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Houssy's Movies

KNOCK KNOCK

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Il cinema di Eli Roth ha qualcosa di arcano, luciferino e sordido, é come se conservasse al suo interno qualcosa di celato e poco raccomandabile, uno sguardo oscuro ed impudico sulla vita di ciascuno di noi, uno squarcio di malata e terrificante verità, pronta ad esplodere spargendo frammenti di putrido lerciume. Non fa eccezione questo Knock Knock, pur presentandosi come il più trito dei cliché, conserva al suo interno l’anarcoide voglia di divertire e divertirsi, sovvertendo le regole scritte del genere, che prevedono per esempio, che la vittima si vendichi del suo aguzzino. Ecco, Knock Knock gioca sporco, mettendo in scena un contrappasso di una cattiveria senza eguali, dove i carnefici acquistano il ruolo, se non di vittime, di giudice, giuria e boia, imparzialmente impegnati a dispensare giustizia. Eli Roth gioca le sue carte alla grande e ribalta l’empatia che inevitabilmente proviamo per la vittima Keanu Reeves, rispuntandocela in faccia con sadismo e calcolata arte cinematografica. La differenza sta tutta lì, nell’accettare consapevolmente il ruolo che il destino ha scritto per te, a quel punto non esistono più scuse e scappatoie, non si può più parlare di vittime e carnefici, ma solo di complici, determinati a vestire un ruolo, impossibilitati a cambiare e purtroppo quindi a scegliere. Un film non banale, che ridefinisce i canoni del genere e che ha il coraggio di restituirceli ribaltati, più vivi che mai ed ammantati di una moralità nuova, forse più degna e sicuramente più adulta.

IN THE HEART OF THE SEA

in-the-heart-of-the-sea-posterSi fa presto a dire Moby Dick. Sembra scontato, ma il capolavoro di Melville è opera da prendere con le pinze, trattare con i guanti di velluto. Intanto si tratta del più importante romanzo americano mai scritto, un’epica battaglia tra l’uomo e i suoi demoni, uno specchio scuro in cui guardare riflessa la vera natura umana; poi in secondo luogo si tratta a tutti gli effetti di materiale più adatto al mito, piuttosto che alla pellicola; figuriamoci poi, se il regista in questione ha l’ardire di raccontarne la genesi, in una specie di prequel ante litteram. La verità è che mettere in scena la storia della balena bianca è praticamente impossibile, ci provò e ci riuscì John Houston con uno straordinario Gregory Peck, in quanto si tratta di materiale sfuggente, intangibile ed inafferrabile, esattamente come il cetaceo che ne è protagonista. Fortunatamente quel vecchio volpone di Ron Howard, non il miglior regista vivente ma di sicuro uno che conosce il fatto suo, decide di eliminare quasi completamente la famigerata balena, concentrandola in un paio di sequenze parecchio efficaci, nella seconda metà del suo film e lasciandone aleggiare nell’aria, quasi palpabile, il suo fantasma, per tutto il resto della pellicola. In the heart of the sea, risulta essere una bella parabola umana, una storia di cupidigia, di sopravvivenza, ostinazione, ambizione e dannazione, in cui Moby Dick, esattamente come nel libro, resta soprattutto un simbolo, una splendida metafora, dal fruttato profumo di dannazione. Pellicola fortemente umanista, i due caratteri del capitano e del primo ufficiale funzionano alla grandissima, ma anche impregnata di un profondo afflato naturale, In the heart of the sea, ha la sua forza nelle emozionanti sequenze che descrivono la vita a bordo di una baleniera e le logiche marinaresche, ma soprattutto dà il meglio di se quando mette in scena la caccia alle balene, tradizione brutale, pericolosa e priva di alcuna pietà. Ron Howard segue i suoi personaggi fino in capo al mondo, regalando loro, attimi di umana fragilità e di ferina disperazione, accompagnandoli e accompagnando noi con loro, ad un passo dal baratro della follia, in bilico, con un’arpione in mano, tra la vendetta ed il perdono, finalmente consapevoli che tutti, umani e non, facciamo inevitabilmente ed indissolubilmente parte dello stesso tutto.

