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Dramma

GOOD BYE LENIN

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Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Il tedesco Good Bye Lenin è film che non lascia indifferenti, perché osa mettere in scena la poesia, il sogno e l’utopia.

Buona visione.

MIA MADRE

MiaMadre_Moretti_PosterCome si fa a non amare questo film, a non voler bene al suo regista? Moretti mette tutto se stesso e il suo cinema in questa splendida pellicola che racconta con trasporto un rapporto da recuperare, anzi da capire e reinterpretare, attraverso il ricordo e a tratti il sogno. Nel mezzo, il cinema, tantissimo cinema, una fotografia non banale del nostro paese e la descrizione di un rapporto madre figlia, tra i più sinceri e toccanti che si siano visti recentemente in sala. Quello che infine spiazza veramente è il modo assolutamente non agiografico e totalmente trasparente in cui viene rappresentata la vecchiaia, una fase della vita che spiazza e lascia inermi. Mia Madre con il suo intimo equilibrio che profuma di catarsi, parla di tutti noi e così facendo ci costringe a volgere lo sguardo verso il domani e comunque a sorriderne.

John Turturro poi, regala attimi di travolgente e geniale umorismo.

EXTINTION

extinctionA ben guardare questo Extintion, piccola pellicola di produzione iberica, è film di emozioni e sostanza, piuttosto che di tensione e facile effetto. Questo ad un primo impatto può spiazzare l’appassionato alla ricerca di sapori forti, ma sicuramente fa un gran bene al film e ai suoi pochi e solidi personaggi. Dimenticate gli zombie che tanto furoreggiano al cinema e in tv, qui siamo da tutt’altra parte: Extintion racconta la solitudine, l’abbandono, il sacrificio e la scelta, rifuggendo quasi sempre il rutilante susseguirsi degli eventi, in favore di una lenta discesa nell’alienazione. Ricordando pesantemente, ed è un’ottima notizia, il Io sono leggenda di Matheson, Extintion lavora benissimo fino ad un passo dal finale, per cedere poi ad un telefonato assedio, che non dispiace, ma riporta la pellicola nei più consueti territori del già visto.

Peccato che il film non si fermi qualche manciata di minuti prima, nel momento in cui un padre punta la pistola alla testa della figlia… quello sì, che sarebbe stato un gran finale!

SOLDATO SEMPLICE

50949L’esordio alla regia di Paolo Cevoli non è assolutamente la “pataccata” che potrebbe sembrare. Commedia sì, ma fino ad un certo punto, visto che sempre di guerra si parla, Soldato semplice colpisce prima di tutto per la fotografia, dove regnano il grigio, il verde e il bianco, in contrasto con i toni ben più caldi ed aranciati dei flashback lontani dal fronte. Questa storia di umana miseria, di vigliaccheria, impulsivo coraggio ed italiana follia, ha proprio tutto quello che si può chiedere ad una pellicola prodotta nel bel paese, a cominciare dalla messa alla berlina di quel libro Cuore, che per alcuni è ancora sacro. Scritto, diretto e prodotto da Paolo Cevoli, Soldato Semplice, con i suoi cori alpini ormai dimenticati, l’ambientazione inusuale, i protagonisti dal carattere fortemente regionale, la mai banale messa in discussione dei concetti di onore e patria, è una delle sorprese più piacevoli che il nostro cinema ci abbia recentemente regalato.

Da riscoprire ed amare.

LA LINEA GIALLA

la_linea_gialla_posterSapete, per un bolognese come me, la strage alla stazione del 2 Agosto 1980, è una cosa seria. Non è oggetto di divertimento, fraintendimento ed alleggerimento. Per Bologna, il 2 Agosto è qualcosa da prendere con le molle. Ecco che in questo contesto si inserisce, per celebrare il 35esimo anniversario della strage, La linea gialla, triste fiction di stampo televisivo, spacciata vigliaccamente per rigoroso docufilm,  con al centro un assunto interessante, ma realizzato in maniera sciatta e involontariamente comica. Avendo la pretesa di raccontare il possibile futuro della vittima più giovane di quell’infausto giorno di Agosto, La linea gialla resta solo una promessa mancata, lasciando queste belle intenzioni prigioniere della penna del suo confuso sceneggiatore/regista e di fatto raccontando la storia di una svampita maggiorata a passeggio per la città turrita. Incontri improbabili, dialoghi al limite dell’assurdo, imbarazzati sguardi in macchina e una regia al limite dell’amatorialità, fanno da corollario ad una trama confusa, mal realizzata e ancor peggio interpretata. Grandi assenti, la Storia, la strage e quella ferita incolmabile che una città come la mia, porta impressa da ormai da 35 lunghissimi anni. Mentre l’ignoranza si traveste da sogno e l’indifferenza da utopia, La linea gialla si conferma pellicola sinceramente presuntuosa e scioccamente consolatoria, come solo il peggior cinema, quello spocchioso e sordo dei salotti buoni, riesce ad essere.

