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Apologo di straziante lirismo, che confonde la danza con l’ossessione, la crescita con la ribellione e la perfezione con la morte, il nuovo film diretto da Aronofsky, autore ormai maturo in maniera impressionante, ipnotizza e conquista fin dalla prima onirica sequenza. Gran parte del merito va sicuramente alla titanica e toccante interpretazione di una sempre più straordinaria Natalie Portman, ma a far la parte del leone sono le doti di regia e la sensibilità quasi femminile dello straordinario Aronofsky. Complice una macchina da presa che accarezza continuamente i corpi delle ballerine, seguendone i movimenti, le evoluzioni, le incertezze e la fragilissima umanità, lo spettatore per una volta può respirare l’odore del sudore, del gesso sulle scarpette da ballo e sentir scricchiolare il parquet sotto i piedi. Determinato a restituire la fragilità del sogno, la devastante inconsistenza dell’ossessione e l’effimera transitorietà della perfezione, Black Swan racconta la fine dell’innocenza e l’esasperata femminità  intrappolata nel corpo di una donna dalla sensibilità di una bambina. Scegliendo un punto di vista poco maschile, Aronofsky ci porta nei labirinti di una prigione dell’anima, dominata dalle ambizioni frustrate di una madre carceriera, arrivando a descrivere fino in fondo, l’insostenibile responsabilità del crescere, arrivando ad identificare in se stessi l’ostacolo insormontabile da eliminare per raggiungere l’agognata libertà, la completezza, ancora una volta, la perfezione. Congelata e pietrificata nel qui e ora, in cui solo la passione cieca ed il momento perfetto contano ed arrivano ad avere un significato transitorio ed effimero, nell’istante preciso in cui si compiono. Il resto, tutto il resto, è rumore di fondo, inutile cicaleccio, insignificante ostacolo verso il completamento di se, della propria ambizione, ossessione, perfetta autodistruzione. E come per miracolo i vostri occhi si riempiranno di meraviglia… e di lacrime.