THE MARTIAN – Il sopravvissuto

martian2015Gli autori non deludono mai e Ridley Scott non fa certo eccezione, anche quando sbaglia film e ci propina pellicole dimenticabili e discutibili. The Martian, per fortuna nostra, non è ne’ dimenticabile ne’ discutibile, ma straordinario dal punto di vista cinematografico ed emozionante nella sapienza della messa in scena. The Martian parte col botto, scaraventandoci dopo una manciata di minuti, all’interno di una drammatica tempesta, poi ha il coraggio di dilatare i tempi e si concede il lusso di approfondire il personaggio principale (un intenso Matt Damon) alternando i suoi piani per sopravvivere, con le reazioni sulla terra, i tentativi inutili di riportarlo a casa e le psicologie degli altri partecipanti alla missione che lo hanno abbandonato, credendolo morto, al suo marziano e solitario destino. Il tutto ha il ritmo e il respiro di un cinema che fu, quando non era necessario un montaggio al cardiopalma per tenere viva l’attenzione dello spettatore, ma si lavorava sul significante, esaltando il mezzo filmico oltre i suoi limiti, lavorando su ogni inquadratura per il significato che ne voleva dare l’autore. Poi arriva l’ultima mezz’ora di film, introdotta da Starman di Bowie ed ogni barriera di trattenuta oggettività si scioglie come fontina in un toast al prosciutto. Quello che Scott decide di mostrarci nell’ultima straordinaria parte di The Martian è pura e cristallina emozione, suscitata ed esaltata dal mezzo in se’ e dalle scelte di un regista che sa quello che vuole, sa come metterlo in scena e sa come lasciare noi spettatori a bocca aperta, trepidanti ed inzuppati di lacrime, per una pura e semplice finzione, estensione naturale ed umana di una pietas che travolge tutto e tutti. The Martian non è un capolavoro, ma è uno di quei bellissimi film che capitava di vedere al cinema in un futuro remoto e che sono sempre più rari in questo strano ed incomprensibile futuro anteriore; un film che ci emoziona e ci fa sognare, una pellicola che ci fa desiderare le stelle e che ci riconcilia con il cinema, mezzo espressivo sublime ed infinito contenitore di storie, oggi sempre meno arte e in fondo, sempre meno nostro.

THE VISIT

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Che strano oggetto cinematografico questo The visit, film che in teoria dovrebbe riportare in carreggiata l’appannata carriera del signor Shyamalan. Da un lato abbiamo il tanto temuto e odiato found footage con camera claudicante ed invadente oltre il limite della decenza, mentre dall’altro c’é un plot tra i più interessanti che mi sia capitato di vedere al servizio di questo sfortunato sotto genere. Per una volta ci lasciamo alle spalle demoni, extraterrestri ed altre amenità paranormali, per lasciare spazio all’essere umano e alla sua mente deviata e pericolosa. Purtroppo ad un significato tanto notevole e spaventoso, non corrisponde un altrettanto notevole significante. La moda della camera a mano a tutti i costi e del finto reportage è diventata ormai un paradosso, una lenta spirale discendente nelle profondità di un genere che ormai ha smarrito ogni senso e significato. Dispiace veder cadere anche l’altrove ottimo Shyamalan, in questo facile trucchetto da baraccone, che ha ormai esaurito la sua ragion d’essere. Prendendo come scusa le aspirazioni registiche della giovane protagonista, The visit, propone un insieme invasivo ed onnipresente di inquadrature senza costrutto, tenute insieme dalla più debole delle scuse. Peccato, se l’autore de Il sesto senso avesse utilizzato il mezzo cinematografico in maniera classica, come ha già dimostrato in più di un’occasione di saper fare egregiamente, The visit avrebbe potuto essere davvero un’araba fenice, così invece rischia di essere solo il solito prodotto dimenticabile, diverso per etica e talento da tanti altri pessimi film, eppur simile nel voler proporre un punto di vista che ormai risulta morto e sepolto.

 

Crescendo via da qui…

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Dopo 5 anni di vita, ricchi di trasformazioni e soddisfazioni, questo blog cresce e diventa grande. Da oggi infatti nasce il mio dominio personale www.houssymovies.com

Di fatto non cambia veramente nulla, anche la veste grafica resta la stessa, semplicemente era giunto il momento di spiccare il volo e cominciare a camminare con le proprie gambe.

