Houssy’s Short Cuts: INTO THE WOODS

 Occasione più che mancata per questo musical targato Disney, fatto di interpretazioni trascurabili e canzoni dimenticabili. Non si sentiva proprio il bisogno di dare un’altra occasione a Johnny Depp per gigioneggiare senza freni e per regalare a Meryl Steep l’ennesima nomination agli Oscar. Peccato dicevamo, ma al di là della modaiola tendenza a riaggiornare le fiabe classiche, dimostrazione di un’endemica assenza di fantasia che ha veramente stancato, quello che proprio non torna é la musica. Le nostre orecchie, vittime innocenti di quella che sembra essere un’unica traccia lunga più di due ore, saranno grate ai titoli di coda, paladini indiscussi della fine di un incubo musicale, molto più pauroso del bosco del titolo.

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BIG HERO 6

big-hero-6-nuovo-trailer-italiano-prima-clip-e-13-poster-del-film-d-animazione-disney-3Un giorno, forse, la cultura orientale avrà la meglio su quella occidentale.

Nella futuribile San Fransokio, ponte ibrido tra due mondi diversi eppure complementari quando si tratta di descrivere la natura umana, prendono il via le avventure del piccolo-grande Hiro, dei suoi amici e del gentile Baymax, vera anima di un film a cartoni animati così ispirato e travolgente, come non se ne vedevano da tempo.

Parabola dell’eterno ritorno, probabilmente un altro segnale di retrocessione della matrice occidentale a favore di un ideale e di un modo di sentire ed intendere il lutto tutto orientale, Big Hero 6 conquista per l’intensità dei caratteri che mette in campo; non dei semplici stereotipi, a cui purtroppo eravamo da tempo abituati, ma delle figure tridimensionali e sfaccettate, insomma veri personaggi quasi in carne ed ossa, non ombre evanescenti e sfuggenti.

Per nostra fortuna al fianco di protagonisti così forti si schiera una trama a tratti shakespeariana, costellata di lutti, sacrifici, sconfitte e rinunce. Ora della fine il nostro Hiro conoscerà il sapore della vendetta e quanto sia facile cedervi, mentre la morte, qui interpretata veramente come ritorno, acquista un valore di intensità come raramente si è visto in un cartone. La piega adulta presa dalla storia infatti, giova moltissimo al climax del film, che per una volta non è destinato ad avvitarsi su se stesso schiavo delle quasi indistruttibili catene dell’happy-end, ma soprattutto farà un gran bene alle giovani menti di tutti quei piccoli spettatori che ci si avvicineranno.

Commossi, travolti e spossati dalla potenza dell’affetto che proveranno per Baymax, i bambini toccheranno con mano e cuore l’etica del sacrificio e si troveranno traghettati inconsapevolmente verso l’interpretazione profonda di sentimenti che hanno solo cominciato a comprendere.

Big Hero 6 è un ponte verso il domani, verso gli uomini e le donne che vorranno e vorremo essere, una lunga e tortuosa strada che porta ad un cinema migliore, un cuore che batte vigoroso e pieno di speranza, nel petto di un’arte finalmente più giusta.

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IL RAGAZZO INVISIBILE

Il-ragazzo-invisibileC’era una volta, parecchio tempo fa a dire il vero, un mondo in cui i film riuscivano ancora nell’arduo compito di far crescere il loro piccolo pubblico. Destreggiandosi abilmente tra una trappola mortale, un lutto violentemente inaspettato e un’insaziabile voglia di spingersi sempre più in là, oltre i limiti dell’avventura, noi spettatori in miniatura diventavamo, visione dopo visione, un pochino più grandi.

A quei tempi, spericolati, incoscienti e folli, non sospettavamo nemmeno dell’esistenza di una giungla di inutili parole come remake, reboot, sequel e spin-off, che avrebbero condannato l’intrattenimento all’eterna ripetizione di una formula sempre uguale a se stessa, fatta per piacere ad ogni tipo di pubblico e per annullare ogni forma di violenta riflessione e necessaria quanto sanguinosa presa di coscienza. La quasi totalità dei film prodotti oggi affronta le stesse trite tematiche, confondendole con una fotografia uniformemente tendente al grigio/blu ed avvolgendole in colonne sonore tonitruanti ma dimenticabili. Il vero difetto, senza scuse e senza tanti giri di parole, alberga nell’aver sostituito il portafoglio al cuore e il profitto alla passione. I film incassavano e volevano incassare anche in passato, ma nascevano comunque e sempre dall’idea di un autore, che metteva in scena il suo cinema, non quello del pubblico della rete, esponendosi in prima persona a rischi e senza giocare per forza sul sicuro. Temi delicati, a volte scomodi, finivano così per farci crescere e sognare, suscitandoci tante giuste domande e fornendoci pochissime confortevoli risposte.

