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ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI

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Ci sono cose che non stancano mai, come la pizza o Harry PotterAnimali fantastici e dove trovarli, risponde al secondo dei bisogni elencati e mi corre l’obbligo di dire che il film in questione è spassosissimo, pieno di idee e portatore sano di una rara e fanciullesca gaiezza.

Sceneggiato dalla stessa J.K. Rowling e diretto dall’autore degli ultimi episodi della saga dedicata al maghetto più famoso di sempre, Animali fantastici e dove trovarli,  è una splendida sorpresa, uno di quei film da rivedere mille volte, perché capaci di diventare la pietra angolare della crescita di un bambino, uno di quei metri di paragone con cui misurare l’universo tutto. Meraviglioso nel significante, piuttosto che nel significato, Animali fantastici… racconta un  mondo che prende vita e sostanza 70 anni prima di Harry, Hermione e Ron, gettando le basi di un universo fantastico, fatto di creature magiche straordinarie, una più bella dell’altra, tutte da difendere ed amare. I soliti guastafeste obnubilati dallo Scrooge-pensiero, vi diranno che questo è il primo di 5 film, nati per farvi mettere mano al portafoglio e spendere gli ultimi spiccioli al servizio di bambini urlanti, desiderosi di tornare ad Hogwarts, ma voi non date loro retta, ha molta più dignità un solo fotogramma di questo film, che l’intera filmografia Marvel, altrettanto desiderosa di sbancare i botteghini di mezzo mondo. La differenza è tutta nella messa in scena, se dalle parti di Thor e soci, non bisogna far altro che mettere in pellicola una serie di disegni, frutto del genio di qualcun altro, qui il discorso cambia, perchè ci troviamo di fronte ad un libero adattamento di parole, punti e virgole.

Non so come la pensiate voi, ma il mondo (cinematografico e non solo) di oggi, si è scordato la meraviglia, l’avventura e la magia, intese come parabole di crescia e formazione. Abbiamo fin troppo spesso demandato questo delicato processo, al mondo degli eroi in calzamaglia, figurine spesso monodimensionali, sovente incapaci di evolvere e risulare qualcosa di più, di un fragoroso momento di svago infantile. Gli occhi acerbi di chi guarda il cinema, hanno bisogno di sognare universi, animali fantastici e magie mirabolanti, hanno la necessità di perdersi nell’incredibile possibilità che esista un mondo magico parallelo al nostro, invisibile e ricco di cose mai viste prima. Chi guarda, ed ovviamente parlo dei bambini, il pubblico principale a cui queste pellicole sono destinate, non può smarrirsi e ritrovarsi completamente e totalmente in un’ipotesi di realtà identica alla nostra, abitata però da super uomini con super poteri; così facendo il sogno e la possibilità di esso, viene costantemente negata dall’opprimente e schiacciante realtà quotidiana, quel tipo di verità empirica cioè, estremamente dannosa per il cinema fantastico e soprattutto per i sogni dei nostri sveglissimi figli.

Animali fantastici e dove trovarli, va nella direzione opposta, una strada ultimamente poco battuta e forgiata nel regno della fantasia e del fantastico, ecco perchè risulta così meravigliosamente coinvolgente, non ha bisogno di essere credibile, muscolare e tonitruante, ma può muoversi in punta di meraviglia, sottovoce, sottraendo e prendendosi il lusso di non correre, ma di prendersi i tempi giusti. E’ comunque impossibile non restare senza parole, una volta entrati nella magica valigia di Newt Scamander, anzi in fondo, la forza del film è tutta nascosta e stipata in quella vecchia cornucopia di cose mai viste, con un non trascurabile problema alla serratura, contenitore di magiche opportunità, capaci di riempire gli occhi di chi guarda, esattamente come faceva un tempo e a volte riesce a fare ancora, il Cinema.

