni e calde lacrime. Impossibile non rivedersi in esso, impossibile dimenticare la forza di alcune immagini, che riviste ora, in quest’epoca cinematograficamente rarefatta, confusa e sfuggente (sono passati solo 11 anni, ma sembrano 50), assumono i toni delicati della poesia.

illuminataOgni cosa è illuminata (Liev Schreiber, 2005) è a mio avviso un perfetto esempio di Viaggio fuori da se stessi. Apparentemente strutturato come un road movie, questo bel film tratto dal meraviglioso libro di Safran Foer, viaggia  indietro nel tempo e fuori da ogni luogo confortevole appartenente alla memoria, per riconsegnarci un vissuto pieno di sensi di colpa e per nulla rassicurante. Non regala pace questo film, ma al contrario la luce che emana è diafana, oscura, per nulla consolatoria. Ogni cosa è illuminata dal nostro passato, che come in un viaggio ideale al di fuori del nostro essere, ci guida verso gli uomini che saremo e guida quelli che verranno dopo di noi, probabilmente regalando moltissime domande e pochissime risposte.

ORIZZOrizzonte Perduto (Frank Capra, 1937) è il più perfetto esempio, a cui riesco a pensare, di Viaggio come Utopia. La ricerca della meravigliosa Shangri-La, promessa di vita eterna ed eterno amore, rappresenta la ricerca della felicità ed il fine ultimo a cui tutti gli esseri umani volontariamente o inconsciamente tendono la mano. L’utopia si traveste da viaggio, ricerca, speranza e persino amore, in un girotondo di umane debolezze che restano indimenticabili. Film simbolo di un regista, Frank Capra, che cercherà l’utopia in tutti i suoi film. Basti pensare a La vita è meravigliosa o a Mr.Smith va a Washington, perfetti esempi di un mondo sognato, probabilmente irraggiungibile, eppure indispensabile a renderci più sopportabile il fardello di vivere.

SPY

SPY_1SHEETPaul Feig è un tipo interessante, da tenere d’occhio. Nella tradizione di certa commedia Hollywoodiana, il nostro ci ha già regalato il notevole Le amiche della sposa e il piacevolmente sorprendente Corpi da reato (titolo italiano da denuncia, quello originale era The eat). Non sbaglia nemmeno questa volta e Spy, di nuovo affidato alle esuberanze di Melissa McCarthy, con la complicità di un esilarante Jason Statham, che rifà se stesso, diverte ed intrattiene. Grazie ad una perfetta scelta dei tempi comici, uniti ad una parodia gustosa ed intelligente di un cinema di solito fin troppo serioso, Spy funziona, rappresentando un bel colpo di coda in una stagione che ormai langue verso una lenta agonia estiva.

EX MACHINA

_1414684967Concetto interessante quello dell’intelligenza artificiale, già al centro di un’altro splendido film di questa stagione, quel Chappie che ha trovato spazio tra queste pagine. Ex Machina racconta proprio questo, il delicato equilibrio tra uomo e macchina, la dignità e la necessità di trovare uno spazio, un posto, una libertà troppo spesso negata. Il film indaga con sensibilità, una bella sceneggiatura e un’idea di finale forte, le dinamiche che stanno alla base di un futuro imminente e più che probabile.

Niente di epocale e rivoluzionario, ma tante belle domande e qualche risposta intelligente.

JURASSIC WORLD

jp4-2015-posterSono passati 21 anni dal primo Jurassic Park, dal suo potente effetto wow e da quella sarabanda di idee giurassiche che ci hanno fatto ora sobbalzare sulla sedia, ora fatto emozionare. Dopo due capitoli che definire deludenti sarebbe pura bontà d’animo, ecco fare capolino questo Jurassic World, desideroso di cancellare i brutti ricordi e rinverdire i fasti del passato. Il risultato è un film-giocattolo che non annoia e non stanca, un blockbuster-baraccone che diverte grandi e piccoli (non troppo piccoli però…), facendo uso dei soliti effetti speciali impeccabili e di una bella dose di furbizia, innaffiata da una generosa spruzzata di cliché. Il miracolo purtroppo non si compie una seconda volta, ma se l’obbiettivo era quello ben più umile di far passare un paio d’ore di svago estivo, tra brividi PG-13 e qualche esclamazione di stupore controllato, allora lo spettatore non potrà far altro che ritenersi più che soddisfatto.

LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS

50662Il cinema per bambini (vogliamo dire per famiglie?) ci ha regalato gioie e dolori, ansie e sorprese. In questo panorama equamente diviso tra animazione più o meno convincente e una ridda di supereroi di cui non sempre sentivamo ll bisogno, ecco farsi largo la Francia, che quasi in punta di piedi, ci porta nell’universo familiare del piccolo Nicolas. Niente di miracoloso, ma complice una ricostruzione vintage che conquista a prima vista ed un primo tempo sinceramente esilarante, Le vacanze del piccolo Nicolas si ritaglia un posticino nel nostro cuore. Peccato che il secondo tempo perda un po’ di mordente, piccola e perdonabile pecca di un film che piacerà a grandi e piccini, per una volta liberi da personaggi infantili e sceneggiature fin troppo prevedibili.

TUSK

tusk-watermarked-1-693x1024Ecco un film che non piacerà quasi a nessuno e che è piaciuto tanto a me. Kevin Smith non tradisce mai e conferma che Red State non è stato un episodio isolato, Dopo tanto cinema divertente e generazionale, il cinema di Smith ha preso una piega diversa, tragica, dolente, inaspettata, crudele. Ecco dunque Tusk, storia di un mostro con le fattezze di un uomo, che troverà l’aiuto di cui ha bisogno, per diventare un mostro vero e proprio. Sgradevole, sconcertante e mai banale, il cinema di Smith ha iniziato a riflettere su ciò che l’uomo serba nascosto dentro di se, nel profondo, quell’inconfessabile putredine di cui tutti, un pochino, siamo pieni. Prezioso.

MAD MAX FURY ROAD

mad-max-fury-road-poster2Che razza di film spettacolare, meraviglioso, memorabile e spaccatutto. Infischiandosene di tutto e tutti, soprattutto dei suoi 70 anni suonati, George Miller riprende in mano la sua creatura, la estremizza e la sbatte in faccia al mondo, creando un film al fulmicotone che conquista e stordisce. Cinema puro, di razza, duro e tutto d’un pezzo, un inseguimento lungo quasi due ore, senza un attimo di tregua e senza rimpianti o scuse. Ogni altra parola sarebbe ridondante, Mad Max è un film che cresce, trovando i suoi spazi nel vissuto cinematografico di ognuno di noi, reclamando il posto che gli spetta, tra l’immaginario collettivo che in passato ha contribuito a creare e il futuro che ci aspetta. Indimenticabile.

HUMANDROID

ChappiescifiPosterartfullhandblocks1-1415050002Invecchiando, faccio davvero fatica a tollerare la superficialità altrui. Non voglio offendere nessuno, ci mancherebbe, ma liquidare questo splendido film, come un’accozzaglia banale di altre pellicole, significa semplicemente non averlo capito. Chappie (titolo originale che l’Italia ha ritenuto di sostituire con un anonimo Humandroid) parla di crescita, di tradimento, di responsabilità e di sofferenza. Difficile non vedere nell’androide fin troppo umano Chappie, i topoi della crescita, la difficoltà di garantire ai figli un futuro, il loro naturale allontanarsi dal solco tracciato dai padri, per liberarsi di ciò che gli è stato insegnato. C’è tanto libero arbitrio, tanta laicità e tanta speranza e cuore in Chappie, qualità che lo rendono indimenticabile. In una scena, Chappie-figlio, si accorge che morirà perché la sua batteria non può essere ricaricata,cosìi si chiede come mai il suo padre-creatore lo abbia messo al mondo per poi morire, ecco in quel momento preciso di profondità sconcertante riesce difficile (quasi impossibile) non sentire l’eco di quella stessa domanda, uscire dalle labbra dei nostri figli. Meraviglioso, anzi toccante.

Non toccatemi Chappie, non parlate male di mio figlio.

AVENGERS AGE OF ULTRON

Avengers_Age_Of_Ultron-poster1Questa deriva cinematografica dedicata ai supereroi è divertente, ancora non memorabile, però assolutamente spassosa. Il secondo capitolo dedicato agli Avengers non fa eccezione e di certo non delude, proponendo il solito compendio a base di azione, umorismo e pathos. Certo alcune cose sono inutili (la love story tra Hulk e Vedova Nera, lo spaccato di vita vera di Occhio di Falco e famiglia…), altre semplicemente poco memorabili (su tutte Ultron, cattivo assai poco carismatico), eppure alla fine delle due ore e mezza, il tempo è volato e il bambino che è in noi si è divertito e svagato, già pronto però a passare ad un altro balocco. Certo, piacerebbe che questa deriva prendesse una piega più vicina al Captain America: The Winter Soldier, dove dramma, attualità, riflessione ed età adulta, potessero finalmente prendere il sopravvento sul gioco fine a se stesso. Vedremo.

