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Houssy's Movies

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LA STRANA COPPIA

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Fare teatro è difficile. Non che non lo possano fare tutti, anzi io ne sono un esempio, ma far teatro significa sacrificio, significa cioè donarsi interamente ad un personaggio, ad una serie di battute, alla visione della regista e soprattutto donarsi al gruppo di eroi che condivide il palco con te. Fare teatro quindi a mio modo di vedere è un dono, è dare tanto e ricevere in cambio un universo intero, fatto di speranze, sogni, sorrisi, lacrime, abbracci e pezzi di vita altrui. Pur facendo parte dello spettacolo recensito tra queste righe, il vostro affezionato, questa volta, ha goduto di una posizione privilegiata, potendo così ammirare e perdersi nelle performance delle proprie compagne di avventura. La strana coppia è uno spettacolo che ha il coraggio di tradire pesantemente il testo originale da cui è tratto, e se nel copione scritto da Neil Simon, poi divenuto un celeberrimo film nel 1968, si raccontava l’impossibilità di due uomini di vivere senza una moglie, qui Barbara Silvani ribalta completamente il punto di vista e riesce a mettere in scena una storia di due donne che riescono finalmente a vivere sole, ritrovando se stesse, attraverso l’amicizia e l’accettazione di se. Poter vedere, sentire e provare tutto questo attraverso i gesti, gli sguardi e le parole di un gruppo di attrici straordinarie, come quelle che sono andate in scena ieri sera, è stato per me un vero privilegio. Il copione riscritto da Barbara colpisce al cuore e stimola il cervello, regalandoci idee e motivazione, ma le due straordinarie protagoniste che lo hanno fatto proprio, adattandolo alla propria sensibilità e calzando quei panni con incoscienza e commozione, sono state un vero e proprio miracolo. Da uomo quale sono, posso solo sfiorare la superficie del messaggio di profonda solidarietà femminile e necessario riscatto, che domina in ogni parola scritta dall’autrice, eppure in quelle parole mi sono perso, riconosciuto e commosso, ritrovandomi parte di un sentimento potente e trascinante, in un moto di gioia, accettazione e profonda libertà. La strana coppia conclude un percorso durato un anno intero, un anno in cui abbiamo visto succedere molte cose: abbiamo sperato e condiviso, creduto e sognato, ci siamo toccati, abbracciati e stropicciati, siamo caduti, ci siamo tesi una mano e ci siamo rialzati più forti e uniti di prima, qualcuno si è dovuto allontanare,  eppure è rimasto sempre con noi, pronto a ritornare, attaccato a quel cordone ombelicale impossibile da spezzare che si chiama GRUPPO. Grazie, grazie, grazie a tutti, per un anno stupendo, vissuto a contatto con voi, con la vostra grandissima forza e bellezza, che ve ne rendiate conto oppure no, siamo tutti bellissimi.

Il vostro affezionatissimo cugino Piccione.

QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Vi voglio svelare un segreto: se volete celebrare la vita, molto spesso vi capiterà di raccontare la morte.

Le lacrime non sono certo mancate ieri sera, al Teatro Spazio Reno, mentre andava in scena il nuovo spettacolo del Solechegioca, ad opera del gruppo dei Divergenti, Quel fantastico peggior anno della mia vita. Lacrime di gioia, di commozione e di consapevolezza al cospetto di una storia che fonda le proprie basi sull’amicizia e sul prezioso scambio di fiducia ed anima che profondamente questo comporta. La storia messa in scena da questi ragazzi straordinari (TUTTI, nessuno escluso, anche se il terzetto di protagonisti è stato capace di strapparmi il cuore dal petto e mangiarselo con un contorno di fave e un buon chianti) mi è sembrata così reale, così sincera e così giusta, da farmi immergere completamente nei loro gesti e nelle loro parole, facendomi dimenticare tempo e spazio, di fatto ributtandomi indietro nel tempo, costretto ad affrontare di nuovo la mia adolescenza e la mia dolorosa (chi vi dice il contrario vi sta mentendo) crescita. L’amicizia, questo sentimento sconosciuto ai più nella sua accezione più vera, spesso evocata invano fino a smarrire il suo significato, è motore e spinta, dare e avere, essere e trasformarsi, di una storia che parla di morte per raccontare la vita, arrivando a descrivere tutto il corollario di dolore, ipocrisia e finta delicatezza che senza sconti accompagna la fine di qualcosa. La morte racconta la vita e ci aiuta ad essere migliori, ponendoci di fronte a scelte morali scomode, costringendoci a crescere e a vivere con maggior dignità, emozione e gratitudine. La regia ed il testo di Barbara sono quanto di più bello e sincero sia capitato di ascoltare a chi scrive queste righe, la scenografia di Gus raramente è stata così toccante e ispirata, così come l’impianto luci studiato dalla sensibilità mai scontata di Giuseppe, è come se attraverso l’apparente semplicità della messa in scena, tutti loro stessero cercando, riuscendoci, la via più diretta e vera che porta al nostro stanco cuore, giungendovi con l’ineluttabile naturalezza con cui le stagioni si succedono l’una all’altra. Commosso, distrutto e grato a questo bellissimo testo e per le tantissime preziose emozioni, suscitatemi da questo straordinario gruppo di giovani uomini e giovani donne, mi avvio a concludere con un unico enorme rimpianto: il ricordo ormai lontano di quando anch’io ero convinto di poter BALLARE SUL MONDO… grazie, per avermi ricordato che allora era possibile pensarlo, sognarlo, esserlo.

