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MANUALE SCOUT PER L’APOCALISSE ZOMBIE

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Noi appassionati di horror, di pellicole zombie in particolare, abbiamo visto di tutto in carriera. Abbiamo riso, pianto, ci siamo spaventati, abbiamo pensato e più spesso ci siamo abbandonati con la testa tra le mani, chiedendoci perché…

Ora, dopo aver visto praticamente di tutto, ecco presentarsi al nostro cospetto, quasi alla chetichella, ma con una buona dose di spavalda assenza di vergogna, questo Manuale scout per l’apocalisse zombie. Vaccata, direte voi. Sì e no, rispondo io. La cosa interessante di un film come questo, apparentemente inutile e senza scopo, è che sembra dimenticare la tradizione romeriana, per pescare a piene mani, saccheggiandone addirittura alcune sequenze ed idee, da Re-Animator di Stuart Gordon. Ora, per un vecchio dinosauro come me, che Re-Animator lo ha visto e rivisto fino a consumarlo, questa trovata catapulta di diritto Manuale scout per l’apocalisse zombie, tra i “guilty pleasure”. Per carità, probabilmente non frega proprio a nessuno sapere come uno sparuto gruppo di scout, affronteranno la suddetta apocalisse zombie, ma bisogna essere onesti e riconoscere che alcune trovate, pur sconfinando nel demenziale puro, sono a dir poco adorabili. Sequenze come quella dell’attacco dei gatti, del coro con lo zombie al ritmo di Britney Spears, del pene zombie allungato e strappato oltre ogni limite di decenza, pudore e vergogna, o delle zombie-tette che offrono l’occasione perfetta per uno scout di avere il suo primo approccio sessuale, confinano con il puro genio. Il resto è una pellicola spassosa che diverte in maniera dissacrante, ma che non dimentica la preziosa lezione della paura, fondamentale quando ci si vuol cimentare con il genere horror. Manuale scout per l’apocalisse zombie resta un film disincantato, anzi cazzaro oltre ogni limite, destinato probabilmente ad un pubblico di giovanissimi, eppure è impossibile non riconoscerne l’oscuro ed ipnotico fascino.

Non vergognatevi, ma lasciatevi andare e divertitevi, non ve ne pentirete.

 

DE-GENERANDO CULT: Evil Dead e dintorni

12640459_10153870267289166_6139192704420302867_oIncontro al fulmicotone tra De-Generando e Bloody Cult in una puntata speciale che si occupa di Evil Dead e di tutte le sue derive. La trilogia classica diretta da Sam Raimi, i seguiti apocrifi ed insensati made in Italy, il remake e le derive che ha ispirato ed infine la serie tv Ash vs the Evil dead. Una chiacchierata con l’amico Carfa per parlare del cinema che più amiamo, quello che gronda sangue.

Buona visione.

DE-GENERANDO: Bianco… al Cinema

casablancaTre colori: film bianco. Omaggio al bianco, in tutte le sue sfumature. Il bianco della giacca di Bogart in Casablanca, il bianco del latte, della neve, del bufalo, dell’abito da sposa, degli occhi, della cocaina…. Continuano le playlist ispirate all’opera di Kieslowski, questa volta tocca al colore bianco e la prossima sarà la volta del rosso, perché il cinema è un unicum di storie, immagini ed emozioni, tenuto insieme dai sogni ad occhi aperti di noi spettatori.

SPOTLIGHT

20104185723_0ca6c3e963_oNel 2002 il Boston Globe pubblicò un’indagine giornalistica (a cura della sezione investigativa Spotlight) che era destinata a far tremare i pilastri della chiesa cattolica, questo film raconta l’indagine che portò alla pubblicazione di quell’articolo: un reportage che portava alla luce gli sconcertanti casi di abuso su minori da parte di alcuni appartenenti al clero.