BLACKHAT

BKH_31_5_Promo_4C_3F.inddLasciandoci alle spalle tutti i manierismi e soprattutto i barocchismi che ultimamente vanno molto di moda, Michael Mann dirige come un Dio. Lineare, solido, una garanzia che affonda le sue fondamenta nel cinema classico. Non fa eccezione Blackhat, thriller informatico dalle tinte notturne, apparentemente indolore, ma capace di colpire durissimo in almeno un paio di meravigliose sequenze. Il maestro dietro Manhunter, che ha fatto innamorare il mondo di se con Heat e i cinefili con Collateral e Public Enemies, rimette i puntini sulle i, ridefinendo i confini del cinema e dichiarando a gran voce la paternità di ciò che gli appartiene. Cinema senza fronzoli, senza trucchi e senza scorciatoie.

BIRDMAN

birdman-clickDifficile pensare ad un film più spocchioso, presuntuoso, irritante ed ingombrante di Birdman. Costruito con una serie di piani sequenza, uniti come se fossero uno solo, il film di Iñárritu riflette sul cinema e su cosa sia diventata la nostra adorata settima arte. Criticando più o meno apertamente la deriva superoistica che ultimamente furoreggia, se non poi servirsi degli stessi meccanismi che affossa e mette alla berlina, BIrdman vive dell’interpretazione di un Michael Keaton in stato di grazia, ma soprattutto di una regia che lascia senza parole. Possiamo infatti storcere il naso e criticare la presunzione smisurata di Iñárritu, ma bisogna riconoscere che questo è un grande film, concettuale, emozionale e viscerale, insomma è finalmente cinema.

WHIPLASH

whiplash_posterIn molti hanno odiato questo film, altri lo hanno liquidato con leggerezza, ma Whiplash è un bel pezzo di cinema. Per cominciare si regge sull’interpretazione di un J. K. Simmons luciferino e mostruosamente bravo, quasi ipnotico nella sua bastarda persecuzione del puro talento ad ogni costo. Non solo, nella sua evoluzione quasi dantesca, come un rutilante girone infernale, regala tante domande e fornisce a dire il vero pochissime risposte. Meglio perseguire il talento a tutti i costi, rischiando di far rinchiudere l’oggetto delle nostre attenzioni in un manicomio, oppure è preferibile “accontentarsi” di una tranquilla e confortevole mediocrità? Ecco il film ragiona su questi concetti, regalandoci sequenze tesissime degne del miglior thriller e lavorando magari un po’ grossolanamente sui caratteri. Non dovesse bastare, Whiplash è pieno zeppo di musica indimenticabile che sarà difficile estirparsi dalla mente.

HOME

HOME_sRGB_finalMeno stupido di quel che può sembrare, Home, ultima fatica Dreamworks, unisce quel bel cinema per ragazzi che emoziona e fa pensare, a tanto umorismo che incanterà qualche adulto e a qualche bella canzone capace di toccare il cuore più insensibile. Se vedendo il trailer pensate di aver già capito tutto, è ora di rivedere le vostre convinzioni, perché Home liquida il suo assunto in pochi minuti e si dedica a sviluppare una bella storia di amicizia, coraggio, famiglia e speranza. Tutto già visto direte voi, ma si tratta sempre di intrattenimento per famiglie e quindi non possiamo pretendere la cruda realtà dei Dardenne. Lasciateci sognare in pace.

INTO THE WOODS

IMG_0322Occasione più che mancata per questo musical targato Disney, fatto di interpretazioni trascurabili e canzoni dimenticabili. Non si sentiva proprio il bisogno di dare un’altra occasione a Johnny Depp per gigioneggiare senza freni e per regalare a Meryl Steep l’ennesima nomination agli Oscar. Peccato dicevamo, ma al di là della modaiola tendenza a riaggiornare le fiabe classiche, dimostrazione di un’endemica assenza di fantasia che ha veramente stancato, quello che proprio non torna é la musica. Le nostre orecchie, vittime innocenti di quella che sembra essere un’unica traccia lunga più di due ore, saranno grate ai titoli di coda, paladini indiscussi della fine di un incubo musicale, molto più pauroso del bosco del titolo.

