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Houssy's Movies

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ANIMALI NOTTURNI

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Più forte e potente del rimpianto, esiste solo la consapevolezza, la certezza assoluta di aver sbagliato tutto, di aver scelto ciò che era apparentemente più facile e comodo, a scapito del sacrificio, forse dell’amore.

Animali Notturni, il nuovo film dello stilista Tom Ford, che arriva dopo ben sette anni dal suo esordio, il personalissimo A single man, racconta la parabola di consapevolezza di una donna, ormai non più giovanissima, che messa nella condizione di ripensare al proprio passato, scivola sempre più in basso, all’interno di un’analisi personale che metterà a nudo responsabilità e rimpianti, restituendole la desolante immagine di una vita vuota e priva di significato. In senso strettamente paradigmatico, Animali Notturni è anche un film sulla vendetta, la rivincita di una donna, a scapito di se stessa, la riflessione insistita e metaforica di un essere umano, che si scopre debole e fallace.

La cosa veramente interessante, è vedere come Tom Ford decide di mostrarci questa discesa negli inferi dell’anima, cioè attraverso un racconto parallelo di sangue, umana debolezza, punizione e morte. Qui, in questo doppio piano narrativo, l’anima noir della pellicola esce fuori, lavorando di sottile metafora e partecipata empatia, mettendo in scena  gli Animali Notturni del titolo, predatori senza scrupoli che la notte non dormono, ma cacciano le loro prede senza alcuna pietà. Esattamente come Amy Adams ed Aaron Taylor Johnson, animali/uomini capaci di qualsiasi cosa, disposti a tutto, per convenienza o per piacere personale.

Attorno al film, intorno all’apparente vita perfetta della gallerista Amy Adams, prende forma un mondo immobile, irreale, congelato nell’immagine e nella vuota rappresentazione di se, un mondo che vive e si alimenta di  posticci tentativi di vitalità, pur consapevole della propria decadenza e del proprio ineluttabile disfacimento, esattamente come il gruppo di nude, obese e vecchie modelle, che ballano come tante paradossali majorette durante i meravigliosi titoli di testa.

Rimpianto, consapevolezza, vendetta, solitudine e disfacimento, Animali Notturni racconta un mondo vuoto e abbandonato, in cui veniamo lasciati soli con noi stessi, vittime degli stessi errori delle nostre madri, in cui l’amore, se esiste, viene lasciato andare, torturato, vilipeso ed ucciso, un mondo in cui è fin troppo facile e spaventoso riconoscersi.

 

OTELLO

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Secondo me, opinione personalissima non suffragata da fatti, William Shakespeare era un nerd… solo un nerd avrebbe potuto descrivere l’amore con tanta disperata intensità e comunicare le emozioni con tanta sofferta partecipazione. Ecco, se quel meraviglioso nerd di William Shakespeare fosse stato al Teatro Spazio Reno, sabato sera, durante la messa in scena del suo Otello, rivista, corretta e reinterpretata da Barbara Silvani (testo e regia) e dal suo eroico manipolo di giovani Punta di Brillante, avrebbe goduto come un pazzo, avrebbe riso, si sarebbe commosso e avrebbe forse visto i suoi versi sotto una luce diversa.

L’Otello messo in scena dai Punta di Brillante, è il caso di ripeterlo ancora una volta, manipolo di giovanissimi attori che serbano dentro al cuore la scintilla del teatro vero, quello che arriva a tutti, non contaminato da sovrastrutture e trucchi, è tentativo riuscito di accecante modernità. Nonostante infatti, qui si stia parlando di tragedie scritte più di 400 anni fa, bisogna ammettere che tutta l’opera del sommo Bardo è di un’attualità sconcertante. In questo senso, vedere battibeccare sul palco Ofelia, Giulietta, Olivia, Caterina, Ecate e Lady Macbeth, ha per esempio una carica eversiva ed umoristica trascinante, non solo, riesce a farci riflettere sulla condizione dell’essere umani e sui ruoli che nostro malgrado, spesso malvolentieri, siamo costretti ad interpretare. Allo stesso modo, i fantasmi dissertano sulle differenze tra uomini e donne, i personaggi interpretano fino in fondo il ruolo assegnato, esattamente come tanti pedoni in una raffinata partita di scacchi e finalmente, inevitabilmente, le tragedie si compiono a suon di musica, scandite dal rimbombo martellante dei bastoni ed ammantate da una macabra ed ipnotica luce rossa.