La forza del film di Tom McCarthy sta tutta nella messa in scena, concentrata sulla verità dei fatti accertati e per nulla incline al sentimentalismo da bancarella. Lasciando la parte emotiva nelle mani dei suoi protagonisti, Mark Ruffalo e Michael Keaton strepitosi, ma limitando i racconti delle vittime al minimo, scelta difficile che al contrario avrebbe garantito al film lacrime facili, Spotlight (in Italia assurdamente tradotto come Il caso Spotlight) si concentra sull’istituzione chiesa cattolica e non sui singoli sordidi casi. L’indagine, non è un mistero, fu un vero e proprio terremoto, che portò alle dimissioni di un cardinale, e Spotlight è la fedele ricostruzione, tra dubbi e pressioni sterne, dell’iter che portò a generare quel sisma. In questo senso fanno un ottimo lavoro i protagonisti, ognuno determinato ad arrivare in fondo alla verità: se Mark Ruffalo è impulsivo, frustrato ed arrabbiato, Rachel McAdams rappresenta la parte più umana e dolente, quella in contatto con le vittime di abusi, ma è forse Michael Keaton la vera forza del film, rappresentando di fatto quell’etica del raccontare e verificare, che oggi sembra ormai appannaggio di un passato lontano. Spotlight è prima di tutto il fedele resoconto di come nasce un’indagine giornalistica, di come un semplice indizio non basti a giustificare un articolo, ma di come duro lavoro, pazienza e un’insolita capacità a mettere insieme i pezzi, riesca a portare un po’ di luce in un mondo di tenebra e menzogne.

Cinema di inchiesta e di denuncia, pellicola probabilmente di maniera, ma necessaria, a non dimenticare mai una vicenda tra le più controverse che si siano affacciate nella recente banalità delle nostre vite e delle nostre fragili certezze.

JOY

joy-poster-largeJoy è prima di tutto una bella parabola tutta al femminile sul sogno americano.

David O.Russell ama ed ammira le donne, esseri imperscrutabili, straordinari ed affascinanti, traspare ad ogni inquadratura e ad ogni scelta di sceneggiatura. In questo senso è un vero piacere assistere all’ascesa non priva di ostacoli di Joy, una Jennifer Lawrence bravissima e bellissima, perché finalmente dopo tante storie maschili di onore e gloria, ecco che ci viene concesso il privilegio di vedere il mondo attraverso gli occhi di una donna. Joy è combattiva, inarrestabile, ha una nonna che crede in lei, una madre immobile, due figli, una sorellastra che la odia, un ex marito che vive nel suo seminterrato e un padre che salta da una fidanzata all’altra, ma più di tutto è determinata a realizzare la propria vita, bloccata in pausa da tanto troppo tempo. Questo è il secondo aspetto del film di O.Russell, che prepotentemente si fa largo: la famiglia, soffocante, invidiosa, invadente e profondamente avida. Joy racconta anche e soprattutto questo, cosa capita cioè ad una famiglia, quando fa capolino la prospettiva di guadagnare parecchi soldi, come si spostano gli equilibri, come le invidie profonde e mai sopite, si facciano più aspre che mai e come il legame di sangue diventi un semplice pretesto. Joy combatterà contro le avversità, l’insuccesso, l’incompetenza e la propria famiglia, determinata a vederla fallire a tutti i costi. Storia di trionfo personale tutto al femminile ed affresco familiare dai contorni riconoscibili per chiunque, Joy esplora i limiti di un sogno, ridefinendo il significato di traguardo e utopia. Cinematograficamente ineccepibile (O. Russell sa veramente come dar vita ad un film corale), impreziosito da alcune trovate geniali (la telenovela che attraversa tutto il film è sublime) e dalle interpretazioni di un cast affiatato e convincente, composto dal solito Bradley Cooper ma anche da Virginia Madsen, da un convincente De Niro e da una ritrovata Diane Ladd, Joy vive, pulsa e si illumina per il sorriso, lo sguardo e la presenza scenica di Jennifer Lawrence, ancora una volta da Oscar, vero faro di Gioia e speranza in un mondo buio e senza luce, fatto di sogni infranti, salite difficili ed egoismo.

STEVE JOBS

steve-jobs-movie-poster-800px-800x1259Danny Boyle va al cuore della cosa e così facendo, costruisce un film meraviglioso.

