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Houssy's Movies

LEGEND

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Nel lontano 1985 Ridley Scott, 5 anni dopo il suo capolavoro Blade Runner sorprese tutti e lasciò interdetti molti, dirigendo un film fantasy che ancora oggi lascia perplessi alcuni. Legend è un ottimo fantasy, figlio di una logica produttiva ormai defunta, probabilmente uscito in un periodo poco felice, di quegli anni infatti sia Labirinth che Lady Hawk, eppure forte di una sua dignità. Le scenografie sontuose, i trucchi ipnotici di Rob Bottin, la sensuale innocenza di Mia Sara, l’acerba fisicità di Tom Cruise e il luciferino carisma di Tim Curry, contribuiscono a creare un racconto fantastico prezioso per raccontare l’adolescenza. Proprio quel passaggio delicatissimo tra la giovinezza e l’età adulta, sembra essere il vero protagonista di un film che rivela parecchie sorprese. La scoperta del sesso, dell’attrazione, della seduzione, tutte tematiche che Legend blandisce e suggerisce, accarezzando i corpi e le labbra dei suoi protagonisti. Non è un caso che l’arrivo dell’oscurità, mai come in questo caso rappresentata dal peccato in persona cioè il demonio, coincida con la morte della purezza, dell’innocenza, forse della verginità, qui impersonificata dagli unicorni. La regia di Scott, sempre elegante ma essenziale, sottolinea le dinamiche tra i protagonisti, regalandoci, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale almeno un paio di sequenze di una bellezza disarmante. In questo senso, sia l’incontro ravvicinato tra Mia Sara e gli unicorni, culminante in una corsa mozzafiato e il taglio del corno in mezzo ad una tempesta di petali rosa, è qualcosa che non si dimentica facilmente, esattamente come la danza sensuale e bellissima tra la protagonista e l’abito da sposa nero, che il diavolo Tim Curry ha scelto per lei. Legend resta una pellicola probabilmente più adulta di quel che sembra, destinata ad essere rivalutata negli anni, uno spettacolo elegante e ricco di dettagli, lontanissimo dalla cgi tutta uguale di oggi, ma frutto di un’alchimia cinematografica, figlia della visione matura di un grande regista.

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DE-GENERANDO: Alta Fedeltà… al Cinema

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Il cinema dell’Alta Fedeltà: dischi, radio e band… un tuffo nella musica e nella riproduzione di essa. Il fantasma del palcoscenico, Talk Radio, The Commitments e tanti altri, in una playlist ideale per ricordare un passato analogico che fu.

Buona Visione.

L’ISOLA DEI LIBRI PERDUTI

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And i been waiting for this time to come around but baby running after you is like chasing the clouds

Questo è un estratto di Story of my life, dei celeberrimi One Direction, brano che chiude in maniera commovente L’isola dei libri perduti, mirabile adattamento teatrale, interpretato da adolescenti, del libro scritto da Annalisa Strada. Ora può sembrare strano che un blog che si occupa di cinema, conceda così tanto spazio al teatro, ma è il privilegio di chi è poco visto, letto o ascoltato, un privilegio di libertà e di sovversione intellettuale, che a volte diventa un manifesto, una dichiarazione d’intenti, esattamente come è capitato a questo splendido adattamento. Libertà, sovversione, crescita… di questo in fondo parla L’isola dei libri perduti, un testo perfetto per rappresentare un’età splendida eppure ingrata come l’adolescenza. I libri in questo senso sono una metafora perfetta per raccontare il cambiamento, la trasformazione, l’accettazione di se, così come il bisogno di fuggire da se… la famiglia vista come fardello prezioso ed indispensabile da cui allontanarsi (soprattutto a livello ideologico) è difficilissimo eppure necessario, per abbracciare la crescita e il divenire altri. Difficile trasportare tutto questo sul palcoscenico, significa trasferirci il proprio vissuto, le proprie esperienze, sogni ed idee, cosa ancora più difficile quando gli attori sono adolescenti. Diciamocelo forte e chiaro non ci aspettiamo nulla dagli adolescenti, non siamo abituati ad ascoltarli e non siamo preparati a coglierne le inquietudini, i malumori ed il bisogno disperato di uscire dai loro corpi. L’isola dei libri perduti racconta tutto questo e facendolo racconta di noi, dei nostri figli e soprattutto di ciò che loro sognano e pensano, perché ciò che sognano e pensano non è diverso da ciò che sognavamo e pensavamo noi. Si chiama crescita ed è la cosa che ci terrorizza di più in assoluto, perché significa assenza di controllo e ciò che non possiamo controllare ci fa paura, tanta paura. L’isola dei libri perduti ci ricorda tutto questo ed ha l’ardire di farlo con sincerità, commovendoci fino alle lacrime, utilizzando le parole di quei ragazzi, uomini e donne di domani, che dovremmo abituarci ad ascoltare con maggior attenzione. Il resto lo fanno la scenografia, le luci, la regia, le ispirate interpretazioni di tutti e le note di Story of my life, che ci ricordano, mentre le lacrime solcano il nostro viso e quei ragazzi ci salutano per abbracciare finalmente le loro preziose ed uniche vite libere da ogni stereotipo, che crescere è la cosa più dolorosa e spaventosa che ci sia, ma se proviamo a farlo insieme, abbracciati stretti l’uno a l’altro, allora potrebbe trasformarsi nella più straordinaria delle avventure.