DeGenerando CULT: Star Wars Special

Il nostro punto di vista sulle vecchie e nuove trilogie… un indizio? L’ultimo film ci ha fatto proprio schifo e qui vi spieghiamo il perché. NO SPOILER https://www.spreaker.com/episode/13628831

FOOTLOOSE

Il mio odio per certo cinema anni ’80 credo sia ormai noto a chiunque. Quel cinema plastificato, testosteronico e facile, che ha contrassegnato è contaminato buona parte delle mie visioni giovanili. Nelle fila dei reietti, tra i titoli da me da sempre mal digeriti, campeggia Footloose, opera sopravvalutata e ballerina, forse non così pessima, ma neppure così cult come molti vogliono farvi credere. Pensate quindi lo stupore del vostro affezionatissimo, che trovandosi al cospetto dell’adattamento by Solechegioca di questo non-classico, si è trovato ad applaudire come una groupie indiavolata, priva ormai ogni orgoglio e pudore. La verità è che ancora una volta Barbara Silvani (diavolo di una ragazza, ormai dovrei conoscerla, ma mi frega sempre) ci dice di guardare il dito e poi invece ci mostra la luna. Sapientemente il nuovo spettacolo dei Punta di Brillante (sia lode a tutti voi ragazzi per quanto siete bravi) non c’entra un tubo con Footloose, poteva anche chiamarsi in un altro modo per quel che mi riguarda, perché ancora una volta prende ciò che è utile e funzionale dalla materia originale, per poi trasformare tutto e regalarci un diamante grezzo di rara intensità. In un mondo in cui ci sarebbe sempre più bisogno di riflettere sulla diversità e quando lo si fa, lo si fa nel modo sbagliato, con pesantezza ed inopportuna pedanteria, il messaggio di inclusione, gioia e amore, di questo spettacolo ammantato di rivoluzionaria identità, lascia a bocca aperta per leggerezza e sincerità. La gioventù, con la sua tracimante voglia di Vita, con il suo disperato bisogno di sbagliare, è la vera e sincera protagonista di questa storia, capace di consegnare i suoi protagonisti e noi spettatori ad un mondo più libero, più giusto e più inclusivo. Piccoli passi di danza, grandi momenti comici, scoperte e riscoperte, naturalezza ed improvvisazione… siamo tutti (personaggi e pubblico) palloncini nelle mani della regista, trascinati dal vento di una forza antica eppure nuova, spinti verso territori inesplorati e difficili da raggiungere, verso il sogno e l’utopia di un domani che possa appartenere davvero a tutti, diversi eppure così meravigliosamente uguali… e questo gruppo di ragazzi ieri sera ha fatto davvero di tutto per farcelo credere. Riuscendoci.