VIZIO DI FORMA

Vizio-di-Forma-Poster-Italia-01Paul Thomas Anderson ha ormai l’impostazione del classico. Basta aver seguito la sua parabola al cinema fin da quel colpo di fulmine chiamato Boogie Nights, seguito dal poetico Magnolia, dal maestoso Il Petroliere, passando per il granitico The Master, per finire con questo apparentemente più leggero Vizio di Forma. Anderson fa della classicità la sua matrice espressiva e questa volta sembra proprio di trovarsi di fronte ad un film di Altman, quel Il Lungo Addio con Elliott Gould nei panni di Marlowe, che rappresentava magnificamente il tramonto di un’epoca. Vizio di Forma è film fuori dal tempo, non solo ambientato nel 1970, ma per come è girato, per la tematica che affronta e per il modo in cui lo fa, sembra proprio provenire da lì attraverso uno strano paradosso spazio temporale. Joaquin Phoenix poi è una garanzia e il suo Doc Sportello si ricava un posticino speciale nella memoria cinefila di tutti noi.

Divertente, ma non solo… Anche molto profondo.

BACKCOUNTRY

unnamed7Ecco uno di quei film che poteva essere tanto, accontentandosi di essere ben poco.

Una coppia gira a vuoto nei boschi, smarrendo direzione e senso, prima infastidita da una guida impicciona ed infine braccata da un orso piuttosto determinato a banchettare con loro. Fin qui tutto bene, peccato che il film giri a vuoto per circa due terzi, per poi tirare fuori un po’ di mordente solo nella parte finale.

Il resto si perde nella noia di infinite passeggiate nei boschi e nell’eterno tentativo di mantenere sveglia l’attenzione di uno spettatore ormai fiaccato da una sarabanda di cose già viste e riviste circa 1 milione di volte. Dimenticabile.

STORIE PAZZESCHE

50508Basterebbe l’incipit, quei geniali 5 minuti iniziali così terribilmente divertenti e cinicamente bastardi. Per darvi un’idea: una serie di persone su di un aereo scoprono di essere accomunate dall’aver contribuito alla frustrazione e al fallimento dello stesso uomo, che li ha voluti tutti raccolti insieme sullo stesso volo per poterli così schiantare tutti, per pura e luciferina vendetta. Ecco questa è la prima delle tante storie pazzesche che affollano con intelligenza questo bel film argentino, candidato all’Oscar come miglior film straniero. Detonazioni catartiche, liti automobilistiche paradossali, matrimoni che confinano col sadomasochismo… Film cattivo, spietato, pazzesco, impietosa fotografia di un mondo abitato da esseri confusi e smarriti, preda di odio e futile stupidità.

HER – Lei

her_xlgC’è una storia che mi piace ricordare qui. In cerca di nuove idee per i suoi film, il grandissimo Billy Wilder prese l’abitudine di tenere sul comodino al fianco del letto, un blocco e una penna. L’idea era quella di trascrivere i sogni prima che svanissero. Una notte il grande regista sognò la più grande e potente e meravigliosa e straordinaria storia d’amore che avesse mai immaginato. Costringendosi a svegliarsi, trascrisse velocemente e in  dormiveglia il concept di quel sogno sul blocco e si riaddormentò felice. La mattina, appena sveglio, prese il foglio di carta che conteneva quella storia meravigliosa e lesse ciò che aveva scritto la notte prima: “Ragazzo incontra ragazza”.