KRAMPUS

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Partiamo da una necessaria premessa: chi non conosce i Krampus faccia una ricerca sul web e si informi subito, perché si tratta di una tradizione affascinante e spaventosa, appannaggio dell’Alto Adige e del folklore tedesco, legata a San Nicola (Santa Claus), alla sua ombra e che si celebra ogni anno il 5 Dicembre.

Krampus è anche il titolo di un horror veramente perfido, tra i più interessanti che mi sia capitato di vedere ultimamente. In occasione del Natale, una tipica famiglia americana celebra la festa più famosa dell’anno, ospitando l’invadente nucleo familiare della di lei sorella; ovviamente l’atmosfera si farà subito incandescente e questo porterà il figlio minore ad esprimere un pericoloso desiderio… Vera sarabanda natalizia di cattiverie assortite, non viene risparmiato niente e nessuno nemmeno gli omini di pan di zenzero, Krampus, procede spedito e veloce affastellando orrori piccoli e grandi. Contaminato da una forte dose di umorismo nero, Krampus è il tipico film che ricorda un cinema che avevamo dimenticato, appannaggio di un passato che proponeva pellicole come Gremlins di Joe Dante, dedicate ad un pubblico consapevole della possibilità che a volte un film per famiglie, possa nascondere alcune insidie. Krampus non risparmia nessuno dei suoi protagonisti, vuoti simulacri di uno spirito natalizio inutile e sciocco, triste appannaggio di un ridondante mucchio di tradizioni vetuste e polverose, laccate di nuova e scintillante ipocrisia. Non è un caso che il film si apra con le assurde immagini di ciò che capita negli Stati Uniti durante in Black Friday, quella giornata in cui i saldi la fanno da padroni e la merce viene venduta con sconti imbarazzanti, una giornata in cui di fatto succede di tutto e i grandi magazzini vengono presi d’assalto, con fiumi di persone in fila fin dalle prime luci dell’alba. Non esiste nulla di meno natalizio, niente di più deprecabile di quell’inno al consumismo sfrenato, capace di tirar fuori il peggio da chiunque. Krampus mantiene ciò che promette, mettendo in scena un incubo al sapore di zenzero, dedicato probabilmente alle famiglie, capace cioè di far riflettere, spaventando, sul vero significato di una festa che proprio nella famiglia trova il suo più profondo significato. Non dispiace poi il finale, per una volta cattivissimo, perfettamente in sintonia con una favola nera come la pece, capace forse di cambiare la prospettiva cinematografica di qualche spettatore più piccolo (non troppo piccolo però, il film ha momenti sinceramente horror), esattamente come capitò a me e a quelli della mia generazione, quando tanti anni fa, nel buio di una sala cinematografica, ci innamorammo di Gizmo, dei Gremlins e di una magia chiamata cinema, che da allora ha stregato il nostro cuore.