 

 

HALLOWEEN II

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Guardare Halloween 2 di Rob Zombie fa pensare. Al di là dell’insistita ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito (stiamo parlando di una saga che ha avuto 7 sequel e 2 remake), dove l’originalità ormai si è persa per strada, quello che colpisce è il linguaggio della violenza. Se nei primi film con protagonista il buon Michael Myers e non solo in quelli, pensiamo a tutto il filone slasher, il boogey man si limitava ad uccidere le sue vittime in modo crudo e assai fantasioso, quello che si riscontra innegabilmente in questo Halloween II è la rara crudeltà con la quale Myers si accanisce sui corpi delle vittime. Più nello specifico, il nostro non si accontenta di uccidere, ma spesso massacra. Pensiamo all’infermiera dell’ospedale a cui vengono inferte una decine di coltellate o al tirapiedi dello streep bar a cui viene sfondata la faccia a calci, tutti esempi di una violenza insistita, inutile, spesso gratuita. Rob Zombie non si limita a mettere in scena un omicidio, ma si compiace della poetica della carne che ne deriva. Dopo l’11 Settembre il modo di fare e pensare cinema in USA (e non solo là, ma in tutto il mondo) è radicalmente cambiato. Provenienti da un decennio (gli anni ’90) che ha piallato e piegato la capacità di spaventare, imbrigliandola in ferree leggi di autocensura ai limiti del televisivamente consentito, il nuovo millennio ha risvegliato le coscienze di molti. La carne, la suppurazione, il disfacimento e la crudeltà sono diventati merce di scambio, crocevia di non ritorno, coacervo di idee malsane, per un’intera generazione di cineasti. Titoli come Hostel, Martyrs, Frontieres, Alta tensione, la saga di Saw e chi più ne ha, più ne metta, fanno del violento annullamento, disfacimento e disgregazione della carne la propria cifra stilistica, coinvolgendo lo spettatore in un carosello degli orrori che ha come scopo quello di mostrare sempre più (e in modo più insistito e manifesto possibile) la ferita aperta e sanguinante che è stata inflitta al cuore della società. La confusione dei ruoli, la fine degli eroi e il pessimismo dilagante, dominano il cinema horror degli ultimi anni. Un cinema capace sempre più di generare mostri dal nostro quotidiano, dall’impensabile, dall’interno della famiglia, della tradizione. Niente è più quello che sembra (ancora Hostel e Martyrs) e l’identità è un lusso che abbiamo smarrito, perchè solo chi la perde e si perde, può sperare di restare vivo. Non è semplice arrivare alla fine di Halloween II, problema comune a molti dei film citati in questo post, martoriati da una via crucis di sofferenza e morte, annichiliti da una strisciante forma di disagio sotto cutaneo, che non trova voce o sfogo nemmeno nel finale caustico e mai liberatorio. Il cinema dell’orrore è davvero cambiato, non ci si spaventa più per l’atmosfera sapientemente suggerita, ora lo spettatore chiede di vedere tutto. senza sconti e senza lasciare nulla di non detto. Anestetizzato dall’orrore quotidiano, l’utente medio di cinema horror chiede di più, sempre di più, inesorabilmente perduto in una spirale senza significato alcuno, smarrito nell’identità, nel valore e nel significato intrinseco del suo essere… umano.

THE SOCIAL NETWORK

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Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. (Tratto da wikipedia)

Di questo a ben guardare è fatta la nostra società, nel bene e nel male. L’ultima inquadratura di The social network, bellissimo film su Facebook,  sul suo creatore, sul sogno e il suo salato prezzo, ci regala l’esatta proporzione delle nostre identità. Istantanea livida e terrificante di una società che viviamo e calpestiamo, aggirandoci per il pianeta senza apparente direzione. Fincher da autore intelligente ed attento qual è (quasi sempre, fingiamo di non ricordarci di Uomini che odiano le donne), costruisce una parabola su di un uomo e sulla sua idea, prendendolo ad esempio per un affresco ben più grande, più imponente e totale. Ossessionati dall’apparire e troppo indaffarati per essere, i fruitori di Facebook siamo tutti noi e come tutti, anche noi ci riconosciamo nelle sue impostazioni: Profilo, Bacheca, Amici. Disperatamente alla ricerca di un’identità e di un modo per farci accettare, veniamo costantemente messi a nudo dalla rete e dalla sua schiacciante e nuda ipocrisia. Condividendo opinioni a volte ridicole e foto spesso imbarazzanti, cercando amici e scambiandoci emoticon, non facciamo altro che inviare costanti ed insistenti messaggi di aiuto, nel disperato tentativo che i nostri “amici” riescano finalmente a rilevare la nostra posizione sulla mappa geografica dei loro impegni, affermando almeno per lo spazio di un tag, la nostra identità. The social network sembra raccontare proprio questo, la storia di un uomo, ma sarebbe più corretto dire un ragazzo, alla disperata e continua ricerca di qualcosa, forse di se stesso. A partire dal titolo, estremamente chiaro nelle intenzioni, il film mostra i limiti di una società paradossalmente costruita sulla comunicazione e sulla negazione di essa. Incantata e sommersa, strangolata e schiacciata, l’immagine che rimanda lo specchio è sempre e comunque la nostra, nostre sono le contraddizioni (indignati sulla questione privacy, ma pronti a spiattellare in rete qualsiasi informazione personale ci riguardi), nostri i sogni di fama, visibilità e gloria e nostri i patetici ed inconfessabili desiderata, quali essere accettati e poter finalmente dire di appartenere ad un gruppo. The Social Network parla di noi, delle nostre debolezze e delle nostre contraddizioni, come società, come uomini e come donne. Forse, c’è da averne paura.