Poco importa che il protagonista degli eventi narrati si chiami Steve Jobs, i tre computer presentati nel film, in tre momenti storici ben precisi, sono solo un corollario, un necessario accessorio per raccontare i difficili rapporti umani di un uomo con i suoi simili, il complicato svolgersi di una toccante relazione tra un padre e sua figlia. Riesce incredibile pensare che qualcuno della famiglia o della stratta cerchia del vero Steve Jobs, possa aver gettato fango sull’incredibile sceneggiatura scritta da Aaron Sorkin (a proposito, una vera ingiustizia che non sia candidata all’Oscar), perché il nostro ha lavorato con grande cura, levigando ogni parola e trasformando la controversa carriera del guru di Apple, in una dolente e commovente parabola umana, che lo ha reso più vero che mai. Fassbender dal canto suo è perfetto nel ruolo di un uomo ossessionato da se stesso, incapace di gestire le relazioni umane con semplicità, ma altrettanto semplicemente condannato all’incomunicabilità, all’isolamento e al solipsismo, tipico delle grandi menti. Se Sorkin ha scritto delle pagine splendide e Fassbender le interpreta con pietas e vigore, bisogna dare merito ed onore a Danny Boyle di aver dato corpo ed anima ad entrambi, regalandoci una delle migliori regie della sua pur nobile carriera. Appassionato come un entomologo, Boyle segue Jobs/Fassbender ovunque, arrivando a violarne lo spazio e la libertà, intenzionato a raccontare da vicino ogni sfumatura, cambiamento d’umore, ruga e pensiero, restituendoci così un ritratto stratificato e quasi impressionista, di un personaggio che definire controverso sarebbe alquanto riduttivo. Più di ogni altra cosa comunque Steve Jobs è la storia di un rapporto padre e figlia, fatto di allontanamenti e riavvicinamenti, distanze emozionali ed abbracci rubati. Costruito di istanti e per immagini a tratti toccanti, la dicotomia Steve e Lisa Jobs tocca nel profondo, in quanto intrisa di verità, dolore e vero affetto, sentimenti comuni nel cuore di ogni padre, attimi di infinito che, alla fine di uno splendido film, regalano anche qualche sincera lacrima, ora di rabbia, ora di commossa partecipazione…

… La luce si accende, gli occhi sono umidi di pianto e l’unica cosa che mi rimbomba nella mente, è l’insistito bisogno di abbracciare mia figlia.

DE-GENERANDO: Blu… al Cinema

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Ecco un omaggio al colore Blu. Prendendo spunto dai tre film che Kieslowski dedicò alla bandiera francese, una serie di 3 playlist con dominante Blu, Bianca e Rossa. Si comincia co il Blu, 7 film per riflettere sul colore del cielo, del mare, dei neon anni ’80, del blues, del velluto e della follia. In una veste riveduta e corretta, da questa puntata sono state aggiunte le immagini di copertura, in modo da limitare la presenza del mio faccione al minimo sindacale, De-Generando racconta e riflette su quel cinema che a volte abbiamo dimenticato.

Buona visione.

PICCOLI BRIVIDI

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Piccoli Brividi è un biglietto assicurato per un viaggio sulla macchina del tempo. Destinazione: un luogo lontano, sperduto nella nostra infanzia, un posto magico, forse un po’ inquietante, ma sicuramente confinante con il sogno.

Fuor di licenza poetica, Piccoli Brividi, riprende uno spirito di racconto per l’infanzia che ormai credevamo perduto, sicuramente cambiato. La verità è che sembra che negli anni, il cinema e non solo quello, si sia dimenticato dell’importanza della paura, soprattutto nell’intrattenimento per ragazzi, tassello a dir poco indispensabile per la crescita dei nostri figli, esattamente come lo fu per noi. Piccoli Brividi, basato con intelligenza sul fenomeno letterario da 400 milioni di copie, mantiene un ottimo equilibrio tra umorismo e paura, spingendo senza esitazione sul pedale dell’inquietudine e dell’avventura a rotta di collo. Proprio questo spirito, supportato da un irresistibile Jack Black, è il punto nodale del film, uno spirito che apparteneva di diritto a classici come Gremlins e che col passare del tempo ha ceduto il passo alla risata sguaiata o al sentimento allo stato brado.Come accade nei film migliori, quando c’è bisogno di un bello spavento, magari supportato da un colpo di scena, in Piccoli Brividi questo arriva puntuale, regalando qualche bel balzo dalla poltrona. Piccoli Brividi fa semplicemente questo, prende una ricetta vecchia come il mondo e la applica sapientemente alla trama, lasciandone intatti immutati gli elementi più veraci e pulsanti, come il mistero, la paura e l’avventura. La paura ci aiuta a crescere e non c’è nulla come la paura per esplorare i nostri limiti e superarli, diventando uomini e donne di domani, più completi, più adulti e più felici.

Il mondo è cambiato molto da quando Hansel e Gretel si sbarazzavano della strega cattiva gettandola nel forno, ma la paura è rimasta un sentimento formativo e fondativo con cui è bello giocare e sporcarsi le mani, affondando la mente nel buio della notte, per farla riemergere alla luce dell’intelletto, più saggia, più pulita e sgombra dai brutti pensieri.

LA GRANDE SCOMMESSA

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Parecchi film hanno tentato di raccontare la crisi economica del 2008, ognuno a suo modo e con alterna fortuna.