IL LIBRO DELLA GIUNGLA

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Sorvolando sulle discutibili motivazioni alla base della mania Disney di trasformare i propri classici a cartoni animati in film live action, tendenza che per esempio ha regalato al mondo quella schifezza di Maleficent, bisogna ammettere che contrariamente ad ogni aspettativa, Il libro della giungla è un ottimo film con un paio di momenti di rara potenza cinematografica. Francamente il vostro affezionatissimo era parecchio scettico, principalmente per un paio di ragioni: in primis un’affezione quasi morbosa verso il classico animato del 1967, uno dei migliori film Disney di sempre ed in secondo luogo, una fortissima perplessità verso una cgi così invasiva ed onnipresente. Il libro della giungla è un film che ti fa rimangiare ogni pregiudizio, consapevole della propria potenza cinematografica e delle idee, alcune potentissime, che lo tengono insieme. John Favreau, già regista di Iron Man, regala al film quella concretezza e quella verosimiglianza di cui ha bisogno, immergendo l’intera notissima vicenda in uno scenario affascinante ed avvolgente, in cui gli animali parlano, provano sentimenti contrastanti e soprattutto lottano furiosamente, anzi, quasi spaventosamente. Se la tigre Shere Kahn è un cattivo di lusso, spietato e carismatico, se la pantera Bagheera e l’orso Baloo hanno il compito di guidare il coraggioso Mowgly, ma sanno anche tirare fuori le zanne e gli artigli al momento giusto, bisogna ammettere che la vera sorpresa del film è il re delle scimmie, Re Louis, francamente terrificante, enorme, possente e spietato, molto lontano dal vecchio adorabile Re Luigi, che in originale aveva la travolgente voce di Louis Prima. Proprio nei toni più sinistri, come l’incontro con lo smisurato boa Kaa, Il libro della giungla ha i suoi momenti migliori, sequenze che atterriscono per quanto recuperano il vero spirito celato nell’infanzia e nella crescita, un bisogno necessario, troppo spesso dimenticato, di contaminare la fiaba con la paura vera. Ogni favola classica (Biancaneve, Barbablù, Pollinico, Hansel e Gretel, Cappuccetto rosso…) contiene la stessa dose di meraviglia e terrore, perché i bambini non scordino mai quanto dolore, paura e crescita, siano in realtà fortemente legati; è stata la Disney a farci credere che non fosse così, costruendo un mondo di zucchero filato e stupore, addomesticando quelle storie e rendendole più fruibili da un pubblico di genitori ansiosi. Il libro della giungla restituisce dignità alla paura, almeno in un paio di straordinarie sequenze, riportandola al cinema e gridando a squarcia gola la propria anarchica sovranità, fatta di sangue, fuoco e morte, là dove fino a poco tempo fa, regnavano solo amore, umorismo, acconciature vaporose e tanta prevedibile bontà. Un grande film, davvero.

LUI E’ TORNATO

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Lui è tornato, recita il titolo di questo bel film, ma la domanda è forse un’altra: lui se ne è mai andato? Adolf Hitler si risveglia nel centro di Berlino in pieno 2015, cosa è cambiato del mondo che conosceva e come reagirà la Germania di oggi all’ingombrante figura del più famoso pazzo assassino che la storia abbia mai conosciuto? Bisogna dire una cosa di questo film, non gli manca il genio e nemmeno il coraggio, la pellicola infatti affianca una narrazione più tradizionale, benché paradossale, ad una serie di vere candid camera girate tra la gente comune. Sorpresa, parecchi cittadini tedeschi, ma anche europei (proprio nel finale il film allarga polemicamente la propria visione), sarebbero disposti a sostenere un partito politico di estrema destra, che portasse avanti gli stessi ideali del Fuhrer. Infatti il nostro Hitler protagonista, fa gli stessi discorsi di un tempo, suscitando le stesse simpatie e gli stessi consensi di un tempo, è vero, qualcuno dissente pesantemente, ma sono comunque una minoranza, poca cosa a confronto del consenso quasi totale suscitato dalle considerazioni del nostro. Lui è tornato, fotografa un paese che ha smarrito la propria memoria storica, decidendo così di ripetere con leggerezza gli stessi errori del passato, quello che manca è un leader capace di trasformare quel malumore e quella recrudescenza razzista che sembra pericolosamente diffusa, in un movimento politico credibile e concreto. Film a tratti divertente, ma più spesso pericoloso ed inquietante, Lui è tornato è una riflessione schietta, lucida e sconcertante su ciò che alberga nel cuore dell’Europa e in quello di ognuno di noi, erroneamente convinti che il passato resti immobile ed irripetibile, una parata di fantasmi ormai lontani, da studiare tra le pagine di un libro. Alla fine della visione resta un malessere diffuso e una domanda, sepolta in profondità: ma se un film simile venisse fatto in Italia, sostituendo a LUI… L’ALTRO? Mi tremano le vene dei polsi al solo pensiero di ciò che potremmo scoprire.

