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THE DESCENT

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Sono passati ormai anni da quando vidi per la prima volta questo film, avvolto nel buio di una sala cinematografica. Da allora ha continuato ad ossessionarmi, innescando in me un meccanismo senza requie, che mi portava a consigliarlo ad ogni essere vivente e ad ogni appassionato di horror, anzi di cinema. The descent è prima di tutto un film in cui un apparentemente omogeneo gruppo di persone (tutte donne e tutte appasionate di escursioni in grotta) si ritrovano a fare i conti con qualcosa di eccezionale, di impensabile, di antico. Circondate ed attaccate dalla paura, si troveranno a dover reagire guardandosi dentro, per trovare la forza, per scoprire la disperazione, per aggrapparsi all’illusione, per abbracciare la vendetta e per scivolare dolcemente nella follia. The Descent non comincia come un horror, ma lo diventa dopo quasi un’ora di visione, un’ora in cui i caratteri dominanti e recessivi si definiscono, vengono fatte le squadre, alcune inquietanti avvisaglie si manifestano e il capo branco inizia a marcare il territorio. Poi improvviso, annunciato da un rombo di tuono, entra in scena l’orrore e tutto cambia, tutto precipita, tutto acquista un senso. La parola amicizia perde il suo significato, le alleanze si saldano per poi implodere, la furia dilaga inarrestabile, il sangue zampilla a fiotti rosso e copioso e ciò che è stato e forse sempre sarà attacca inarrestabile, mentre il presente soccombe, distrutto dal passato, trovando la sua pace solo in una vendetta da servire calda e fumante. The Descent è un capolavoro, uno di quei rari film miracolosi, di cui si rimanda a memoria il finale, un’esperienza cinematografica pura ed assoluta, una discesa negli inferi, in noi stessi, nella nostra solitudine e nella nostra amara, dolente, tenerissima pazzia.

VALHALLA RISING

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Ecco uno di quei film che in Italia non ha avuto una vera distribuzione, ma che i meno distratti hanno potuto recuperare sul digitale terrestre, frutto di una programmazione approssimata e colpevole. Difficile trovare una distribuzione per l’ostico capolavoro di Nicholas Winding Refn, nonostante il successo di Drive, talentuoso cineasta danese, che come il suo ben più noto compatriota, Lars Von Trier, ha moltissimo da regalare alla settima arte. Da tempo (tantissimo tempo) non mi capitava di assistere ad un’opera di tanta e tale forza, una pioggia rosso sangue, gelata e rinfrancante, percorso  di innegabile catarsi, che affonda le proprie radici nella profondità dell’uomo, nella sua essenza, feroce e bellissima. Valhalla rising, diviso in capitoli e senza una sbavatura, è un percorso, anzi una vera e propria via crucis attraverso la religiosità, la vendetta e la punizione, là dove il vecchio testamento di One eye (occhio per occhio) passa il testimone al nuovo, rappresentato dal bambino. Due universi che si sfiorano e si completano, due modi di abbracciare il futuro, dove il primo deve soccombere per lasciar spazio al secondo, al nuovo mondo, al nuovo uomo. La furia e la bellezza delle sue inquadrature, la sfolgorante magnificenza dei suoi ralenti, l’assoluto rigore della messa in scena, difficilmente vi capiterà di vedere una pellicola così prepotentemente allegorica, paurosamente etica, graniticamente integerrima. Come già in precedenza, in maniera non molto diversa eppure contraria al Dogville di Lars Von Trier, la religiosità ed il rapporto tra vecchio e nuovo testamento sono i cardini su cui gira la vicenda dell’invincibile, silente e feroce vichingo One Eye nel suo viaggio verso il nuovo mondo in compagnia del bambino. Se nella visione di Trier il nuovo testamento (Nicole Kidman) abbandonava la via del perdono, per lasciare spazio alla vendetta del Padre (James Caan), qui la furia cieca dell’inarrestabile vichingo, deve cedere il passo all’innocenza del bambino, soccombere sotto i colpi della pietà, per lasciare libere la purezza e la speranza. Un rito di passaggio e di attraversamento, legato agli elementi naturali e a quelli spiritituali, una crescita in cui morte e rinascita coincidono, sottolineando un concetto di continuità che abbraccia tutti noi. Valhalla Rising è gemma preziosa e sapientemente cesellata, ripida ed impervia vetta espressiva di un cinema che ha smarrito se stesso e sta lentamente cercando un significato, una ragione, una voce.