Può sembrare scontato ma, il teatro è cuore e sacrificio, Shakespeare, Barbara e i Punta di Brillante ce lo ricordano, attraverso la tragedia di Otello, trasformata in apologo sul destino e l’accettazione di se, sulla debolezza umana e la vendetta. Il teatro come matrice per interpretare e capire il reale insomma, cifra stilistica ultima ed intima, perché fatta di carne e sangue, voce e parole, Otello ci ricorda chi siamo e cosa possiamo diventare, rigettandoci addosso la nostra condizione di umani, deboli, stolti, sordi, fragilissimi sacchi di carne. Il resto, tutto il resto è fantasia, poesia e sogno, il resto, tutto il resto, è teatro.

Concludendo, oltre al sempre meraviglioso testo, la regia simile ad una sinfonia e l’interpretazione dei ragazzi tutti, mi piace ricordare ciò che spesso si da per scontato, proprio perché sempre sotto gli occhi di tutti: grazie dunque alle titaniche coreografie di Kia, alle scenografie ispirate di Gus, alle luci di Giuseppe che sempre raccontano una storia nella storia e al commovente backstage di Marcello, che posso garantire facendolo di mestiere, si è fatto un discreto mazzo per rendere la magia di qualcosa che il più delle volte resta sfuggente ed inafferrabile, lo spirito di un gruppo di meravigliosi ragazzi, giovani uomini e giovani donne, che sanno dar voce e corpo ai loro e ai nostri sogni.

Quasi dimenticavo… battuta preferita: “C’è del marcio in Danimarca?… No c’è un freddo porco in Danimarca”.

 

DeGenerando CULT: Sport al Cinema

Per riascoltare la puntata di DeGenerando CULT dedicata allo Sport al Cinema, andata in onda lunedì su BBU Web Radio. 

https://www.spreaker.com/episode/9873555

DeGenerando CULT: 7 Invisibili e 7 Sopravvalutati

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Sempre in compagnia del paziente Francesco Fossa, affrontiamo 7 titoli passati praticamente inosservati ed altri 7 francamente sopravvalutati.

Buon Ascolto.

DeGenerando CULT: La Commedia

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Con l’amico Francesco Fossa, parliamo di Commedia al cinema… una chiacchierata di quasi due ore per inaugurare la nuova stagione di DeGenerando CULT su Radio BBU (Bologna Blog University). Buon Ascolto. #SPREAKER

TOYS

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Raro privilegio del teatro e dell’autore, o autrice, che adatta un testo, è quello di usare la propria intelligenza e sensibilità, per parlare apparentemente di infanzia, per raccontare invece noi, il mondo che ci circonda e la fallacità della natura umana. E’ capitato così che ieri sera, mentre assistevo estasiato al debutto di mia figlia nel ruolo di un Furby psicopatico, nel libero adattamento di Toy Story, ad opera dell’indomita ciurma dell’Associazione Solechegioca, non potevo togliermi dalla testa di stare assistendo ad una dichiarazione di intenti, una promessa di integrazione, una riflessione matura, interpretata da chi non ha ancora l’età anagrafica per esserlo sufficientemente, sull’accoglienza dell’altro, del diverso, dello straniero. Parlando di giocattoli, uniti e ad un tempo divisi dall’appartenza alla propria individuale natura intima di balocchi, ognuno così diverso dagli altri, eppure così intimamente ed indissolubilmente agli altri legato, si racconta e si dipana la storia di ciò che siamo, o meglio, di ciò che dovremmo davvero essere. Ecco quindi che i bambini, questi meravigliosi bambini, piccoli uomini e piccole donne di domani, hanno tanto da insegnare a tutti noi: la pazienza, la costanza, l’accettazione e l’attesa incondizionata dell’altro…valori che dovrebbero appartenere al fardello dell’anima immortale di ognuno di noi, perché bisognerebbe capire che alla fine, anche se diversi, bianchi, neri o gialli, siamo tutti giocattoli. E lo spettacolo? I piccoli attori brillano, tutti e in tutti i ruoli, con un paio di lacrime ad incastonarne la sincerità ed il valore, mentre la regia, vera protagonista insieme al testo, è intelligente, ispirata e come nelle opere migliori, invisibile, insomma Toys è opera completa, complessa e proprio per questo di una semplicità disarmante, proiettata in un domani, già confortevolmente abitato dai nostri intelligenti e sensibili figli, in cui essere diversi rappresenta una ricchezza inestimabile, un valore da difendere ed esaltare, come la nostra libertà di essere ciò che vogliamo essere e di sognare ciò che vogliamo sognare. Aprite le finestre, le porte ed i vostri cuori, il domani è già oggi, negli occhi, nelle parole e nei gesti dei nostri bambini.