BIG HERO 6

big-hero-6-nuovo-trailer-italiano-prima-clip-e-13-poster-del-film-d-animazione-disney-3Un giorno, forse, la cultura orientale avrà la meglio su quella occidentale.

Nella futuribile San Fransokio, ponte ibrido tra due mondi diversi eppure complementari quando si tratta di descrivere la natura umana, prendono il via le avventure del piccolo-grande Hiro, dei suoi amici e del gentile Baymax, vera anima di un film a cartoni animati così ispirato e travolgente, come non se ne vedevano da tempo.

Parabola dell’eterno ritorno, probabilmente un altro segnale di retrocessione della matrice occidentale a favore di un ideale e di un modo di sentire ed intendere il lutto tutto orientale, Big Hero 6 conquista per l’intensità dei caratteri che mette in campo; non dei semplici stereotipi, a cui purtroppo eravamo da tempo abituati, ma delle figure tridimensionali e sfaccettate, insomma veri personaggi quasi in carne ed ossa, non ombre evanescenti e sfuggenti.

Per nostra fortuna al fianco di protagonisti così forti si schiera una trama a tratti shakespeariana, costellata di lutti, sacrifici, sconfitte e rinunce. Ora della fine il nostro Hiro conoscerà il sapore della vendetta e quanto sia facile cedervi, mentre la morte, qui interpretata veramente come ritorno, acquista un valore di intensità come raramente si è visto in un cartone. La piega adulta presa dalla storia infatti, giova moltissimo al climax del film, che per una volta non è destinato ad avvitarsi su se stesso schiavo delle quasi indistruttibili catene dell’happy-end, ma soprattutto farà un gran bene alle giovani menti di tutti quei piccoli spettatori che ci si avvicineranno.

Commossi, travolti e spossati dalla potenza dell’affetto che proveranno per Baymax, i bambini toccheranno con mano e cuore l’etica del sacrificio e si troveranno traghettati inconsapevolmente verso l’interpretazione profonda di sentimenti che hanno solo cominciato a comprendere.

Big Hero 6 è un ponte verso il domani, verso gli uomini e le donne che vorranno e vorremo essere, una lunga e tortuosa strada che porta ad un cinema migliore, un cuore che batte vigoroso e pieno di speranza, nel petto di un’arte finalmente più giusta.

TRASH

trash-nuovo-trailer-e-due-poster-del-dramma-con-rooney-mara-e-martin-sheen-2Questo film è la perfetta rappresentazione delle due differenti anime che albergano nel cinema di Stephen Daldry, diventato celeberrimo per aver firmato Billy Elliott, ma caro al cuore di scrive per la sua sentita, nient’affatto fedele e meravigliosamente toccante trasposizione cinematografica di Molto forte incredibilmente vicino.

Trash è da un lato un film fin troppo facile, pronto a giocare su sentimenti più che condivisibili, specchio di un’idea di cinema poco adulta, vittima di se stessa e di sensazioni banalmente riconducibili a schemi narrativi più che prevedibili. La parabola stracciona dei tre bambini brasiliani poveri e puri, soffre di una linearità incurabile, edulcorata da una valanga di buoni sentimenti ed ottimismo a buon mercato. Un disastro penserete voi, eppure quando meno ce lo si aspetta, ecco farsi largo la seconda anima di Stephen Daldry e del suo cinema, spiccatamente votata alla sincerità e al melodramma più sfacciato e plateale.

Resta innegabile il valore di un film che ci ricorda, ce ne fosse davvero bisogno, che la maggior parte del mondo vive in condizioni di precarietà e miseria allarmanti. Ecco l’anima che conquista di Trash, quella che fa riflettere e indignare, sperare e sognare che gli umili e gli oppressi possano, un giorno, avere la meglio su chi li vuole ridurre al silenzio. Trash, sinceramente e spudoratamente, facendo leva sul cuore di ognuno di noi, attraverso gli occhi spalancati e pieni di paura e coraggio dei suoi piccoli protagonisti, ci restituisce un’empatia e un’utopia figlie di un Dio minore, ma di un sogno enorme.