A quanti mi hanno seguito tra queste pagine, chiedo di continuare a seguirmi dall’altra parte, ci aspettano grandi cose, una su tutte il Calendario dell’Avvento Cinematografico…

Questo blog invece resterà aperto come archivio delle 600 e più recensioni postate in questi anni, nella speranza di non dimenticare mai il passato, ma tenendo sempre bene a mente che ogni cosa è illuminata da esso.

Grazie e ci vediamo dall’altra parte.

Houssy.

http://houssymovies.com

DE-GENERANDO: Religione… al Cinema

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Questa volta a De-Generando ci occupiamo di un tema scottante, sconcertante e sicuramente controverso, insomma da prendere con le molle. Attraverso 7 piccoli e grandi film, tra metafora e provocazione, parliamo di Religione… Allacciate le cinture e buona visione.

CRIMSON PEAK

  

Ecco il terzo miglior film della stagione cinematografica 2015, dimostrazione una volta di più che le cose bisogna saperle fare e credetemi, non é un caso che a dirigere e in parte scrivere questo gioiello ci sia proprio l’adorabile Guillermo del Toro. Gotico per tematiche ed atmosfere, Crimson Peak é una classica storia di fantasmi, una di quelle belle e spaventose, come non se ne fanno più. L’odissea della sfortunata Edith, sognatrice con il sogno della scrittura e il dono di vedere i morti, ha una tale forza narrativa da trascinare lo spettatore in un mondo cinematografico vivo e pulsante, lontano dai trabocchetti, le scorciatoie e le banalità di Hollywood. Violento, spaventoso e zuppo di sangue, Crimson Peak evita accuratamente il solito finalino banalotto e telefonato, pieno di zucchero e sciocchi colpi di scena, preferendo invece rispettare l’intelligenza dello spettatore e coinvolgendolo in un finale diviso tra l’amarezza, la pazzia, il rimpianto e il perdono. Pieno di trovate scenografiche affascinanti, una su tutte la neve che si tinge di rosso,  interpreti ipnotici e splendidamente raccontati (tra cui svetta la titanica Chastain) e perennemente sotto il maleficio di una regia perfetta al limite del maniacale, Crimson Peak resta un toccante affresco gotico di formazione e crescita, l’omaggio di un genio ad un mondo cinematografico ormai scomparso, tramontato e dimenticato. Un mondo che però ci manca terribilmente. 

THE DESCENT

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Sono passati ormai anni da quando vidi per la prima volta questo film, avvolto nel buio di una sala cinematografica. Da allora ha continuato ad ossessionarmi, innescando in me un meccanismo senza requie, che mi portava a consigliarlo ad ogni essere vivente e ad ogni appassionato di horror, anzi di cinema. The descent è prima di tutto un film in cui un apparentemente omogeneo gruppo di persone (tutte donne e tutte appasionate di escursioni in grotta) si ritrovano a fare i conti con qualcosa di eccezionale, di impensabile, di antico. Circondate ed attaccate dalla paura, si troveranno a dover reagire guardandosi dentro, per trovare la forza, per scoprire la disperazione, per aggrapparsi all’illusione, per abbracciare la vendetta e per scivolare dolcemente nella follia. The Descent non comincia come un horror, ma lo diventa dopo quasi un’ora di visione, un’ora in cui i caratteri dominanti e recessivi si definiscono, vengono fatte le squadre, alcune inquietanti avvisaglie si manifestano e il capo branco inizia a marcare il territorio. Poi improvviso, annunciato da un rombo di tuono, entra in scena l’orrore e tutto cambia, tutto precipita, tutto acquista un senso. La parola amicizia perde il suo significato, le alleanze si saldano per poi implodere, la furia dilaga inarrestabile, il sangue zampilla a fiotti rosso e copioso e ciò che è stato e forse sempre sarà attacca inarrestabile, mentre il presente soccombe, distrutto dal passato, trovando la sua pace solo in una vendetta da servire calda e fumante. The Descent è un capolavoro, uno di quei rari film miracolosi, di cui si rimanda a memoria il finale, un’esperienza cinematografica pura ed assoluta, una discesa negli inferi, in noi stessi, nella nostra solitudine e nella nostra amara, dolente, tenerissima pazzia.