Qualcuno ha provato a fare una drammatizzazione di quanto avvenuto (è il caso di Margin Call e Too Big to Fail), mentre altri hanno adoperato l’arma del documentario (Inside Job e Capitalism: a Love Story, per citarne un paio), sempre e comunque abusando in tecnicismi complessi e voli pindarici sintattici, a base di complicati ragionamenti di cui non bisognava perdere nemmeno una parola, pena l’assoluta incomprensione di un passaggio cruciale per la comprensione del tutto. Quello che ancora non era stato tentato, almeno fino ad ora, era applicare le tecniche della commedia, ad un tema così complesso ed apparentemente serioso. La Grande Scommessa fa proprio questo, applica i tipici crismi di una commedia, ad una vicenda che ha del tragico, la risata infatti è spesso tangenziale alla lacrima, non è un segreto che alcune delle commedie migliori (e noi italiani ne siamo stati maestri in un lontano tempo che fu) hanno un cuore nero come la notte. Lasciando da parte quasi tutti i complicati tecnicismi, o addirittura adoperandosi nel semplificarli con l’aiuto di irresistibili siparietti, La Grande Scommessa riesce nel complicato miracolo di rendere accessibile e chiaro l’impossibile. Diretto da Adam McKay, regista di entrambi gli strepitosi capitoli di Anchorman, parte dai prodromi del collasso finanziario per raccontarne l’assurda stupidità e l’incredibile arroganza della cecità che l’ha generata. Pur restando una commedia, La Grande Scommessa non lesina in aperte critiche e non ha paura di prendere posizione, restituendoci un ritratto fedele, acido e a tratti crudele di una società ostaggio di se stessa, smarrita nel miraggio di qualcosa che ormai non esiste più. Ottimi i protagonisti al servizio di questa bella e terribile parabola: Brad Pitt funziona benissimo nel suo ruolo di guru di Wall Street pentito, Ryan Gosling è divertentissimo e cinico al punto giusto, Christian Bale è al solito perfetto e tormentato quanto basta, mentre la vera sorpresa resta un impareggiabile e logorroico Steve Carell, diviso equamente tra avidità e dolente pietà per il genere umano.

Alla fine della visione resta un grande senso di smarrimento, unito ad un sentimento ben più profondo e strisciante, capace di far gelare il sangue nelle vene… la paura.

CREED

Creed-PosterLa domanda è semplice: c’era davvero bisogno di un altro Rocky? Francamente no, ma se proprio così doveva essere, almeno rallegriamoci che sia toccato ad un film come questo.

In maniera intelligente, ma soprattutto furba, Creed sposta l’attenzione dall’ormai preistorico campione di Philadelphia (improponibile ormai sul ring), per concentrarsi sul figlio dimenticato, abbandonato e reietto in cerca di riscatto di quell’Apollo che ha accompagnato Rocky in ben 4 film. Detto così sembra poca cosa, ma l’idea è geniale, in un sol colpo reinventa l’intera saga, lasciando comunque un piede ben piantato nella tradizione, portandosi dietro cioè, tutto quel bagaglio di ricordi, emozioni e memorabilia, che farà sospirare di nostalgia tutti gli appassionati convenuti in sala. Stallone torna a vestire per l’ennesima volta i panni di Rocky, che ormai interpreta con una naturalezza imbarazzante, i gesti, le espressioni e le parole, sono frutto non solo di consumato mestiere, ma di quella consueta abitudine con cui si indossa una comoda, vecchia e logora vestaglia di flanella. A sorprendere, ed è la vera buona notizia, è Adonis Creed (Michael B. Jordan), novello pugile ribelle, fatto di storia, carne, sangue, sudore e muscoli, elementi decisivi per definire un personaggio, qui fondamentali per sostituirsi a Stallone nel cuore di un’intera generazione. Creed alla fine è questo, un ponte che collega i fan di una saga, nata forse per caso, nel lontano 1975, con una nuova generazione di giovani combattenti, pronti a prendere a pugni la vita. Se ci pensate, non in modo molto diverso dal criticatissimo Il risveglio della forze, anche se inspiegabilmente Creed è stato accolto in maniera assai più bonaria, quasi festosa, premiando addirittura con un Golden Globe l’interpretazione di un imbambolato Stallone. Il resto, tutto il resto, è il solito guazzabuglio di luoghi comuni, un ammasso di paccottiglia da bancarella dell’usato, buona per attirare i curiosi, mentre ciò che davvero resta è la muscolare regia di Ryan Coogler, determinata a seguire i combattimenti in maniera ravvicinata, quasi intima, usando parecchia macchina a mano e non lesinando con i piani sequenza, veri lunghissimi gioielli visivi di un film, che altrimenti, in mano a qualcun altro, sarebbe forse risultato anonimo e dozzinale, pedissequa riproposizione senza fantasia di un canovaccio trito e ritrito. Incontro dopo incontro, pugno dopo pugno, scalino dopo scalino.