IL FANTASMA DELL’OPERA

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Il Teatro! Di solito il sottoscritto si occupa di cinema, ma questa sera ho assistito ad un miracolo, quindi perdonatemi se vado fuori tema, ma devo mantenere una promessa. Chi mi conosce o frequenta queste pagine, sa della mia passione per il musical ed in particolare per The Phantom of the Opera, il primo vero musical che io abbia mai visto in un teatro, in quel di New York in una lontana estate del 2001… Il teatro dicevamo, cos’è il teatro? Cuore? Passione? Magia? Fortunata coincidenza? Io penso ci sia del miracoloso in un manipolo di attori che si affollano attorno ad un testo adattato da un regista, cercando di dargli voce e senso, nel tentativo di regalare un’emozione, anche piccola, ad un pubblico impaziente e spesso distratto. L’associazione Sole che Gioca, piccola realtà teatrale aperta ai talenti di grandi e piccini e capitanata dal suo indomito ammiraglio, Barbara Silvani, questa sera ha osato mettere in scena un libero adattamento de Il fantasma dell’Opera, senza lesinare idee, umorismo, intensità, musica e soprattutto tanto coraggio. Sfidando ogni comune buon senso, il gruppo di giovanissimi ragazzi saliti sul palco, hanno dato tutto, credendo fermamente nelle proprie capacità ed abbandonandosi completamente alla visione della loro regista. Parabola sull’amore e sull’apparenza, metafora di un mondo superficiale e spesso crudelmente determinato a convincerci che sia importante ciò che gli altri pensano di noi, Il fantasma dell’Opera diventa, nelle mani di questi piccoli grandi eroi, un testo attuale e pulsante di vita, una bella riflessione sulle maschere che siamo costretti ad indossare e sull’oscurità, che avvelena il nostro cuore. Ecco, questo è per me il teatro, la capacità da parte di un gruppo di persone speciali, di mettersi a nudo senza vergogna, di fronte ad una platea di loro simili, senza alcuna paura di mostrare la propria fragilità e permettendo agli altri, anche solo per un istante, di poter sbirciare nell’infinito della loro anima, per potercisi riconoscere e forse smarrire. Un miracolo dicevo, ma forse preferisco usare la parola sogno, un sogno da cui non avrei voluto svegliarmi mai. Grazie ragazzi.

 

ZOOTROPOLIS

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Benvenuti a Zootropolis, città utopia in cui prede e predatori vivono fianco a fianco, cercando di trasformare le differenze in opportunità. Presentando una vera e propria trama gialla, una delle poche che il mondo dell’intrattenimento per bambini ci abbia regalato, Zootropolis è l’ennesimo esempio di come stia cambiando l’animazione. Ultimamente infatti stiamo assistendo ad una vera e propria evoluzione della narrazione nei film dedicati ai ragazzi, destinata ad abbracciare tematiche complesse, più adulte, pur mantenendo un delicato equilibrio, che ne lascia inalterato lo spirito fanciullesco. Prendiamo ad esempio questo Zootropolis, ultima fatica di casa Disney, votata alla comprensione e all’accettazione del diverso, non che alla realizzazione dei propri sogni, pellicola apparentemente innocua, che invece nasconde un mondo ben più complesso, adulto e ricco di celate meraviglie. Zootropolis è la tipica pellicola fruibile a diversi livelli, i bambini ne rimarranno meravigliati e piacevolmente divertiti, mentre gli adulti potranno da un lato perdersi tra le invenzioni visive del film (la città con i suoi diversi distretti è un universo a parte da scoprire ed ammirare), mentre dall’altro non perderanno occasione per riflettere su tematiche ben urgenti ed attuali. Fuor di metafora, nella parabola sulla diversità messa in scena dal film (un predatore resta sempre un predatore) c’è molta attualità e se vogliamo, una riflessione addirittura politica, non banale. In un mondo globalizzato, aperto, esattamente come quello di Zootropolis, in cui vivono e convivono, individui di diversa razza, credo e religione, non è affatto scontato riflettere su quella diversità e di come per alcuni, rappresenti un limite e non una risorsa. Il film quindi, prendendo una posizione molto netta ed usando comunque l’arma del sorriso, ci dice che abbiamo il dovere di accettare e difendere le peculiarità di ognuno, perché solo in questo modo potremo definirci esseri umani degni di questo nome, cittadini globali di un mondo i cui confini si restringono sempre più, mentre le barriere si abbattono, i muri cadono e le differenze vanno viste come una ricchezza inestimabile.

