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Houssy's Movies 2.0

Recensioni Veloci da Leggere in un Lampo

BIG BAD WOLVES

big-bad-wolves-posterNon fate il grosso errore di lasciarvi sfuggire tra le dita questo splendido film. Di non facile visione, parliamo di pedofilia ma anche di tortura, Big Bad wolves è un film israeliano di una bellezza gelida e sconvolgente. Mettendo in scena il processo sommario ad un presunto pedofilo il film scava nelle legittime domande che affliggono la nostra società e forse ognuno di noi. Fino a che punto un uomo può spingersi per difendere ciò che ha di più caro al mondo, forse addirittura fino a privare se stesso della sanità mentale? Interrogativi pesanti ed attualissimi, già posti recentemente dall’imperfetto Prisoners, incapace di spingersi così a fondo e tutto sommato schiavo di una certa mentalità da thriller che lo appesantiva.

Qui il punto di vista è lucidissimo e spietato, un viaggio senza ritorno in un territorio buio e senza speranza, là dove vengono partoriti gli incubi.

WOLF CREEK 2

Quando uscì il primo Wolf Creek fu un piccolo caso, horror piuttosto classico partorito da una terra atipica come l’Australia, ma soprattutto contribuiva a creare una figura di seria killer indovinata e per alcuni versi inedita. Il capitolo due non delude le attese e pur muovendosi sui collaudati binari del genere (un paio di interessanti colpi di scena però ci sono…) ha il grande merito di dedicarsi anima e corpo ad approfondire proprio quell’inquietante figura votata all’omicidio.

La cosa davvero notevole è che il “nostro” ha motivazioni solide e ben radicate, sentendosi a suo modo portatore sano di altissimi valori nazionali da difendere ad ogni costo. Ovviamente questa impostazione non fa altro che aumentare il carisma del personaggio, lasciando lo spettatore spesso inerme e mentalmente scisso tra la ripugnanza e l’empatia.

Non male davvero per un film che pur essendo un sequel, rischia di essere migliore del suo predecessore.

BLOODY CULT: Le Case Stregate

univ_psycho_house_ref_1960_dSecondo appuntamento con Bloody Cult, dell’amico Carfa, questa volta parliamo di case stregate al cinema.

Una breve carrellata che a partire dalla mitica trilogia di Sam Raimi, tocca un po’ tutti gli aspetti che riguardano questo sotto genere assai prolifico. Da Amityville fino a Shining, da Inferno a Cabin in the woods, da Gli invasati a Session 9….

Buona visione!

BLOODY CULT: Zombie al cinema

  

Ecco che comincia una nuova avventura, anzi un esperimento.

Abbiate la bontà di seguire me e l’amico Fabrizio Carollo in una breve carrellata sul cinema Zombie. Senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma con tanta voglia di parlare di cinema.

Ogni settimana un genere diverso è un sacco di pellicole citate. Io avrò l’onore di vestire i panni di Esperthorror, mentre il preparatissimo padrone di casa (Fabrizio Carollo appunto, scrittore, fotografo, regista, persona d’onore e amico) cercherà di proporvi spunti di riflessione o semplice divertimento.

Pronti? Partiamo con la prima cavalcata di titoli.

UNFRIENDED

unfriended-poster03Dopo tonnellate di Paranormal Activity ed affini cloni, decine di found fotage e discutibili horror giovani-decerebrati senza un pizzico di inventiva, ecco fare la sua comparsa Unfriended, pellicola più interessante di quel che potrebbe apparire a prima vista. Girato in tempo reale, un’ora e venti in tutto, sfruttando le potenzialità di un desktop e delle sue accessibilità verso il mondo (skipe, Facebook, spotify, google, youtube, iMessage….) questo filmino piccolo e forse già visto, stupisce piacevolmente non per la trama più che risaputa e fin troppo telefonata, ma per l’insolita ridda di mezzi espressivi che decide di utilizzare. Sfruttando intelligentemente possibilità piuttosto inedite, ma soprattutto mai usate in maniera così pertinente (essendo in tempo reale, il film è pieno di pause ed attese: mentre un filmato si carica o mentre attendiamo la risposta ad un messaggio…) Unfriended si classifica come una piacevole sorpresa di questa estate cinematografica appena iniziata.