DeGenerando CULT: Speciale BIOPIC

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JUSTICE LEAGUE

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Justice League è molto più un film di Joss Whedon (che lo ha anche scritto insieme a Chris Terrio) di quanto mai avremmo sospettato. La verità è che la regia confusionaria, bulimica, spesso tonitruante di Zack Snyder, è sempre stata il vero problema di pellicole come Man of steel e Batman V Superman, ben venga quindi la visione di Whedon (che sembra aver girato molto del film, quasi la metà) molto più pulita, organica e ordinata. Se il rischio era quello di affastellare troppi protagonisti, riservando a tutti loro una manciata di inquadrature con un inevitabile effetto SALDI INVERNALI (o Black Friday se preferite), bisogna invece dire che tutto risulta egregiamente equilibrato, riservando il giusto spazio a tutti i pesi massimi coinvolti e riuscendo comunque a connotare ognuno di loro. Poi i difetti ci sono, ci mancherebbe: il cattivo di turno (l’insopportabile Steppenwolf) è interessante quanto un volantino scaduto della Coop, l’inevitabile spiegone, sembra uscito direttamente, sia per messa in scena che impostazione, da Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, la famiglia di civili russi è credibile quanto il sottoscritto ad officiare una messa… e potrei continuare a lungo. Eppure lo spettacolo divertito e divertente, alcune righe di sceneggiatura davvero perfette (“lui è più umano di me”) e l’emozionante partitura musicale di Danny Elfman, piena zeppa di citazioni (una su tutte, il vecchio tema di Batman, preso di peso dai film di Tim Burton) fanno pendere l’ago della bilancia a netto favore di una pellicola che avrebbe potuto essere un vero disastro, invece si è rivelata essere, inaspettatamente, un onestissimo film di intrattenimento. Lo dico? Molto meglio per esempio di Thor Ragnarok.

PODCAST: Stranger Things

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Houssy e Carfa in questa puntata di DeGenerando CULT si occuperanno della serie TV del momento, Stranger Thing. Tra una considerazione e l’altra, i nostri eroi troveranno il tempo di indagare la dilagante diffusione degli Anni ’80 nel cinema e nella tv di oggi. La puntata contiene SPOILER, ma solo nel finale, debitamente annunciati in modo che tutti possano fruire liberamente dell’ascolto.

AUGURI PER LA TUA MORTE

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La Blum House non si smentisce mai, questa piccola casa di produzione ci ha ormai abituati a prodotti low budget, eppure basati su idee interessanti ed intriganti. Nessuna rivoluzione, ma semplicemente un buon cinema di genere costruito con mestiere e passione. Ne è un esempio il recentissimo Auguri per la tua morte, che probabilmente avrei lasciato con il titolo in lingua originale, versione slasher del classico con Bill Murray, Ricomincio da capo. L’idea è semplicissima: una ragazza, nel giorno del suo compleanno, viene uccisa da una figura mascherata, continuerà a rivivere quel giorno (compresa ovviamente la propria morte) fino a che non risolverà il proprio omicidio. Unito ad un gusto anni ’80 tipico di un certo tipo di horror che ormai non si produce più, Happy death day convince soprattutto per l’abbondante dose di umorismo, capace di rendere incredibilmente divertenti alcune sequenze e svolte narrative. Momenti come quello in cui la nostra eroina decide di indagare su chi la vorrebbe morta, finendo uccisa tutte le volte, strappano più di una risata, come è assolutamente impossibile non affezionarsi all’imprevedibile carattere di questa vittima sacrificale, capace di passare dalla lacrima all’ira e dall’ironia alla disperazione, con coerenza e convinzione. Geniale poi l’idea di mettere la nostra protagonista nella condizione di accusare sempre più i colpi dei traumi subiti, rendendola sempre più debole e confusa. Non un miracolo per carità e nemmeno nulla di nuovo, ma una godibile prova di mestiere, che dimostra conoscenza del genere, rispetto per i classici e tanta voglia di intrattenere. Nel panorama horror del 2017, così impegnato a prendersi tanto sul serio, è una bella boccata di ossigeno.

DeGenerando CULT – Film in Sala: Novembre

Ecco il link al podcast della puntata dedicata alle uscite in sala del mese di Novembre.

https://www.spreaker.com/episode/13275855

STRANGER THINGS 2

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Finita la seconda stagione di quel fenomeno di perfetta nostalgia un pò furbetta, che fu Stranger Thing, bisogna ammettere che questa volta la storia risulta leggermente più pretestuosa, con un unico grande difetto: il tentativo di frammentare la narrazione principale, dividendola in micro trame quasi autonome, ma non sufficientemente potenti. Aumentando i personaggi e gli spunti narrativi, la sensazione è di smarrimento, soprattutto di fronte a certe idee, una su tutte, la deriva “ribelle” di Unidici, che si esaurisce in un nulla di fatto… eppure mai come questa volta, la serie funziona alla grande, merito, va detto, non della sceneggiatura, ma dei caratteri messi in campo. I suoi protagonisti eccezionali sono la carta vincente di una serie che altrimenti sarebbe rimasta una copia pedissequa, di qualcosa di già raccontato. In questo senso, per un “vecchio” come me, gli ultimi 12 minuti sono qualcosa di straordinario, un’esplosione di ricordi senza tempo, una carezza sul cuore che ha la leggerezza di una lacrima, mentre scorre solitaria ed inevitabile, a rigare la guancia di un “ragazzo” che nel 1984, quel ballo e quel bacio, li ha sognati e desiderati per davvero… “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole.”

