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Nel lontano 1985 Ridley Scott, 5 anni dopo il suo capolavoro Blade Runner sorprese tutti e lasciò interdetti molti, dirigendo un film fantasy che ancora oggi lascia perplessi alcuni. Legend è un ottimo fantasy, figlio di una logica produttiva ormai defunta, probabilmente uscito in un periodo poco felice, di quegli anni infatti sia Labirinth che Lady Hawk, eppure forte di una sua dignità. Le scenografie sontuose, i trucchi ipnotici di Rob Bottin, la sensuale innocenza di Mia Sara, l’acerba fisicità di Tom Cruise e il luciferino carisma di Tim Curry, contribuiscono a creare un racconto fantastico prezioso per raccontare l’adolescenza. Proprio quel passaggio delicatissimo tra la giovinezza e l’età adulta, sembra essere il vero protagonista di un film che rivela parecchie sorprese. La scoperta del sesso, dell’attrazione, della seduzione, tutte tematiche che Legend blandisce e suggerisce, accarezzando i corpi e le labbra dei suoi protagonisti. Non è un caso che l’arrivo dell’oscurità, mai come in questo caso rappresentata dal peccato in persona cioè il demonio, coincida con la morte della purezza, dell’innocenza, forse della verginità, qui impersonificata dagli unicorni. La regia di Scott, sempre elegante ma essenziale, sottolinea le dinamiche tra i protagonisti, regalandoci, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale almeno un paio di sequenze di una bellezza disarmante. In questo senso, sia l’incontro ravvicinato tra Mia Sara e gli unicorni, culminante in una corsa mozzafiato e il taglio del corno in mezzo ad una tempesta di petali rosa, è qualcosa che non si dimentica facilmente, esattamente come la danza sensuale e bellissima tra la protagonista e l’abito da sposa nero, che il diavolo Tim Curry ha scelto per lei. Legend resta una pellicola probabilmente più adulta di quel che sembra, destinata ad essere rivalutata negli anni, uno spettacolo elegante e ricco di dettagli, lontanissimo dalla cgi tutta uguale di oggi, ma frutto di un’alchimia cinematografica, figlia della visione matura di un grande regista.