JURASSIC WORLD

jp4-2015-posterSono passati 21 anni dal primo Jurassic Park, dal suo potente effetto wow e da quella sarabanda di idee giurassiche che ci hanno fatto ora sobbalzare sulla sedia, ora fatto emozionare. Dopo due capitoli che definire deludenti sarebbe pura bontà d’animo, ecco fare capolino questo Jurassic World, desideroso di cancellare i brutti ricordi e rinverdire i fasti del passato. Il risultato è un film-giocattolo che non annoia e non stanca, un blockbuster-baraccone che diverte grandi e piccoli (non troppo piccoli però…), facendo uso dei soliti effetti speciali impeccabili e di una bella dose di furbizia, innaffiata da una generosa spruzzata di cliché. Il miracolo purtroppo non si compie una seconda volta, ma se l’obbiettivo era quello ben più umile di far passare un paio d’ore di svago estivo, tra brividi PG-13 e qualche esclamazione di stupore controllato, allora lo spettatore non potrà far altro che ritenersi più che soddisfatto.

TOMORROWLAND

TL_Payoff_1-Sht_v6_Lg23Comincia bene Tomorrowland e finisce anche meglio, peccato che nella parte centrale subisca qualche cedimento. Avventura di lusso per bambini, Tomorrowland funziona splendidamente nel gettare le basi di un mistero affascinante e pieno di rimandi a certo cinema per ragazzi che non esiste più. Purtroppo l’asino casca nel momento di tirare le fila, la trama si fa nebulosa e a tratti addirittura confusa, vittima inoltre di alcune ingenuità tipiche del genere (il “cattivo” che non si rassegna, lo scontro finale, il sacrificio…). Per fortuna il finale strepitoso e pieno di una “luce” che scalda il cuore di questo vecchio romantico, fa dimenticare molte imperfezioni (non tutte però) restituendo al film un’antica dignità, capace perfino di portare con se un messaggio (“ci sono due lupi…”), un’usanza che sembrava essersi smarrita nella notte dei tempi. Tutta la preparazione e la partenza del razzo di Parigi poi, è un piccolo gioiello di cinema per ragazzi, che da sola vale il prezzo del biglietto.

LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS

50662Il cinema per bambini (vogliamo dire per famiglie?) ci ha regalato gioie e dolori, ansie e sorprese. In questo panorama equamente diviso tra animazione più o meno convincente e una ridda di supereroi di cui non sempre sentivamo ll bisogno, ecco farsi largo la Francia, che quasi in punta di piedi, ci porta nell’universo familiare del piccolo Nicolas. Niente di miracoloso, ma complice una ricostruzione vintage che conquista a prima vista ed un primo tempo sinceramente esilarante, Le vacanze del piccolo Nicolas si ritaglia un posticino nel nostro cuore. Peccato che il secondo tempo perda un po’ di mordente, piccola e perdonabile pecca di un film che piacerà a grandi e piccini, per una volta liberi da personaggi infantili e sceneggiature fin troppo prevedibili.

TUSK

tusk-watermarked-1-693x1024Ecco un film che non piacerà quasi a nessuno e che è piaciuto tanto a me. Kevin Smith non tradisce mai e conferma che Red State non è stato un episodio isolato, Dopo tanto cinema divertente e generazionale, il cinema di Smith ha preso una piega diversa, tragica, dolente, inaspettata, crudele. Ecco dunque Tusk, storia di un mostro con le fattezze di un uomo, che troverà l’aiuto di cui ha bisogno, per diventare un mostro vero e proprio. Sgradevole, sconcertante e mai banale, il cinema di Smith ha iniziato a riflettere su ciò che l’uomo serba nascosto dentro di se, nel profondo, quell’inconfessabile putredine di cui tutti, un pochino, siamo pieni. Prezioso.