SHORT CUTS

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Da un’idea di Francesco Fossa, mente e cuore dietro BUD WebRadio, primo appuntamento con SHORT CUTS, un excursus tra le scene più belle, quelle che sono piaciute di più a noi, della storia del cinema secondo Houssy e Carta. Si comincia con Cuore Selvaggio e Gli Spietati, due scene per due capolavori, raccontate in circa 5 minuti… Buona visione.

MOTHER!

Ecco, eccolo qua finalmente, quello che ad ora è il miglior film della stagione, certamente uno dei più controversi e senza ombra di dubbio il più carico di ansia. Mother! si può leggere in diversi modi, tutti a loro modo radicali ed affascinanti… ci si può far sedurre dall’Arte e da ciò che i protagonisti di questo film rappresentano e raccontano, spiazzati dalla manifestazione di qualcosa che non può avere mezze misure… oppure (ed è l’interpretazione che probabilmente preferisco) ci può abbandonare ad un’interpretazione più religiosa, dove il creatore Bardem pretenderà che la Madonna Lawrence, divida il frutto del suo grembo (Cristo) con tutto il mondo… un mondo in cui la religione, con le sue contraddizioni e le sue guerre, viene ciecamente e stupidamente praticata da esseri umani che non fanno altro che depredare senza alcun rispetto, la casa/terra che li ospita… una pellicola enorme, che sia nel significato che nel significante, spiazza, spezza e travolge, lasciando dietro di se solo cenere e pensieri confusi. Capolavoro? Credo proprio di sì.

IT

IT – Chapter One (dai che lo sapevate già, non fate i finti tonti…) è un film fallace, forse pieno di difetti, che inciampa e cade, eppure, esattamente come il suo mostruoso protagonista, si rialza sempre, sfacciato, beffardo, pauroso, instancabile. I puristi forse storceranno il naso, nemmeno si riescono a contare le inesattezze, eppure questo è King al 100% come non si vedeva da tempo. Facilone a volte, pronto a porgere il fianco allo spavento facile, eppure conserva intatta e cristallina l’anima del capolavoro del Re… le pedalate in bici, il cameratismo, la scoperta della sessualità, gli odiosi bulli, gli adulti assenti, terribili o pericolosi, l’amicizia vera, l’amore, la paura e la gioia di vivere un’avventura enorme, pericolosa ed indimenticabile… adesso però arriva la parte difficile, il Capitolo Secondo, l’età adulta, molto facile sbagliare il tono e perdersi, vedremo… lo aspettiamo col fiato sospeso.

BENVENUTI IN TRANSYLVANIA

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Cercando il significato di INCLUSIONE sul vocabolario della lingua italiana si legge: l’atto di comprendere, cioè di inserire, in un tutto.

Un concetto che può sembrare scontato, banale, quasi stucchevole, eppure proprio noi adulti per primi, fin troppo spesso dimentichiamo di includere, di condividere, di aprirci agli altri, chiudendoci in noi stessi ed insegnando lo stesso sciocco mantra ai nostri figli, stupidamente convinti che la solipsistica logica della famiglia-branco, possa in qualche modo proteggerli e proteggerci dal mondo. Niente di più fuorviante e sbagliato ed il nuovo spettacolo messo in scena da il Solechegioca, attraverso i piccoli e diversi talenti del gruppo Fotonici, ancora una volta ce lo ricorda, con sincerità e con una semplicità cristallina ed inappellabile.