LEGEND

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Nel lontano 1985 Ridley Scott, 5 anni dopo il suo capolavoro Blade Runner sorprese tutti e lasciò interdetti molti, dirigendo un film fantasy che ancora oggi lascia perplessi alcuni. Legend è un ottimo fantasy, figlio di una logica produttiva ormai defunta, probabilmente uscito in un periodo poco felice, di quegli anni infatti sia Labirinth che Lady Hawk, eppure forte di una sua dignità. Le scenografie sontuose, i trucchi ipnotici di Rob Bottin, la sensuale innocenza di Mia Sara, l’acerba fisicità di Tom Cruise e il luciferino carisma di Tim Curry, contribuiscono a creare un racconto fantastico prezioso per raccontare l’adolescenza. Proprio quel passaggio delicatissimo tra la giovinezza e l’età adulta, sembra essere il vero protagonista di un film che rivela parecchie sorprese. La scoperta del sesso, dell’attrazione, della seduzione, tutte tematiche che Legend blandisce e suggerisce, accarezzando i corpi e le labbra dei suoi protagonisti. Non è un caso che l’arrivo dell’oscurità, mai come in questo caso rappresentata dal peccato in persona cioè il demonio, coincida con la morte della purezza, dell’innocenza, forse della verginità, qui impersonificata dagli unicorni. La regia di Scott, sempre elegante ma essenziale, sottolinea le dinamiche tra i protagonisti, regalandoci, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale almeno un paio di sequenze di una bellezza disarmante. In questo senso, sia l’incontro ravvicinato tra Mia Sara e gli unicorni, culminante in una corsa mozzafiato e il taglio del corno in mezzo ad una tempesta di petali rosa, è qualcosa che non si dimentica facilmente, esattamente come la danza sensuale e bellissima tra la protagonista e l’abito da sposa nero, che il diavolo Tim Curry ha scelto per lei. Legend resta una pellicola probabilmente più adulta di quel che sembra, destinata ad essere rivalutata negli anni, uno spettacolo elegante e ricco di dettagli, lontanissimo dalla cgi tutta uguale di oggi, ma frutto di un’alchimia cinematografica, figlia della visione matura di un grande regista.

DE-GENERANDO: Alta Fedeltà… al Cinema

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Il cinema dell’Alta Fedeltà: dischi, radio e band… un tuffo nella musica e nella riproduzione di essa. Il fantasma del palcoscenico, Talk Radio, The Commitments e tanti altri, in una playlist ideale per ricordare un passato analogico che fu.

Buona Visione.