THE END OF THE TOUR

eott_web-2David Foster Wallace è stato un mistero, un autore sensibile e fragilissimo, il figlio di un paese tele dipendente e un acuto osservatore della realtà. The end of the tour, oltre ad essere la testimonianza di un incontro, di un viaggio, di un’amicizia dalle forme strane e poco cangianti, viziata dall’anonimo tentativo che ogni essere umano, mette in atto per conquistare l’altro, è anche e soprattutto la fotografia di un’anima. A seguito del successo dell’opera/mostro Infinite Jest, Foster Wallace viene avvicinato da David Lipsky, che lo seguirà nelle tappe conclusive del suo tour promozionale, per poter scrivere un articolo su di lui per conto della rivista Rolling Stone. Il film è questo, nulla di più, una sorta di road movie intimista, incentrato su due personalità probabilmente affini eppure distanti e profondamente divise. Film complesso e a tratti lirico, sinceramente toccante e dedicato a tutti coloro che amano perdersi nella lettura di un libro, The end of the tour racconta l’effimera fragilità dell’insicurezza umana, la disarmante solitudine di un uomo bisognoso di conferme. Pellicola che in Italia nasce già morta in sala e che mai nessun produttore del bel paese si azzarderebbe a realizzare, ha invece ben nascosto nel profondo del proprio cuore, il coraggio delle idee, l’incoscienza dell’impossibile da raccontare e l’astratta concretezza della poesia. The end of the tour racconta lo scrivere, il leggere e il vivere, attraverso un sentire differente, traguardo sognato e temuto da chiunque si sia mai perso tra le pagine di un libro e che stregato da quell’incantesimo, abbia tentato di ricreare quella magia, spesso non riuscendoci. Il resto è storia, chiacchiere, filosofia spicciola grammatica dell’essere, mentre tutti noi cerchiamo affannosamente di affermare noi stessi, una parte di noi, o più semplicemente un solo ed unico concetto originale, finalmente nostro e quindi degno di esser ricordato da chi verrà dopo.

DE-GENERANDO: Ridere… al Cinema

Ninotchka-15Dopo una meritata pausa natalizia, pur con l’eccezione di una piccola incursione nel mondo di Star Wars insieme all’amico Carfa di Bloody Cult, torna De-Generando, la rubrica che parla di cinema in maniera trasversale. Questa volta parlo di commedia, e quindi ecco qui, Ridere al cinema: da ieri ad oggi come sono cambiati i meccanismi della commedia. Citando solo qualche titolo e dimenticandone tantissimi, senza pretesa di dare un quadro esaustivo, ma volendo solo raccontare alcuni film a me molto cari, ecco alcune delle migliori commedie che la settima arte e i suoi autori ci abbiano mai regalato.
Buona Visione.

THE REVENANT

revenant-leoPur non amando particolarmente il cinema di Inarritu, perfino il premiatissimo Birdman, devo ammettere che The Revenant è un grandissimo film, una pellicola di una potenza primordiale, capace di riconciliarmi con il paraculo regista messicano, che per una volta sembra essersi dimenticato delle sue arroganti architetture arzigogolate, tanto chic, quanto ridondanti.

A ben guardare, sembra proprio che questo 2016 sia cominciato all’insegna dell’umanità e della natura, eterni rivali ed eterni alleati, uniti in un necessario girotondo senza vinti ne vincitori. Così come il nuovo meraviglioso film di Tarantino, quel The Hateful 8 che getta i propri detestabili protagonisti in un inferno bianco macchiato di sangue, anche The Revenant mette in scena un manipolo di personaggi, ognuno a suo modo spiacevole, facendoli confrontare con una natura matrigna, inclemente e inospitale. Forse non è un caso, ma un necessario ritorno alla pura essenza delle cose, a partire proprio dal linguaggio, praticamente inesistente in un film che affida la propria potenza narrativa e drammatica, ai gesti e al frastuono della natura, sempre invasiva e mai benevola, nei confronti un’umanità invadente, estranea, ruggente, quasi aliena. E’ proprio di questo che parla The Revenant, con un occhio rivolto verso il cinema di Malick (la prima meravigliosa sequenza sembra uscita da La sottile linea rossa), prendendo come scusa una storia di vendetta, per trasformarla in un feroce apologo su di un’umanità che non riconosce più se stessa. Inarritu, aiutato dalla straordinaria performance quasi muta di un titanico Leonardo Di Caprio, costruisce il suo film più classico, lasciandosi alle spalle trucchi e manierismi, per riportarci indietro nel tempo, al cuore di un paese e di una terra, in cui regna la bestialità, la morte ed il muto divenire delle cose. Complici almeno un paio di sequenze da antologia, il già citato incipit e l’ipnotico e terribile attacco da parte dell’orso, una fotografia livida e sontuosa, due protagonisti/antagonisti bravissimi e soprattutto una regia carismatica, contemplativa ed ispirata, The Revenant si candida come film necessario, indispensabile, onirico e prezioso, capace da solo di far riflettere su di un’umanità, che che di umano sembra non aver più nulla.