THE LOVED ONES

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Se vivessimo in un mondo perfetto, questo film sarebbe stato prodotto in Italia o perlomeno sarebbe stato distribuito nel nostro paese. Purtroppo pare che la perfezione sia esclusivo appannaggio di Stanley Kubrick e quindi accontentiamoci di recuperare il dvd di questa succulenta chicca, dai cataloghi australiani. Cominciamo col dire che raramente chi scrive ha distolto lo sguardo, pregando che una sequenza avesse fine il prima possibile. Ecco, The loved ones è quel tipo di film, una pellicola ammantata di una tale malattia ammaliatrice, da risultare a tratti insopportabile, eppure indispensabile. Non fate l’errore però di liquidare la pellicola come il solito torture porn, perchè qui non c’è solo orrore, ma anche tantissimo amore.  La passione malata e disperata che sta alla base delle azioni dei protagonisti, deflagra con forza sullo schermo, inglobando tutto e tutti, fino ad annullare in modo cieco e totale ogni volontà, dignità e raziocinio, in nome di un’utopia folle e a tratti quasi commovente. La pazzia e l’amore infatti, sono i due veri protagonisti di questo film che travalica il genere, andandosi ad incuneare come un’unghia incarnita (o la punta di un trapano), nella carne molle delle nostre anime belle. L’australiano Sean Byrne colpisce con forza e determinazione i nostri stomaci, provocando le reazioni più disparate, ma senza perdere mai di vista l’umanità della sua storia e senza mai smettere di guardare ai suoi protagonisti con una dolente e struggente pietà, capace di conquistare. Il finale poi, regala uno sguardo indimenticabile, un’occhiata profonda, attonita ed atterrita, assolutamente struggente. L’amore non vince, l’amore muore, la morte regna su tutto e noi spettatori restiamo lì, abbracciandoci le ginocchia, fino a sbiancare le nocche, fino a dimenticare di respirare.

UNTHINKABLE

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Quando un terrorista minaccia l’America con 3 bombe nucleari, pronte ad esplodere in 3 grandi città degli Stati Uniti, l’unico modo per poter giungere alla verità sembra essere quello di ricorrere alla tortura più radicale ed estrema… Unthinkable (inconcepibile) è un ottimo thriller, ma prima di tutto è una bella riflessione sulla libertà, la democrazia, i limiti che impongono e l’eventualità di ignorare quei confini. Il fulcro del film è racchiuso nella lecita e legittima giustificazione di un atto semplicemente inconcepibile, reso accettabile dall’enorme posta in gioco: fino a che punto ci si può o ci si deve spingere per preservare la vita, quando si inizia a perdere la propria umanità, cosa fa davvero la differenza? Un enorme Samuel L. Jackson, un Michael Sheen da brividi e un’ipnotica Carrie-Anne Moss prendono il film sulle spalle e lo portano lontano, molto lontano, là dove spesso lo spettatore normale ha paura di spingersi, nel profondo della propria anima. Unthinkable, film duro, che non mostra mai praticamente nulla, film necessario, perché  mina le nostre certezze e ci fa vergognare di noi stessi, film generoso, che regala un lampo di lucida riflessione in un desolato abisso di folle disperazione. L’assurda messa in scena della pietà e della sua negazione, il fallimento dell’umanità, il trionfo del fanatismo, della guerra, dell’odio e della pazzia… non male per quello che è solo un film, peccato che in Italia non abbia visto la dignità del buoi di una sala cinematografica.

