Cerca

Houssy's Movies

Tag

horror

THE VISIT

IMG_0376

Che strano oggetto cinematografico questo The visit, film che in teoria dovrebbe riportare in carreggiata l’appannata carriera del signor Shyamalan. Da un lato abbiamo il tanto temuto e odiato found footage con camera claudicante ed invadente oltre il limite della decenza, mentre dall’altro c’é un plot tra i più interessanti che mi sia capitato di vedere al servizio di questo sfortunato sotto genere. Per una volta ci lasciamo alle spalle demoni, extraterrestri ed altre amenità paranormali, per lasciare spazio all’essere umano e alla sua mente deviata e pericolosa. Purtroppo ad un significato tanto notevole e spaventoso, non corrisponde un altrettanto notevole significante. La moda della camera a mano a tutti i costi e del finto reportage è diventata ormai un paradosso, una lenta spirale discendente nelle profondità di un genere che ormai ha smarrito ogni senso e significato. Dispiace veder cadere anche l’altrove ottimo Shyamalan, in questo facile trucchetto da baraccone, che ha ormai esaurito la sua ragion d’essere. Prendendo come scusa le aspirazioni registiche della giovane protagonista, The visit, propone un insieme invasivo ed onnipresente di inquadrature senza costrutto, tenute insieme dalla più debole delle scuse. Peccato, se l’autore de Il sesto senso avesse utilizzato il mezzo cinematografico in maniera classica, come ha già dimostrato in più di un’occasione di saper fare egregiamente, The visit avrebbe potuto essere davvero un’araba fenice, così invece rischia di essere solo il solito prodotto dimenticabile, diverso per etica e talento da tanti altri pessimi film, eppur simile nel voler proporre un punto di vista che ormai risulta morto e sepolto.

 

THE DESCENT

the-descent-poster

Sono passati ormai anni da quando vidi per la prima volta questo film, avvolto nel buio di una sala cinematografica. Da allora ha continuato ad ossessionarmi, innescando in me un meccanismo senza requie, che mi portava a consigliarlo ad ogni essere vivente e ad ogni appassionato di horror, anzi di cinema. The descent è prima di tutto un film in cui un apparentemente omogeneo gruppo di persone (tutte donne e tutte appasionate di escursioni in grotta) si ritrovano a fare i conti con qualcosa di eccezionale, di impensabile, di antico. Circondate ed attaccate dalla paura, si troveranno a dover reagire guardandosi dentro, per trovare la forza, per scoprire la disperazione, per aggrapparsi all’illusione, per abbracciare la vendetta e per scivolare dolcemente nella follia. The Descent non comincia come un horror, ma lo diventa dopo quasi un’ora di visione, un’ora in cui i caratteri dominanti e recessivi si definiscono, vengono fatte le squadre, alcune inquietanti avvisaglie si manifestano e il capo branco inizia a marcare il territorio. Poi improvviso, annunciato da un rombo di tuono, entra in scena l’orrore e tutto cambia, tutto precipita, tutto acquista un senso. La parola amicizia perde il suo significato, le alleanze si saldano per poi implodere, la furia dilaga inarrestabile, il sangue zampilla a fiotti rosso e copioso e ciò che è stato e forse sempre sarà attacca inarrestabile, mentre il presente soccombe, distrutto dal passato, trovando la sua pace solo in una vendetta da servire calda e fumante. The Descent è un capolavoro, uno di quei rari film miracolosi, di cui si rimanda a memoria il finale, un’esperienza cinematografica pura ed assoluta, una discesa negli inferi, in noi stessi, nella nostra solitudine e nella nostra amara, dolente, tenerissima pazzia.

AMER

amerposter

Amer, dal francese amaro. Difficile catalogare e descrivere questo gioiellino d’oltralpe senza svelarne l’anima, ma un tentativo lo si può comunque fare. Profondamente evocativo e terrificante, Amer prende vita dalla necessità di riappropriarsi della paura. Diviso in tre parti ben distinte, ma complementari, il film si dipana attraverso la vita e le sensazioni provate da Ana, prima bambina, poi adolescente ed infine donna. Pervaso da una profonda sensualità e da una rappresentazione del terrore arcaica, infantile, primordiale eppure efficacissima, il film, che affonda le proprie radici in due dei capolavori di Dario Argento, (Profondo Rosso e Suspiria) cattura fin dai titoli di testa, per portarci verso oscuri ed inospitali territori, abitati delle terribili ed impietose visioni generate dalla nostra mente. Costruendo il proprio impianto narrativo sul silenzio della parola e sull’assordante cacofonia dei rumori che invadono la vita della protagonista, Amer costruisce un ponte di congiunzione tra un passato fatto di paure svelate a poco a poco, dominate da sensazioni, buchi della serratura, colori cangianti e curiosità infantile, per traghettarci verso un futuro di incomunicabile incertezza. Fatta di particolari e primi piani ravvicinatissimi, capace di suscitare vero e proprio terrore (soprattutto nella prima parte) e determinata a far deflagrare la carne umana e con lei le nostre difese più intime, nell’insopportabile sequenza che ne precede la conclusione, la pellicola resta un’esperienza al tempo stesso eterea e carnale. Dominata in eguale ed insistita misura da Eros e Thanatos, Amer è in grado di trovare una quadratura del cerchio, una luce di abbagliante oscurità, una buia e cangiante nitidezza, solo nell’amaro finale, canto del cigno di un cinema che ormai non esiste più. Riappropriandosi e riappropriandoci delle fondamenta stesse del nostro essere, Amer ci restituisce il nostro passato e con lui tutto l’orrore che, ci piaccia o no, da sempre regna sovrano sulla crescita, i ricordi, la vita e la morte.