DE-GENERANDO CULT: Una chiacchierata su Star Wars

B1xgrDaIcAEaIsm.0.0Eccoci ad un evento speciale, una versione ibrida tra De-Generando e Bloody Cult, una chiacchierata tra il sottoscritto e l’amico Fabrizio Carollo a proposito dell’universo Star Wars. La trilogia storica, i tragici episodi prequel firmati da Lucas, per poi concludere con Il Risveglio della Forza. Guest star: una piccola Principessa Jedi di quasi 9 anni di nome Matilde, mia figlia.

Buona visione.

GOODNIGHT MOMMY

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Ecco quel bel cinema austriaco, che quando lo guardi ti fa digrignare i denti e distogliere lo sguardo.

A dispetto di ciò che si pensa, si deve vivere parecchio male in Austria, perchè a ben guardare le pellicole che attraversano le alpi, per gettarsi in pasto al mercato internazionale, hanno un che di meravigliosamente malato. Lasciando da parte le battute di spirito, ecco che dopo aver esplorato ed amato il cinema di Aneke, ci viene data ora la possibilità di dare una sbirciatina a Goodnight Mommy, opera a dir poco controversa di Severin Fiala e Veronika Franz, entrambi al loro debutto dietro la macchina da presa in un lungometraggio. Una mamma torna a casa dai suoi due figli gemelli dopo aver subito un intervento di chirurgia plastica al viso. Ancora bendata e dolorante per l’operazione subita e soggetta a sbalzi di umore sconfinanti nella collera, subisce la crescente ostilità dei bambini, sempre di più convinti che il comportamento della madre, sia causato da un vero e proprio scambio di persona, assolutamente certi che la donna giunta a casa dall’ospedale non sia la loro mamma. Esteticamente ineccepibile, tematicamente malatissimo e sottilmente velato di un corroborante sadismo, Goodnight Mommy è una sorpresa magnificamente inquietante, un manifesto malato all’amore madre figlio, di lancinante brutalità. Non lesinando le sequenze forti, a volte quasi insopportabili ed avvolgendo tutto in un’atmosfera rarefatta ed esteticamente asettica, Goodnight Mommy si concentra sull’identità, sull’altro e sulla percezione di se, costruendo di fatto un impazzito mosaico in cui domina violentissimo, l’amore. Film non per tutti gli stomaci, ma necessario per scoprire una cinematografia spesso sommersa, dimenticata, preziosa, Goodnight Mommy regala momenti forti di un cinema degenere.

Lucida istantanea di una genitorialità solipsista e sorda, incapace di ascoltare le silenziose grida d’aiuto di una generazione di figli abbandonati ad una crescita repentina, dolorosa e profondamente solitaria.

STAR WARS IL RISVEGLIO DELLA FORZA

img_0380Tralasciando tanta filosofia ed altrettante chiacchiere, volendosi invece concentrare sull’unica questione importante, credo che la domanda sia una ed una soltanto: il settimo capitolo di Star Wars, atteso ormai da quella che iniziava a sembrare un’eternità, è un bel film, un degno successore della trilogia classica, capace di far dimenticare gli imbarazzanti tentativi di Lucas di distruggere tutto quello che era attecchito nel cuore di noi appassionati? La risposta è anche in questo caso una e una soltanto: SÌ, CAZZO!

