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BIG HERO 6

big-hero-6-nuovo-trailer-italiano-prima-clip-e-13-poster-del-film-d-animazione-disney-3Un giorno, forse, la cultura orientale avrà la meglio su quella occidentale.

Nella futuribile San Fransokio, ponte ibrido tra due mondi diversi eppure complementari quando si tratta di descrivere la natura umana, prendono il via le avventure del piccolo-grande Hiro, dei suoi amici e del gentile Baymax, vera anima di un film a cartoni animati così ispirato e travolgente, come non se ne vedevano da tempo.

Parabola dell’eterno ritorno, probabilmente un altro segnale di retrocessione della matrice occidentale a favore di un ideale e di un modo di sentire ed intendere il lutto tutto orientale, Big Hero 6 conquista per l’intensità dei caratteri che mette in campo; non dei semplici stereotipi, a cui purtroppo eravamo da tempo abituati, ma delle figure tridimensionali e sfaccettate, insomma veri personaggi quasi in carne ed ossa, non ombre evanescenti e sfuggenti.

Per nostra fortuna al fianco di protagonisti così forti si schiera una trama a tratti shakespeariana, costellata di lutti, sacrifici, sconfitte e rinunce. Ora della fine il nostro Hiro conoscerà il sapore della vendetta e quanto sia facile cedervi, mentre la morte, qui interpretata veramente come ritorno, acquista un valore di intensità come raramente si è visto in un cartone. La piega adulta presa dalla storia infatti, giova moltissimo al climax del film, che per una volta non è destinato ad avvitarsi su se stesso schiavo delle quasi indistruttibili catene dell’happy-end, ma soprattutto farà un gran bene alle giovani menti di tutti quei piccoli spettatori che ci si avvicineranno.

Commossi, travolti e spossati dalla potenza dell’affetto che proveranno per Baymax, i bambini toccheranno con mano e cuore l’etica del sacrificio e si troveranno traghettati inconsapevolmente verso l’interpretazione profonda di sentimenti che hanno solo cominciato a comprendere.

Big Hero 6 è un ponte verso il domani, verso gli uomini e le donne che vorranno e vorremo essere, una lunga e tortuosa strada che porta ad un cinema migliore, un cuore che batte vigoroso e pieno di speranza, nel petto di un’arte finalmente più giusta.

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TRASH

trash-nuovo-trailer-e-due-poster-del-dramma-con-rooney-mara-e-martin-sheen-2Questo film è la perfetta rappresentazione delle due differenti anime che albergano nel cinema di Stephen Daldry, diventato celeberrimo per aver firmato Billy Elliott, ma caro al cuore di scrive per la sua sentita, nient’affatto fedele e meravigliosamente toccante trasposizione cinematografica di Molto forte incredibilmente vicino.

Trash è da un lato un film fin troppo facile, pronto a giocare su sentimenti più che condivisibili, specchio di un’idea di cinema poco adulta, vittima di se stessa e di sensazioni banalmente riconducibili a schemi narrativi più che prevedibili. La parabola stracciona dei tre bambini brasiliani poveri e puri, soffre di una linearità incurabile, edulcorata da una valanga di buoni sentimenti ed ottimismo a buon mercato. Un disastro penserete voi, eppure quando meno ce lo si aspetta, ecco farsi largo la seconda anima di Stephen Daldry e del suo cinema, spiccatamente votata alla sincerità e al melodramma più sfacciato e plateale.

Resta innegabile il valore di un film che ci ricorda, ce ne fosse davvero bisogno, che la maggior parte del mondo vive in condizioni di precarietà e miseria allarmanti. Ecco l’anima che conquista di Trash, quella che fa riflettere e indignare, sperare e sognare che gli umili e gli oppressi possano, un giorno, avere la meglio su chi li vuole ridurre al silenzio. Trash, sinceramente e spudoratamente, facendo leva sul cuore di ognuno di noi, attraverso gli occhi spalancati e pieni di paura e coraggio dei suoi piccoli protagonisti, ci restituisce un’empatia e un’utopia figlie di un Dio minore, ma di un sogno enorme.