L’ISOLA DEI LIBRI PERDUTI

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And i been waiting for this time to come around but baby running after you is like chasing the clouds

Questo è un estratto di Story of my life, dei celeberrimi One Direction, brano che chiude in maniera commovente L’isola dei libri perduti, mirabile adattamento teatrale, interpretato da adolescenti, del libro scritto da Annalisa Strada. Ora può sembrare strano che un blog che si occupa di cinema, conceda così tanto spazio al teatro, ma è il privilegio di chi è poco visto, letto o ascoltato, un privilegio di libertà e di sovversione intellettuale, che a volte diventa un manifesto, una dichiarazione d’intenti, esattamente come è capitato a questo splendido adattamento. Libertà, sovversione, crescita… di questo in fondo parla L’isola dei libri perduti, un testo perfetto per rappresentare un’età splendida eppure ingrata come l’adolescenza. I libri in questo senso sono una metafora perfetta per raccontare il cambiamento, la trasformazione, l’accettazione di se, così come il bisogno di fuggire da se… la famiglia vista come fardello prezioso ed indispensabile da cui allontanarsi (soprattutto a livello ideologico) è difficilissimo eppure necessario, per abbracciare la crescita e il divenire altri. Difficile trasportare tutto questo sul palcoscenico, significa trasferirci il proprio vissuto, le proprie esperienze, sogni ed idee, cosa ancora più difficile quando gli attori sono adolescenti. Diciamocelo forte e chiaro non ci aspettiamo nulla dagli adolescenti, non siamo abituati ad ascoltarli e non siamo preparati a coglierne le inquietudini, i malumori ed il bisogno disperato di uscire dai loro corpi. L’isola dei libri perduti racconta tutto questo e facendolo racconta di noi, dei nostri figli e soprattutto di ciò che loro sognano e pensano, perché ciò che sognano e pensano non è diverso da ciò che sognavamo e pensavamo noi. Si chiama crescita ed è la cosa che ci terrorizza di più in assoluto, perché significa assenza di controllo e ciò che non possiamo controllare ci fa paura, tanta paura. L’isola dei libri perduti ci ricorda tutto questo ed ha l’ardire di farlo con sincerità, commovendoci fino alle lacrime, utilizzando le parole di quei ragazzi, uomini e donne di domani, che dovremmo abituarci ad ascoltare con maggior attenzione. Il resto lo fanno la scenografia, le luci, la regia, le ispirate interpretazioni di tutti e le note di Story of my life, che ci ricordano, mentre le lacrime solcano il nostro viso e quei ragazzi ci salutano per abbracciare finalmente le loro preziose ed uniche vite libere da ogni stereotipo, che crescere è la cosa più dolorosa e spaventosa che ci sia, ma se proviamo a farlo insieme, abbracciati stretti l’uno a l’altro, allora potrebbe trasformarsi nella più straordinaria delle avventure.

KRAMPUS

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Partiamo da una necessaria premessa: chi non conosce i Krampus faccia una ricerca sul web e si informi subito, perché si tratta di una tradizione affascinante e spaventosa, appannaggio dell’Alto Adige e del folklore tedesco, legata a San Nicola (Santa Claus), alla sua ombra e che si celebra ogni anno il 5 Dicembre.