Ma questo capitava prima che la famiglia, al cinema e nella realtà, si trasformasse in panacea di tutti i mali, alveo protettivo e nirvana a cui tendere con pervicace intensità, per superare ogni forma di inadeguatezza e carenza.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, nel Natale del 2014, accade l’impossibile: esce in sala Il Ragazzo Invisibile.

Dimenticando i tempi in cui viviamo, il paese di appartenenza e l’assurdità del soggetto trattato, Il Ragazzo Invisibile, diretto dal quel pazzo geniale di Gabriele Salvatores, si poggia saldamente sui presupposti di un cinema che fu, coraggiosamente dimentico di ogni tendenza all’omologazione e fermamente pronto a sostenere che prima degli effetti speciali ci deve essere una storia, dei personaggi, delle emozioni. La pellicola di Salvatores non è perfetta e sono proprio le sue imperfezioni a renderla meravigliosa, lontana anni luce da un cinema di intrattenimento fatto con lo stampino, smarrito nella fedele riproposizione di un modello di irrealtà che annulla la fantasia per lasciare il posto alla copia pedissequa. Il Ragazzo Invisibile parla di crescita e facendolo ci impone di crescere a nostra volta, mettendo i nostri figli di fronte a concetti quali morte, sacrificio e scelta. La formazione di Michele da anima invisibile a Ragazzo Invisibile, è costellata di umiliazioni, rinunce, riscatti, coraggio e soprattutto ogni scelta fatta risulta avere un peso, una conseguenza, tenendo bene a mente un’etica e una moralità superiori che non tradiscono mai il pubblico.

Salvatores raccoglie l’eredità di un cinema dimenticato, spesso maltrattato e da alcuni considerato troppo violento, eppure necessario per comprendere quanto sia importante e preziosa la vita umana. Fatto di tantissime sfumature in cui luce e buio si mescolano costantemente, in cui le semplici definizioni di buono e cattivo perdono di significato e vanno strette ai personaggi che racconta, il film del sognatore Salvatores, se ne frega del buon senso produttivo e rischia, scavandosi un posticino prezioso e segreto nel cuore di ogni bambino, ragazzo o adulto-bambino che avrà la voglia di guardare oltre e dargli così una possibilità.

Il Ragazzo Invisibile è quindi film da amare visceralmente, difendere a spada tratta e proteggere da tutti coloro che vorrebbero soffocare questa flebile voce di speranza in un monocorde universo italiota color commedia corale.

 

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TRASH

trash-nuovo-trailer-e-due-poster-del-dramma-con-rooney-mara-e-martin-sheen-2Questo film è la perfetta rappresentazione delle due differenti anime che albergano nel cinema di Stephen Daldry, diventato celeberrimo per aver firmato Billy Elliott, ma caro al cuore di scrive per la sua sentita, nient’affatto fedele e meravigliosamente toccante trasposizione cinematografica di Molto forte incredibilmente vicino.

Trash è da un lato un film fin troppo facile, pronto a giocare su sentimenti più che condivisibili, specchio di un’idea di cinema poco adulta, vittima di se stessa e di sensazioni banalmente riconducibili a schemi narrativi più che prevedibili. La parabola stracciona dei tre bambini brasiliani poveri e puri, soffre di una linearità incurabile, edulcorata da una valanga di buoni sentimenti ed ottimismo a buon mercato. Un disastro penserete voi, eppure quando meno ce lo si aspetta, ecco farsi largo la seconda anima di Stephen Daldry e del suo cinema, spiccatamente votata alla sincerità e al melodramma più sfacciato e plateale.

Resta innegabile il valore di un film che ci ricorda, ce ne fosse davvero bisogno, che la maggior parte del mondo vive in condizioni di precarietà e miseria allarmanti. Ecco l’anima che conquista di Trash, quella che fa riflettere e indignare, sperare e sognare che gli umili e gli oppressi possano, un giorno, avere la meglio su chi li vuole ridurre al silenzio. Trash, sinceramente e spudoratamente, facendo leva sul cuore di ognuno di noi, attraverso gli occhi spalancati e pieni di paura e coraggio dei suoi piccoli protagonisti, ci restituisce un’empatia e un’utopia figlie di un Dio minore, ma di un sogno enorme.