DE-GENERANDO: Speranza… al Cinema

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Eccoci arrivati a sondare la Speranza, sì proprio lei, motore invisibile di tante umane gesta. La speranza attraverso 7 grandi ed indimenticabili film. Un paio di classici senza tempo, qualche pellicola più nuova degna di nota e la solita provocazione finale, per cercare di dare un senso più completo possibile a questa oscura parola… SPERANZA.

 

PAN

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L’intrattenimento per bambini, soprattutto nella sua forma più “adulta” quella appannaggio di avventure live action, ultimamente sembra diventato sinonimo ed ostaggio di un manipolo di super eroi in costume e mantello. Non ho nulla contro chi difende l’umanità tra una battuta sarcastica e un’occhiata alle chiappe di Scarlett Johansson, ma in attesa dello spaccatutto Star Wars 7, che già ha alzato l’asticella delle aspettative a livelli irraggiungibili, facendo comunque affidamento ad un franchise vecchio di quarant’anni, credo che ci stiamo perdendo qualcosa per strada. Pan è un tipico film d’avventura come non se ne fanno più; anche se un po’ troppo ricco di effetti digitali e con qualche strizzata d’occhio di troppo (la canzone dei Nirvana è francamente spiazzante), bisogna ammettere che la pellicola diretta da Joe Wright è sincera e a tratti trascinante. Scritto da Jason Fuchs, trovo a dir poco miracoloso che dietro ad un blockbuster come questo non ci siano i nomi di due o tre sceneggiatori diversi, chiaro segnale che lo script è stato modificato passando di mano in mano parecchie volte, forte delle interpretazioni di Hugh Jackman e Rooney Mara, ma soprattutto dello sguardo pieno di meraviglia del giovane Levi Miller, Pan è film divertente e pericoloso, perché va a toccare il mito dell’amato Peter, faro e simbolo quasi intoccabile, della crescita di tutti i bambini del mondo. Pur scherzando con il fuoco, Pan può vantare alcune sequenze da urlo, capaci di stamparsi a fuoco nella memoria di un bambino, in primis il suggestivo ratto degli orfani, ma in secondo luogo anche tutte le scene che ci trasportano a bordo di una nave pirata; vere e proprie corse e rincorse rocambolesche, alla ricerca sincera della sua anima avventurosa, vero cuore pulsante di un film che, come il suo piccolo protagonista, a tratti sa volare alto e leggero, là dove i sogni diventano realtà, tra un’utopia e una bugia… seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino.

CALENDARIO DELL’AVVENTO CINEMATOGRAFICO… Coming Soon

 

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In un’epoca di remake e reboot, non poteva mancare la mia personale versione di questa tendenza, ovviamente nel mio caso, tutta dedicata al Natale. L’idea è quella di comporre un calendario dell’avvento cinematografico, andando a rispolverare alcuni vecchi titoli che negli anni passati, mi hanno già fatto compagnia proprio durante il periodo delle feste. Ogni giorno quindi, dal primo di Dicembre, fino al giorno di Natale, pubblicherò a mezzanotte ed un minuto, la recensione di un imperdibile (a mio insindacabile giudizio) film natalizio. I titoli spazieranno dai classici ai film più inusuali, fino alle tante versioni de Il Canto di Natale di Dickens… Ogni film sarà accompagnato da un video di una canzone natalizia, perchè forse, mai come adesso ne abbiamo davvero bisogno.

La speranza è che vogliate farmi compagnia in questa avventura, magari concludendola non più buoni di quando l’abbiamo cominciata, ma probabilmente più emozionati.