 

GOODNIGHT MOMMY

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Ecco quel bel cinema austriaco, che quando lo guardi ti fa digrignare i denti e distogliere lo sguardo.

A dispetto di ciò che si pensa, si deve vivere parecchio male in Austria, perchè a ben guardare le pellicole che attraversano le alpi, per gettarsi in pasto al mercato internazionale, hanno un che di meravigliosamente malato. Lasciando da parte le battute di spirito, ecco che dopo aver esplorato ed amato il cinema di Aneke, ci viene data ora la possibilità di dare una sbirciatina a Goodnight Mommy, opera a dir poco controversa di Severin Fiala e Veronika Franz, entrambi al loro debutto dietro la macchina da presa in un lungometraggio.

Una mamma torna a casa dai suoi due figli gemelli dopo aver subito un intervento di chirurgia plastica al viso. Ancora bendata e dolorante per l’operazione subita e soggetta a sbalzi di umore sconfinanti nella collera, subisce la crescente ostilità dei bambini, sempre di più convinti che il comportamento della madre, sia causato da un vero e proprio scambio di persona, assolutamente certi che la donna giunta a casa dall’ospedale non sia la loro mamma.

Esteticamente ineccepibile, tematicamente malatissimo e sottilmente velato di un corroborante sadismo, Goodnight Mommy è una sorpresa magnificamente inquietante, un manifesto malato all’amore madre figlio, di lancinante brutalità. Non lesinando le sequenze forti, a volte quasi insopportabili ed avvolgendo tutto in un’atmosfera rarefatta ed esteticamente asettica, Goodnight Mommy si concentra sull’identità, sull’altro e sulla percezione di se, costruendo di fatto un impazzito mosaico in cui domina violentissimo, l’amore. Film non per tutti gli stomaci, ma necessario per scoprire una cinematografia spesso sommersa, dimenticata, preziosa, Goodnight Mommy regala momenti forti di un cinema degenere.

Lucida istantanea di una genitorialità solipsista e sorda, incapace di ascoltare le silenziose grida d’aiuto di una generazione di figli abbandonati ad una crescita repentina, dolorosa e profondamente solitaria.

 

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Ci sono registi, artisti, che sono fuori dal tempo, congelati in un fiume di pensieri, concetti ed emozioni, completamente personali ed indipendenti.

Rob Zombie, dopo lo splendido Le streghe di Salem, pellicola che abbiamo visto in 12 ed apprezzato in 2, resta ancora una volta al di fuori del main stream, ai lati del successo di pubblico, fuori dai gusti dell’omologazione e continua il suo personalissimo e sofferto percorso, verso un cinema adulto, poco incline al compiacimento di se e alla masturbazione psicologica.

31 Racconta di un gruppo di artisti circensi rapiti da un manipolo di pazzi psicopatici, che nella notte di halloween (ecco il 31 del titolo) li sottopongono ad un crudele gioco all’ultimo sangue… Rob Zombie, come già detto, ci regala un film fuori dal tempo, una scheggia impazzita, piombata da un passato furibondo e sanguinante, in cui nulla ci viene risparmiato o celato. Nani nazisti psicopatici, fratelli clown con motosega al seguito, Eros e Thanatos… sembra non esserci limite alle fantasie del furibondo regista, che infarcendo il suo film di immagini malate e rimandi sgradevoli, mette in scena un gioco al massacro, che non ha vincitori e vinti, ma solo vittime, esattamente come il personaggio del cinema è vittima e carnefice nei confronti dei film che interpreta.