Nello specifico, qui abbiamo un gruppo di mostri che ha paura degli umani e che dovrà imparare che spesso l’inclusione, anche se può spaventare, risulta essere una meravigliosa opportunità di crescita ed arricchimento. Non solo, ci troviamo di fronte ad una divisione in seno ai mostri stessi: le streghe si sentono sottostimate, sottovalutate, rispetto al ben più in vista gruppo degli zombie… ecco quindi che si farà largo il concetto semplice eppure rivoluzionario, che l’idea di umanità non è simile a quella di un reggimento che marcia compatto, ma è piuttosto più vicina all’idea di un’orchestra, in cui ognuno suona alla perfezione il proprio strumento, il proprio talento, in cui ogni elemento è fondamentale all’esecuzione della sinfonia.

Concetti semplici ripeto, eppure rivoluzionari, in cui i bambini coinvolti in questa favola proprio a loro dedicata, ma a cui dovremmo prestare molta attenzione anche noi adulti, stravincono, regalando sincerità ed emozione alle parole scritte da Barbara Silvani. Ma c’è molto di più in questo miracolo al sapore di aglio: un trucco e parrucco (come si dice in gergo) esemplare, forse il migliore che la stagione ci abbia regalato, una coreografia esaltante e coinvolgente (di nuovo la migliore che abbiamo visto quest’anno?), le luci materiche e palpabili a cura del sempre ispirato Giuseppe Luisi, la scenografia titanica (questa volta in scena vediamo un intero castello!) opera dell’inossidabile Gus ed infine la regia mai banale o stucchevole, ma sempre in punta di piedi, invisibile, delle meravigliose Cuggins…

Si sarà capito che a chi scrive lo spettacolo è piaciuto parecchio, e qualcuno dirà sicuramente con una punta di malizia, che tante lodi sono motivate dalla presenza nel cast della figliola di questo umile recensore, ma non lasciatevi ingannare, Benvenuti in Transylvania è uno spettacolo che colpisce al cuore per ciò che dice e per come lo dice, rappresenta contemporaneamente l’apice ed un nuovo inizio di un percorso basato sull’inclusione, che affonda le proprie radici nell’anima dell’associazione stessa, fino a diventarne, negli anni, una vera e propria bandiera.

Tornando alla definizione da cui siamo partiti, viene in mente che quel TUTTO in cui ci dobbiamo inserire, altro non è che il nostro riconoscerci come diversi ma simili, il rispetto e la voglia di accettarsi nonostante e comunque, il bisogno di perderci gli uni negli altri, perché va ricordato ora e sempre, che abbiamo bisogno dell’altro, per crescere, per migliorare e per essere veramente e totalmente noi stessi… perché nell’altro ci specchiamo, ci riconosciamo ed è grazie a ciò, che decidiamo di diventare visibili, guardandoci occhi negli occhi e perdendoci tra le braccia l’uno dell’altro. Finalmente uniti.

Ed è assolutamente meraviglioso sentirsi INCLUSI nel Solechegioca, che spesso ride, ma che sempre lo fa molto seriamente.

 

L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

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Questa volta cominciamo dalla fine.

Avete idea di cosa significhi per un vecchio cinefilo come il sottoscritto, cresciuto a pane e celluloide, ad invasioni aliene ed animazioni Disney, vedersi dedicare un copione basato su L’invasione degli ultracorti, uno dei suoi film preferiti di sempre? Ve lo dico io, significa emozione, commozione, lacrime e gratitudine e quindi è giusto, per una volta partire proprio da qui, dalla fine.

Il finale è il fulcro pulsante, la scelta critica, consapevole, coraggiosa ed il culmine della meravigliosa simmetria che domina lo spettacolo dei Lunatici, andato in scena il 28 e 29 Aprile al teatro di Calderara. Quel finale che non lascia spazio al non detto, alla speranza e al tanto sospirato lieto fine, è la necessaria conclusione di un discorso basato sulla paura e sull’ansia, un doloroso grido d’aiuto per un’umanità che sta annullando se stessa, smarrita in succedanei di se, impegnata a reiterare la finzione a discapito della realtà, della semplice voglia di incontrarsi, di riconoscersi come simili e dell’umano bisogno di abbracciarsi. Quel finale, ancora una volta, ci urla come un monito, che dipende sempre e comunque da noi e che a farne le spese saranno gli uomini e le donne di domani, i nostri figli. L’umanità merita dunque di essere salvata? Questa è l’urgente ed incandescente domanda che ci pone lo splendido copione scritto da Barbara Silvani, messo in scena da un gruppo di straordinari, coraggiosi, emozionati ed emozionanti ragazzi. Credo che ognuno di noi, sia tornato a casa con la propria risposta e questo, quando il teatro ti pone domande a cui lo spettatore è obbligato a dare risposte, è un vero e proprio miracolo, qualcosa di altissimo, di urgente, a volte doloroso  e forse necessario.