Il risveglio della forza é un gran bel film, diciamolo subito per sgombrare il campo da ogni dubbio, una pellicola costruita per tutti gli appassionati della sacra trilogia, che qui ritroveranno finalmente, non solo i loro beniamini, ma anche tutte quelle cose che credevamo di aver ormai dimenticato, dandole per scontate. A cominciare dai meravigliosi combattimenti nello spazio infinito, continuando poi con un villain degno di questo nome e per finire con le amate spade laser, usate finalmente con senso e misura e non per scacciare le mosche, come nei pessimi prequel diretti da Lucas.La verità è che Il risveglio della forza ha l’accortezza di avvicinarsi alla materia con delicatezza e rispetto, senza forzare troppo gli avvenimenti, ma regalando al tutto una naturalezza ed una spontaneità che ben si sposano con il mood delle pellicole originali. Affiancando tre giovani caratteri, francamente tutti perfetti e funzionali, alle icone del nostro passato, figure che abbiamo imparato ad amare, J.J. Abrams chiude il cerchio portando a casa il film perfetto, punto di congiunzione temporale vero tra due generazioni diverse e distanti.

Ognuno di noi, su quello schermo troverà qualcosa di diverso: forse qualcuno annoterà entusiasta le tantissime citazioni, altri si emozioneranno nel riascoltare i battibecchi tra Han Solo e Chubecca, tanti spalancheranno gli occhi sbigottiti di fronte ad un plot sapiente che ben si avviluppa a tutto ciò che è venuto prima, ma sono sicuro che tutti, proprio tutti, troveranno su quello schermo un pezzettino di se, un ricordo, un frammento, una sensazione, un fremito, una frase, o forse una lacrima, che credevano di aver perduto o semplicemente dimenticato e tutto come sempre comincerà in modo semplice, nel silenzio, con una frase quasi infantile, quanto perfetta, che credevamo di non poter pronunciare più…

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

mediaDio esiste e vive a Bruxelles, non solo, ha anche una moglie, una figlia ribelle e meglio non parlargli di quel capellone di suo figlio JC, andatosene da casa ormai da tantissimo tempo…

Queste le premesse del nuovo travolgente film di quel talentaccio di Jaco Van Dormael, regista belga che si era impossessato del mio cuore nel lontano 1991 debuttando con lo splendido Toto le héros. Dio esiste e vive a Bruxelles mette in scena un creatore fin troppo umano, vendicativo e profondamente attratto dalla sofferenza, che non perde occasione di infliggere con sadica soddisfazione all’intera razza umana; per fortuna, a bilanciare la solipsistica crudeltà di un Dio che si aggira per il proprio appartamento indossando un terrificante accappatoio in flanella, c’è sua figlia di dieci anni, che seguendo le orme di suo fratello maggiore, deciderà di scendere sulla terra, per scrivere un Tutto Nuovo Testamento ed aiutare gli uomini e le donne a trovare un significato in una vita che apparentemente sembrerebbe non averne alcuno. Il film è tutto qui, una celebrazione totale dell’uomo, anzi soprattutto della donna, del libero arbitrio e dell’importanza di vivere ogni singolo momento come se fosse l’ultimo. Surreale e grottesco come non si vedeva da molto tempo, disperatamente divertente e profondamente anarchico fino al midollo, Dio esiste e vive a Bruxelles, riconsegna il futuro nelle mani delle donne, più sagge e compassionevoli, assennate ed empatiche, vera chiave di volta di una rivoluzione umanista punteggiata da momenti di lancinante poesia. Le donne, esseri divini che fin troppo spesso si dimenticano di esserlo, messe in un angolo da uomini egoisti ed irosi, smarriti nel proprio odio per il mondo. Eppure a volte le donne si ricordano di essere fatte della materia di cui sono fatti i sogni, esseri dalla scintilla divina ed immortale, pronte a riprendersi il posto che compete loro, alla guida di un mondo che ha bisogno di essere più giusto, più colorato e pervaso dalle note che compongono la musica interiore di ognuno di noi.

IRRATIONAL MAN

844-05Di Woody Allen si possono dire parecchie cose, ma di certo non si può dire che abbia sempre fatto lo stesso film. In più di quarant’anni di onorata attività il nostro ha spaziato in lungo e in largo, attraversando l’animo umano in tutti i suoi nascosti anfratti, indagandone ora i sentimenti, ora le grettezze, per finire poi ad arenarsi nelle secche del sogno e dell’umana utopia. La verità è che il cinema di Allen si ama o si odia, va detto però, che chi odia Allen, probabilmente odia il cinema stesso. Irrational Man non fa eccezione e prendendo le distanze dal fuorviante e furbo trailer, che ancora una volta mette in scena l’animo stracciato di uno scrittore filosofo, intrappolato in una crisi di creatività apparentemente senza soluzione, va da tutt’altra parte, portando a casa un apologo sulla natura umana e sul caso. Ancora il caso quindi, eterno ritornante nel cinema di Allen, matrice interpretativa di una realtà arcigna che fin troppo spesso sfugge all’umana comprensione. Irrational Man, appannaggio di un sempre bravo Joaquin Phoenix e di una magnetica Emma Stone, appartiene al lato più oscuro dell’anima di Woody Allen, quello che ha partorito Match point e Sogni e delitti, ma che aveva già fatto capolino in quel capolavoro che è stato Crimini e Misfatti, perfetto gioco d’equilibrio tra luce ed ombra, indissolubile completamento di un universo complesso e rutilante. Allen racconta noi, le nostre debolezze e finte sicurezze, portando sul grande schermo la vita come la conosciamo, come vorremmo che fosse e come a volte a tradimento ci sorprende, all’improvviso… spaventati, inermi e folli, innamorati di un sogno, innamorati di noi.