MAD MAX FURY ROAD

mad-max-fury-road-poster2Che razza di film spettacolare, meraviglioso, memorabile e spaccatutto. Infischiandosene di tutto e tutti, soprattutto dei suoi 70 anni suonati, George Miller riprende in mano la sua creatura, la estremizza e la sbatte in faccia al mondo, creando un film al fulmicotone che conquista e stordisce. Cinema puro, di razza, duro e tutto d’un pezzo, un inseguimento lungo quasi due ore, senza un attimo di tregua e senza rimpianti o scuse. Ogni altra parola sarebbe ridondante, Mad Max è un film che cresce, trovando i suoi spazi nel vissuto cinematografico di ognuno di noi, reclamando il posto che gli spetta, tra l’immaginario collettivo che in passato ha contribuito a creare e il futuro che ci aspetta. Indimenticabile.

HUMANDROID

ChappiescifiPosterartfullhandblocks1-1415050002Invecchiando, faccio davvero fatica a tollerare la superficialità altrui. Non voglio offendere nessuno, ci mancherebbe, ma liquidare questo splendido film, come un’accozzaglia banale di altre pellicole, significa semplicemente non averlo capito. Chappie (titolo originale che l’Italia ha ritenuto di sostituire con un anonimo Humandroid) parla di crescita, di tradimento, di responsabilità e di sofferenza. Difficile non vedere nell’androide fin troppo umano Chappie, i topoi della crescita, la difficoltà di garantire ai figli un futuro, il loro naturale allontanarsi dal solco tracciato dai padri, per liberarsi di ciò che gli è stato insegnato. C’è tanto libero arbitrio, tanta laicità e tanta speranza e cuore in Chappie, qualità che lo rendono indimenticabile. In una scena, Chappie-figlio, si accorge che morirà perché la sua batteria non può essere ricaricata,cosìi si chiede come mai il suo padre-creatore lo abbia messo al mondo per poi morire, ecco in quel momento preciso di profondità sconcertante riesce difficile (quasi impossibile) non sentire l’eco di quella stessa domanda, uscire dalle labbra dei nostri figli. Meraviglioso, anzi toccante.

Non toccatemi Chappie, non parlate male di mio figlio.

AVENGERS AGE OF ULTRON

Avengers_Age_Of_Ultron-poster1Questa deriva cinematografica dedicata ai supereroi è divertente, ancora non memorabile, però assolutamente spassosa. Il secondo capitolo dedicato agli Avengers non fa eccezione e di certo non delude, proponendo il solito compendio a base di azione, umorismo e pathos. Certo alcune cose sono inutili (la love story tra Hulk e Vedova Nera, lo spaccato di vita vera di Occhio di Falco e famiglia…), altre semplicemente poco memorabili (su tutte Ultron, cattivo assai poco carismatico), eppure alla fine delle due ore e mezza, il tempo è volato e il bambino che è in noi si è divertito e svagato, già pronto però a passare ad un altro balocco. Certo, piacerebbe che questa deriva prendesse una piega più vicina al Captain America: The Winter Soldier, dove dramma, attualità, riflessione ed età adulta, potessero finalmente prendere il sopravvento sul gioco fine a se stesso. Vedremo.

BLACKHAT

BKH_31_5_Promo_4C_3F.inddLasciandoci alle spalle tutti i manierismi e soprattutto i barocchismi che ultimamente vanno molto di moda, Michael Mann dirige come un Dio. Lineare, solido, una garanzia che affonda le sue fondamenta nel cinema classico. Non fa eccezione Blackhat, thriller informatico dalle tinte notturne, apparentemente indolore, ma capace di colpire durissimo in almeno un paio di meravigliose sequenze. Il maestro dietro Manhunter, che ha fatto innamorare il mondo di se con Heat e i cinefili con Collateral e Public Enemies, rimette i puntini sulle i, ridefinendo i confini del cinema e dichiarando a gran voce la paternità di ciò che gli appartiene. Cinema senza fronzoli, senza trucchi e senza scorciatoie.