LA SCOMPARSA DI ALICE CREED

Il genere sembra essere rimasto l’unica possibilità per i cineasti di talento di raccontare storie personali, estreme, disperate ed affascinanti, capaci di colmare l’enorme vuoto di stile e contenuti, lasciato dal cinema mainstream. Non fa eccezione questo La scomparsa di Alice Creed, che forte di un canovaccio semplicissimo e senza fronzoli, si gioca tutto sull’ottimo cast (tre soli attori) e sull’infinita serie di twist narrativi che incorniciano la vicenda. Ricordando in una certa misura, un capolavoro (almeno per chi scrive) dimenticato e poco citato come Le strade della paura (Cohen and Tate, di Eric Red 1988), The disappearance of Alice Creed, parte benissimo, si sviluppa meglio e si chiude nel modo  più giusto possibile, per una vicenda che senza sconti e senza peli sulla lingua, descrive le imprevedibili dinamiche di un sequestro. Se Eddie Marsam e Martin Compston sono maiuscoli, la vera sorpresa è Gemma Arterton, non solo perfetta e bellissima, ma anche capace di dimostrare una notevole dose di coraggio nel defilarsi dal cinema blockbuster (Scontro di Titani, Prince of Persia), per frequentare territori meno battuti e decisamente meno illuminati dalle luci della ribalta. Costruito colpo di scena, dopo colpo di scena (ce ne sono veramente tantissimi), The disappearance… regala una salubre boccata di cinema nel compassato e grigio panorama di questo periodo storico, illuminato troppo sporadicamente da raggi di solare speranza in celluloide. Voce capace di levarsi alta e cristallina in un coro di borbottii indistinti e tremebondi, il genere puro, scevro da contaminazioni ed ammiccamenti, è ancora capace di conquistare e di far provare emozioni forti. Probabile ancora di salvezza per un’arte che lentamente, ma inesorabilmente, tradisce sempre più la propria ragion d’essere, film come questi, pur con i loro limiti, sanno ancora regalarci sorprese e suspance, intelligenza e caparbia etica espressiva. La storia dell’imprevedibile sequestro di Alice Creed, non solo stupisce per l’oliato meccanismo ad incastro che ne sta alla base, ma anche e soprattutto per la capacità di raccontare ed intrattenere, senza effetti speciali, 3d e bassa macelleria, complice un terzetto di attori ostaggio di una sceneggiatura ad orologeria che ha dell’incredibile. Commediole per decerebrati e lacrime in offerta speciale, filosofia da bancarella e gratuite secchiate di special effects senza costrutto, vicini di casa in vena di confidenze e romanzoni in costume per placare la dilagante sete di storia, per fortuna Alice Creed è tutta un’altra cosa e sta tutta da un’altra parte. Grande plauso quindi per questo piccolo grande film, capace di regalare un’ora e mezza di imprevedibile adrenalina e succulenti capovolgimenti di prospettiva, facendo dell’integrità e della coerenza il proprio marchio di fabbrica. Probabilmente il genere salverà il cinema e se avremo fortuna, noi saremo salvati con lui. Tutto il resto è accademia.