THE FINAL GIRLS

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Partiamo dal principio. Cos’è una “final girl”? Una “final girl” è l’ultima ragazza, di solito vergine, rimasta in vita in un horror, più tipicamente in uno slasher. Da questo presupposto, ma non solo da questo, prende il via questo meta film sul nostro genere preferito, capace di riflettere con intelligenza e molto divertimento, sulle regole che sottendono la visione di un horror. Vale la pena di raccontare brevemente la trama: la figlia di una star mancata di Hollywood, famosa però per il suo ruolo di scream queen in un horror cult anni ’80 chiamato Blood Bath Camp, si ritrova per ragioni di forza maggiore, a squarciare e attraversare uno schermo cinematografico per salvare se stessa e la vita di alcuni amici, durante una retrospettiva dedicata al film della madre; si sveglierà all’interno dell’horror che stava guardando, cercando così di sopravvivere alla proverbiale mattanza. Bisogna dire che il film, oltre ad una buonissima idea di partenza, gode anche di parecchie trovate divertenti ed intelligenti: i nostri si troveranno ora bloccati in un loop di sceneggiatura, ora in un flashback, cercando di arrivare vivi, tra un topos e un salto nel buio, ai tanto sospirati titoli di coda. Come se non bastasse tanto meta cinema, The final girls è prima di tutto un sentito e commosso omaggio ad un genere che deve i propri fasti al disincantato e disinibito pubblico degli anni ’80. Un pubblico edonista e festaiolo che celebrando la morte al cinema, si convinceva di allontanarla dalle proprie vite; una tendenza che dopo un periodo di stagnazione nei ’90, sarebbe implosa nelle derive torture porn post 11 Settembre, tanto care alla suppurazione e all’introspezione anatomopatologica delle ferite. The final girls, resta una pellicola godibile, una riflessione semi seria sui meccanismi di un cinema lontano e sperduto nel tempo, più ingenuo, meno malizioso e meno dolorosamente votato all’autodistruzione.

LOUISE MICHEL

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A volte qualcuno mi guarda e afferma: -Certo che tu sei proprio appassionato… – Io di solito faccio spallucce e annuisco con una certa convinzione. La verità è che non potrebbe essere altrimenti e anzi non riesco a spiegarmi come ci sia tantissima gente a cui il cinema non interessa. La magia del cinema infatti non ha limiti, anche nei momenti più bui, quando il grande schermo sembra darci l’impressione di aver litigato con noi, basta un film come questo e la pace è cosa fatta. Louise Michel è la pellicola giusta al momento giusto, il perfetto esempio per dimostrare quanto sia meraviglioso perdersi e smarrirsi in un film. In due parole bisogna assolutamente ricordare la trama: Un gruppo di operaie che hanno perso il lavoro a causa del fallimento della fabbrica in cui lavoravano, decidono di investire la liquidazione per pagare un killer professionista che uccida l’ex padrone. Geniale! Basterebbe quest’idea a far gridare al miracolo, ma c’è molto di più e il risultato non è solo esilarante, ma anche di una sconcertante e profonda umanità. Tra soluzioni narrative da applauso, trovate surreali e fugaci riflessioni sulla comune condizione del vivere, Louise Michel fila dritto verso la sua meritata e commovente conclusione, facendoci provare completa empatia per le vite dei due straordinari protagonisti, due esseri umani da amare in modo incondizionato, per la loro singolarità e la loro fragile assurdità. Due schegge inpazzite, generate da un Big Bang chiamato genere umano e ritrovatesi, finalmente pronte a precipitare di nuovo sulla terra, tra i loro simili, non più separate, ma unite, anzi abbracciate.