CABIN FEVER 2

cabin-fever-2-spring-fever.21707

Bando alle ciance, il primo Cabin Fever era talmente inaspettato e divertente, da far gridare al miracolo ogni appassionato di horror, era opinabile quindi attendersi un secondo capitolo. La cosa che forse nessuno si aspettava, è che Cabin Fever 2 fosse meglio del suo predecessore. Sì, perchè a conti fatti, come raramente accade, il sequel batte l’originale. Cominciando col consigliare a tutte le anime belle di astenersi dalla visione di questo bagno di sangue, dedicato esclusivamente agli appassionati, la prima cosa da notare è la grossolana vena di umorismo che caratterizza tutta l’operazione. A partire dai titoli di testa, sotto forma di cartone animato, fino ad arrivare alla mattanza della prom night, vera protagonista della vicenda, il film non risparmia colpi bassi e grasse risate, portando a casa un’ora e mezza di divertimento al sangue. Tempo di presentare velocemente i protagonisti (la solita insulsa carne da macello) e la fascite necrotizzante si è impossessata della festa, generando un tale scompiglio di sangue e visceri, da far accapponare la pelle. Il contagio, nel suo purulento e stupido cammino verso l’annientamento totale di ogni essere umano, non è indolore, ma straziante, violento e capace di far esplodere e deflagrare la carne dei malcapitati protagonisti. Sesso, sangue, intolleranza, gravidanze indesiderate, masturbazione, secrezioni, suppurazione e l’ineluttabile liquefarsi di organi e tessuti, nulla viene risparmiato agli occhi dello spettatore attonito, in questo prodotto stright to video, ma alla fine della fiera delle frattaglie, quello che resta in bocca è il gusto dolce dello scherzo, della presa in giro, dell’iperbole e dell’eccesso, a giustificare il genocidio di un gruppo di esseri umani, troppo stupidi, vacui e vanitosi per sopravvivere. E mentre le membra esplodono, gli intestini deflagrano e le buone intenzioni implodono, seguite dalla solidarietà, l’uguaglianza e lo spirito di gruppo, l’essere umano, ci appare in tutta la sua meschina e ferina nudità, animale primordiale e digrignante, pronto ad uccidere, pur di protrarre la propria esitenza per altri dieci stupidi, inutili, lunghissimi minuti.

DONKEY PUNCH

donkey_punch_xlg

Non fa sconti a nessuno Donkey Punch, offrendo un ritratto disarmante e degradante dell’essere umano, come non se ne vedevano da un pò. Cominciamo dal titolo, per quanti non lo sapessero (ed io ero tra questi) il Donkey Punch è una pratica sessuale che prevede di assestare alla nuca della partner un colpo violento e ben piazzato, tanto da provocarne lo svenimento, proprio al culmine dell’atto sessuale, aumentando così il piacere. Da questo malsano rituale, prende le mosse un horror di tutto rispetto, una vera e propria discesa agli inferi. Dopo un incipit piuttosto vacuo (che ricorda Hostel), in cui vengono presentati i personaggi, le loro vite e la loro effimera e disinvolta voglia di divertirsi a tutti i costi (ragazzi e ragazze in egual misura), il film prende una piega decisamente diversa, senza risparmiare colpi allo stomaco e vagonate di cattiveria. Complice una scena di sesso tra le più realistiche che si siano viste al cinema (siamo al limite dell’hard e questo scatenerebbe una riflessione sul mondo dell’ horror oggi, ma non è questa la sede) e parecchie secchiate di emoglobina, Donkey Punch è pellicola che di certo non si dimentica facilmente. La cosa più interessante da notare, è la totale assenza di assoluzione o empatia, tutti i protagonisti sono odiosi, stupidi e sacrificabili. Non sorprende quindi, che in un simile vuoto pneumatico di valori, ad un certo punto le cose prendano una brutta piega, dando vita ad un lacerante ed allucinato gioco al massacro, fatto di alleanze e tradimenti. Lo stile del film è ancora una volta di stampo quasi documentaristico (almeno nella prima parte) dando l’impressione di assistere ad un filmino delle vacanze, questo aumenta il senso di alieno straniamento provocato dalla seconda, che non mancherà di trascinare lo spettatore nei meandri di una lurida e maleodorante caduta negli abissi dell’animo umano. Non per tutti, ma comunque notevole.