Daldry non delude e non demorde, seguendo da vicino i suoi piccoli protagonisti, pedinandoli in maniera paterna, sempre ravvicinatissima, mai superficiale o distratta, incurante della retorica e del telefonato buonismo che a volte lo affossa. Il cinema dopotutto è questo, raccontare la propria storia incuranti delle conseguenze e  dei giudizi tagliati con l’accetta di una platea arida e disillusa. Zoppicante eppure mai domo, sognante, illusorio, facile, scontato, eppure mai più così sincero.

State lontani dalla versione doppiata italiana, Rooney Mara con l’accento finto british non si può sentire.

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I PINGUINI DI MADAGASCAR

i-pinguini-di-madagascar-poster-01I Pinguini sono semplicemente l’unica parte indelebile di Madsgascar, film passabile che segnò un nuovo limite di mediocrità nel mondo dell’animazione, fissando un gradino più in basso gli standard, di ciò che che dovrebbe essere accettato come semplicemente sopportabile. Grazie alla loro scintilla di ammaliante anarchia, i Pinguini hanno dominato i tre film dedicati al franchise Madagascar, meritato una serie tv tutta loro ed infine sono approdati al cinema in una pellicola in cui la fanno da padroni assoluti. Dispiace quindi notare che i nostri amici in tuxedo, una volta fatto il gran salto sul grande schermo, hanno perduto la succitata follia anarchica a favore di una trama convenzionale, con pochi guizzi e pochissime sequenze non dimenticabili.

Il tentativo di salvare il mondo pinguino da parte di Skipper, Kovalsky, Riko e Soldato non regala mai vera emozione, incontrollata pazzia o vero divertimento, restando solo in superficie e lasciandosi dimenticare fin troppo velocemente. A poco servono il rutilante inizio e la scatenata sequenza veneziana, una volta introdotti nuovi bidimensionali personaggi e fatta marciare la trama sui convenzionali binari della banalità, dell’ombra anarchica dei pennuti bianco neri resta ben poco, confermando ancora una volta, se davvero ce ne fosse bisogno, la profondissima crisi di idee che sembra ammorbare l’animazione odierna.

Prendendo atto dell’endemica difficoltà di partorire un pensiero originale (questa mediocrata l’hanno scritta in 3, il soggetto addirittura in 4) non resta che contemplare la sconfortante situazione in cui versa l’animazione per bambini, ostaggio di seguiti inutili (Dragon Trainer, Planes…) e spin off privi di costrutto, proprio come questo film. Dispiace constatare una lenta ed inesorabile discesa verso il basso di un genere che in passato ha regalato pietre miliari e riflessione. Baluardo di idee a volte innovative e frontiere da abbattere, spesso unico raggio di sole in un panorama piatto e plumbeo fatto di  ripetitività ed edulcorazione, l’animazione è negli anni peggiorata molto, perdendo via via la sua carica eversiva ed innovativa. Piuttosto che spingersi oltre, si è preferito affidarsi a schemi e personaggi già rodati, impoverendo di fatto un’arte che soffre già tantissimo.

Non fate l’errore di liquidare il cinema animato come esclusivo appannaggio dei più piccoli, certo il mezzo d’espressione a cui si affida va nella direzione dei nostri figli, ma di fatto spesso parla a loro come adulti. Questa deriva tossica, affidata a protagonisti e snodi narrativi riconoscibili, prevedibili e sempre uguali a se stessi, danneggia il pubblico e il cinema, abituandoci lentamente a non pretendere più nulla dall’intrattenimento per ragazzi.

I tempi di Gremlins sono fottutamente lontani.

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INTERSTELLAR

interstellar__2014____poster___2_by_camw1n-d7t74ioBrutto passo falso per Nolan, forse dettato dalle aspettative spropositate che sempre genera il suo lavoro, o più probabilmente per colpa di una perniciosa presunzione, che sembra non voler abbandonare il nostro.