THE PEANUTS MOVIE

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Premetto che chi scrive è prevenuto, fortemente di parte e decisamente poco obbiettivo, essendo di fatto cresciuto tra le meravigliose tavole di Charles M. Shulz. Detto questo, l’attesissimo film dedicato all’universo dei Peanuts, è una delle pellicole più coraggiose che vi capiterà di vedere recentemente al cinema. Approcciandosi con rispetto ed intelligenza al lavoro di una vita, lavoro che per inciso, è stato capace di raccontare l’infanzia e la crescita con le sue criticità  e le sue contraddizioni, meglio di un testo di psicologia, The Peanuts Movie ha due caratteristiche rivoluzionarie, entrambe fondamentali e potenzialmente geniali. La prima cosa che salta agli occhi, è la grafica che contraddistingue i protagonisti, un mix portentoso di cgi al computer, per quanto riguarda i corpi e i fondali, perfettamente integrato a meravigliose ed anacronistiche espressioni di occhi e bocca, disegnate a mano. L’insieme è esplosivo, un matrimonio al fulmicotone tra moderna messa in scena e grafica vintage, una scelta coraggiosa che si integra perfettamente nel contesto del film, regalando stupore e commossa partecipazione. Il secondo rivoluzionario motivo per amare questo film, e purtroppo estremamente colpevole del più che probabile insuccesso italiano del film, è la struttura scelta dagli autori per raccontare la storia di Charlie Brown e soci, struttura che risulta essere maniacalmente e rispettosamente, più che fedele alla tavola disegnata. Bisogna sapere infatti, che le tavole ideate da Shulz, erano micro battute fulminanti della durata di una striscia, 5 tavole appena, attraversate da un canovaccio di base, che fungeva da collante tra le varie situazioni. Il film, in maniera a dir poco impavida, sceglie la stessa struttura di base, quindi la storia del timido Charlie Brown innamorato della ragazzina dai capelli rossi, fa da cornice ad un insieme di sequenze che potrebbero benissimo funzionare l’una slegata dalle altre. Preparatevi quindi all’immancabile duello di Snoopy, asso della prima guerra mondiale, con il maledetto Barone rosso, state pronti ad incontrare Piperita Patty e Marcie, Sally e il suo “scimmiottino d’oro” Linus, Lucy e le sue sedute di psicanalisi, Schroeder e il suo piano giocattolo, oltre al mitico Charlie Brown, il suo aquilone, la sua proverbiale timidezza, il suo monte di lancio e la sua titanica tendenza al fallimento… Questo tipo di struttura, quasi commovente per chi come me è cresciuto tra quei disegni, potrebbe essere il vero limite di un film poco adatto ai palati impreparati e poco abituati a questo tipo di linearità quasi bi dimensionale. Il problema risiede nel mutato gusto degli spettatori, ormai ostaggio di trame adulte, complicate e zeppe di sensi di colpa; nulla di male in questo, ma l’animazione è anche appannaggio dei bambini e a volte bisognerebbe lasciare a loro la parte dei protagonisti. Lasciando da parte le strizzate d’occhio, le citazioni cinematografiche spicciole e la volgarità di certe produzioni, The Peanuts Movie restituisce al suo pubblico, i bambini, la giusta chiave di lettura per interpretare ciò che sta capitando loro, per affrontare cioè un mondo che poco comprendono e ancor meno riescono a raccontare, divisi tra sogno e realtà, prime simpatie e cocenti fallimenti. In questo senso e non solo in questo, The Peanuts Movie è pellicola preziosa ed importante, ponte necessario e ideale tra i bambini/figli di oggi e gli adulti/genitori di domani.

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AMER

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Amer, dal francese amaro. Difficile catalogare e descrivere questo gioiellino d’oltralpe senza svelarne l’anima, ma un tentativo lo si può comunque fare. Profondamente evocativo e terrificante, Amer prende vita dalla necessità di riappropriarsi della paura. Diviso in tre parti ben distinte, ma complementari, il film si dipana attraverso la vita e le sensazioni provate da Ana, prima bambina, poi adolescente ed infine donna. Pervaso da una profonda sensualità e da una rappresentazione del terrore arcaica, infantile, primordiale eppure efficacissima, il film, che affonda le proprie radici in due dei capolavori di Dario Argento, (Profondo Rosso e Suspiria) cattura fin dai titoli di testa, per portarci verso oscuri ed inospitali territori, abitati delle terribili ed impietose visioni generate dalla nostra mente. Costruendo il proprio impianto narrativo sul silenzio della parola e sull’assordante cacofonia dei rumori che invadono la vita della protagonista, Amer costruisce un ponte di congiunzione tra un passato fatto di paure svelate a poco a poco, dominate da sensazioni, buchi della serratura, colori cangianti e curiosità infantile, per traghettarci verso un futuro di incomunicabile incertezza. Fatta di particolari e primi piani ravvicinatissimi, capace di suscitare vero e proprio terrore (soprattutto nella prima parte) e determinata a far deflagrare la carne umana e con lei le nostre difese più intime, nell’insopportabile sequenza che ne precede la conclusione, la pellicola resta un’esperienza al tempo stesso eterea e carnale. Dominata in eguale ed insistita misura da Eros e Thanatos, Amer è in grado di trovare una quadratura del cerchio, una luce di abbagliante oscurità, una buia e cangiante nitidezza, solo nell’amaro finale, canto del cigno di un cinema che ormai non esiste più. Riappropriandosi e riappropriandoci delle fondamenta stesse del nostro essere, Amer ci restituisce il nostro passato e con lui tutto l’orrore che, ci piaccia o no, da sempre regna sovrano sulla crescita, i ricordi, la vita e la morte.