IL SIGNORE DEL MALE

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Probabilmente sto attraversando un periodo della mia vita in cui ho bisogno di certezze e quasi sicuramente questa necessità, trova il suo naturale sfogo nel cinema horror. Ragion per cui, mi sono sentito in dovere di rispolverare uno dei classici di John Carpenter, uno dei suoi film che preferisco, un piccolo cult, un gioiello horror di immutata meraviglia. Il signore del male è un grandissimo e spesso dimenticato film, un inno alla gioia e alla libertà di un autore troppo spesso non ritenuto tale. E’ il 1987 quando John Carpenter firma questo gioiello opalescente che brilla di luce screziata e cattiva, la critica lo snobba ed il pubblico probabilmente non ne coglie a pieno la potenza. Eppure Il Signore del male è un grandissimo film, sia dal punto i vista del significato (si parla di religione, inganno, metafisica, viaggi nel tempo ed apocalisse), ma anche e soprattutto per quel che concerne il significante, mai superfluo ed accessorio in Carpenter, ma funzionale e a tratti indimenticabile. Alcune intuizioni restano impresse per sempre, come gli angeli homeless e la putrescente e purulenta mutazione del prescelto, consegnando la pellicola ad un piano più alto ed assoluto, elevandola così dal semplice status filmico, per consegnarsi alla posterità immutata ed immutabile. Sì perchè pur essendo passati quasi trent’anni, Il Signore del Male stupisce ed ipnotizza grazie al suo perfetto meccanismo ad orologeria, che fin dall’incipit ricco di promesse, ci trasporta in una terra di nessuno, abitata da ciò che pensiamo di sapere, dalle nostre paure e dai nostri fantasmi. Cinema da fine del mondo, capace di sgretolare certezze e consuetudini ormai sedimentate nel corpo molle del nostro subconscio. Lasciato libero di pensare, agire e fare cinema, Carpenter ci restituisce uno dei suoi migliori, spaventosi e meno ricordati film, pellicola cangiante eppure immutabile, estremamente moderna e contemporaneamente antichissima, zenit di un cinema che non esiste più, nadir di una consapevolezza del guardare senza vedere, del dimenticare per non ricordare mai più. Occhio per occhio, orrore per orrore, body horror della mutazione, cinema dell’epifania e poetica dell’avvento. La catarsi è lontana anni luce, la speranza è altrove, lo specchio si è rotto, la bestia è libera, in agguato… e attende ognuno di noi.