Daldry non delude e non demorde, seguendo da vicino i suoi piccoli protagonisti, pedinandoli in maniera paterna, sempre ravvicinatissima, mai superficiale o distratta, incurante della retorica e del telefonato buonismo che a volte lo affossa. Il cinema dopotutto è questo, raccontare la propria storia incuranti delle conseguenze e  dei giudizi tagliati con l’accetta di una platea arida e disillusa. Zoppicante eppure mai domo, sognante, illusorio, facile, scontato, eppure mai più così sincero.

State lontani dalla versione doppiata italiana, Rooney Mara con l’accento finto british non si può sentire.

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I PINGUINI DI MADAGASCAR

i-pinguini-di-madagascar-poster-01I Pinguini sono semplicemente l’unica parte indelebile di Madsgascar, film passabile che segnò un nuovo limite di mediocrità nel mondo dell’animazione, fissando un gradino più in basso gli standard, di ciò che che dovrebbe essere accettato come semplicemente sopportabile. Grazie alla loro scintilla di ammaliante anarchia, i Pinguini hanno dominato i tre film dedicati al franchise Madagascar, meritato una serie tv tutta loro ed infine sono approdati al cinema in una pellicola in cui la fanno da padroni assoluti. Dispiace quindi notare che i nostri amici in tuxedo, una volta fatto il gran salto sul grande schermo, hanno perduto la succitata follia anarchica a favore di una trama convenzionale, con pochi guizzi e pochissime sequenze non dimenticabili.

Il tentativo di salvare il mondo pinguino da parte di Skipper, Kovalsky, Riko e Soldato non regala mai vera emozione, incontrollata pazzia o vero divertimento, restando solo in superficie e lasciandosi dimenticare fin troppo velocemente. A poco servono il rutilante inizio e la scatenata sequenza veneziana, una volta introdotti nuovi bidimensionali personaggi e fatta marciare la trama sui convenzionali binari della banalità, dell’ombra anarchica dei pennuti bianco neri resta ben poco, confermando ancora una volta, se davvero ce ne fosse bisogno, la profondissima crisi di idee che sembra ammorbare l’animazione odierna.

Prendendo atto dell’endemica difficoltà di partorire un pensiero originale (questa mediocrata l’hanno scritta in 3, il soggetto addirittura in 4) non resta che contemplare la sconfortante situazione in cui versa l’animazione per bambini, ostaggio di seguiti inutili (Dragon Trainer, Planes…) e spin off privi di costrutto, proprio come questo film. Dispiace constatare una lenta ed inesorabile discesa verso il basso di un genere che in passato ha regalato pietre miliari e riflessione. Baluardo di idee a volte innovative e frontiere da abbattere, spesso unico raggio di sole in un panorama piatto e plumbeo fatto di  ripetitività ed edulcorazione, l’animazione è negli anni peggiorata molto, perdendo via via la sua carica eversiva ed innovativa. Piuttosto che spingersi oltre, si è preferito affidarsi a schemi e personaggi già rodati, impoverendo di fatto un’arte che soffre già tantissimo.

Non fate l’errore di liquidare il cinema animato come esclusivo appannaggio dei più piccoli, certo il mezzo d’espressione a cui si affida va nella direzione dei nostri figli, ma di fatto spesso parla a loro come adulti. Questa deriva tossica, affidata a protagonisti e snodi narrativi riconoscibili, prevedibili e sempre uguali a se stessi, danneggia il pubblico e il cinema, abituandoci lentamente a non pretendere più nulla dall’intrattenimento per ragazzi.

I tempi di Gremlins sono fottutamente lontani.

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INTERSTELLAR

interstellar__2014____poster___2_by_camw1n-d7t74ioBrutto passo falso per Nolan, forse dettato dalle aspettative spropositate che sempre genera il suo lavoro, o più probabilmente per colpa di una perniciosa presunzione, che sembra non voler abbandonare il nostro.

Peccato, perché se il primo tempo tutto sommato è intrigante, belli tutti i riferimenti al modus viventi dell’umanità, è nella seconda parte e soprattutto nella parte finale, che il film crolla su se stesso, collassando nell’improbabilità più sfrenata. Nulla da eccepire, ci troviamo al cospetto di un film di fantascienza dopotutto, eppure è proprio qui che casca l’asino. Quando un regista promette a gran voce concreta accuratezza ed inossidabile attendibilità, non dovrebbe scivolare in un finale senza capo ne coda in cui, senza svelare nulla, le regole dell’universo smettono di esistere, soggiogate una volta per tutte dalla forza dell’Amore, motore regolatore e tangibile della vita di tutti noi.