Solo il pubblico quindi, che guarda e giudica, decretando vita e morte di una pellicola o di un autore, è il vero colpevole, superiore ed intoccabile, pronto ad indossare maschere e demolire la vita altrui, per puro piacere personale o per gioco.

Il finale, in questo senso, ha la dignità e la ferocia del vero cinema, di quel cinema che se ne infischia delle regole e decide di essere se stesso fino in fondo, anche a luci accese e proiezione finita, a gioco concluso. Il personaggio smette di essere tale, si fa uomo ed il film diventa vera vita, mettendo in scena la morte, fino in fondo, ad ogni costo, digrignando i denti e sorridendo di fronte alla libertà di scelta che si cela dietro al suicidio artistico di chi lo ha creato.

 

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 9: Bad Guys

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I Cattivi ragazzi finalmente protagonisti di questo succoso episodio… Carfa e Houssy si perdono nei meandri di tre saghe CULT, amatissime da tutti quelli che adorano il cinema.

Il Padrino, Il silenzio degli innocenti, Harry Potter.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 8: Super Heroes

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Il mondo dei supereroi finalmente! Carfa e Houssy si dilettano a parlare bene e male delle pellicole dedicate agli eroi incalzamaglia:

Batman, Captain America e Kick Ass.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 7: Distopia

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Mad Max, Hunger Games, The Purge… Carfa e Houssy disquisiscono sulla distopia, una delle migliori e più interessanti derive fantascientifiche.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 6: Sci-Fi

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Spazio alla fantascienza con tre saghe amatissime da tutti gli appassionati:

Terminator, Ritorno al futuro e Il pianeta delle scimmie.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 5: Bleah!

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Spazio a tre saghe che hanno inizialmente entusiasmato (quasi sempre…) poi deluso amaramente:

Tremors, Critters, Paranormal Activity.

BLOODY DeGenerando CULT- Capitolo 4: By The Sea

Appuntamento con il quarto capitolo di BLOODY DeGenerando CULT, la trasmissione dedicata alle saghe cinematografiche. Questa volta il sottoscritto e l’amico Carfa (Fabrizio Carollo) si occupano del mare… nel mirino la saga de Lo Squalo, il capolavoro di Spielberg che ha generato seguiti mediocri ed epigoni a volte eccellenti; l’ottimo Pirana di Joe Dante con i suoi sequel e gustosi remake; per finire due chiacchiere sulla “saghetta” di Open Water. Insomma c’è pane per i vostri denti aguzzi. Buona Visione.

BLOODY DeGenerando CULT- Capitolo 3: SPLAT!


Terzo appuntamento con la trasmissione che chiacchiera sul genere attraverso le saghe cinematografiche. Houssy e Carfa vi accompagneranno questa volta in un viaggio rosso sangue nei territori del Torture Porn, nel tentativo di decodificarlo. Saw, Hostel e The Human Centipede, queste le tre saghe prese in esame in questo capitolo. Buona Visione.

BLOODY DeGenerando CULT – Capitolo 1: Le Saghette

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Si ricomincia. Inizia una nuova stagione di brividi e non solo… In compagnia del sottoscritto e dell’amico Fabrizio Carollo Carfa, si discuterà di cinema di genere attraverso le saghe che lo hanno reso grande o soltanto interessante. Si comincia con le Saghette, piccole mini saghe composte da un paio di pellicole. Come sempre, buon cinema e buona visione.