SUPER

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Quando mi capita di vedere un film come Super, mi ricordo come mai ho aperto un blog sul cinema. Quando per una strana coincidenza astrale si para davanti ai nostri occhi un bel film, un bellissimo film, si viene investiti da una strana febbre, un’urgenza di condividere i propri pensieri e il proprio punto di vista su ciò che si è appena visto. Ecco perchè ho deciso di scrivere di cinema, per poter raccontare al mondo ciò che vedo. Non fate l’errore di liquidare questo film, come la brutta copia del celebratissimo Kick-ass, qui siamo da un’altra parte. Se il tema dei supereroi senza super poteri sono al centro anche di questa vicenda, quello che interessa al regista è la realtà e non la finzione o l’iperbole tragica. Quindi quando un uomo triste e patetico decide di vestire i panni di un supereroe vestito di rosso che porta il nome di Crimson Bolt, perchè pensa che quella sia la sua missione nella vita, affidatagli da Dio in persona, quello che si profila al’orizzonte, non è un film divertente, ma un apologo sull’apatia, la malattia mentale e lo scollamento dalla realtà. Super, delinea con entomologica precisione, la figura di un uomo, che ha perduto il senso della misura, accettando fino in fondo le conseguenze, inimmaginabili, delle proprie folli azioni: se pretende di punire il crimine, il modo in cui lo fa è zuppo di sangue e spesso ingiustificato, usando una pesantissima chiave inglese per amministrare la giustizia, Crimson Bolt, spacca teste e scivola lentamente nella psicopatologia. La stessa cosa dicasi per la sua estemporanea partener, Boltie, impreparata a comprendere il vero significato di ciò che porterà il futuro. I due protagonisti, l’uno mosso dalla disperazione, l’altra dal gioco, sono destinati a scontrarsi con la cruda realtà, in un girotondo di nichilismo e morte, che conserva un persistente olezzo di escrementi. Opera complessa e stratificata, che non si risparmia mai, complici un paio di pesantissimi attacchi alla religione cattolica e  una chiosa rovente come la vendetta sulle regole e sulla possibilità di cambiare il mondo solo esponendosi in prima persona, Super, regala stupore e spettacolo, negando sadicamente ogni speranza di catarsi allo spettatore e lasciandolo intriso di sangue appiccicaticcio, infinita tristezza e dolorose, inarrestabili lacrime. Dimenticando una volta per tutte il seppur splendido Kick-ass e la sua adolescenziale voglia di decostruire le regole del genere, Super va oltre, mette una pietra tombale inamovibile sui film con supereroi e ci traghetta in un mondo adulto e disperato, tra insoddisfazione e frustrazione, miseria e cattiveria, stupidità e conseguenza, pietà e sporcizia. Uno dei pochi momenti perfetti nella vita di tutti noi…

BLACK SWAN

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Apologo di straziante lirismo, che confonde la danza con l’ossessione, la crescita con la ribellione e la perfezione con la morte, il nuovo film diretto da Aronofsky, autore ormai maturo in maniera impressionante, ipnotizza e conquista fin dalla prima onirica sequenza. Gran parte del merito va sicuramente alla titanica e toccante interpretazione di una sempre più straordinaria Natalie Portman, ma a far la parte del leone sono le doti di regia e la sensibilità quasi femminile dello straordinario Aronofsky. Complice una macchina da presa che accarezza continuamente i corpi delle ballerine, seguendone i movimenti, le evoluzioni, le incertezze e la fragilissima umanità, lo spettatore per una volta può respirare l’odore del sudore, del gesso sulle scarpette da ballo e sentir scricchiolare il parquet sotto i piedi. Determinato a restituire la fragilità del sogno, la devastante inconsistenza dell’ossessione e l’effimera transitorietà della perfezione, Black Swan racconta la fine dell’innocenza e l’esasperata femminità  intrappolata nel corpo di una donna dalla sensibilità di una bambina. Scegliendo un punto di vista poco maschile, Aronofsky ci porta nei labirinti di una prigione dell’anima, dominata dalle ambizioni frustrate di una madre carceriera, arrivando a descrivere fino in fondo, l’insostenibile responsabilità del crescere, arrivando ad identificare in se stessi l’ostacolo insormontabile da eliminare per raggiungere l’agognata libertà, la completezza, ancora una volta, la perfezione. Congelata e pietrificata nel qui e ora, in cui solo la passione cieca ed il momento perfetto contano ed arrivano ad avere un significato transitorio ed effimero, nell’istante preciso in cui si compiono. Il resto, tutto il resto, è rumore di fondo, inutile cicaleccio, insignificante ostacolo verso il completamento di se, della propria ambizione, ossessione, perfetta autodistruzione. E come per miracolo i vostri occhi si riempiranno di meraviglia… e di lacrime.