THE WAVE

bolgen-posterE anche la fredda e bellissima Norvegia ha il suo catastrofico di tutto rispetto, alla faccia nostra, del bel paese, che sembra più interessato a vedere se Checco Zalone andrà a passare il Natale col boss, magari ai Caraibi e in compagnia del professore cenerentolo…

The wave non solo è un film che funziona benissimo, rispettando tutti i meccanismi e soprattutto i tempi del genere, ma bisogna dire che risulta molto più credibile delle più recenti produzioni americane, leggasi San Andreas. Facendo tesoro della tradizione di classici come L’inferno di cristallo e dimenticando i più recenti blockbuster, The Wave si prende il suo tempo per introdurre la tematica, i protagonisti e l’imminente pericolo che pende come una spada di Damocle sulle loro teste. Non è un segreto che il genere catastrofico abbia effettivamente le sue regole non scritte: dopo le prime avvisaglie, colte solo da uno dei protagonisti, vanno introdotti tutti i personaggi in modo chiaro ed empatico, in modo che non risultino essere semplice carne da cannone, infine arriva il climax, la natura o chi per lei fa il suo dovere e tutto finisce in gloria. In The Wave passano ben cinquanta minuti di attenta e pianificata preparazione, prima che ciò che stiamo aspettando fin dal primo minuto, finalmente accada: d’un tratto infatti un pezzo di montagna frana nel lago causando uno tzunami in marcia verso il centro abitato e il film comincia a correre come un forsennato. Tensione, credibili effetti speciali, alcune sequenze che funzionano alla grande e tanta voglia di un cinema più muscolare, concreto e concretamente divertente. Non parliamo di grande cinema, per carità, ma nella giostra di titoli assurdi e spesso idioti che ci arrivano da oltre oceano, sarebbe bene dare uno sguardo e una possibilità a ciò che fin troppo spesso resta invisibile, per colpa di una distribuzione stolta e spesso appannaggio di privilegiate scorciatoie. La Norvegia, che già ci aveva regalato l’adorabile Troll Hunter, si iscrive di diritto tra i paesi che riescono a fare buon cinema di genere, così come tantissimi altri, che vanno a comporre un complesso ed interessante caleidoscopio europeo.

Caleidoscopio a cui per ora sembrano mancare solo i colori rosso, bianco e verde.

INTO THE GRIZZLY MAZE

1920x1920Into the grizzly maze è il classico film del genere “natura contro”, con una splendida e sostanziale differenza, sembra girato trent’anni fa. Limitando gli effetti digitali al minimo indispensabile e arrivando ad impiegare un vero terrificante grizzly, anche per le sequenze degli attacchi (Bart the bear, citato perfino nei titoli di testa), Into the grizzly maze regala intrattenimento vero, concreto e tangibile, un tipo di approccio ormai praticamente estintosi, almeno nel campo del cinema di genere. L’ultimo esempio recente di questo tipo di cinema, uomo al cospetto di una natura matrigna e selvaggia, è stato lo splendido The Grey, in quel caso però si parlava di lupi, mentre qui, come forse avrete intuito, il protagonista è un maestoso orso assetato di sangue. Tra montagne innevate e boschi impenetrabili si compie la tragedia più che umana di un manipolo di uomini e donne, mossi dall’istinto più antico di sempre: sopravvivere ad ogni costo. I soliti topoi quindi, diranno i più attenti, eppure per le più che concrete ragioni descritte in precedenza, il film acquista corpo e struttura, descrivendo una natura selvaggia ed inospitale, all’apice della sua furia letale: le fauci del grizzly imbrattate di sangue mettono i brividi e ancora una volta, l’essere umano appare minuscolo di fronte a tanta potenza. La natura domina, scalcia e urla pur di ritrovare il proprio equilibrio, indifferente all’umano patire, sentire, sognare, sperare, amare e vivere.