Krampus è anche il titolo di un horror veramente perfido, tra i più interessanti che mi sia capitato di vedere ultimamente. In occasione del Natale, una tipica famiglia americana celebra la festa più famosa dell’anno, ospitando l’invadente nucleo familiare della di lei sorella; ovviamente l’atmosfera si farà subito incandescente e questo porterà il figlio minore ad esprimere un pericoloso desiderio… Vera sarabanda natalizia di cattiverie assortite, non viene risparmiato niente e nessuno nemmeno gli omini di pan di zenzero, Krampus, procede spedito e veloce affastellando orrori piccoli e grandi. Contaminato da una forte dose di umorismo nero, Krampus è il tipico film che ricorda un cinema che avevamo dimenticato, appannaggio di un passato che proponeva pellicole come Gremlins di Joe Dante, dedicate ad un pubblico consapevole della possibilità che a volte un film per famiglie, possa nascondere alcune insidie. Krampus non risparmia nessuno dei suoi protagonisti, vuoti simulacri di uno spirito natalizio inutile e sciocco, triste appannaggio di un ridondante mucchio di tradizioni vetuste e polverose, laccate di nuova e scintillante ipocrisia. Non è un caso che il film si apra con le assurde immagini di ciò che capita negli Stati Uniti durante in Black Friday, quella giornata in cui i saldi la fanno da padroni e la merce viene venduta con sconti imbarazzanti, una giornata in cui di fatto succede di tutto e i grandi magazzini vengono presi d’assalto, con fiumi di persone in fila fin dalle prime luci dell’alba. Non esiste nulla di meno natalizio, niente di più deprecabile di quell’inno al consumismo sfrenato, capace di tirar fuori il peggio da chiunque. Krampus mantiene ciò che promette, mettendo in scena un incubo al sapore di zenzero, dedicato probabilmente alle famiglie, capace cioè di far riflettere, spaventando, sul vero significato di una festa che proprio nella famiglia trova il suo più profondo significato. Non dispiace poi il finale, per una volta cattivissimo, perfettamente in sintonia con una favola nera come la pece, capace forse di cambiare la prospettiva cinematografica di qualche spettatore più piccolo (non troppo piccolo però, il film ha momenti sinceramente horror), esattamente come capitò a me e a quelli della mia generazione, quando tanti anni fa, nel buio di una sala cinematografica, ci innamorammo di Gizmo, dei Gremlins e di una magia chiamata cinema, che da allora ha stregato il nostro cuore.

IL LIBRO DELLA GIUNGLA

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Sorvolando sulle discutibili motivazioni alla base della mania Disney di trasformare i propri classici a cartoni animati in film live action, tendenza che per esempio ha regalato al mondo quella schifezza di Maleficent, bisogna ammettere che contrariamente ad ogni aspettativa, Il libro della giungla è un ottimo film con un paio di momenti di rara potenza cinematografica. Francamente il vostro affezionatissimo era parecchio scettico, principalmente per un paio di ragioni: in primis un’affezione quasi morbosa verso il classico animato del 1967, uno dei migliori film Disney di sempre ed in secondo luogo, una fortissima perplessità verso una cgi così invasiva ed onnipresente. Il libro della giungla è un film che ti fa rimangiare ogni pregiudizio, consapevole della propria potenza cinematografica e delle idee, alcune potentissime, che lo tengono insieme. John Favreau, già regista di Iron Man, regala al film quella concretezza e quella verosimiglianza di cui ha bisogno, immergendo l’intera notissima vicenda in uno scenario affascinante ed avvolgente, in cui gli animali parlano, provano sentimenti contrastanti e soprattutto lottano furiosamente, anzi, quasi spaventosamente. Se la tigre Shere Kahn è un cattivo di lusso, spietato e carismatico, se la pantera Bagheera e l’orso Baloo hanno il compito di guidare il coraggioso Mowgly, ma sanno anche tirare fuori le zanne e gli artigli al momento giusto, bisogna ammettere che la vera sorpresa del film è il re delle scimmie, Re Louis, francamente terrificante, enorme, possente e spietato, molto lontano dal vecchio adorabile Re Luigi, che in originale aveva la travolgente voce di Louis Prima. Proprio nei toni più sinistri, come l’incontro con lo smisurato boa Kaa, Il libro della giungla ha i suoi momenti migliori, sequenze che atterriscono per quanto recuperano il vero spirito celato nell’infanzia e nella crescita, un bisogno necessario, troppo spesso dimenticato, di contaminare la fiaba con la paura vera. Ogni favola classica (Biancaneve, Barbablù, Pollinico, Hansel e Gretel, Cappuccetto rosso…) contiene la stessa dose di meraviglia e terrore, perché i bambini non scordino mai quanto dolore, paura e crescita, siano in realtà fortemente legati; è stata la Disney a farci credere che non fosse così, costruendo un mondo di zucchero filato e stupore, addomesticando quelle storie e rendendole più fruibili da un pubblico di genitori ansiosi. Il libro della giungla restituisce dignità alla paura, almeno in un paio di straordinarie sequenze, riportandola al cinema e gridando a squarcia gola la propria anarchica sovranità, fatta di sangue, fuoco e morte, là dove fino a poco tempo fa, regnavano solo amore, umorismo, acconciature vaporose e tanta prevedibile bontà. Un grande film, davvero.