FOUR LIONS

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Parafrasando Manhattan di Woody Allen, viene da pensare che Four Lions sia la risposta del Dio del Cinema a Giobbe. Il Dio del Cinema, infatti, avrebbe indicato la locandina di questa pellicola superba e avrebbe esclamato con voce tonitruante: “Di cose orribili ne ho prodotte tante, ma so anche fare film come questi…”

Pellicola inglese dalla trama semplice, arguta, dissacrante e tagliente, Four Lions, racconta la vicenda di alcuni ragazzi musulmani determinati a farsi saltare in aria durante la maratona di Londra, in nome della Jihad. Attenzione però, qui si ride parecchio, i tentativi e la preparazione del gesto sono esilaranti, paradossali eppure trattati con un disarmante realismo. Tutto bene direte voi, che  ci vuole, si butta in vacca un tabù e se ne raccolgono frutti, polemiche e risate. Purtroppo però non è così semplice, perchè il film drasticamente e coraggiosamente vira, capovolgendo il sorriso in ghigno, l’ilarità in costernazione. Si badi che non stiamo parlando di cinema di genere, non ci sono effetti speciali ed attori noti, qui il cinema si presenta nudo e potente, in tutta la sua spavalda totalità, senza compromessi e scorciatoie. Four Lions è film politico e potente, capace di deflagrare nelle nostre coscienze ed indurci ad una riflesisone mai banale e fine a se stessa. L’accettazione e il sostegno della famiglia del protagonista, la polemica definizione degli obbiettivi, i dubbi e le contraddizioni, sono miscelati in un catartico e perfetto connubio tra un contenuto profondo ed altissimo ed una levità di messa in scena da togliere il fiato. Ambientato in una Londra mai così bigia ed anonima, figlia dei sobborghi, della povertà e dell’approssimazione tipica di chi si accontenta e non della bellezza da Tate Gallery, lo shopping a Carnaby Street e della chiassosa confusione di Covent garden, Four Lions è pellicola polemica e definitiva, capace da sola di rendersi memorabile, grazie all’ironia a tratti irresistibile che l’attraversa da cima a fondo. Parlando ancora una volta del cinema che siamo abituati a vedere, è difficile immaginare che la maggior parte degli autori abbiano la capacità, o sarebbe meglio dire la volontà, di raccontare una storia simile, in un modo tanto sincero e completamente libero da qualsiasi forma di correttezza politica o sociale. Four Lions gioca sporco e non risparmia colpi bassi a nessuno, a cominciare dai suoi miopi protagonisti, passando per la comunità che li ospita (ancora più miope), fino agli ottusi poteri deputati a mantenere l’ordine. Se ne va via così, velocemente ma non definitivamente, questa straordinaria pellicola, tra un sorriso ed un groppo in gola, una sguaiata risata di pancia ed una dolorosa rovente lacrima, capace di toccare e segnare le nostre vite per sempre. Il finale poi… è talmente bello da far venir voglia di strapparsi i vestiti e vagabondare nudi nella brughiera invocando il nome di Chris Morris, il regista.

HARD CANDY

hard-candyHard candy è la storia del gioco di un gatto con un topo, si parla di pedofilia, di internet, di castrazione, di punizione, ci sono una ragazzina e un uomo adulto. Non vi dirò altro, svelarvi di più sarebbe inopportuno e forse anche sadico. Hard candy dicevo non è un film per tutti, per il tema che tratta e per il modo in cui lo tratta, lo spettatore è messo a durissima prova e una sequenza in particolare, anche se non mostra nulla, è decisamente insostenibile. Il tema che tratta (e come lo tratta), la costruzione della sceneggiatura e la psicologia degli interpreti hanno una struttura quasi teatrale, unità di tempo, spazio e luogo, dialoghi serrati ed intelligentisimi che vanno ben al di là delle sagaci battute azzeccate che affollano ogni tipo di film, la suspance quasi tangibile e crecente, fino ad arrivare nel finale ad essere quasi insostenibile. Il grande merito di un film come Hard candy è quello di suggerire tutto senza mostrare niente, una scelta che si rivela vincente e che tocca i nervi scoperti dello spettatore giocando con lui. I due protagonisti garantiscono un notevole valore aggiunto, con un applauso per Ellen Page, che qui fornisce una prova agghiacciante, lontana anni luce dal ruolo che la renderà famosa presso il pubblico italico con Juno. In ultimo permettetemi una nota polemica e personale, questo film l’ho dovuto vedere tempo fa in lingua originale e solo da poco ha avuto l’onore di una distribuzione in lingua italiana in dvd; dvd peraltro condannato a far bella mostra di se nei cestoni dei nostri supermercati. Qual è quindi la logica malata che fa arrivare al cinema 1 milione di film sui supereroi (vogliamo parlare di Fantasctic 4?) e impedisce la distribuzione ad Hard candy, per quale pazzia si permette lo sbarco sui grandi schermi italiani di film interpretati dai soliti noti, ma per esempio si fa uscire Battle Royale alla chetichella e solo in dvd? Non lo so e forse non lo voglio nemmeno sapere, mi limito a constatare con sconforto sempre crescente la condizione in cui versa il cinema nel nostro bel paese superficiale, non so sia colpa delle multisale, di Hollywood, del grande fratello o delle cavallette, fatto sta che Hard candy è un grande film e avrebbe meritato la dignità e l’onore del Grande Schermo.