BIRDMAN

birdman-clickDifficile pensare ad un film più spocchioso, presuntuoso, irritante ed ingombrante di Birdman. Costruito con una serie di piani sequenza, uniti come se fossero uno solo, il film di Iñárritu riflette sul cinema e su cosa sia diventata la nostra adorata settima arte. Criticando più o meno apertamente la deriva superoistica che ultimamente furoreggia, se non poi servirsi degli stessi meccanismi che affossa e mette alla berlina, BIrdman vive dell’interpretazione di un Michael Keaton in stato di grazia, ma soprattutto di una regia che lascia senza parole. Possiamo infatti storcere il naso e criticare la presunzione smisurata di Iñárritu, ma bisogna riconoscere che questo è un grande film, concettuale, emozionale e viscerale, insomma è finalmente cinema.

WHIPLASH

whiplash_posterIn molti hanno odiato questo film, altri lo hanno liquidato con leggerezza, ma Whiplash è un bel pezzo di cinema. Per cominciare si regge sull’interpretazione di un J. K. Simmons luciferino e mostruosamente bravo, quasi ipnotico nella sua bastarda persecuzione del puro talento ad ogni costo. Non solo, nella sua evoluzione quasi dantesca, come un rutilante girone infernale, regala tante domande e fornisce a dire il vero pochissime risposte. Meglio perseguire il talento a tutti i costi, rischiando di far rinchiudere l’oggetto delle nostre attenzioni in un manicomio, oppure è preferibile “accontentarsi” di una tranquilla e confortevole mediocrità? Ecco il film ragiona su questi concetti, regalandoci sequenze tesissime degne del miglior thriller e lavorando magari un po’ grossolanamente sui caratteri. Non dovesse bastare, Whiplash è pieno zeppo di musica indimenticabile che sarà difficile estirparsi dalla mente.

HOME

HOME_sRGB_finalMeno stupido di quel che può sembrare, Home, ultima fatica Dreamworks, unisce quel bel cinema per ragazzi che emoziona e fa pensare, a tanto umorismo che incanterà qualche adulto e a qualche bella canzone capace di toccare il cuore più insensibile. Se vedendo il trailer pensate di aver già capito tutto, è ora di rivedere le vostre convinzioni, perché Home liquida il suo assunto in pochi minuti e si dedica a sviluppare una bella storia di amicizia, coraggio, famiglia e speranza. Tutto già visto direte voi, ma si tratta sempre di intrattenimento per famiglie e quindi non possiamo pretendere la cruda realtà dei Dardenne. Lasciateci sognare in pace.

INTO THE WOODS

IMG_0322Occasione più che mancata per questo musical targato Disney, fatto di interpretazioni trascurabili e canzoni dimenticabili. Non si sentiva proprio il bisogno di dare un’altra occasione a Johnny Depp per gigioneggiare senza freni e per regalare a Meryl Steep l’ennesima nomination agli Oscar. Peccato dicevamo, ma al di là della modaiola tendenza a riaggiornare le fiabe classiche, dimostrazione di un’endemica assenza di fantasia che ha veramente stancato, quello che proprio non torna é la musica. Le nostre orecchie, vittime innocenti di quella che sembra essere un’unica traccia lunga più di due ore, saranno grate ai titoli di coda, paladini indiscussi della fine di un incubo musicale, molto più pauroso del bosco del titolo.

BIG HERO 6

big-hero-6-nuovo-trailer-italiano-prima-clip-e-13-poster-del-film-d-animazione-disney-3Un giorno, forse, la cultura orientale avrà la meglio su quella occidentale.

Nella futuribile San Fransokio, ponte ibrido tra due mondi diversi eppure complementari quando si tratta di descrivere la natura umana, prendono il via le avventure del piccolo-grande Hiro, dei suoi amici e del gentile Baymax, vera anima di un film a cartoni animati così ispirato e travolgente, come non se ne vedevano da tempo.