IL SIGNORE DEL MALE

prince_of_darkness_poster_01

Probabilmente sto attraversando un periodo della mia vita in cui ho bisogno di certezze e quasi sicuramente questa necessità, trova il suo naturale sfogo nel cinema horror. Ragion per cui, mi sono sentito in dovere di rispolverare uno dei classici di John Carpenter, uno dei suoi film che preferisco, un piccolo cult, un gioiello horror di immutata meraviglia. Il signore del male è un grandissimo e spesso dimenticato film, un inno alla gioia e alla libertà di un autore troppo spesso non ritenuto tale. E’ il 1987 quando John Carpenter firma questo gioiello opalescente che brilla di luce screziata e cattiva, la critica lo snobba ed il pubblico probabilmente non ne coglie a pieno la potenza. Eppure Il Signore del male è un grandissimo film, sia dal punto i vista del significato (si parla di religione, inganno, metafisica, viaggi nel tempo ed apocalisse), ma anche e soprattutto per quel che concerne il significante, mai superfluo ed accessorio in Carpenter, ma funzionale e a tratti indimenticabile. Alcune intuizioni restano impresse per sempre, come gli angeli homeless e la putrescente e purulenta mutazione del prescelto, consegnando la pellicola ad un piano più alto ed assoluto, elevandola così dal semplice status filmico, per consegnarsi alla posterità immutata ed immutabile. Sì perchè pur essendo passati quasi trent’anni, Il Signore del Male stupisce ed ipnotizza grazie al suo perfetto meccanismo ad orologeria, che fin dall’incipit ricco di promesse, ci trasporta in una terra di nessuno, abitata da ciò che pensiamo di sapere, dalle nostre paure e dai nostri fantasmi. Cinema da fine del mondo, capace di sgretolare certezze e consuetudini ormai sedimentate nel corpo molle del nostro subconscio. Lasciato libero di pensare, agire e fare cinema, Carpenter ci restituisce uno dei suoi migliori, spaventosi e meno ricordati film, pellicola cangiante eppure immutabile, estremamente moderna e contemporaneamente antichissima, zenit di un cinema che non esiste più, nadir di una consapevolezza del guardare senza vedere, del dimenticare per non ricordare mai più. Occhio per occhio, orrore per orrore, body horror della mutazione, cinema dell’epifania e poetica dell’avvento. La catarsi è lontana anni luce, la speranza è altrove, lo specchio si è rotto, la bestia è libera, in agguato… e attende ognuno di noi.

KILL LIST

Kill-List-poster

Benedetta terra d’Albione, ancora una volta gli inglesi tengono banco e dimostrano ai cinefili di tutto il mondo, che il genere non è affatto morto e sepolto, ma lotta e scalcia con indomito furore. Prendete questo Kill List, film apparentemente banale, che ci fa credere di sapere benissimo dove andrà a parare, pescando a mani basse dagli stereotipi più triti, eppure appena si pensa di averlo inquadrato, il film scarta e va da tutt’altra parte. Addentrandosi con prepotenza nei territori dell’arcano e della pelle d’oca, Kill List, regala allo spettatore paziente un’esperienza indimenticabile, un lungo lunghissimo brivido da far gelare il sangue. Non è raro trovarsi al cospetto di un bel film di genere, ma trovarne uno che inquieti così tanto è quasi impossibile. Kill List compie il miracolo e lo fa nel modo più semplice, spiegando pochissimo e lasciando molti interrogativi aperti, anzi spalancati. Da qui lo spettatore deve cercare di trovare un filo, una spiegazione e una razionalizzazione, che ai fini dell’orrore puro in cui viene gettato, non è poi così importante. Giocando con le nostre paure più ancestrali e ferine, facendo leva sui desideri corrivi e una sete di sangue primitiva e incancellabile, il film resta appiccicato alla retina e alla pelle, anche grazie ai convincenti ed inediti volti dei suoi protagonisti sempre ad un passo dalla disperazione. Indelebile cavalcata nei surreali territori del paganesimo, fatta di pochissime parole (una su tutte: …thank you), tanto sangue e di un paio di sequenze da urlo, Kill List resta indecifrabile ed alieno, oggetto cinematografico potente e sctrisciante, subdolo e surreale. Pur non avendo a disposizione tra le frecce del proprio arco alcun colpo di scena, gli ultimi quindici minuti restano da antologia. Minuti di impressionante intensità, capaci di spazzare via in un batter d’occhio certezze e concretezza, travolgendo le nostre difese semplicemente con la complicità di una spiazzante e agghiacciante risata di luciferino scherno.