MARTYRS

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Si assiste muti ad un’esperienza come Martyrs. Muti, non perchè sconvolti da ciò che viene mostrato, ma muti in quanto senza parole per descrivere l’altissima potenza teoretica e catartica di quest’opera profondamente intrisa di pazzia, religiosità, dolore ed epifania. Non commettete l’errore di liquidare Martyrs come l’ennesimo torture porn di turno, arrivato buon ultimo dopo Hostel, svariati Saw, l’interessante Frontier(s) e una ridda pellicole trascurabili e spesso di dubbio gusto. Se esiste un sommo codice di valutazione estetica per l’arte, probabilmente Matyrs ne resta al di fuori, vivendo una vita indipendente in un un’altra dimensione, fatta di luce e sangue, di tenebra e violenza. Difficile trovare le parole davanti a tanto supremo disfacimento, a tale e abbagliante gloria. Chi ha visto questo film faticherà a dimenticare l’amicizia tra le due protaginste, la donna magrissima piena di tagli che lacera carne e tessuti come una furia, la strage, Mademoiselle e gli occhi, quegli occhi di chi sa, di chi ha visto. Non di certo un film per tutti, ma un film che prima o poi tutti dovrebbero vedere, intriso com’è di profonda, cieca, ottusa, merevigliosa religiosità. Tutti siamo vittime ormai, non ci sono più martiri, il dolore è la via, il sangue la indica, il corpo è il mezzo. Opera altissima, esperienza degradante, zenit e nadir dell’anima di un genere che ha bisogno di reinventarsi, di ripartire da zero. Il genere umano.

DE ROUILLE ET D’OS: Semplicemente un capolavoro

Di ruggine e ossa siamo fatti, uomini e donne, alla perenne ricerca di un senso, di una direzione, di un motivo.

Di ruggine e ossa, di sangue e lacrime sono fatti i nostri corpi perfetti, sconfitti dalla natura e dall’insensibile, sorda ed indifferente banalità della vita.

Se Marion Cotillard e’ splendida, fragilissima eppure durissima, sempre ad un passo dallo spezzarsi in un milione di piccoli pezzi, sono la forza cieca, i muscoli sempre tesi, la bovina fissità e la crudele ed ipnotica atrocità della carne martoriata di Matthias Schoenaerts a conquistare per sempre il nostro cuore di spettatori. Senza climax eppure ricchissimo di sequenze perfette, capace di sfuggire sapientemente ad una catalogazione e coraggiosamente in grado di mantenersi sempre un passo indietro, lavorando di sottrazione, per non abbandonarsi a facili emozioni da rigattiere, Di ruggine e ossa e’ il primo grande film di questa stagione cinematografica appena cominciata.

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THE DARK KNIGHT RISES

Pantagruelico, naturalmente eccessivo, violentissimo,  politico, ipnotico, tonitruante, forse estenuante, probabilmente definitivo e totale, certamente e soprattutto grandissimo cinema.