Anche qui Nolan, come già in Inception, quindi in quelle che potremmo definire le sue opere più personali, entrambe dominate dall’ossessione per il tempo, commette lo stesso banale errore, quello cioè di voler spiegare troppo, costruendosi così la gabbia che imprigionerà le sue idee e renderà macroscopiche le sue pecche. Un film come Interstellar, che avrebbe possibilità infinite, finisce così per restare vittima di se stesso e delle premesse che ha gettato, soprattutto nell’incredibile e già citata parte finale, vero impossibile tentativo di far tornare tutti i conti, girando di fatto a vuoto, smarrito tra un messaggio in codice morse e un’assurda finestra spazio temporale.

Rubando a piene mani dal Kubrick di 2001 Odissea nello spazio, alcune sequenze sono prese di peso dal capolavoro del grande regista, Nolan non dimostra di averne colto il significato, ne appreso la lezione, là dove un film del 1968 funzionava egregiamente, suscitando tantissime domande e regalando pochissime risposte (Kubrick ebbe a dire a proposito della sua opera: “Se qualcuno lo ha capito, io ho fallito”), qua una pellicola del modernissimo 2014, cerca di rispondere a più domande di quelle che gli vengono fatte. Certamente si tratta di una tendenza tutta Nolaniana, quella di spiegare troppo, ma la sensazione è quella che forse siano i tempi a richiederlo. Il cinema, soffocato da un pubblico-massa probabilmente più ignorante, quasi certamente più volubile e sicuramente meno abituato a riflettere, è cambiato profondamente, relegando le proprie idee ad una possibilità di visione limitata, marginalmente distratta e definitivamente votata ad allargare all’infinito lo spettro di fruibilità a tutti i possibili target di audience.

La succitata presunzione di Nolan, probabilmente accecato da un’autorevolezza solo presunta, figlia di una vociante folla di appassionati di fumetti, pronti a gridare al miracolo appena qualcuno riesce a regalare un briciolo di credibilità ad un eroe mascherato, finisce per rendere inutile e a tratti irritante un film mostro, penalizzato da un minutaggio estenuante e da un malsano affollamento di idee e parole senza senso.

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LE SEDIE DI DIO

0Che cos’è Le sedie di Dio? Un saggio? Un documentario? Una presa di coscienza? Una spietata fotografia del mondo del lavoro? Un brutto scherzo? Un sogno allucinato? Forse, Le sedie di Dio è semplicemente un film e siamo solo noi spettatori, come sempre, a scegliere cosa vederci dentro.

Grottesco e surreale, quando queste due parole nel buio di una sala cinematografica, avevano ancora un significato, Le sedie di Dio esplode nel piatto panorama di un cinema sempre uguale, regalandoci l’emozione di un ricordo. Attraverso le avventure iperrealiste e tragicomiche dei suoi protagonisti/autori, il film riesce nel miracolo di farci tornare alla mente tanto bel cinema italiano di un passato non poi così lontano, ma fin troppo spesso dimenticato. La storia del regista che vuole fare un film sulle sedie, oggetti di uso talmente comune da diventare invisibili e sostituibili, esattamente come gli operai che le costruiscono, riesce in alcuni momenti a volare altissima, superando i confini della sceneggiatura e diventando racconto universale. Le sedie di Dio avvalendosi di un miracolo intelligentemente meta-cinematografico, racconta più cose dell’Italia e del mondo di oggi, di quanto possano fare tante inutili frasi retoriche, perché l’anima centrale del film sceglie di posizionarsi nell’immortale territorio del sogno. Il finale poi, ha la potenza di un’epifania, di un’amara presa di coscienza, che rende tutto più vero e più giusto da raccontare. Le sedie di Dio, è il perfetto esempio di un cinema che racconta una cosa mentre allo spettatore ne arrivano dieci, forse addirittura cento, perché poggia i piedi nella concreta terra della realtà che ci circonda, ma allo stesso tempo non ha paura di tenere bel alta la testa, oltre le nuvole, con lo sguardo puntato verso il sole, vedendo con chiarezza cose meravigliose e terribili che noi possiamo solo sperare di sognare.

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