LUI E’ TORNATO

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Lui è tornato, recita il titolo di questo bel film, ma la domanda è forse un’altra: lui se ne è mai andato? Adolf Hitler si risveglia nel centro di Berlino in pieno 2015, cosa è cambiato del mondo che conosceva e come reagirà la Germania di oggi all’ingombrante figura del più famoso pazzo assassino che la storia abbia mai conosciuto? Bisogna dire una cosa di questo film, non gli manca il genio e nemmeno il coraggio, la pellicola infatti affianca una narrazione più tradizionale, benché paradossale, ad una serie di vere candid camera girate tra la gente comune. Sorpresa, parecchi cittadini tedeschi, ma anche europei (proprio nel finale il film allarga polemicamente la propria visione), sarebbero disposti a sostenere un partito politico di estrema destra, che portasse avanti gli stessi ideali del Fuhrer. Infatti il nostro Hitler protagonista, fa gli stessi discorsi di un tempo, suscitando le stesse simpatie e gli stessi consensi di un tempo, è vero, qualcuno dissente pesantemente, ma sono comunque una minoranza, poca cosa a confronto del consenso quasi totale suscitato dalle considerazioni del nostro. Lui è tornato, fotografa un paese che ha smarrito la propria memoria storica, decidendo così di ripetere con leggerezza gli stessi errori del passato, quello che manca è un leader capace di trasformare quel malumore e quella recrudescenza razzista che sembra pericolosamente diffusa, in un movimento politico credibile e concreto. Film a tratti divertente, ma più spesso pericoloso ed inquietante, Lui è tornato è una riflessione schietta, lucida e sconcertante su ciò che alberga nel cuore dell’Europa e in quello di ognuno di noi, erroneamente convinti che il passato resti immobile ed irripetibile, una parata di fantasmi ormai lontani, da studiare tra le pagine di un libro. Alla fine della visione resta un malessere diffuso e una domanda, sepolta in profondità: ma se un film simile venisse fatto in Italia, sostituendo a LUI… L’ALTRO? Mi tremano le vene dei polsi al solo pensiero di ciò che potremmo scoprire.

IL FANTASMA DELL’OPERA

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Il Teatro! Di solito il sottoscritto si occupa di cinema, ma questa sera ho assistito ad un miracolo, quindi perdonatemi se vado fuori tema, ma devo mantenere una promessa. Chi mi conosce o frequenta queste pagine, sa della mia passione per il musical ed in particolare per The Phantom of the Opera, il primo vero musical che io abbia mai visto in un teatro, in quel di New York in una lontana estate del 2001… Il teatro dicevamo, cos’è il teatro? Cuore? Passione? Magia? Fortunata coincidenza? Io penso ci sia del miracoloso in un manipolo di attori che si affollano attorno ad un testo adattato da un regista, cercando di dargli voce e senso, nel tentativo di regalare un’emozione, anche piccola, ad un pubblico impaziente e spesso distratto. L’associazione Sole che Gioca, piccola realtà teatrale aperta ai talenti di grandi e piccini e capitanata dal suo indomito ammiraglio, Barbara Silvani, questa sera ha osato mettere in scena un libero adattamento de Il fantasma dell’Opera, senza lesinare idee, umorismo, intensità, musica e soprattutto tanto coraggio. Sfidando ogni comune buon senso, il gruppo di giovanissimi ragazzi saliti sul palco, hanno dato tutto, credendo fermamente nelle proprie capacità ed abbandonandosi completamente alla visione della loro regista. Parabola sull’amore e sull’apparenza, metafora di un mondo superficiale e spesso crudelmente determinato a convincerci che sia importante ciò che gli altri pensano di noi, Il fantasma dell’Opera diventa, nelle mani di questi piccoli grandi eroi, un testo attuale e pulsante di vita, una bella riflessione sulle maschere che siamo costretti ad indossare e sull’oscurità, che avvelena il nostro cuore. Ecco, questo è per me il teatro, la capacità da parte di un gruppo di persone speciali, di mettersi a nudo senza vergogna, di fronte ad una platea di loro simili, senza alcuna paura di mostrare la propria fragilità e permettendo agli altri, anche solo per un istante, di poter sbirciare nell’infinito della loro anima, per potercisi riconoscere e forse smarrire. Un miracolo dicevo, ma forse preferisco usare la parola sogno, un sogno da cui non avrei voluto svegliarmi mai. Grazie ragazzi.