Difficile liquidare in fretta il film di Nolan, da un lato ci si trova spiazzati ed affascinati di fronte ad un’opera visivamente potentissima, capace di saziare fino all’indigestione chiunque sia affamato di cinema, dall’altro lato invece si devono fare i conti con un impianto narrativo estremamente complesso e non banale, capace non solo di far riflettere, ma di avvolgere e stravolgere completamente lo spettatore, fino ad immergerlo anima, sangue e carne, in un mondo altro, pauroso e terribilmente simile al nostro. Il cinema di Nolan non è solo spettacolare e magnificamente pensato, ma compiendo un vero e proprio Inception nell’anima molle di ciascuno di noi, riesce a travalicare i generi e i linguaggi, reinventandosi e proponendosi orgogliosamente sfacciato ed arrogante di fronte allo spettatore, che inevitabilmente ne resta travolto,  con i sensi piacevolmente inondati da questo inarrestabile  tzunami di cinema.

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COLAZIONE DA TIFFANY: Sogni e Promesse

Ogni tanto riguardo un classico e spesso mi chiedo se sia il caso di proporlo tra queste pagine oppure no, consapevole che probabilmente lo hanno già visto tutti e che il mio misero contributo sarebbe forse inutile.

Rompiamo gli indugi.

Lungi da me proporre un punto di vista nuovo ed illuminante su di un classico come Colazione da Tiffany, diciamo piuttosto che l’intento principale è quello di stuzzicare la curiosità di quelle generazioni che non avendo mai visto questo film, avranno la voglia e la bontà di avvicinarvisi, sfatando una volta per tutte il luogo comune che identifica il cinema del passato, come qualcosa di sorpassato e tendenzialmente noioso.

Credo infatti che il nostro principale dovere di amanti del cinema sia proprio quello di far conoscere ed amare questa straordinaria arte ai giovani e forse proprio a partire da questi film, pellicole che anche dopo parecchi anni e altrettante visioni, non hanno perso nulla del loro contagioso fascino o della loro inaspettata attualità. Continua a leggere “COLAZIONE DA TIFFANY: Sogni e Promesse”

COSMOPOLIS

Gloria e vita alla nuova carne.

Sì, partiamo proprio da qui, da Videodrome del lontano 1983, perché Cosmopolis ne è la diretta conseguenza e la perfetta discendenza, ma soprattutto perché ancora una volta bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale.

Esattamente come la storia che racconta, Cosmopolis è un viaggio attraverso il nostro mondo, il nostro domani e il nostro divenire lentamente sempre meno umani. Svuotati di ciò che ci rende quel che siamo, per ridurci ad un involucro senziente di carne, risentimento, desiderio, sangue e follia, in questo senso il film di Cronemberg vola alto e ci restituisce un mondo e un essere umano vuoti e terribilmente soli. Continua a leggere “COSMOPOLIS”

EXTREMELY LOUD & INCREDIBLY CLOSE: Molto forte, incredibilmente vicino

Il più brutto dei giorni.

Un uomo cade nel vuoto.

Ho amato il libro capolavoro di Safran Foer e in modo diverso e complementare ho amato questo splendido film.

Pellicola frammentaria, esperienza di lancinante tristezza e folgorante epifania, gioia e dolore, croce e delizia, riso e lacrime.

Momento altissimo di empatia e pietà, nadir di umana disperazione, lutto e perdita, zenit di amore, memoria e disperata umanità. Continua a leggere “EXTREMELY LOUD & INCREDIBLY CLOSE: Molto forte, incredibilmente vicino”

I MUPPET: Il mio e il tuo CAPOLAVORO

L’altro ieri ho compiuto 40 anni.

Ho deciso di festeggiare portando la famiglia al cinema.

A vedere I Muppet.

Per molti 40 anni sono tanti, sono un’età responsabile e cruciale, uno spartiacque tra ciò che era e ciò che sarà. Per me sono solo un anno in più. Eppure ha qualcosa di estremamente simbolico l’andare al cinema nel giorno del proprio quarantesimo compleanno per vedere un film dedicato ad un gruppo di pupazzi che hanno abitato la tua vita infantile, creando in un’affezione un pò malsana. Non solo, la vera domanda è una soltanto. Saranno ancora capaci di suscitare gioia, risate ed emozione un gruppo di pupazzi che ormai hanno passato a loro volta i quaranta?