Peccato, perché se il primo tempo tutto sommato è intrigante, belli tutti i riferimenti al modus viventi dell’umanità, è nella seconda parte e soprattutto nella parte finale, che il film crolla su se stesso, collassando nell’improbabilità più sfrenata. Nulla da eccepire, ci troviamo al cospetto di un film di fantascienza dopotutto, eppure è proprio qui che casca l’asino. Quando un regista promette a gran voce concreta accuratezza ed inossidabile attendibilità, non dovrebbe scivolare in un finale senza capo ne coda in cui, senza svelare nulla, le regole dell’universo smettono di esistere, soggiogate una volta per tutte dalla forza dell’Amore, motore regolatore e tangibile della vita di tutti noi.

Anche qui Nolan, come già in Inception, quindi in quelle che potremmo definire le sue opere più personali, entrambe dominate dall’ossessione per il tempo, commette lo stesso banale errore, quello cioè di voler spiegare troppo, costruendosi così la gabbia che imprigionerà le sue idee e renderà macroscopiche le sue pecche. Un film come Interstellar, che avrebbe possibilità infinite, finisce così per restare vittima di se stesso e delle premesse che ha gettato, soprattutto nell’incredibile e già citata parte finale, vero impossibile tentativo di far tornare tutti i conti, girando di fatto a vuoto, smarrito tra un messaggio in codice morse e un’assurda finestra spazio temporale.

Rubando a piene mani dal Kubrick di 2001 Odissea nello spazio, alcune sequenze sono prese di peso dal capolavoro del grande regista, Nolan non dimostra di averne colto il significato, ne appreso la lezione, là dove un film del 1968 funzionava egregiamente, suscitando tantissime domande e regalando pochissime risposte (Kubrick ebbe a dire a proposito della sua opera: “Se qualcuno lo ha capito, io ho fallito”), qua una pellicola del modernissimo 2014, cerca di rispondere a più domande di quelle che gli vengono fatte. Certamente si tratta di una tendenza tutta Nolaniana, quella di spiegare troppo, ma la sensazione è quella che forse siano i tempi a richiederlo. Il cinema, soffocato da un pubblico-massa probabilmente più ignorante, quasi certamente più volubile e sicuramente meno abituato a riflettere, è cambiato profondamente, relegando le proprie idee ad una possibilità di visione limitata, marginalmente distratta e definitivamente votata ad allargare all’infinito lo spettro di fruibilità a tutti i possibili target di audience.

La succitata presunzione di Nolan, probabilmente accecato da un’autorevolezza solo presunta, figlia di una vociante folla di appassionati di fumetti, pronti a gridare al miracolo appena qualcuno riesce a regalare un briciolo di credibilità ad un eroe mascherato, finisce per rendere inutile e a tratti irritante un film mostro, penalizzato da un minutaggio estenuante e da un malsano affollamento di idee e parole senza senso.

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LE SEDIE DI DIO

0Che cos’è Le sedie di Dio? Un saggio? Un documentario? Una presa di coscienza? Una spietata fotografia del mondo del lavoro? Un brutto scherzo? Un sogno allucinato? Forse, Le sedie di Dio è semplicemente un film e siamo solo noi spettatori, come sempre, a scegliere cosa vederci dentro.

Grottesco e surreale, quando queste due parole nel buio di una sala cinematografica, avevano ancora un significato, Le sedie di Dio esplode nel piatto panorama di un cinema sempre uguale, regalandoci l’emozione di un ricordo. Attraverso le avventure iperrealiste e tragicomiche dei suoi protagonisti/autori, il film riesce nel miracolo di farci tornare alla mente tanto bel cinema italiano di un passato non poi così lontano, ma fin troppo spesso dimenticato. La storia del regista che vuole fare un film sulle sedie, oggetti di uso talmente comune da diventare invisibili e sostituibili, esattamente come gli operai che le costruiscono, riesce in alcuni momenti a volare altissima, superando i confini della sceneggiatura e diventando racconto universale. Le sedie di Dio avvalendosi di un miracolo intelligentemente meta-cinematografico, racconta più cose dell’Italia e del mondo di oggi, di quanto possano fare tante inutili frasi retoriche, perché l’anima centrale del film sceglie di posizionarsi nell’immortale territorio del sogno. Il finale poi, ha la potenza di un’epifania, di un’amara presa di coscienza, che rende tutto più vero e più giusto da raccontare. Le sedie di Dio, è il perfetto esempio di un cinema che racconta una cosa mentre allo spettatore ne arrivano dieci, forse addirittura cento, perché poggia i piedi nella concreta terra della realtà che ci circonda, ma allo stesso tempo non ha paura di tenere bel alta la testa, oltre le nuvole, con lo sguardo puntato verso il sole, vedendo con chiarezza cose meravigliose e terribili che noi possiamo solo sperare di sognare.