Parabola dell’eterno ritorno, probabilmente un altro segnale di retrocessione della matrice occidentale a favore di un ideale e di un modo di sentire ed intendere il lutto tutto orientale, Big Hero 6 conquista per l’intensità dei caratteri che mette in campo; non dei semplici stereotipi, a cui purtroppo eravamo da tempo abituati, ma delle figure tridimensionali e sfaccettate, insomma veri personaggi quasi in carne ed ossa, non ombre evanescenti e sfuggenti.

Per nostra fortuna al fianco di protagonisti così forti si schiera una trama a tratti shakespeariana, costellata di lutti, sacrifici, sconfitte e rinunce. Ora della fine il nostro Hiro conoscerà il sapore della vendetta e quanto sia facile cedervi, mentre la morte, qui interpretata veramente come ritorno, acquista un valore di intensità come raramente si è visto in un cartone. La piega adulta presa dalla storia infatti, giova moltissimo al climax del film, che per una volta non è destinato ad avvitarsi su se stesso schiavo delle quasi indistruttibili catene dell’happy-end, ma soprattutto farà un gran bene alle giovani menti di tutti quei piccoli spettatori che ci si avvicineranno.

Commossi, travolti e spossati dalla potenza dell’affetto che proveranno per Baymax, i bambini toccheranno con mano e cuore l’etica del sacrificio e si troveranno traghettati inconsapevolmente verso l’interpretazione profonda di sentimenti che hanno solo cominciato a comprendere.

Big Hero 6 è un ponte verso il domani, verso gli uomini e le donne che vorranno e vorremo essere, una lunga e tortuosa strada che porta ad un cinema migliore, un cuore che batte vigoroso e pieno di speranza, nel petto di un’arte finalmente più giusta.

IL RAGAZZO INVISIBILE

Il-ragazzo-invisibileC’era una volta, parecchio tempo fa a dire il vero, un mondo in cui i film riuscivano ancora nell’arduo compito di far crescere il loro piccolo pubblico. Destreggiandosi abilmente tra una trappola mortale, un lutto violentemente inaspettato e un’insaziabile voglia di spingersi sempre più in là, oltre i limiti dell’avventura, noi spettatori in miniatura diventavamo, visione dopo visione, un pochino più grandi.

A quei tempi, spericolati, incoscienti e folli, non sospettavamo nemmeno dell’esistenza di una giungla di inutili parole come remake, reboot, sequel e spin-off, che avrebbero condannato l’intrattenimento all’eterna ripetizione di una formula sempre uguale a se stessa, fatta per piacere ad ogni tipo di pubblico e per annullare ogni forma di violenta riflessione e necessaria quanto sanguinosa presa di coscienza. La quasi totalità dei film prodotti oggi affronta le stesse trite tematiche, confondendole con una fotografia uniformemente tendente al grigio/blu ed avvolgendole in colonne sonore tonitruanti ma dimenticabili. Il vero difetto, senza scuse e senza tanti giri di parole, alberga nell’aver sostituito il portafoglio al cuore e il profitto alla passione. I film incassavano e volevano incassare anche in passato, ma nascevano comunque e sempre dall’idea di un autore, che metteva in scena il suo cinema, non quello del pubblico della rete, esponendosi in prima persona a rischi e senza giocare per forza sul sicuro. Temi delicati, a volte scomodi, finivano così per farci crescere e sognare, suscitandoci tante giuste domande e fornendoci pochissime confortevoli risposte.

Ma questo capitava prima che la famiglia, al cinema e nella realtà, si trasformasse in panacea di tutti i mali, alveo protettivo e nirvana a cui tendere con pervicace intensità, per superare ogni forma di inadeguatezza e carenza.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, nel Natale del 2014, accade l’impossibile: esce in sala Il Ragazzo Invisibile.