A L’INTERIEUR

70ec571f

Ecco uno di quei film che una volta visto non si dimentica tanto facilmente, anzi suppongo che per rimuoverlo dall’angolo buio della mia mente in cui si è conficcato, dovrò usare tenaglie e tanto olio di gomito. Soprattutto quando parliamo di cinema dell’orrore, è piuttosto semplice cadere e scadere in pericolosi topoi fin troppo collaudati o più semplicemente pascersi negli assolati territori della ripetizione, eppure, film come questo dimostrano che ancora si può dire qualcosa di nuovo, anche all’interno di un genere tanto codificato e abusato come l’horror. Suggestivo, notturno, violentissimo, efferato e in alcuni momenti assolutamente insopportabile, A L’intérieur parte lento dopo un brevissimo prologo shock, per poi prendere subito quota, macinando tensione e tanto, tantissimo orrore. E’ proprio questo orrore, sfacciatamente mescolato ad una copiosa dose di coraggio, poesia e pietas, ad imporsi come cifra stilistica narrativa, di suprema e lucidissima potenza.  La morte e il sangue, la vita e la compassione, i mostri e le madri, si confondono e si completano, impegnati in una danza guancia a guancia, tanto ipnotica quanto sconcia ed impudica. La rossa e calda corposità del sangue che sgorga dalle ferite aperte, l’asettico e sterilizzato acciaio delle lame delle forbici pronte a ferire, slabbrare, divellere, sono entrambi elementi irrrinunciabili e complementari, che come due avidi amanti si cercano e trovano durante tutto il film, per abbandonarsi e perdersi l’uno nell’altro. La violenta e scandalosa compiacenza di mostrare e non solo suggerire, tipica di certo cinema di genere, qui trova il suo zenit, esplodendo come una supernova rosso sangue davanti agli attoniti occhi dello spettatore che a volte non può far altro che distogliere lo sguardo. Pura violenza gratuita, griderà indignato qualcuno, eppure non c’è compiacimento, ma solo dolore e tristezza, corollari necessari a completare un quadro di lancinante ineluttabilità dallo stomachevole puzzo di morte. Violento e indimenticabile, insopportabile e privo di qualsiasi forma di catarsi, A L’intérieur ricorda per significante ma non per significato ed etica, il memorabile Martyrs, raccogliendo comunque la sfida di un cinema di genere finalmente autoriale, determinato a far piazza pulita di tutto quello che è venuto prima, a cominciare dagli annoiati spettatori della domenica… Decidere di guardare A L’intérieur è una scelta radicale, che si pone come spartiacque definitivo tra una visione comune e un’altra più consapevole, vera, potrei quasi dire pura ed assoluta.

RED STATE

Red-State-upside-down-poster

Il giovane e promettente Kevin Smith è cresciuto e francamente fa paura. Red State è uno dei film più terrificanti in cui mi è capitato recentemente di imbattermi. Capiamoci, non tratta di serial killer e di efferatezze da torture porn, ma il suo campo d’azione è la natura umana, raggelante, cieca e disperata. Immergendo le proprie solide e profonde radici narrative in un terreno madido di fanatismo e follia, Red State, si nutre di quel lato oscuro dell’essere umano, che risulta tanto evidente, quanto ci si avvicina al nervo scoperto delle credenze personali e dei culti religiosi. Decidendo di narrare le vicende di una setta di fanatici cristiani, Smith, ci fa lentamente ed inconsapevolmente scivolare in un universo di delirio e sangue, pazzia e polvere da sparo, da cui sarà difficile uscire illesi. Affidandosi ad un paio di riusciti colpi di scena, Red State non risparmia nessuno, gettandoci a capofitto tra le spire di un delirio di morte, in cui gli innocenti sono destinati a soccombere. Le stesse forze dell’ordine non rappresentano una salvezza o un modello da seguire, ma sono semplicemente parte attiva e partecipe di un massacro annunciato che spazza via tutta la misericordia e la compassione rimaste. Peccato che la pellicola non si fermi a cinque minuti dalla conclusione, suggerendo un finale dal respiro divino, che resta semplicemente nell’aria, come un’eco, un grido di aiuto, un desiderio inascoltato. Poco importa, il pragmatismo finale e soprattutto l’ultima battuta del film, restano altrettanto memorabili, impietosa chiosa sull’umano sentire, che suggella per sempre con uno sberleffo, inutili fiumi di parole prive di significato. Cast meravigliosamente in parte, tra cui spiccano un ritrovato e serissimo John Goodman, il terrificante ed ipnotico Michael Parks e infine una raccapricciante Melissa Leo, vero totem di fanatico furore e materna cecità. A guardare Red State sembrano lontani anni luce i divertenti e divertiti tempi di Clerks, ma quello di Kevin Smith è un triplo salto mortale in avanti, dimostrando di padroneggiare con superba maturità una materia spinosa e soprattutto capace ancora una volta di incantare con la propria scrittura, questa volta non basandosi su fulminanti scambi di battute, ma affidandosi con fiducia alla potenza espressiva di un fucile fumante, chiamato cinema.

TREMORS 5

Gli appassionati ricorderanno certamente Tremors, pellicola piccola e geniale che nel 1990 portò alla ribalta il cinema dei mostri, dopo un periodo di silenzio forzato, in cui sembrava che il mondo avesse smesso di vederne la necessità. Sono passati 25 anni e dopo due sequel e un prequel ambientato nel west, ecco che i verminosi graboids tornano a far tremare la terra in questo quinto capitolo della saga. Destinato ad un pubblico dal palato poco raffinato, ma con tanta voglia di divertirsi, questo Tremors 5 prende il personaggio più iconico della serie, il survivalista armato fino ai denti Burt Gummer, per catapultarlo niente meno che in Africa, dove sembra ci sia stato l’ennesimo mostruoso avvistamento. Il film procede non prendendosi mai sul serio (e questa è la sua forza) affiancando al nostro nuovi personaggi a metà tra il simpatico e il dimenticabile. Niente di male però, il film procede spedito rispettando tutti i topoi del genere, affastellando qualche idea nuova e alla fine della fiera trovando anche il modo di citare Jurassic Park, come a rivendicarne un primato di intenti. Quello che piace poi è vedere la computer grafica ridotta all’osso, in favore di qualche bell’effetto tradizionale, una scelta coraggiosa ma necessaria, per accostarsi con rispetto filologico al primo straordinario capitolo. Insomma un film “di mostri” ma decisamente ben realizzato, lontano anni luce da certe porcate della Asylum, che affollano i nostri canali TV. Non possiamo quindi gridare al miracolo, ma chi volesse passare un’ora e mezza in compagnia di mostri, risate e cazzate col botto, troverà pane per i suoi denti.