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ANARCHIA: LA NOTTE DEL GIUDIZIO

downloadI nostri provati protagonisti, durante la loro fuga, passano per un deserto Financial District e incatenato sul portone d’accesso di una grande banca trovano il cadavere di un uomo. Sul petto un cartello, scritto probabilmente con il suo sangue, recita: “Costui ha rubato i soldi delle nostre pensioni, ora ha finalmente pagato per i suoi peccati. Possa bruciare all’inferno.” Più chiaro di così… Anarchia: La notte del giudizio è il sequel di un bel film dall’anima carpenteriana che l’anno passato era piaciuto a me e ad altri 5, compresi i genitori del regista. In un futuro più che prossimo, una volta all’anno per 12 ore, ogni crimine è legale. Questa cosa, chiamata SFOGO, serve a  contenere la violenza, che resta illegale per il resto dell’anno, ma soprattutto è utile per calmierare i costi, infatti a far le spese di questa aberrante iniziativa sono soprattutto i poveri e gli indigenti, coloro cioè che non hanno la possibilità di difendersi adeguatamente contro l’onda di violenza che si scatena in quella notte. Se il primo film, per ragioni di ispirazione e di budget, chiudeva sapientemente tutto tra le quattro mura di un’abitazione, il capitolo secondo arriva ad osare molto di più, andando decisamente contro ogni logica produttiva e di buon senso, aumentando cioè la critica a certa e tanta America, profondamente conservatrice ed ignorante. Incredibile ma vero, questo Anarchia, azzarda una serie di sequenze di una durezza politica e psicologica a dir poco sfacciata: un cecchino sopra ad un tetto sproloquia sul Padre, il Figlio e lo Spirito Santo paragonandoli ad armi da fuoco (cosa che nell’America iper Cristiana di oggi equivale ad una vera e propria bestemmia); squadre della morte governative armate fino ai denti irrompono nelle abitazioni popolari dando una mano all’eliminazione dei più poveri; uno dei comprimari, una specie di leader rivoluzionario, afferma addirittura che “è giunto il momento in cui i poveracci imbraccino le armi contro i ricchi” e così via di questo passo tra un’idea semplicemente sovversiva e un dialogo palesemente socialista. Film molto più complesso di quel che può sembrare, intriso di politica e a volte fin troppo scolastico nei messaggi  che va veicolando, ma certo pubblico decerebrato ne ha probabilmente bisogno, da apparire quasi ingenuo, Anarchia sembra una pellicola senza tempo, sbucata da un passato ormai remoto. La sensazione è infatti quella di trovarsi al cospetto di un film sbucato fuori da quei gloriosi anni ‘70 in cui a Hollywood si producevano pellicole in grado di far ancora pensare. Anarchia ha il grande dono di unire il genere più sanguigno e appunto carpenteriano (l’eco delle opere del maestro si fa sentire forte e chiaro) ad un messaggio molto preciso ed attuale, riuscendo così a descrivere il mondo che ci circonda molto meglio di quello che fanno certe pretenziose opere da Sundance. Il genere, non mi stancherò mai di ripeterlo, è il mezzo perfetto per veicolare una riflessione seria sulla società che ci circonda, molto più di tanto cinema ritenuto drammatico o elevato. Nulla in realtà mi regala più piacere di vedere un film che estremizza una parte della realtà, creando così qualcosa che è cinema al 100% ma che contemporaneamente mette al lavoro i miei sonnecchianti neuroni. A farci riflettere tutti, amaramente, basterebbe la sequenza in cui un vecchio genitore decide di immolarsi a beneficio di una famiglia ricchissima, desideroso di assicurare ai suoi cari, preda dell’indigenza, un assegno cospicuo; una scena che ha qualcosa di anarchico e scardinante, sia per il messaggio che manda, sia per la sacralità con cui viene orchestrata la sua messa in scena. Una sequenza simile riesce a colpire il cuore e i nervi anche dello spettatore più smaliziato, imbastardito da tanto cinema muscolare, infantile e profondamente sbagliato. Di solito infatti si è portati a pensare che sicuramente la situazione si risolverà diversamente, per il meglio, che non si giungerà mai al temuto dunque, perché in cuor nostro siamo convinti che presto o tardi farà la sua apparizione un deus ex machina pronto a volgere al meglio la dolorosa situazione. Anarchia non ha intenzione di concedere ne tregua, ne la ben minima consolazione, cedendo solo nella parte finale ad una logica più scontata e fondamentalmente buonista, probabile pegno da pagare per evitare di veder fuggire a gambe levate ogni produzione a stelle e strisce nel raggio di parecchie miglia. Anarchia è un film di genere imperfetto, probabilmente disturbante e sicuramente violento, molti lo odieranno, liquidando il pesante sottotesto politico come accessorio e ridondante, ma la speranza è che qualcuno lo ami e lo difenda, capendone l’importanza ed il coraggio, arrivando così ad apprezzarne le ingenuità e i difetti, perdonabili punti deboli di un’opera anacronistica, attualissima, personale e polemicamente stimolante. Non è poco.