EMERGENCY EXIT: YOUNG ITALIANS ABROAD

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Credo che il senso di questo bellissimo documentario, sia tutto da ricercare nelle ultime splendide immagini che lo concludono: un gruppo di bambini si tuffa in mare da una roccia, tra gli scogli. Ecco, questi sono i nostri giovani, i ragazzi italiani, lanciati tra la spuma delle onde di un mare bellissimo eppure potenzialmente fatale e pieno di insidie, abbandonati a loro stessi da un paese che si dimentica di loro e che li costringe ad un salto nel vuoto, verso l’ignoto. Emergency Exit fotografa una generazione in fuga, un campione tipo di quella gioventù che ha fatto fagotto in cerca di fortuna, qualifica e merito, concetti che il nostro paese sembra aver dimenticato. Emergency Exit, potrebbe essere quasi un horror a ben guardare, non è affatto semplice sentir descrivere la qualità della vita norvegese, o le occasioni offerte in quel di Londra e New York, condizioni di vita ai limiti dell’assurdo per il bel paese, intento a combattere tra la “buona scuola” e il job act, tra una pasta asciutta ed un talent show. La verità, amara, cruda, difficile ed indigesta, è presto detta: il nostro è un paese per vecchi, troppo occupato a reiterare inutilmente se stesso, ripetendo logiche e sbagli che inevitabilmente ci condannano alla mediocrità, alla resa e alla morte. Dopo tutto cosa manca a questa generazione perduta con valigia a seguito? La famiglia, gli amici, il clima, il cibo… insomma a loro non manca il nostro paese, Italia è una parola che purtroppo non significa ormai più nulla, forse perché un paese incapace di cogliere ed accogliere i mutamenti dell’oggi, non ha speranze di comprendere ed interpretare il domani. Dispiace sentire le tante, sincere e belle testimonianze raccolte dalla regista Brunella Filì, eppure il vero sentimento che forse prevale alla fine di questa sofferta e partecipata visione, è l’invidia, la consapevolezza cioè, che qualcuno è riuscito a trovare il coraggio per andarsene, fuggire, scappare… mentre la maggior parte di noi  deve abituarsi a convivere con questa vigliacca codardia, travestita da spavalda illusione, che ci costringe a restare, aspettando che qualcun altro cambi le cose al nostro posto.

Il film è disponibile su Netflix.

CABIN FEVER 2

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Bando alle ciance, il primo Cabin Fever era talmente inaspettato e divertente, da far gridare al miracolo ogni appassionato di horror, era opinabile quindi attendersi un secondo capitolo. La cosa che forse nessuno si aspettava, è che Cabin Fever 2 fosse meglio del suo predecessore. Sì, perchè a conti fatti, come raramente accade, il sequel batte l’originale. Cominciando col consigliare a tutte le anime belle di astenersi dalla visione di questo bagno di sangue, dedicato esclusivamente agli appassionati, la prima cosa da notare è la grossolana vena di umorismo che caratterizza tutta l’operazione. A partire dai titoli di testa, sotto forma di cartone animato, fino ad arrivare alla mattanza della prom night, vera protagonista della vicenda, il film non risparmia colpi bassi e grasse risate, portando a casa un’ora e mezza di divertimento al sangue. Tempo di presentare velocemente i protagonisti (la solita insulsa carne da macello) e la fascite necrotizzante si è impossessata della festa, generando un tale scompiglio di sangue e visceri, da far accapponare la pelle. Il contagio, nel suo purulento e stupido cammino verso l’annientamento totale di ogni essere umano, non è indolore, ma straziante, violento e capace di far esplodere e deflagrare la carne dei malcapitati protagonisti. Sesso, sangue, intolleranza, gravidanze indesiderate, masturbazione, secrezioni, suppurazione e l’ineluttabile liquefarsi di organi e tessuti, nulla viene risparmiato agli occhi dello spettatore attonito, in questo prodotto stright to video, ma alla fine della fiera delle frattaglie, quello che resta in bocca è il gusto dolce dello scherzo, della presa in giro, dell’iperbole e dell’eccesso, a giustificare il genocidio di un gruppo di esseri umani, troppo stupidi, vacui e vanitosi per sopravvivere. E mentre le membra esplodono, gli intestini deflagrano e le buone intenzioni implodono, seguite dalla solidarietà, l’uguaglianza e lo spirito di gruppo, l’essere umano, ci appare in tutta la sua meschina e ferina nudità, animale primordiale e digrignante, pronto ad uccidere, pur di protrarre la propria esitenza per altri dieci stupidi, inutili, lunghissimi minuti.