Le meravigliose ed ipnotiche luci di Giuseppe Luisi, questa volta più che mai, capaci di raccontare una storia e descrivere un’emozione, unite alla bellissima scenografia in black & white di Giuseppe Calabrese (al secolo semplicemente “Gus”), fanno da corollario ad una scrittura essenziale, di una lucidità dolorosa, capace di concretizzarsi in una recitazione essenziale, naturalissima, in grado di esaltare il talento di ogni singolo carattere in campo, muovendosi su due registri ben distinti: l’inerme, spaventata e fragilissima umanità della prima parte (fatta di passioni, battibecchi e cotte giovanili), contrapposta in maniera sapiente, coraggiosa e terrificante, all’aliena assenza di essa della seconda.

Concludendo, faticherò moltissimo a cancellare dalla mia mente l’immagine dei tre piccoli sopravvissuti che si accoccolano l’uno sull’altro, cedendo all’umana stanchezza, tremebondi, fragilissimi e fiduciosi di un aiuto che non arriverà mai. Un’immagine di una potenza narrativa enorme, sia dal punto di vista del significato che del significante, uno sguardo verso un futuro che purtroppo si trasforma passato, l’amara constatazione che come umanità, ma prima ancora come genitori, abbiamo fallito e peggio di ogni altra cosa, siamo stati capaci di lasciare soli i bambini, di lasciare soli i nostri figli.

Grazie Bi, per aver donato a questa storia la dignità che meritava, grazie per averci fatto riflettere, grazie per averci fatto emozionare e grazie per averci regalato il miglior copione dell’anno.

L’umanità merita di essere salvata? Rispondete in fretta, il tempo a disposizione è ormai finito.

C’ERA UNA VOLTA…

 

-Cosa vorresti essere?

-Io vorrei essere un Gus.

Fin da quando ho memoria, ho sempre desiderato fare cinema. Mi ricordo che a quei temerari che mi chiedevano: “Cosa farai da grande?” rispondevo con un pizzico di malcelata pomposità: “Farò il cinema.” Non avevo idea del perché, ma sapevo con assoluta certezza che la mia vita sarebbe stata legata in maniera indissolubile alla settima arte e in un senso molto lato, il mio sogno si realizza ogni primo martedì di ogni mese.

Era da tanto, tantissimo tempo, che non ripensavo a quel momento meraviglioso in cui un piccolo essere umano in potenza, può sognare di essere veramente ciò che vuole, mentre intorno a lui, nello stesso tempo, nel medesimo complicato e maledetto istante, tutti gli dicono cosa fare, come essere e addirittura cosa pensare. Non è facile mantenere la propria unicità quando attorno a te sembra che tutto sia già stato scritto e deciso da persone più grandi, sagge ed intelligenti di te, eppure il nuovo spettacolo del Solechegioca, riesce a farci riflettere proprio su questo, ricordandoci che quelli che noi in maniera troppo leggera chiamiamo sogni, possono diventare realtà. Basta volerlo

Prendendo dei veri e propri archetipi, i personaggi delle fiabe, adattandoli e regalando loro insospettabili perle di umorismo, l’autrice e regista Barbara Silvani, è stata in grado di plasmare l’unicità dei caratteri coinvolti, quel guazzabuglio di giovani anime, e unirle insieme con un filo d’argento fatto di grazia e consapevolezza di se. E’ proprio in quel preciso momento che sulle tavole di legno del palcoscenico, 15 isole completamente diverse tra loro per grandezza, sogni ed indole, sono riuscite ad ritrovarsi, riconoscersi ed accettarsi come un unico meraviglioso arcipelago.

Sembra scontato ma non lo deve essere mai:

“Amo la mia vita
Io sono potente
sono bellissimo
sono libero
amo la mia vita
Io sono meraviglioso
Sono magico 
io sono me
amo la mia vita

E infine
Sono dove voglio essere”

C’era una volta… e c’è ancora!

 

 

PAZZI IN LIBERTA’

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Pazzi in libertà è stata una splendida follia, un’avventura  che si è presto trasformata in storia d’amore duratura. Di fatto andare a teatro è di per se un miracolo, ma fare teatro lascia davvero senza parole.