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TRANSFORMERS 4: L’ERA DELL’ESTINZIONE

transformers-age-of-extinction-posterUn cinema diroccato, abitato dai fantasmi di ciò che fu, il fin troppo aitante padre coraggio Mark Wahlberg, affiancato dal suo assistente deficiente ne varcano le porte e fin da subito si trovano di fronte ad un’aria di disfacimento e vecchiume. In mezzo a vecchie locandine di vecchi film interpretati da vecchi attori che oggi sono ormai morti, l’anziano padrone della sala vaneggia, delirando sui titoli del passato, quando il cinema era ancora grande. Whalberg e socio, trattano l’anziano signore come un povero ritardato, prima lo blandiscono e poi finiscono per giocare a football in una platea ormai ridotta a discarica, ricettacolo di ciarpame, vecchiume e morte.

Ecco il cinema di Michael Bay sintetizzato in una sequenza di 4 minuti: cinema ipertrofico, spocchioso, sconclusionato, che si fa beffe dei classici, prechè pensa di valere di più mentre a ben guardare l’intera titanica durata di Transformers 4 (quasi tre ore) non vale una sola inquadratura del cinema classico che dileggia. “Ora il cinema sono io!” sembra urlare Bay, ovviamente al rallentatore, mentre milioni di dollari vengono buttati nel dimenticatoio ad ogni posa del suo pantagruelico e sconclusionato film. Cattivi che diventano fin troppo buoni, battute sarcastiche ad ogni sospiro, ritmo talmente forsennato da causare attacchi epilettici, il solito uso smodato del ralenti, i soliti elicotteri che volano al tramonto, i soliti combattimenti interminabili, dinosauri robot di provenienza ignota, spade fiammeggianti, bandiere a stelle e strisce che garriscono nel vento, una strisciante spruzzata di misoginia unita ad una malsana paranoia genitoriale condita da un’orgogliosa rivendicazione della verginità come valore assoluto oltre ogni limite di decenza e realismo e poi tanto, tantissimo fumo e poco, pochissimo arrosto.