Daldry non delude e non demorde, seguendo da vicino i suoi piccoli protagonisti, pedinandoli in maniera paterna, sempre ravvicinatissima, mai superficiale o distratta, incurante della retorica e del telefonato buonismo che a volte lo affossa. Il cinema dopotutto è questo, raccontare la propria storia incuranti delle conseguenze e  dei giudizi tagliati con l’accetta di una platea arida e disillusa. Zoppicante eppure mai domo, sognante, illusorio, facile, scontato, eppure mai più così sincero.

State lontani dalla versione doppiata italiana, Rooney Mara con l’accento finto british non si può sentire.

I PINGUINI DI MADAGASCAR

i-pinguini-di-madagascar-poster-01I Pinguini sono semplicemente l’unica parte indelebile di Madsgascar, film passabile che segnò un nuovo limite di mediocrità nel mondo dell’animazione, fissando un gradino più in basso gli standard, di ciò che che dovrebbe essere accettato come semplicemente sopportabile. Grazie alla loro scintilla di ammaliante anarchia, i Pinguini hanno dominato i tre film dedicati al franchise Madagascar, meritato una serie tv tutta loro ed infine sono approdati al cinema in una pellicola in cui la fanno da padroni assoluti. Dispiace quindi notare che i nostri amici in tuxedo, una volta fatto il gran salto sul grande schermo, hanno perduto la succitata follia anarchica a favore di una trama convenzionale, con pochi guizzi e pochissime sequenze non dimenticabili.

Il tentativo di salvare il mondo pinguino da parte di Skipper, Kovalsky, Riko e Soldato non regala mai vera emozione, incontrollata pazzia o vero divertimento, restando solo in superficie e lasciandosi dimenticare fin troppo velocemente. A poco servono il rutilante inizio e la scatenata sequenza veneziana, una volta introdotti nuovi bidimensionali personaggi e fatta marciare la trama sui convenzionali binari della banalità, dell’ombra anarchica dei pennuti bianco neri resta ben poco, confermando ancora una volta, se davvero ce ne fosse bisogno, la profondissima crisi di idee che sembra ammorbare l’animazione odierna.

Prendendo atto dell’endemica difficoltà di partorire un pensiero originale (questa mediocrata l’hanno scritta in 3, il soggetto addirittura in 4) non resta che contemplare la sconfortante situazione in cui versa l’animazione per bambini, ostaggio di seguiti inutili (Dragon Trainer, Planes…) e spin off privi di costrutto, proprio come questo film. Dispiace constatare una lenta ed inesorabile discesa verso il basso di un genere che in passato ha regalato pietre miliari e riflessione. Baluardo di idee a volte innovative e frontiere da abbattere, spesso unico raggio di sole in un panorama piatto e plumbeo fatto di  ripetitività ed edulcorazione, l’animazione è negli anni peggiorata molto, perdendo via via la sua carica eversiva ed innovativa. Piuttosto che spingersi oltre, si è preferito affidarsi a schemi e personaggi già rodati, impoverendo di fatto un’arte che soffre già tantissimo.

Non fate l’errore di liquidare il cinema animato come esclusivo appannaggio dei più piccoli, certo il mezzo d’espressione a cui si affida va nella direzione dei nostri figli, ma di fatto spesso parla a loro come adulti. Questa deriva tossica, affidata a protagonisti e snodi narrativi riconoscibili, prevedibili e sempre uguali a se stessi, danneggia il pubblico e il cinema, abituandoci lentamente a non pretendere più nulla dall’intrattenimento per ragazzi.

I tempi di Gremlins sono fottutamente lontani.

INTERSTELLAR

interstellar__2014____poster___2_by_camw1n-d7t74ioBrutto passo falso per Nolan, forse dettato dalle aspettative spropositate che sempre genera il suo lavoro, o più probabilmente per colpa di una perniciosa presunzione, che sembra non voler abbandonare il nostro.

Peccato, perché se il primo tempo tutto sommato è intrigante, belli tutti i riferimenti al modus viventi dell’umanità, è nella seconda parte e soprattutto nella parte finale, che il film crolla su se stesso, collassando nell’improbabilità più sfrenata. Nulla da eccepire, ci troviamo al cospetto di un film di fantascienza dopotutto, eppure è proprio qui che casca l’asino. Quando un regista promette a gran voce concreta accuratezza ed inossidabile attendibilità, non dovrebbe scivolare in un finale senza capo ne coda in cui, senza svelare nulla, le regole dell’universo smettono di esistere, soggiogate una volta per tutte dalla forza dell’Amore, motore regolatore e tangibile della vita di tutti noi.