 

ZOOTROPOLIS

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Benvenuti a Zootropolis, città utopia in cui prede e predatori vivono fianco a fianco, cercando di trasformare le differenze in opportunità. Presentando una vera e propria trama gialla, una delle poche che il mondo dell’intrattenimento per bambini ci abbia regalato, Zootropolis è l’ennesimo esempio di come stia cambiando l’animazione. Ultimamente infatti stiamo assistendo ad una vera e propria evoluzione della narrazione nei film dedicati ai ragazzi, destinata ad abbracciare tematiche complesse, più adulte, pur mantenendo un delicato equilibrio, che ne lascia inalterato lo spirito fanciullesco. Prendiamo ad esempio questo Zootropolis, ultima fatica di casa Disney, votata alla comprensione e all’accettazione del diverso, non che alla realizzazione dei propri sogni, pellicola apparentemente innocua, che invece nasconde un mondo ben più complesso, adulto e ricco di celate meraviglie. Zootropolis è la tipica pellicola fruibile a diversi livelli, i bambini ne rimarranno meravigliati e piacevolmente divertiti, mentre gli adulti potranno da un lato perdersi tra le invenzioni visive del film (la città con i suoi diversi distretti è un universo a parte da scoprire ed ammirare), mentre dall’altro non perderanno occasione per riflettere su tematiche ben urgenti ed attuali. Fuor di metafora, nella parabola sulla diversità messa in scena dal film (un predatore resta sempre un predatore) c’è molta attualità e se vogliamo, una riflessione addirittura politica, non banale. In un mondo globalizzato, aperto, esattamente come quello di Zootropolis, in cui vivono e convivono, individui di diversa razza, credo e religione, non è affatto scontato riflettere su quella diversità e di come per alcuni, rappresenti un limite e non una risorsa. Il film quindi, prendendo una posizione molto netta ed usando comunque l’arma del sorriso, ci dice che abbiamo il dovere di accettare e difendere le peculiarità di ognuno, perché solo in questo modo potremo definirci esseri umani degni di questo nome, cittadini globali di un mondo i cui confini si restringono sempre più, mentre le barriere si abbattono, i muri cadono e le differenze vanno viste come una ricchezza inestimabile.

 

GOODNIGHT MOMMY

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Ecco quel bel cinema austriaco, che quando lo guardi ti fa digrignare i denti e distogliere lo sguardo.

A dispetto di ciò che si pensa, si deve vivere parecchio male in Austria, perchè a ben guardare le pellicole che attraversano le alpi, per gettarsi in pasto al mercato internazionale, hanno un che di meravigliosamente malato. Lasciando da parte le battute di spirito, ecco che dopo aver esplorato ed amato il cinema di Aneke, ci viene data ora la possibilità di dare una sbirciatina a Goodnight Mommy, opera a dir poco controversa di Severin Fiala e Veronika Franz, entrambi al loro debutto dietro la macchina da presa in un lungometraggio.

Una mamma torna a casa dai suoi due figli gemelli dopo aver subito un intervento di chirurgia plastica al viso. Ancora bendata e dolorante per l’operazione subita e soggetta a sbalzi di umore sconfinanti nella collera, subisce la crescente ostilità dei bambini, sempre di più convinti che il comportamento della madre, sia causato da un vero e proprio scambio di persona, assolutamente certi che la donna giunta a casa dall’ospedale non sia la loro mamma.