Con questo tumulto di sentimenti nel cuore e nella mente, ho varcato la soglia della sala cinematografica e con mia grande sorpresa il miracolo si è compiuto ancora una volta, facendomi decrescere, conquistandomi gli occhi e prendendo in ostaggio i miei sogni.

Quindi diciamolo subito forte e chiaro, I Muppet è un capolavoro. Continua a leggere “I MUPPET: Il mio e il tuo CAPOLAVORO”

MELANCHOLIA: Semplicemente un capolavoro

Melancholia è un capolavoro.

A qualcuno potrà sembrare azzardato, ma più ci penso e più credo che Lars Von Trier si avvicini sempre di più a Kubrick. La potenza espressiva del suo cinema, estremamente viscerale e concettuale, ricordano molto da vicino i capolavori del maestro e nella sua ineffabile, ineluttabile, innaturale perfezione, Melancholia non fa eccezione.

Cinema di silenzi e di potentissime immagini, di poche parole e di profonda solitudine, la pellicola del controverso danese, si concentra sull’essenza dell’umanità e sulla precaria inconsistenza del luogo in cui abita, il pianeta terra. La vita smette così di essere un’opzione percorribile, mentre il panico si impossessa delle menti e dei corpi di tutti gli esseri viventi. Lasciati soli, anzi vigliaccamente abbandonati da ogni forma di certezza e di consolazione, gli esseri umani trovano compimento e ragione nella famiglia e nell’effimera consapevolezza che questo possa bastare. In questo senso, l’insensatezza di ogni paradigma sociale, l’abbandono delle certezze e l’impossibilità di essere felici, ci appaiono in tutta la loro profonda vacuità. Continua a leggere “MELANCHOLIA: Semplicemente un capolavoro”

DRIVE: L’immobilità, l’illusione della vita e l’illusione del cinema

Sono immobili i protagonisti di Drive, manichini marmorizzati in attesa del momento perfetto per mostrare una necessaria illusione di vita. Oggetti inanimati di cinema, pronti ad abitare un’inquadratura per lo spazio di una lenta carrellata, volti plastificati e immobili, quasi incapaci di parola, ma capaci di lordarsi le mani di sangue.

Bellissimo e lancinante, il nuovo film di Nicolas Winding Refn, racconta l’illusione della vita e della morte e per farlo usa la più assoluta, poetica, straziante e meravigliosa delle illusioni, il cinema. Prendendo nelle proprie mani, un pugno di stereotipi senza vita, Refn, li plasma e li rende indimenticabili, utilizzando il gioco di prestigio cinema, come mezzo espressivo per raccontare una storia western di etica ed estetica. Continua a leggere “DRIVE: L’immobilità, l’illusione della vita e l’illusione del cinema”

SUPER 8: La mia infanzia… il mio cinema

Comincio con una confessione. Se in un film ci sono i bambini o il Natale, io piango. E’ scientifico, matematico, le mie lacrime sgorgano spontaneamente senza che io possa controllarle o ributtale indietro, la voce mi si spezza e il naso cola, mentre mi riduco ad una poco piacevole larva d’uomo scossa dai singhiozzi. Super 8 è il tipico film che spalanca i miei dotti lacrimali e nel finale, mi fa desiderare di essere lì, oltre lo schermo, in compagnia dei suoi piccoli protagonisti, per sognare e crescere insieme a loro.

Data tanta e tale premessa. mi sbilancio e lo dico fin da subito, Super 8, nuovo film diretto da J.J. Abrams e prodotto da Steven Spielberg è splendido, anzi un vero capolavoro che resterà incastonato nel tempo e nella memoria del cinema che verrà. Scalda il cuore assistere ad una pellicola così simile alle opere passate dello Spielberg che fu, penso ovviamente a E.T. e Incontri Ravvicinati, interamente dominata e  abitata da ragazzi, che attraverso uno spirito di corpo e di gruppo ormai appannaggio di un’epoca lontana, lottano e si fanno largo nella vita, sognando il cinema e abbracciando l’amore e l’ignoto. Continua a leggere “SUPER 8: La mia infanzia… il mio cinema”

HOT TUB – UN TUFFO NEL PASSATO: Amicizia, viaggi nel tempo e l’insostenibile leggerezza del 1986

1986… Il sottoscritto aveva 14 anni e tutto andava davvero bene.