Dimenticando i tempi in cui viviamo, il paese di appartenenza e l’assurdità del soggetto trattato, Il Ragazzo Invisibile, diretto dal quel pazzo geniale di Gabriele Salvatores, si poggia saldamente sui presupposti di un cinema che fu, coraggiosamente dimentico di ogni tendenza all’omologazione e fermamente pronto a sostenere che prima degli effetti speciali ci deve essere una storia, dei personaggi, delle emozioni. La pellicola di Salvatores non è perfetta e sono proprio le sue imperfezioni a renderla meravigliosa, lontana anni luce da un cinema di intrattenimento fatto con lo stampino, smarrito nella fedele riproposizione di un modello di irrealtà che annulla la fantasia per lasciare il posto alla copia pedissequa. Il Ragazzo Invisibile parla di crescita e facendolo ci impone di crescere a nostra volta, mettendo i nostri figli di fronte a concetti quali morte, sacrificio e scelta. La formazione di Michele da anima invisibile a Ragazzo Invisibile, è costellata di umiliazioni, rinunce, riscatti, coraggio e soprattutto ogni scelta fatta risulta avere un peso, una conseguenza, tenendo bene a mente un’etica e una moralità superiori che non tradiscono mai il pubblico.

Salvatores raccoglie l’eredità di un cinema dimenticato, spesso maltrattato e da alcuni considerato troppo violento, eppure necessario per comprendere quanto sia importante e preziosa la vita umana. Fatto di tantissime sfumature in cui luce e buio si mescolano costantemente, in cui le semplici definizioni di buono e cattivo perdono di significato e vanno strette ai personaggi che racconta, il film del sognatore Salvatores, se ne frega del buon senso produttivo e rischia, scavandosi un posticino prezioso e segreto nel cuore di ogni bambino, ragazzo o adulto-bambino che avrà la voglia di guardare oltre e dargli così una possibilità.

Il Ragazzo Invisibile è quindi film da amare visceralmente, difendere a spada tratta e proteggere da tutti coloro che vorrebbero soffocare questa flebile voce di speranza in un monocorde universo italiota color commedia corale.

 

TRASH

trash-nuovo-trailer-e-due-poster-del-dramma-con-rooney-mara-e-martin-sheen-2Questo film è la perfetta rappresentazione delle due differenti anime che albergano nel cinema di Stephen Daldry, diventato celeberrimo per aver firmato Billy Elliott, ma caro al cuore di scrive per la sua sentita, nient’affatto fedele e meravigliosamente toccante trasposizione cinematografica di Molto forte incredibilmente vicino.

Trash è da un lato un film fin troppo facile, pronto a giocare su sentimenti più che condivisibili, specchio di un’idea di cinema poco adulta, vittima di se stessa e di sensazioni banalmente riconducibili a schemi narrativi più che prevedibili. La parabola stracciona dei tre bambini brasiliani poveri e puri, soffre di una linearità incurabile, edulcorata da una valanga di buoni sentimenti ed ottimismo a buon mercato. Un disastro penserete voi, eppure quando meno ce lo si aspetta, ecco farsi largo la seconda anima di Stephen Daldry e del suo cinema, spiccatamente votata alla sincerità e al melodramma più sfacciato e plateale.

Resta innegabile il valore di un film che ci ricorda, ce ne fosse davvero bisogno, che la maggior parte del mondo vive in condizioni di precarietà e miseria allarmanti. Ecco l’anima che conquista di Trash, quella che fa riflettere e indignare, sperare e sognare che gli umili e gli oppressi possano, un giorno, avere la meglio su chi li vuole ridurre al silenzio. Trash, sinceramente e spudoratamente, facendo leva sul cuore di ognuno di noi, attraverso gli occhi spalancati e pieni di paura e coraggio dei suoi piccoli protagonisti, ci restituisce un’empatia e un’utopia figlie di un Dio minore, ma di un sogno enorme.

Daldry non delude e non demorde, seguendo da vicino i suoi piccoli protagonisti, pedinandoli in maniera paterna, sempre ravvicinatissima, mai superficiale o distratta, incurante della retorica e del telefonato buonismo che a volte lo affossa. Il cinema dopotutto è questo, raccontare la propria storia incuranti delle conseguenze e  dei giudizi tagliati con l’accetta di una platea arida e disillusa. Zoppicante eppure mai domo, sognante, illusorio, facile, scontato, eppure mai più così sincero.

State lontani dalla versione doppiata italiana, Rooney Mara con l’accento finto british non si può sentire.