THE GREEN INFERNO

Con il genere non si scherza, non si fanno trucchetti e non si fanno giochetti. L’unico modo per avvicinarsi al genere, quello vero, è usando il rispetto e una buona dose di cauta sacralità. Come al solito Eli Roth divide il film in due parti, la prima è un pretesto narrativo, seppur terribilmente efficace, per arrivare alla seconda, vera boa direttrice della pellicola, votata ad infrangere le certezze e le ipocrisie, lasciando uscire il lato più folle ed anarcoide del soggetto. In modo non troppo diverso dal celeberrimo Hostel, The Green Inferno, mette in scena un manipolo di personaggi piuttosto odiosi ed insignificanti, carne da cannone pronta ad immolarsi sull’altare del genere, intrappolata in una sceneggiatura che li vede in balia di eventi imprevedibili, che loro credevano di poter controllare. The Green Inferno infatti, ad un certo punto, scarta, cambia repentinamente direzione, gettando i nostri “eroi” in un incubo rosso sangue e finalmente il vero genere viene fuori in tutta la sua potenza. Non manca il solito tocco alla Roth, che alterna crudo realismo a un corroborante umorismo grottesco, che ben si inserisce nell’economia di una trama che procede tra accelerazioni frenetiche e pause sospensive. Tra eviscerazioni, mutilazioni e litri di sangue, la politica dell’autore esce in tutta la sua forza dirompente, dichiarando a gran voce l’inutilità della presunzione umana, votata a dover risolvere, a volte mossa da interessi oscuri, problemi che non la devono riguardare. La natura e l’uomo, in questo senso, sembrano essere una distonia senza apparente conciliazione, un incidente evolutivo che perdona solo chi si abbandona inerme alla potenza di una ferina primordialità. L’uomo, la carne, il sangue, l’amore, la natura, la vendetta, la pietà e la musica… emozioni ed attimi, spazzati via dalla potenza vivida del rosso e del verde, colori accecanti di cui questo splendido incubo vive e respira. Quel complesso diamante oscuro e terribile, che porta il titolo di Cannibal Holocaust, é lontano anni luce, ma forse va bene così.

HOBO WITH A SHOTGUN

hobo-with-a-shotgun-53f9e1d969215-2

Quando uno crede di aver ormai visto tutto, si imbatte in un film come Hobo with a shotgun e allora cambia improvvisamente idea. Interpretato da un redivivo e manumentale Rutger Hauer, Hobo… è un film talmente eccessivo da far tenerezza, talmente schematico, prevedibile e pacchiano, da meritarsi tutta la stima di chi scrive. Sì, perchè la forza di questo film fuori di testa sta tutta nell’eccesso e nell’esagerazione, a partire dai colori saturi della geniale fotografia. In una corrotta città senza nome, un vagabondo (hobo, appunto) entra in possesso di un fucile e dice basta, amministrando la giustizia una pallottola per volta. Tutto qui. E vi sembra poco? Semplice lineare e folle, pieno zeppo di trovate in puro stile exploitation, ma anche ricco di amara poesia, questo film che arriva dal nulla per smarrirsi prestissimo nei cestoni dvd dei supermercati, conquista al primo sguardo. Forse a causa della sua aria retrò o per merito delle spettacolari ed originalissime sequenze di violenza, quel che è certo è che Hobo… non solo ci regala un tuffo nel passato, ma garantisce anche una maiuscola prova interpretativa per un attore troppo presto caduto del dimenticatoio. Rutger Hauer che durante gli anni ’80 entusiasmò le platee di tutto il mondo grazie ai film di Veroheven, al suo umanissimo replicante in Blade Runner e allo spietato assassino di The Hitcher, in Hobo… trova il ruolo della sua violentissima resurrezione. Sequenze come quella del Babbo Natale pedofilo, lo scuolabus in fiamme al suono di Disco Inferno, le impiccaggioni in corsia e lo schizzatissimo, eccessivo, amarissimo finale, nobilitano la pellicola, riconsegnandola alla memoria degli appassionati che avranno la forza, la voglia e la costanza di cercarla. Esagerato ed offensivo, ripetitivo ma geniale, gratuito ma nostalgico, Hobo with a shotgun non è un film per tutti, ma è sicuramente un film che farà la felicità di alcuni e forse basta così. Come ho detto, uno pensa di aver già visto tutto, poi si imbatte in una pellicola come Hobo with a shotgun e allora cambia idea, ringrazia il Dio del cinema e comincia ridere.