Per capirci, in quell’anno usciva True Blue, che avrebbe consacrato Madonna, i Queen davano corpo e mito al film Highlander, grazie ai brani tratti da A kind of magic e il sottoscritto si sdilinquiva dietro alle giunoniche forme di Samantha Fox. Al cinema poi si tremava con The hitcher, si toccava il cielo con un dito grazie a La mosca, si viaggiava nello spazio con Aliens – scontro finale e si metteva alla prova il gusto del proibito andando in sala per vedere una travolgente e sconvolgente Kim Basinger, protagonista assoluta e mai dimenticata di 9 Settimane e 1/2.

Non sono impazzito, lo giuro, questo resta un blog sul cinema e non una passeggiata sul viale dei ricordi, ma appena finito di vedere questo delizioso Hot Tub, una salva di ricordi e congetture mi ha invaso la mente, costringendomi ad un personalissimo viaggio nel tempo attraverso i citatissimi, odiatissimi e amatissimi anni ’80. Continua a leggere “HOT TUB – UN TUFFO NEL PASSATO: Amicizia, viaggi nel tempo e l’insostenibile leggerezza del 1986”

IO SONO L’AMORE: Finalmente il Cinema Italiano!

Alla fine del post, oltre al solito trailer, trovate un brano tratto dalla colonna sonora. L’idea è quella di mettere in play il brano e poi leggere la recensione. Un modo per entrare dentro al film,  respirandone l’atmosfera… o forse solo un gioco.

Io sono l’amore è uno dei film italiani più belli degli ultimi vent’anni.

Avvolto dalla sapiente regia di Luca Guadagnino, lo spettatore è cullato e stregato da una Milano quasi familiare eppure distantissima, attirato nelle velenose spire di una famiglia ricca, anzi ricchissima, che ha smarrito tutto, a cominciare dal significato dell’essenza della vita stessa. Anelli saldi eppure debolissimi di una catena umana che non ammette ripensamenti, soffocati e soffocanti, invincibili e vulnerabili. Parabola di lucidissima ed autoptica concretezza, capace di descrivere come non mai l’effimera fragilità dell’essere umano, la sua vigliacca ipocrisia e la follia di un sogno tramutatosi in fuga, Io sono l’amore, lega e conquista, trascianandoci nei lussuosissimi gironi infernali di una prigione dorata, difficilissima da abbandonare, se non a caro prezzo. Continua a leggere “IO SONO L’AMORE: Finalmente il Cinema Italiano!”

MACHETE: L’omaggio che il genere aspettava da tempo

Robert Rodriguez è il fratellino dispettoso di Questin Tarantino, tutti i suoi film sono puro divertimento, sberleffo, risata ed eccesso.

Machete nasce quasi per scherzo, come falso trailer a far da trait d’union tra Planet Terror (diretto appunto da Rodriguez) e Death Proof  (appannaggio di Tarantino), tasselli dell’operazione Grindhouse. La storia del messicano Danny Trejo in cerca di vendetta e con una spiccata abilità nel maneggiare il machete, era troppo succulenta perchè uno come Rodriguez non decidesse di approfondirla a modo suo.

Il risultato è un film strepitoso, una cascata di trovate, luoghi comuni e ribaltamenti di questi, da far impallidire Stallone e i suoi Expendables. La carta vincente della pellicola è il suo eccesso e la sua disincantata goliardia, che vanno a comporre un lunghissimo omaggio al genere, un vero e proprio inno alla libertà e alla dignità di un certo tipo di cinema, troppo spesso bistrattato, dimenticato e nascosto sotto il tappeto. Continua a leggere “MACHETE: L’omaggio che il genere aspettava da tempo”