Anche qui Nolan, come già in Inception, quindi in quelle che potremmo definire le sue opere più personali, entrambe dominate dall’ossessione per il tempo, commette lo stesso banale errore, quello cioè di voler spiegare troppo, costruendosi così la gabbia che imprigionerà le sue idee e renderà macroscopiche le sue pecche. Un film come Interstellar, che avrebbe possibilità infinite, finisce così per restare vittima di se stesso e delle premesse che ha gettato, soprattutto nell’incredibile e già citata parte finale, vero impossibile tentativo di far tornare tutti i conti, girando di fatto a vuoto, smarrito tra un messaggio in codice morse e un’assurda finestra spazio temporale.

Rubando a piene mani dal Kubrick di 2001 Odissea nello spazio, alcune sequenze sono prese di peso dal capolavoro del grande regista, Nolan non dimostra di averne colto il significato, ne appreso la lezione, là dove un film del 1968 funzionava egregiamente, suscitando tantissime domande e regalando pochissime risposte (Kubrick ebbe a dire a proposito della sua opera: “Se qualcuno lo ha capito, io ho fallito”), qua una pellicola del modernissimo 2014, cerca di rispondere a più domande di quelle che gli vengono fatte. Certamente si tratta di una tendenza tutta Nolaniana, quella di spiegare troppo, ma la sensazione è quella che forse siano i tempi a richiederlo. Il cinema, soffocato da un pubblico-massa probabilmente più ignorante, quasi certamente più volubile e sicuramente meno abituato a riflettere, è cambiato profondamente, relegando le proprie idee ad una possibilità di visione limitata, marginalmente distratta e definitivamente votata ad allargare all’infinito lo spettro di fruibilità a tutti i possibili target di audience.

La succitata presunzione di Nolan, probabilmente accecato da un’autorevolezza solo presunta, figlia di una vociante folla di appassionati di fumetti, pronti a gridare al miracolo appena qualcuno riesce a regalare un briciolo di credibilità ad un eroe mascherato, finisce per rendere inutile e a tratti irritante un film mostro, penalizzato da un minutaggio estenuante e da un malsano affollamento di idee e parole senza senso.

LE SEDIE DI DIO

0Che cos’è Le sedie di Dio? Un saggio? Un documentario? Una presa di coscienza? Una spietata fotografia del mondo del lavoro? Un brutto scherzo? Un sogno allucinato? Forse, Le sedie di Dio è semplicemente un film e siamo solo noi spettatori, come sempre, a scegliere cosa vederci dentro.

Grottesco e surreale, quando queste due parole nel buio di una sala cinematografica, avevano ancora un significato, Le sedie di Dio esplode nel piatto panorama di un cinema sempre uguale, regalandoci l’emozione di un ricordo. Attraverso le avventure iperrealiste e tragicomiche dei suoi protagonisti/autori, il film riesce nel miracolo di farci tornare alla mente tanto bel cinema italiano di un passato non poi così lontano, ma fin troppo spesso dimenticato. La storia del regista che vuole fare un film sulle sedie, oggetti di uso talmente comune da diventare invisibili e sostituibili, esattamente come gli operai che le costruiscono, riesce in alcuni momenti a volare altissima, superando i confini della sceneggiatura e diventando racconto universale. Le sedie di Dio avvalendosi di un miracolo intelligentemente meta-cinematografico, racconta più cose dell’Italia e del mondo di oggi, di quanto possano fare tante inutili frasi retoriche, perché l’anima centrale del film sceglie di posizionarsi nell’immortale territorio del sogno. Il finale poi, ha la potenza di un’epifania, di un’amara presa di coscienza, che rende tutto più vero e più giusto da raccontare. Le sedie di Dio, è il perfetto esempio di un cinema che racconta una cosa mentre allo spettatore ne arrivano dieci, forse addirittura cento, perché poggia i piedi nella concreta terra della realtà che ci circonda, ma allo stesso tempo non ha paura di tenere bel alta la testa, oltre le nuvole, con lo sguardo puntato verso il sole, vedendo con chiarezza cose meravigliose e terribili che noi possiamo solo sperare di sognare.