TROLL HUNTER

the-trollhunter-trolljegeren-troll-hunter.14179

Mettiamo subito in chiaro una cosa, Troll Hunter non è altro che un filmetto divertente, buono per passare onestamente e con un pizzico di curiosità  un pomeriggio tardo autunnale. L’idea è semplice, un gruppo di documentaristi segue un cacciatore di Troll, determinato a stanare ed uccidere le insane creature della mitica tradizione nordica, ritenute responsabili di morie di bestiame e altri disastri. Detto così può sembrare sciocco e per certi versi lo è, ma il film ha del buono e grazie ad alcune invenzioni sfiziose, porta a casa l’entusiasmo dell’appassionato di bocca buona, a caccia di briciole di emozione. L’espediente narrativo è sempre lo stesso: un falso dcumentario e tantissima camera a mano, due elementi ormai codificati e digeriti da ogni appassionato, eppure ancora capaci di suscitare qualche inedito brivido. Complice un’ambientazione inedita e adattassima al cinema horror, Troll Hunter fa di necessità virtù ed usando dei meccanismi ormai abusati, ne trae comunque qualcosa di nuovo. Sarà colpa del tema trattato o forse responsabilità dei riusciti effetti speciali e dell’idea coraggiosa di mostrare, invece che celare, eppure questa pellicola quasi elementare si lascia guardare volentieri. Nonostante tutto, piaccia o no, Troll Hunter impone una serie di riflessioni. In primo luogo, si tratta di un film norvegese e la mente corre al nostro bel paese e ai suoi presunti autori, all’incapacità di fare cinema di genere e al fatto che ora pure in Norvegia hanno il loro bel film di mostri, mentre noi continuiamo a correr dietro ai manuale d’amore a ai problemi dell’andropausa. In secondo luogo, un film come Troll Hunter, innesca una digressione sulle direzioni ultimamente intraprese dal genere horror. Il genere falso documentario, da The Blair witch project, a Paranormal activity, passando per L’ultimo esorcismo e Rec, fino ad arrivare al classico Cannibal Holocaust, ha permesso soprattutto negli ultimi anni, una libertà narrativa senza eguali. In pratica, bastava una buona idea (mostri, streghe, fantasmi…) e la voglia di realizzarla, poi il cinema avrebbe fatto il resto. Troll Hunter è figlio di questa tendenza, se volete, in alcuni casi di questa degenerazione, ormai largamente di moda, sia per relativa economia dei mezzi, sia per la semplicità della messa in scena. Forse non un male, ma una netta e decisa sterzata verso un appiattimento di idee e di significante, che a volte lascia perplessi. Passati e quasi dimenticati gli anni dei Carpenter e dei Romero, a suon di remake e reboot, il cinema “de paura” si avvia verso una globalizzazione necessaria. Se da un lato l’arsura di idee si riflette nell’impianto narrativo sempre più schematico (male), dall’altro paesi che un tempo restavano in silenzio, ora si affacciano timidamente nel panorama internazionale, determinati a battersi finalmente ad armi pari con  lo strapotere americano (bene). E l’Italia? Come detto il nostro paese resta in attesa, alla finestra, timidamente impegnato a farsi palpeggiare la coscienza da temi fintamente altisonanti, mentre nasconde sotto il tappeto le brutture e i problemi che lo soffocano. Qualche segnale arriva, ma si tratta di episodi isolati, sporadici raggi di sole, troppo flebili per farci mettere i maglioni in naftalina ed uscire a giocare, sulle spericolate, sperimentali e divertentissime altalene del cinema di genere.

THE LOVED ONES

the-loved-ones-poster

Se vivessimo in un mondo perfetto, questo film sarebbe stato prodotto in Italia o perlomeno sarebbe stato distribuito nel nostro paese. Purtroppo pare che la perfezione sia esclusivo appannaggio di Stanley Kubrick e quindi accontentiamoci di recuperare il dvd di questa succulenta chicca, dai cataloghi australiani. Cominciamo col dire che raramente chi scrive ha distolto lo sguardo, pregando che una sequenza avesse fine il prima possibile. Ecco, The loved ones è quel tipo di film, una pellicola ammantata di una tale malattia ammaliatrice, da risultare a tratti insopportabile, eppure indispensabile. Non fate l’errore però di liquidare la pellicola come il solito torture porn, perchè qui non c’è solo orrore, ma anche tantissimo amore.  La passione malata e disperata che sta alla base delle azioni dei protagonisti, deflagra con forza sullo schermo, inglobando tutto e tutti, fino ad annullare in modo cieco e totale ogni volontà, dignità e raziocinio, in nome di un’utopia folle e a tratti quasi commovente. La pazzia e l’amore infatti, sono i due veri protagonisti di questo film che travalica il genere, andandosi ad incuneare come un’unghia incarnita (o la punta di un trapano), nella carne molle delle nostre anime belle. L’australiano Sean Byrne colpisce con forza e determinazione i nostri stomaci, provocando le reazioni più disparate, ma senza perdere mai di vista l’umanità della sua storia e senza mai smettere di guardare ai suoi protagonisti con una dolente e struggente pietà, capace di conquistare. Il finale poi, regala uno sguardo indimenticabile, un’occhiata profonda, attonita ed atterrita, assolutamente struggente. L’amore non vince, l’amore muore, la morte regna su tutto e noi spettatori restiamo lì, abbracciandoci le ginocchia, fino a sbiancare le nocche, fino a dimenticare di respirare.