Pazzi in libertà è il titolo dello spettacolo a cui ho partecipato con il gruppo teatrale a cui orgogliosamente appartengo, gli Audaci, di solito mi diletto a far recensioni, mettendo insieme qualche parola, per dare il mio punto di vista su quanto visto, non sarebbe quindi giusto avere un’opinione su qualcosa che mi ha visto coinvolto dall’interno, però in molti attendevano comunque qualche parola di commento e quindi, eccomi qui con qualche opinione in libertà.

In molti credono che salire sul palco sia la parte più complicata e contemporaneamente il momento di massima esaltazione, quell’apice catartico, capace di regalare croce e delizia. Non sono così d’accordo, francamente per il sottoscritto il momento più difficile è stato trovare il personaggio, cercare cioè all’interno del proprio spettro emotivo, la giusta intenzione,  intonazione ed intensità. Non solo, la gioia pura mi ha travolto non sul palcoscenico, nel bagno di folla degli applausi, ma personalmente io l’ho trovata nell’abbraccio vero e figurato dei miei compagni di avventura. E’ un fatto, ma non è scontato, che se il gruppo funziona e ci sostiene, allora lo spettacolo sarà comunque un successo, in barba al talento o alla predisposizione di ognuno di noi, perché anche il ruolo più piccolo e la più insignificante sfumatura possono far la differenza. Il Gruppo, o come direbbe Sabina, il Grrrrruppo. Impossibile dar per scontati un manipolo di coraggiosi uomini e donne, capaci di mettere in gioco così tanto di se, capaci cioè di esaltare le caratteristiche, le peculiarità e i punti di forza di ognuno, facendo leva su differenze, similitudini ed umana empatia. Lo spettacolo è il gruppo, la messa in scena di una dinamica, di un’armonia e di un’inclusione che esiste o non esiste solo all’interno dello spazio teatrale, ma che se è ben alimentata, mette radici forti e robuste, anche nella vita vera.

Poi c’è la regia, cioè Dio. Sì perché fatto salvo tutto quello che ho detto prima, nulla funziona davvero se non viene supportato da una vera regia, una guida solida ed ispirata, fedele ed appassionata ricerca di una visione, di un punto di vista e di un progetto. L’attore è creta nelle mani del regista, che sceglie e conosce, vedendo cose che noi spesso non riusciamo a cogliere di noi stessi, esaltando punti di forza e smussando debolezze, nel tentativo a volte difficile, di far funzionare un copione in relazione ad un gruppo, cercando sempre di non tradirne mai il punto di partenza, l’ispirazione e l’anima. Pazzi in libertà ha potuto contare su di una regia straordinaria, che andava a braccetto con una scrittura miracolosa, con all’interno vere e proprie perle meta-teatrali che sfruttando le armi della comicità, hanno saputo raccontare il disagio, la follia, la normalità, la diversità e l’inclusione.

Infine ci sono le anime buone ed erranti che aiutano a completare il quadro, a dar forma al tutto. La scenografia, la coreografia, le luci e in ultimo, ma non ultimo, le fotografie a testimonianza di un percorso, indelebili ricordi di qualcosa che non dimenticheremo comunque mai. Tutti questi silenziosi eppur indispensabili elementi, rendono possibile, tangibile e travolgente la magia, ammantandola di fascino, di musica, di movimenti, di luce rossa e fumo, regalando al pubblico e a che vive lo spettacolo dall’interno, la sensazione di trovarsi in un altrove da cui non ci si vorrebbe svegliare mai.

Pazzi in libertà è stato un sogno, il mio sogno, il sogno che un gruppo di uomini e donne ha vissuto, uniti, abbracciati, incuranti del fatto che un giorno si sarebbero svegliati, chiedendosi se quel miracolo, si fosse davvero compiuto.

Che questo si possa dire di chiunque faccia teatro, ma di certo si potrà dire di noi. Gli Audaci.

 

 

ARRIVAL

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Non vi racconterò balle, Arrival è un film complesso, a volte oscuro, nella seconda parte quasi inaccessibile, uno di quei film che pongono dozzine di domande e che costringono lo spettatore a scovare con fatica le risposte, eppure, nonostante tutto, è di una bellezza lancinante, assoluta, quasi dolorosa.

