final-girls-poster

Partiamo dal principio. Cos’è una “final girl”? Una “final girl” è l’ultima ragazza, di solito vergine, rimasta in vita in un horror, più tipicamente in uno slasher. Da questo presupposto, ma non solo da questo, prende il via questo meta film sul nostro genere preferito, capace di riflettere con intelligenza e molto divertimento, sulle regole che sottendono la visione di un horror. Vale la pena di raccontare brevemente la trama: la figlia di una star mancata di Hollywood, famosa però per il suo ruolo di scream queen in un horror cult anni ’80 chiamato Blood Bath Camp, si ritrova per ragioni di forza maggiore, a squarciare e attraversare uno schermo cinematografico per salvare se stessa e la vita di alcuni amici, durante una retrospettiva dedicata al film della madre; si sveglierà all’interno dell’horror che stava guardando, cercando così di sopravvivere alla proverbiale mattanza. Bisogna dire che il film, oltre ad una buonissima idea di partenza, gode anche di parecchie trovate divertenti ed intelligenti: i nostri si troveranno ora bloccati in un loop di sceneggiatura, ora in un flashback, cercando di arrivare vivi, tra un topos e un salto nel buio, ai tanto sospirati titoli di coda. Come se non bastasse tanto meta cinema, The final girls è prima di tutto un sentito e commosso omaggio ad un genere che deve i propri fasti al disincantato e disinibito pubblico degli anni ’80. Un pubblico edonista e festaiolo che celebrando la morte al cinema, si convinceva di allontanarla dalle proprie vite; una tendenza che dopo un periodo di stagnazione nei ’90, sarebbe implosa nelle derive torture porn post 11 Settembre, tanto care alla suppurazione e all’introspezione anatomopatologica delle ferite. The final girls, resta una pellicola godibile, una riflessione semi seria sui meccanismi di un cinema lontano e sperduto nel tempo, più ingenuo, meno malizioso e meno dolorosamente votato all’autodistruzione.