A SERBIAN FILM

3056-serbianfilm-posterIn principio fu l’11 Settembre 2001. Il tempo è passato e ora per salire su di un aereo di linea bisogna che i liquidi contenuti nel bagaglio a mano non superino i 100 ml e che gli stessi vadano conservati in una busta di plastica da far controllare separatamente. A cambiare poi radicalmente è stato il cinema americano e non solo, che ha dovuto fare i conti con un prima e un dopo. Il genere horror soprattutto ha subito una vera e propria mutazione genetica, cambiando stili, tematiche e pelle. Quello che da sempre si era dimostrato un eccellente territorio di sperimentazione e provocazione, ha colto al balzo l’occasione di poter indagare quella ferita ormai in suppurazione. Aiutato e sollecitato da quello che si vedeva in televisione (le torture a Guantanamo e Abu-graib), il genere ha reagito con violenza cieca e metodo chirurgico, partorendo nuovi mostri, nuovi modi per gridare di rabbia, paura, dolore e disgusto. In un batter d’occhio hanno visto la luce la fortunata saga di Saw e i due capitoli di Hostel, anche il cinema francese ha egregiamente espresso la propria opinione con film (Frontiers, Martyrs) che hanno ridisegnato il modo di concepire l’orrore. Come profetizzato da Cronemberg, il nuovo orrore è da ricercare dentro di noi, nella nostra carne, nel ginecologico tentativo di esplorare ogni anfratto buio della nostra coscienza, dei nostri visceri. Un nuovo genere era nato, in men che non si dica una nuova parola era stata coniata, Torture-porn. Ora, dopo una via crucis durata anni, costellata di tortura, umiliazioni e crudeltà, è giunto il tempo di A serbian film e ancora una volta, in modo ancora più assoluto e radicale, l’impensabile è diventato possibile, l’insostenibile mostrabile. L’abisso di degradazione e il costante puzzo di morte che scaturiscono da questa pellicola, non hanno precedenti ne eguali, ma pur non facendo l’errore di restare fermi alla ributtante estetica messa in mostra dalla sua superficie, resta comunque compito arduo e a tratti insostenibile, cercare di accettare razionalmente ciò che ci viene deliberatamente mostrato, orgogliosamente sbattuto in faccia. Come già accaduto in passato per altre pellicole (Martyrs su tutte) il significato vorrebbe travalicare il significante ed inevitabilmente il discorso si sposta sulla politica e la società. D’un tratto in modo naturale ed atroce, una scena di sodomia, diventa l’emblema di un popolo sistematicamente e ciecamente violentato dal proprio governo. Purtroppo qui il significante è talmente atroce da non riuscire a passare in secondo piano, seppur nei confronti di un significato altrettanto potente ed importante. Con la forza di una mattonata in faccia A serbian film, proclama la propria libertà di essere e pensare, dichiarando apertamente guerra a tutto e a tutti. Senza l’accenno di un compromesso la pellicola segue inesorabile il suo percorso di disgusto e disfacimento, portandoci con se nelle profondità di un abisso senza speranza e luce. Sarebbe bello potersi svegliare da un incubo come A serbian film, sarebbe bello poterlo dimenticare o mettere da parte, ma purtroppo le atrocità che mostra sono tali da impedirci di rimuoverle, conficcate come sono nella retina dei nostri occhi ormai non più vergini, nella marcescente e nauseabonda profondità delle nostre anime. Si esce esausti da un film come questo, consci di aver perso per sempre qualcosa, spossati dalla consapevolezza di aver spalancato una porta che forse doveva rimanere sprangata. Non so dire se sia giusto fare film come questo, probabilmente in qualche modo lo è, quello che però posso dire con una certa sicurezza, è che credo sia profondamente sbagliato assistervi impreparati. Nessun uomo dovrebbe affrontare un simile calvario visivo ed emotivo, nessuno dovrebbe essere messo nella condizione di dover vedere tali orrori, tale degradante sfacelo. Epifania di disgusto, negazione di catarsi, involuzione senza ritorno ad uno stato primordiale, ferino, nauseabondo e putrescente, fin nel profondo dell’orribile, spudorata, disarmante, tremebonda e fragilissima essenza dell’essere umano. Necessario? Forse sì. Da vedere? Probabilmente mai.

HARD CANDY

hard-candyHard candy è la storia del gioco di un gatto con un topo, si parla di pedofilia, di internet, di castrazione, di punizione, ci sono una ragazzina e un uomo adulto. Non vi dirò altro, svelarvi di più sarebbe inopportuno e forse anche sadico. Hard candy dicevo non è un film per tutti, per il tema che tratta e per il modo in cui lo tratta, lo spettatore è messo a durissima prova e una sequenza in particolare, anche se non mostra nulla, è decisamente insostenibile. Il tema che tratta (e come lo tratta), la costruzione della sceneggiatura e la psicologia degli interpreti hanno una struttura quasi teatrale, unità di tempo, spazio e luogo, dialoghi serrati ed intelligentisimi che vanno ben al di là delle sagaci battute azzeccate che affollano ogni tipo di film, la suspance quasi tangibile e crecente, fino ad arrivare nel finale ad essere quasi insostenibile. Il grande merito di un film come Hard candy è quello di suggerire tutto senza mostrare niente, una scelta che si rivela vincente e che tocca i nervi scoperti dello spettatore giocando con lui. I due protagonisti garantiscono un notevole valore aggiunto, con un applauso per Ellen Page, che qui fornisce una prova agghiacciante, lontana anni luce dal ruolo che la renderà famosa presso il pubblico italico con Juno. In ultimo permettetemi una nota polemica e personale, questo film l’ho dovuto vedere tempo fa in lingua originale e solo da poco ha avuto l’onore di una distribuzione in lingua italiana in dvd; dvd peraltro condannato a far bella mostra di se nei cestoni dei nostri supermercati. Qual è quindi la logica malata che fa arrivare al cinema 1 milione di film sui supereroi (vogliamo parlare di Fantasctic 4?) e impedisce la distribuzione ad Hard candy, per quale pazzia si permette lo sbarco sui grandi schermi italiani di film interpretati dai soliti noti, ma per esempio si fa uscire Battle Royale alla chetichella e solo in dvd? Non lo so e forse non lo voglio nemmeno sapere, mi limito a constatare con sconforto sempre crescente la condizione in cui versa il cinema nel nostro bel paese superficiale, non so sia colpa delle multisale, di Hollywood, del grande fratello o delle cavallette, fatto sta che Hard candy è un grande film e avrebbe meritato la dignità e l’onore del Grande Schermo.