Eppure senza dover cercare altrove, l’ipertrofico Michael Bay è tutto in quella sequenza all’apparenza innocua appena descritta, una scena da cui capiamo tanto del suo modo di pensare e fare il cinema. Nel far apparire quell’anziano gestore di sogni, come un pazzo sconclusionato che parla da solo, c’è un’arroganza e un pressapochismo che difficilmente salveranno Bay (e il suo conpagno di merende Zack “300” Snyder) dalle fiamme dell’inferno. Pensare che il cinema classico sia superato ed antico è un’affezione tipica di oggi, momento storico assai delicato in cui in tanti sono fin troppo intenti a contemplare se stessi attraverso un profilo di facebook. Oggi ritenere che un film in bianco e nero sia da disprezzare solo per il fatto che è carente sul fronte del colore, significa avere dei serissimi problemi, non capire nulla di cinema e probabilmente molto poco della vita in generale. Purtroppo fin troppo spesso si dimentica che il cinema è un’arte (la settima) e come tale va giudicata. Ora io mi rendo perfettamente conto che la tendenza comune e attualmente di moda, porti questa decerebrata società deviata a veicolare principalmente film di supereroi o di Checco Zalone, come non ho nulla in contrario che qualcuno faccia di queste pellicole indecenti la propria dieta ferrea; quello che però non riesco a tollerare, ne francamente a capire, è come sia possibile che ci si permetta di giudicare senza avere le basi il cinema del passato, ritenendolo superato, lento e da evitare come una brutta malattia. Hichcock, Welles, Chaplin, Kubrick, Fellini, Antonioni, Bunuel e Wilder, il loro cinema è diventato sinonimo di vecchio, di superato, di antico da lasciarsi alle spalle, mentre a saper guardare c’è molta più libertà, impudenza, provocazione e modernità negli ultimi 30 secondi di A qualcuno piace caldo di tutti i Vacanze a Vaffanculo che verranno prodotti da qui all’eternità.

Purtroppo spesso il problema sta in chi guarda, probabilmente a volte non si hanno i mezzi per capire, decodificare ed apprezzare quella che a tutti gli effetti è la forma d’arte più immediata e popolare di tutte. Socrate diceva: Io so di non sapere. Ecco oggi nessuno ammette più di non sapere, tutti si sentono in grado di sapere tutto, forse anche per colpa del mezzo che io stesso sto utilizzando, si è smarrita l’umiltà di alzare la mano ed esclamare timidamente: io non ho capito. Il cinema dei Transformers, degli Amazing Spiderman, di Cristian De Sica, Pieraccioni e Zalone, ha contribuito ad alimentare questa distonia, facendoci credere che l’intrattenimento non avesse bisogno di concetti, etica e sovrastrutture, che servisse solo a staccare il cervello ed abbandonarsi ad una pioggia di immagini e sguaiate risate. Guardando per esempio  l’intrattenimento per bambini/ragazzi, perché di questo alla fine stiamo ragionando, ci accorgiamo di quanto negli ultimi anni questo sia radicalmente cambiato, perdendo, dispiace dirlo, qualcosa per strada. Oggi, nel 2014, il cinema è diventato decerebrato, ha per esempio smarrito la paura a favore di una confortevole monotonia fatta di zuccherosa bontà. A perdersi è stata anche quella logica anti edonista che era tanto cara a registi come Landis, Carpenter o Dante. Negli  anni abbiamo smarrito la morale e la voglia di ragionare, ci siamo cullati nell’idea che l’intrattenimento in quanto tale non avesse bisogno di concetti e pensieri da veicolare e così facendo siamo solo riusciti a rendere più stupidi noi e i nostri figli, adagiando i nostri flaccidi deretani sui comodi cuscini dell’ignoranza e lasciando morire un’arte che, in quanto popolare, più di ogni altra potrebbe e dovrebbe aiutarci a comprendere ciò che ci circonda.

Eccoci dunque tornati a Transformers 4, un film che è un vero e proprio insulto per chi guarda, così pieno di retorica guerrafondaia ed effetti speciali da fiera di paese, che andrebbe proiettato nelle scuole di cinema per far capire come non dovrebbe mai essere un film. In conclusione, prima di indignarvi perché questo post parla di voi e della vostra malsana ossessione per i film di Stallone e Jerry Calà, fatevi un esame di coscienza e chiedetevi quali film avete visto, se i registi sopra citati sono per voi semplici nomi senza senso o se invece hanno significato, ognuno a suo modo, una tappa della vostra crescita di spettatore. Se appartenete al gruppo degli indignati, abbandonate queste pagine e non fatevi più ritorno, qui la nostalgia sterile e fine a se stessa non è di casa, qui gli anni ’80 muscolari ed intrisi di edonismo sono considerati immondizia, qui si pensa che gente come Vanzina, Pieraccioni, Moccia, Brizzi, Veronesi e Zalone siano il male del cinema italiano, qui si pensa che il cinema dei supereroi ha leggermente scassato il cazzo…  insomma qui non c’è davvero nulla che vi possa minimamente interessare. Addio.

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