HALLOWEEN II

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Guardare Halloween 2 di Rob Zombie fa pensare. Al di là dell’insistita ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito (stiamo parlando di una saga che ha avuto 7 sequel e 2 remake), dove l’originalità ormai si è persa per strada, quello che colpisce è il linguaggio della violenza. Se nei primi film con protagonista il buon Michael Myers e non solo in quelli, pensiamo a tutto il filone slasher, il boogey man si limitava ad uccidere le sue vittime in modo crudo e assai fantasioso, quello che si riscontra innegabilmente in questo Halloween II è la rara crudeltà con la quale Myers si accanisce sui corpi delle vittime. Più nello specifico, il nostro non si accontenta di uccidere, ma spesso massacra. Pensiamo all’infermiera dell’ospedale a cui vengono inferte una decine di coltellate o al tirapiedi dello streep bar a cui viene sfondata la faccia a calci, tutti esempi di una violenza insistita, inutile, spesso gratuita. Rob Zombie non si limita a mettere in scena un omicidio, ma si compiace della poetica della carne che ne deriva. Dopo l’11 Settembre il modo di fare e pensare cinema in USA (e non solo là, ma in tutto il mondo) è radicalmente cambiato. Provenienti da un decennio (gli anni ’90) che ha piallato e piegato la capacità di spaventare, imbrigliandola in ferree leggi di autocensura ai limiti del televisivamente consentito, il nuovo millennio ha risvegliato le coscienze di molti. La carne, la suppurazione, il disfacimento e la crudeltà sono diventati merce di scambio, crocevia di non ritorno, coacervo di idee malsane, per un’intera generazione di cineasti. Titoli come Hostel, Martyrs, Frontieres, Alta tensione, la saga di Saw e chi più ne ha, più ne metta, fanno del violento annullamento, disfacimento e disgregazione della carne la propria cifra stilistica, coinvolgendo lo spettatore in un carosello degli orrori che ha come scopo quello di mostrare sempre più (e in modo più insistito e manifesto possibile) la ferita aperta e sanguinante che è stata inflitta al cuore della società. La confusione dei ruoli, la fine degli eroi e il pessimismo dilagante, dominano il cinema horror degli ultimi anni. Un cinema capace sempre più di generare mostri dal nostro quotidiano, dall’impensabile, dall’interno della famiglia, della tradizione. Niente è più quello che sembra (ancora Hostel e Martyrs) e l’identità è un lusso che abbiamo smarrito, perchè solo chi la perde e si perde, può sperare di restare vivo. Non è semplice arrivare alla fine di Halloween II, problema comune a molti dei film citati in questo post, martoriati da una via crucis di sofferenza e morte, annichiliti da una strisciante forma di disagio sotto cutaneo, che non trova voce o sfogo nemmeno nel finale caustico e mai liberatorio. Il cinema dell’orrore è davvero cambiato, non ci si spaventa più per l’atmosfera sapientemente suggerita, ora lo spettatore chiede di vedere tutto. senza sconti e senza lasciare nulla di non detto. Anestetizzato dall’orrore quotidiano, l’utente medio di cinema horror chiede di più, sempre di più, inesorabilmente perduto in una spirale senza significato alcuno, smarrito nell’identità, nel valore e nel significato intrinseco del suo essere… umano.

BLOODY CULT: Speciale Halloween

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Speciale di Bloody Cult tutto dedicato ad Halloween, tra mito, tradizione e cinema. Riflessioni in libertà in compagnia di Fabrizio Carollo (il padrone di casa), il sottoscritto (l’esperthorror) ed Ettore Pancaldi (Ector il guardiano). Un ritorno in grande stile del trio di Bloody Cult.

Buona paura a tutti.

DE-GENERANDO: Halloween… al Cinema

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Onore e gloria alla notte di Halloween… una raccolta di 7 grandi macro generi, per raccontare l’orrore attraverso alcuni film molto rappresentativi. Un’occasione per ottenere qualche prezioso spunto di visione per la notte più magica dell’anno.

Buona visione e buona paura a tutti.