L’odissea terrestre e terrena che Arrival racconta, l’apparizione di dodici enormi astronavi aliene costringono l’umanità ad interrogarsi sulle vere ragioni di questa venuta, è la struttura base di un film che fin dal principio si regge sul linguaggio, l’interpretazione e la lingua, vista come comune denominatore, metro di civiltà e comprensione dell’altro. Proprio sull’interpretazione e la comprensione si basa la prima parte, mettendo davanti agli occhi dello spettatore il non facile tentativo di trovare un punto di incontro, un possibile contatto, tra alieni ed umani, ma anche tra uomini e donne, governi e popoli. Film universale, capace di veicolare messaggi universali ed umanissimi, Arrival è sì prima di tutto una pellicola di fantascienza, ma il viaggio compiuto dai protagonisti, non è rivolto verso le stelle, ma all’interno, nell’intima e segreta capacità di amare, sperare, capire ed accettare, che ognuno di noi possiede. E’ proprio qui, nella parte finale, in cui tutto risulta chiaro, cristallino e dolorosamente evidente, che il film vola altissimo, regalandoci un paio di sincere e meravigliose lacrime, capaci di fermare il tempo e lo spazio, incorniciando Arrival come un punto fermo nella crescita interiore di noi spettatori, di noi esseri umani.

Pellicola sul vivere, sul morire, sul nostro mondo così diviso, su ciò che ci aspetta, sull’enormità che sta alla base del significato di umanità, ma forse e soprattutto sull’importanza del viaggio, seppur breve,  che compiamo insieme alle persone che amiamo e impariamo ad amare, un viaggio che vale sempre la pena vivere, perché tutte le cose hanno un inizio e una fine, ma come nei palindromi, a volte la fine, può essere un l’inizio.

I TRE MOSCHETTIERI 

Non facciamo l’errore di pensare che adattare un testo sia facile o banale e non facciamo soprattutto l’enorme errore di pensare che adattare I Tre Moschettieri sia facile o banale. 

Una volta tolti i duelli a fior di lama, l’azione coreografata degli scontri corpo a corpo e le scene di massa, plateali e coinvolgenti, cosa resta? Cosa resta da portare in scena, sopra un palcoscenico? Ve lo dico io, restano un pugno di personaggi e un canovaccio talmente classico (il cattivo che vuol raggirare l’ingenuo re facendo leva sulla fedeltà della sua regina) che farebbe tremare le vene ai polsi di chiunque decidesse di cimentarvisi. Allora cosa abbiamo visto sul palco del Teatro Spazio Reno di Calderara? Ancora una volta, a domanda rispondo volentieri, abbiamo visto sapiente riscrittura, rispettosa rivisitazione, grande regia ed un pugno di ragazzi, anzi di Attori, determinati a gettare il cuore oltre l’ostacolo e mettere tutti loro stessi, al servizio del pubblico.

Entrando nello specifico. La scenografia e le luci questa volta era verso l’infinito e oltre, così come la coreografia sulle note dei MUSE. Ho visto un esilarante Richelieu, coadiuvato da un Cagliostro che ha avuto splendidi momenti comici, mi sono entusiasmato con un Re-ragazzo ingenuo e divertente, tra i più riusciti che mi sia capitato di vedere, con la sua elegante Regina, quasi eterea, accerchiato dalle sue divertenti sorelle e protetto dai suoi prodi Moschettieri. Ho visto una Milady capace di far perdere la testa a chiunque si intrometta tra lei e il suo obbiettivo, duettare con un comparto femminile di attrici davvero credibili, mentre un ubriaco, che sembrava proprio tale, e una guardia del corpo ninja, che restava nella parte anche interagendo con il pubblico, si preoccupavano di strapparmi attimi di vera partecipazione.

Come già detto, tutto etereo, tutto basato su pochissimi elementi e su di una trama che, spogliata di tutto, si fa impalpabile, sfuggente, eppure pur non avendo la forza di un Otello, l’utopia de L’isola dei libri perduti, il sogno di Toy Story o l’ipnotica unicità di Jesus Christ Superstar (per citare alcune opere messe in scena da il Solechegioca) I Tre Moschettieri convince proprio per le scelte di regia, che vanno a braccetto con la scrittura, capaci quindi di dare forma, corpo e sostanza ad una pugno di materia grezza, spesso ostica per molti… un manipolo di ragazzi-attori. 

Uno per tutti e tutti per uno, che il cielo, la Francia e i Moschettieri tutti, veglino sulla regista e i suoi preziosi collaboratori, preservandoli forti e in salute.