MARTYRS

martyrs_poster

Si assiste muti ad un’esperienza come Martyrs. Muti, non perchè sconvolti da ciò che viene mostrato, ma muti in quanto senza parole per descrivere l’altissima potenza teoretica e catartica di quest’opera profondamente intrisa di pazzia, religiosità, dolore ed epifania. Non commettete l’errore di liquidare Martyrs come l’ennesimo torture porn di turno, arrivato buon ultimo dopo Hostel, svariati Saw, l’interessante Frontier(s) e una ridda pellicole trascurabili e spesso di dubbio gusto. Se esiste un sommo codice di valutazione estetica per l’arte, probabilmente Matyrs ne resta al di fuori, vivendo una vita indipendente in un un’altra dimensione, fatta di luce e sangue, di tenebra e violenza. Difficile trovare le parole davanti a tanto supremo disfacimento, a tale e abbagliante gloria. Chi ha visto questo film faticherà a dimenticare l’amicizia tra le due protaginste, la donna magrissima piena di tagli che lacera carne e tessuti come una furia, la strage, Mademoiselle e gli occhi, quegli occhi di chi sa, di chi ha visto. Non di certo un film per tutti, ma un film che prima o poi tutti dovrebbero vedere, intriso com’è di profonda, cieca, ottusa, merevigliosa religiosità. Tutti siamo vittime ormai, non ci sono più martiri, il dolore è la via, il sangue la indica, il corpo è il mezzo. Opera altissima, esperienza degradante, zenit e nadir dell’anima di un genere che ha bisogno di reinventarsi, di ripartire da zero. Il genere umano.

PIRANHA

piranha_poster_02Era il lontano 1978 quando Joe Dante debuttava al cinema con un film di serie b, un epigono de Lo squalo, ma che di fatto alle generazioni, che vi si sarebbero imbattute, sarebbe sempre sembrato a tutti gli effetti appartenente alla prestigiosa serie A. Piranha è talmente pieno di invenzioni visive e narrative, da lasciare un segno indelebile nella memoria di ogni spettatore. Gli stessi effetti speciali tradizionali dei voracissimi piranha, hanno del miracoloso, riuscendo a rendere credibili e disturbanti gli attacchi subacquei, non grazie ad un computer, ma attraverso regia e montaggio. Un piccolo grandissimo film, fatto di idee e tanto cuore, Dante si fa le ossa e già mostra i prodromi del suo cinema che verrà, con un piede inevitabilmente ben piazzato nel passato e debitore a tante pellicole di serie B e l’altro proteso verso il futuro, verso tematiche importanti e delicate, come l’infanzia e l’importanza etica di fare la cosa giusta. Tutto comincia però da qui, dal 1978, da un film con protagonisti dei piccoli e ferocissimi pesci tropicali dai denti aguzzi. Da riscoprire ed amare.

BLOODY CULT: Horror Trash

Toxic-Avenger

 

Una cavalcata nelle sconfinate praterie dell’horror trash. Per capirci, non il cinema pessimo (per lo meno non solo…) ma quel cinema brutto sì, ma con tanto tantissimo cuore. Un viaggio tra tanti titoli Troma, qualche chicca italiana e tanto cinema di serie z, talmente puro e sincero da diventare di serie A.

Buona visione.

THE GALLOWS

The-Gallows-PosterAl di là della struggente nostalgia per un cinema horror più dignitoso, intelligente e classico, quello che fa davvero incazzare (e io non uso mai parolacce…) di questo The Gallows non è l’assunto al limite dell’idiota, ma la messa in scena scelta per rappresentare queste infinite passeggiate per corridoi deserti, condite da qualche omicidio inutile. Sto ovviamente parlando del famigerato “found footage” metodo espressivo modaiolo ed economico (maledetto Paranormal activity! La peste a te e tutti i tuoi sequel!) che ormai da troppo tempo si è appollaiato sul nostro scroto appesantendolo ogni umana sopportazione. Quello che disturba qui, oltre ogni misura, è l’assenza di un senso: come sia possibile infatti che qualcuno ritenga credibile che qualsiasi cosa accada, ci sia sempre uno dei protagonisti pronto a registrare tutto con la telecamera di turno, resta un mistero insondabile e profondamente sciocco. L’ennesima presa in giro di un genere che scivolando verso il basso, ha impoverito se stesso e le vite di tutti noi, reiterando all’infinito la tendenza odierna, derivata dai social media, a condividere ogni cosa (anche la più insignificante) in qualsiasi momento e a qualsiasi costo. Forse allora, i veri colpevoli siamo proprio noi.