A SERBIAN FILM

3056-serbianfilm-posterIn principio fu l’11 Settembre 2001. Il tempo è passato e ora per salire su di un aereo di linea bisogna che i liquidi contenuti nel bagaglio a mano non superino i 100 ml e che gli stessi vadano conservati in una busta di plastica da far controllare separatamente. A cambiare poi radicalmente è stato il cinema americano e non solo, che ha dovuto fare i conti con un prima e un dopo. Il genere horror soprattutto ha subito una vera e propria mutazione genetica, cambiando stili, tematiche e pelle. Quello che da sempre si era dimostrato un eccellente territorio di sperimentazione e provocazione, ha colto al balzo l’occasione di poter indagare quella ferita ormai in suppurazione. Aiutato e sollecitato da quello che si vedeva in televisione (le torture a Guantanamo e Abu-graib), il genere ha reagito con violenza cieca e metodo chirurgico, partorendo nuovi mostri, nuovi modi per gridare di rabbia, paura, dolore e disgusto. In un batter d’occhio hanno visto la luce la fortunata saga di Saw e i due capitoli di Hostel, anche il cinema francese ha egregiamente espresso la propria opinione con film (Frontiers, Martyrs) che hanno ridisegnato il modo di concepire l’orrore. Come profetizzato da Cronemberg, il nuovo orrore è da ricercare dentro di noi, nella nostra carne, nel ginecologico tentativo di esplorare ogni anfratto buio della nostra coscienza, dei nostri visceri. Un nuovo genere era nato, in men che non si dica una nuova parola era stata coniata, Torture-porn. Ora, dopo una via crucis durata anni, costellata di tortura, umiliazioni e crudeltà, è giunto il tempo di A serbian film e ancora una volta, in modo ancora più assoluto e radicale, l’impensabile è diventato possibile, l’insostenibile mostrabile. L’abisso di degradazione e il costante puzzo di morte che scaturiscono da questa pellicola, non hanno precedenti ne eguali, ma pur non facendo l’errore di restare fermi alla ributtante estetica messa in mostra dalla sua superficie, resta comunque compito arduo e a tratti insostenibile, cercare di accettare razionalmente ciò che ci viene deliberatamente mostrato, orgogliosamente sbattuto in faccia. Come già accaduto in passato per altre pellicole (Martyrs su tutte) il significato vorrebbe travalicare il significante ed inevitabilmente il discorso si sposta sulla politica e la società. D’un tratto in modo naturale ed atroce, una scena di sodomia, diventa l’emblema di un popolo sistematicamente e ciecamente violentato dal proprio governo. Purtroppo qui il significante è talmente atroce da non riuscire a passare in secondo piano, seppur nei confronti di un significato altrettanto potente ed importante. Con la forza di una mattonata in faccia A serbian film, proclama la propria libertà di essere e pensare, dichiarando apertamente guerra a tutto e a tutti. Senza l’accenno di un compromesso la pellicola segue inesorabile il suo percorso di disgusto e disfacimento, portandoci con se nelle profondità di un abisso senza speranza e luce. Sarebbe bello potersi svegliare da un incubo come A serbian film, sarebbe bello poterlo dimenticare o mettere da parte, ma purtroppo le atrocità che mostra sono tali da impedirci di rimuoverle, conficcate come sono nella retina dei nostri occhi ormai non più vergini, nella marcescente e nauseabonda profondità delle nostre anime. Si esce esausti da un film come questo, consci di aver perso per sempre qualcosa, spossati dalla consapevolezza di aver spalancato una porta che forse doveva rimanere sprangata. Non so dire se sia giusto fare film come questo, probabilmente in qualche modo lo è, quello che però posso dire con una certa sicurezza, è che credo sia profondamente sbagliato assistervi impreparati. Nessun uomo dovrebbe affrontare un simile calvario visivo ed emotivo, nessuno dovrebbe essere messo nella condizione di dover vedere tali orrori, tale degradante sfacelo. Epifania di disgusto, negazione di catarsi, involuzione senza ritorno ad uno stato primordiale, ferino, nauseabondo e putrescente, fin nel profondo dell’orribile, spudorata, disarmante, tremebonda e fragilissima essenza dell’essere umano. Necessario? Forse sì. Da vedere? Probabilmente mai.

PERDONA E DIMENTICA (Life During Wartime)