Esteticamente ineccepibile, tematicamente malatissimo e sottilmente velato di un corroborante sadismo, Goodnight Mommy è una sorpresa magnificamente inquietante, un manifesto malato all’amore madre figlio, di lancinante brutalità. Non lesinando le sequenze forti, a volte quasi insopportabili ed avvolgendo tutto in un’atmosfera rarefatta ed esteticamente asettica, Goodnight Mommy si concentra sull’identità, sull’altro e sulla percezione di se, costruendo di fatto un impazzito mosaico in cui domina violentissimo, l’amore. Film non per tutti gli stomaci, ma necessario per scoprire una cinematografia spesso sommersa, dimenticata, preziosa, Goodnight Mommy regala momenti forti di un cinema degenere.

Lucida istantanea di una genitorialità solipsista e sorda, incapace di ascoltare le silenziose grida d’aiuto di una generazione di figli abbandonati ad una crescita repentina, dolorosa e profondamente solitaria.

 

10 ANNI, 10 FILMONI, 10 MERDE

In compagnia del compare Carfa e con il supporto logico e tecnico di Francesco Fossa, il vostro affezionatissimo disserta insieme a questi due amici del meglio e del peggio del cinema recente. Dieci anni, dieci filmoni imperdibili e dieci schifezze da dimenticare… buon ascolto.

https://www.spreaker.com/episode/9555732

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Ci sono registi, artisti, che sono fuori dal tempo, congelati in un fiume di pensieri, concetti ed emozioni, completamente personali ed indipendenti.

Rob Zombie, dopo lo splendido Le streghe di Salem, pellicola che abbiamo visto in 12 ed apprezzato in 2, resta ancora una volta al di fuori del main stream, ai lati del successo di pubblico, fuori dai gusti dell’omologazione e continua il suo personalissimo e sofferto percorso, verso un cinema adulto, poco incline al compiacimento di se e alla masturbazione psicologica.

31 Racconta di un gruppo di artisti circensi rapiti da un manipolo di pazzi psicopatici, che nella notte di halloween (ecco il 31 del titolo) li sottopongono ad un crudele gioco all’ultimo sangue… Rob Zombie, come già detto, ci regala un film fuori dal tempo, una scheggia impazzita, piombata da un passato furibondo e sanguinante, in cui nulla ci viene risparmiato o celato. Nani nazisti psicopatici, fratelli clown con motosega al seguito, Eros e Thanatos… sembra non esserci limite alle fantasie del furibondo regista, che infarcendo il suo film di immagini malate e rimandi sgradevoli, mette in scena un gioco al massacro, che non ha vincitori e vinti, ma solo vittime, esattamente come il personaggio del cinema è vittima e carnefice nei confronti dei film che interpreta.

Solo il pubblico quindi, che guarda e giudica, decretando vita e morte di una pellicola o di un autore, è il vero colpevole, superiore ed intoccabile, pronto ad indossare maschere e demolire la vita altrui, per puro piacere personale o per gioco.

Il finale, in questo senso, ha la dignità e la ferocia del vero cinema, di quel cinema che se ne infischia delle regole e decide di essere se stesso fino in fondo, anche a luci accese e proiezione finita, a gioco concluso. Il personaggio smette di essere tale, si fa uomo ed il film diventa vera vita, mettendo in scena la morte, fino in fondo, ad ogni costo, digrignando i denti e sorridendo di fronte alla libertà di scelta che si cela dietro al suicidio artistico di chi lo ha creato.

 

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 9: Bad Guys

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I Cattivi ragazzi finalmente protagonisti di questo succoso episodio… Carfa e Houssy si perdono nei meandri di tre saghe CULT, amatissime da tutti quelli che adorano il cinema.

Il Padrino, Il silenzio degli innocenti, Harry Potter.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 8: Super Heroes

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Il mondo dei supereroi finalmente! Carfa e Houssy si dilettano a parlare bene e male delle pellicole dedicate agli eroi incalzamaglia:

Batman, Captain America e Kick Ass.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 7: Distopia

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Mad Max, Hunger Games, The Purge… Carfa e Houssy disquisiscono sulla distopia, una delle migliori e più interessanti derive fantascientifiche.