BATMAN V SUPERMAN – DAWN OF JUSTICE

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Nella sua sfacciata, pacchiana e coraggiosa noncuranza per ogni forma di vergogna, verosimiglianza o umiltà, Batman V Superman è quasi un film strabiliante, se non fosse per qualche lungaggine di troppo e le solite tonnellate di cgi, anzi per alcune soluzioni alla Scooby-doo, ha quasi del miracoloso. Con alle spalle la premessa disastrosa di Man of steel, film sbagliato e a tratti ridicolo oltre ogni umana comprensione, Batman V Superman nasceva sotto una pessima stella, funestato da rumors di annunciato fallimento e critiche velenose al povero Ben Affleck, ancora provato dalle pernacchie ricevute per aver interpretato l’imbarazzante DareDevil. Affastellando come un bambino iperattivo, trame, sotto-trame, protagonisti e comprimari, Zack Schneider, incurante di tutto e tutti, ha continuato a portare avanti la sua idea di cinema e bisogna proprio dire che questa volta il risultato lascia a bocca aperta. Ma andiamo con ordine. Il rischio era quello di mettere troppa carne al fuoco, infatti Batman V Superman di fatto è un origin-movie sull’eroe di Gotham, il sequel di Man of steel e una piattaforma di lancio che getta le basi per il prossimo Justice League; non solo, il film introduce un cattivo fondativo come Lex Luthor e si concede il lusso di giocarsi il jolly Doomsday, con tutto quello che ciò comporta. Nella sua titanica durata di oltre 2 ore e mezza, Batman V Superman riesce nell’impossibile, concertando tutta la materia di cui sopra in maniera piuttosto disinvolta, cadendo di fatto solo nell’ultima estenuante mezz’ora, ammorbata da un combattimento praticamente interminabile, capace di sfiancare anche il puù irriducibile dei fan. A farla da padrone è ovviamente il Batman di Ben Affleck, canuto, spossato, ferito e rancoroso, incapace di accettare la presenza di un Dio sceso dal cielo per amministrare la vita e la morte a suo piacimento. Proprio questo è il tema principale e miglior pregio di un film più complesso di quello che potrebbe sembrare a prima vista, sì perchè oltre all’annunciato scontro tra i due eccellenti gladiatori in campo, la pellicola ragiona sulla responsabilità etica che le azioni e le interferenze di un Dio, possono comportare. Superman, mai così cristologico come qui, compie delle scelte e ognuna di esse ha delle conseguenze, capaci di generare morte, odio, rabbia, gioia, speranza e vita, a seconda della prospettiva che le si vuole attribuire. Poi c’è l’altro grandissimo tema: i genitori. In Batman V Superman, i padri, ma questa volta più che mai le madri, determinano il destino, le umane decisioni e il cammino dei nostri super protagonisti, inconsapevolmente legati (ed è una trovata di sceneggiatura a mio avviso geniale) da un nome, che li unisce in maniera viscerale, inconscia e decisiva. E’ vero, il film è criticabilissimo per altri dieci, cento, mille motivi: si può dire che Wonder Woman non centra nulla e la sua entrata in scena è poco più di un pretesto, si può discutere sulla performance troppo sopra le righe di Jesse Eisenberg nei panni di Luthor, sulla scelta di affastellare troppi imput poco approfonditi e buttati lì, su alcuni passaggi di sceneggiatura assolutamente incoerenti (la lancia di criptonite prima abbandonata, poi nascosta, infine ripescata)… eppure Batman V Superman resta a tutti gli effetti un cinecomic molto più interessante e riuscito di tutto l’osannato universo Marvel, incapace cioè di sviluppare, a parte forse negli ultimi film dedicati a Captain America, un ragionamento profondo e polemico su questi Dei.Demoni-Uomini e sulle loro pesanti responsabilità. Batman V Superman è un film profondamente imperfetto, titanico e pantagruelico, umanamente fallace e tonitruante, però, come tutti i grandi film ha nascosto in se il germoglio del cambiamento, della possibilità in potenza, di cominciare a vedere e vivere il mondo dei superuomini in maniera diversa, distonica, ammantata di ombra e disperata impotenza, sempre più distante dalla luce, dalla bontà, dal gioco, dalla battuta sarcastica e dalla divina infallibilità.

DE-GENERANDO CULT: Stephen King

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Tutto, ma proprio tutto il cinema che ha tratto ispirazione dal maestro del brivido Stephen King. Una chiacchierata fiume di quasi 2 ore con l’amico e scrittore Fabrizio Carollo (in arte Carfa) su tutto ciò che ha preso spunto dalle sanguinose e salvifiche pagine del mitico Re del Maine. Film capolavoro, film bellissimi, film interessanti, passabili, vaccate colossali e prodotti squisitamente televisivi, per una puntata speciale di De-Generando & Bloody Cult che vi lascerà a bocca aperta.

Buona Visione.