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Todd Solondz è uno dei cineasti più caustici, acuti, completi e geniali che la settima arte possa vantare al momento in attività. Le sue opere hanno nomi evocativi e bellissimi (Happyness, Palindromes, Storytelling, Welcome to the Dollhouse), mentre chi ha potuto apprezzarle, ne è rimasto semplicemente segnato. Dieci anni dopo un film totale ed assoluto come Happyness, opera complessa, stratificata e di una bellezza straziante, il buon Todd torna sul luogo del delitto, riprendendo i personaggi di quella vicenda, per mostrarci che ne è stato di loro.  Il mezzo è ovviamente un film, che si chiama Perdona e dimentica (ma l’originale Life during wartime è di ben altra forza) e che incredibilmente è stato distribuito anche nel nostro paese. Il motivo di tanta soddisfazione personale è da ricercarsi nel fatto che è dal 1998 che un film di Solondz non esce in Italia, vittima della cecità e del bigotto perbenismo che spesso affligge la nostra distribuzione. L’opera di Solondz fatica a trovare visibilità nella nostra bella penisola, sovente troppo impegnata a guardarsi l’ombelico, invece di trattare temi come la diversità, la malattia, il sesso e la pedofilia in modo adulto, responsabile e senza sconti. Life during wartime rompe quel silenzio durato più di dieci anni e lo fa in modo educatamente assordante. Dietro e dentro le vite e le banalità di un gruppo di esseri umani piuttosto infelici, si nascondono una terrificante solitudine, una lucida follia e un disperato bisogno di essere compresi, protetti, amati. L’umanità sembra aver lasciato il posto alla mostruosità, ognuno sembra solo determinato a realizzare se stesso, ciecamente incapace di comunicare veramente con l’altro. Perdona e dimentica… come un mantra questa formula quasi matematica, sicuramente lenitiva, viene ripetuta all’infinito, come a voler trovare una soluzione impossibile al vuoto che riempie il cuore di ognuno. Non è facile la vita in tempo di guerra (parafrasando il titolo originale), non è facile convivere con un conflitto che ha per protagonista la propria famiglia e  in senso più lato ogni essere umano. Uniti da un ipocrita desiderio di fare una parte del cammino insieme, eppure sinceramente divisi nel profondo, dalla nostra spontanea e sfavillante grettezza, affrontiamo con stoicismo infinito il vuoto pneumatico delle nostre anime, con il viso rigato, di quando in quando, da qualche lacrima. Perdona e dimentica… sciocchezze, il significato sta tutto nella più semplice, sfuggente e colpevole delle ammissioni, un grido d’aiuto, dolore e speranza, che arriva solo alla fine di una via crucis fatta di lacrime, sangue ed escrementi: “Io voglio il mio papà!”. Perdonare senza dimenticare, dimenticare senza perdonare… dopotutto siamo solo mostri, afflitti da una terrificante e convenzionale umanità.

GREMLINS 2

gremlins-2-la-nouvelle-generation-1373611552-57Nel 1990, quel geniaccio di Joe Dante, rimette mano alle sue dispettose creature pelose, per realizzare uno dei sequel più belli che si siano mai visti al cinema. Spostando il motore narrativo dell’intera vicenda nella Grande Mela, Dante racconta l’edonismo endemico che ammorbava gli anni ’80, la corsa al consumismo sfrenato e l’assurda voglia di cancellare tutto ciò che veniva considerato “vecchio”. In questo senso i gremlins sono vere e proprie bombe ad orologeria, pronte a deflagrare e distruggere ogni simulacro dell’epoca moderna, dalla borsa, all’informazione, dal carrierismo sfrenato, fino al cinema stesso. Al piccolo Gizmo e ai suoi amici umani non resterà che resistere, cercando di salvare l’umanità dalla distruzione, anzi dall’autodistruzione, perché come dice nel finale di questo straordinario, bellissimo film, il Signor Clump (versione beffarda di Donald Trump): “questo non era un posto creato per gli esseri umani, era un posto costruito per le cose e quando costruisci un posto per le cose, alla fine le cose arrivano…”

Ecco, forse alla fine le “cose” sono davvero arrivate.

De-Generando: Libertà al Cinema

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Secondo appuntamento con De-Generando, video rubrica che propone un’ideale playlist cinematografica monotematica.

Questa volta parliamo di libertà: bene assoluto, voluto, cercato, spesso dimenticato e certamente sottovalutato. Nella speranza di proporre qualche titolo interessante.

Buona visione.

Elenco dei film citati:

The Rocky horror picture show (1975)
Indovina chi viene a cena (1967)
Essi vivono (1988)
Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975)
La notte del giudizio: Anarchia (2014)
Be kind rewind (2008)
Nel paese delle creature selvagge (2009)
Il fantasma della libertà (1974)
Easy rider (1969)
Non lasciarmi (2010)

THE HOURS

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Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

The hours è film complesso e stratificato, un sogno dentro un sogno, uno di quei film cerebrali ed emozionali al tempo stesso. Un viaggio nel cuore di donna, attraverso il tempo e lo spazio… destinazione, Cinema.

LA 25° ORA

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Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Un grandissimo film di Spike Lee, un cast eccezionale per raccontare l’ultima notte da uomo libero di un piccolo spacciatore e di una città, New York, ferita nel profondo dell’anima. Un film importante, sul riscatto e necessità di affrontare le proprie responsabilità.

Buona visione.

DE-GENERANDO: Genitori al Cinema

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In questa prima puntata parliamo dei genitori. Buoni, pessimi, pietosi, dispettosi, umani, eroici… Ecco quindi alcuni esempi di come il cinema si è occupata di questa figura, odiata ed amata al tempo stesso, in una sarabanda di titoli (corredati da qualche immagine) che spero non siano poi così scontati.

