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Non vi racconterò balle, Arrival è un film complesso, a volte oscuro, nella seconda parte quasi inaccessibile, uno di quei film che pongono dozzine di domande e che costringono lo spettatore a scovare con fatica le risposte, eppure, nonostante tutto, è di una bellezza lancinante, assoluta, quasi dolorosa.

L’odissea terrestre e terrena che Arrival racconta, l’apparizione di dodici enormi astronavi aliene costringono l’umanità ad interrogarsi sulle vere ragioni di questa venuta, è la struttura base di un film che fin dal principio si regge sul linguaggio, l’interpretazione e la lingua, vista come comune denominatore, metro di civiltà e comprensione dell’altro. Proprio sull’interpretazione e la comprensione si basa la prima parte, mettendo davanti agli occhi dello spettatore il non facile tentativo di trovare un punto di incontro, un possibile contatto, tra alieni ed umani, ma anche tra uomini e donne, governi e popoli. Film universale, capace di veicolare messaggi universali ed umanissimi, Arrival è sì prima di tutto una pellicola di fantascienza, ma il viaggio compiuto dai protagonisti, non è rivolto verso le stelle, ma all’interno, nell’intima e segreta capacità di amare, sperare, capire ed accettare, che ognuno di noi possiede. E’ proprio qui, nella parte finale, in cui tutto risulta chiaro, cristallino e dolorosamente evidente, che il film vola altissimo, regalandoci un paio di sincere e meravigliose lacrime, capaci di fermare il tempo e lo spazio, incorniciando Arrival come un punto fermo nella crescita interiore di noi spettatori, di noi esseri umani.

Pellicola sul vivere, sul morire, sul nostro mondo così diviso, su ciò che ci aspetta, sull’enormità che sta alla base del significato di umanità, ma forse e soprattutto sull’importanza del viaggio, seppur breve,  che compiamo insieme alle persone che amiamo e impariamo ad amare, un viaggio che vale sempre la pena vivere, perché tutte le cose hanno un inizio e una fine, ma come nei palindromi, a volte la fine, può essere un l’inizio.

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