Ecco l’elenco dei film citati all’interno della puntata:

Il monello
Arizona Junior
Rosemary’s baby
Una vita al massimo
Sinfonia d’autunno
Tanguy
Gente comune
Big bad wolves
Father and son
Molto forte incredibilmente vicino
Buona visione.

IO NON HO PAURA

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Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Il bel film di Gabriele Salvatores tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti, i due uniranno i loro talenti anche nel successivo e sottovalutato Come Dio comanda, un apologo sull’infanzia, sulla crescita e su quella prigione chiamata vita.

Buona visione.

Incontro con MICHAEL CIMINO

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Un breve incontro intervista con il grande regista americano, una piccola grande riflessione sul cinema. Michael Cimino, in visita a Bologna, racconta se stesso e la propria passione.

Buona visione.

Incontro con SYDNEY POLLACK

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In occasiona della sua visita all’Università di Bologna, l’emittente 7Gold ha realizzato un’intervista al grande e compianto regista americano. Ivan gabrielli ha realizzato l’intervista e il sottoscritto si è occupato con passione del montaggio.

Ho ripescato da un polveroso scaffale questa lunga chiacchierata e mi sembrava il momento di renderla disponibile sul web.

Buona Visione.

ANT-MAN

Ant-Man-Character-Poster-Paul-RuddNon voglio fare il pignolo, forse sto solo invecchiando, ma la domanda è una soltanto: quando si deciderà a crescere la Marvel?

Non voglio dire che Ant-man non sia divertente, tutt’altro, stiamo parlando di una pellicola più che spassosa, non un vero giro sulle montagne russe come nel caso de I guardiani della galassia, ma comunque un buon esempio di blockbuster intelligente, eppure… Eppure dopo un paio di film corali a tema Avengers e una massiccia manciata di altre pellicole dedicate ad approfondire superpoteri e super responsabilità, la musica inizia un po’ a stancare. Con Captain America: the winter soldier, avevamo visto un po’ di maturità, annaffiata da una bella dose di politica, poi siamo tornati a guardarci l’ombelico, abbagliati da effetti speciali e battute sarcastiche. Ant-man non fa eccezione, rispettando il corollario di ogni buona genesi super eroica che si rispetti, diverte e stupisce al punto giusto, mixando pathos e climax come se fossero uno spritz, eppure…

Eppure sono ancora in attesa che la Marvel si decida a crescere, a prendersi le sue responsabilità e la pianti una volta per tutte di cazzeggiare con gli amici.

BLOODY CULT: 1.000.000 di modi per morire

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Puntata particolarmente succosa quella di Bloody Cult di questa settimana. Io e l’amico Fabrizio Carollo, padrone di casa e raffinato scrittore, ci occuperemo di morte. In particolare dei tanti modi per morire e tutte le loro derivazioni. Saltando di palo in frasca con una disinvoltura invidiabile, affronteremo classici di ieri e di oggi, film sconosciuti ai più e celeberrime pietre miliari, con l’unico obbiettivo di creare una playlist del cuore, con un unico comune denominatore: la dipartita.

Morire uccisi dalla morte, da un assassino, dalla vendetta, dal proprio padre, dalla fede… Queste sono solo alcune delle categorie che affronteremo in questa 6° puntata di Bloody Cult.

Buona visione.

BLOODY CULT: Famiglie Assassine

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Quinta puntata di Bloody Cult, appuntamento settimanale che vede il sottoscritto, insieme all’amico Fabrizio Carollo, raccontare (a modo nostro)  un sottogenere del cinema horror. Questa settimana tocca alle famiglie assassine, a tutti quei soggetti poco raccomandabili nati in seno alla famiglia, mutuati da essa e chiara espressione di una violenza subita od inferta…

Due grandi distinzioni: la famiglia mutante e quella disfunzionale. Insomma, mostri contro pazzi, all’insegna di un’analisi non esaustiva di ciò di cui la Famiglia può essere responsabile.

Buona Visione.

BLOODY CULT: Vampiri

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Quarto appuntamento con Bloody Cult, trasmissione ideata e condotta dall’amico Fabrizio Carollo.

Questa volta parliamo di vampiri, una bella e lunga chiacchierata in cui citiamo moltissimi titoli, cercando di fornire spunti e suggerimenti.

Buona Visione.