Può sembrare una banalità, eppure tutte le storie d’amore, anche le più belle, nascono allo stesso modo, siamo solo noi a renderle grandi, a volte impossibili, troppo spesso complicate, ma tutte le storie d’amore hanno la stessa semplicissima matrice in comune: un incontro. Her non fa differenza e sostituisce ad un incontro tra due corpi quello tra due anime, avvicinandosi proprio per questo al punto centrale di ogni storia d’amore. Pellicola che vive su parecchi piani interpretativi ed espressivi, decidendo di raccontare un mondo fin troppo prossimo e per certi aspetti identico al nostro presente, Her racconta l’amore ai tempi dell’intelligenza artificiale e dell’emozione in carne, sangue e lacrime.  Spiazza, conquista e commuove la solitudine che abita l’anima di un toccante Joaquin Phoenix, mentre scopriamo, lentamente ed inesorabilmente, che noi siamo lui e lui è tutti noi, uomini e donne smarriti nella ripetizione di giornate sempre uguali, nel disperato tentativo di trovare un senso, una direzione, forse l’amore. Il film non giudica mai il suo protagonista, immergendo lo spettatore in una storia romantica, più vera del vero, fatta di dettagli, frasi sussurrate, mezze bugie, silenzi, giochi, verità e parole pesanti come sassi, corollario perfetto per ogni storia amorosa. In questo scenario si muovono riflessioni sull’oggi e il domani, sulla solitudine dell’uomo, sulla sua dipendenza tossica da qualcosa di altro, sulla fragilità di un rapporto, mescolate ad intuizioni di regia a volte toccanti, a volte geniali, altre invece semplicemente sublimi. A Spike Jonze basta un’occhiata per raccontare un universo, un desiderio di maternità, la china rovinosa presa da un rapporto, affidando così le nostre emozioni nelle mani di un gruppo di personaggi verissimi e vivissimi, capaci di farci sentire più vicini gli uni agli altri, mentre i canoni del reale e dell’umano vengono ridefiniti dal palpabile splendore di Scarlett Johansson, ragazza-fidanzata-voce più fisica e materica di tante plastificate ed inespressive bambole fatte di carne ed ossa. E per una volta, questa volta, ci sembra davvero splendido crogiolarci e perderci in questo mare di solitaria e dolorosa solitudine, che riempie il nostro cuore ed i nostri occhi di un amore infinito, assoluto e puro.

SNOWPIERCER

snowpiercer_ver20_xlgIl mondo come noi lo conosciamo è finito, ovunque tutto è ghiaccio e neve. I pochi sopravvissuti vivono a bordo di un treno, che ininterrottamente attraversa il pianeta: i ricchi in testa, pieni di privilegi, i poveri in coda, pieni di risentimento e merda. Basterebbe questo striminzito plot a decretare la grandezza assoluta di un film che, come il sottovalutassimo Elysium, racconta un mondo, il nostro, diviso in classi, costruito sul precario equilibrio tra pochi e molti, ricchi e poveri. Snowpiercer è la risposta coreana a ciò che ci circonda e ci fa ribollire il sangue, facendoci sentire impotenti e sconfitti. La parabola del treno che attraversa il globo ormai deserto, con sferragliante efficenza ed inopinata crudeltà, ha una potenza di messa in scena da lasciare stupefatti. Sequenze come quella del combattimento con le asce, o come quella che descrive una scolaresca durante il normale svolgimento della lezione, lasciano il segno, restituendoci una dignità della visione etica, finalmente scevra da altisonanti effetti speciali e scorciatoie narrative. Il mondo immaginato e descritto da Bong Joon-ho è quindi il nostro, immerso nella contemplazione di se, smarrito nella ricerca di qualcosa di irraggiungibile e sbagliato, mentre l’unica vera via resta comunque la fuga da un sistema che ci assorbe, decostruisce e banalizza, annullando la nostra umana e differente consapevolezza di essere e sentire. Snowpiercer è lì per dirci che tutti, probabilmente, abbiamo un posto prestabilito da occupare, mentre l’unico pensiero originale possibile, è dato da una fuga consapevole, lontano da ciò che ci rende divisi e peggiori. Non lasciatevi ingannare da chi liquida velocemente il sottotesto sociale e politico di questo film, reputandolo banale e già visto, il treno umano di Snowpiercer ha la dignità di un racconto morale ed universale, contaminato dall’utopia e da un presente sempre più difficile da accettare. Parlando di tutti noi e per tutti noi, la pellicola ci grida in faccia e ci sussurra delicatamente all’orecchio che l’unica soluzione possibile è farsi da parte, fuggire da un sistema sbagliato, che ormai alimenta solo se stesso, incapace di fermarsi di fronte a questa aberrante distonia e destinato a deragliare ed implodere, schiacciato dal proprio stesso peso e dall’ambizione di chi crede che tutto questo abbia ancora un briciolo di senso. Snowpiercer è un bel racconto etico, una sonora sveglia morale, che indica una via, una strada e un domani ancora possibile, per una razza che ancora una volta si scopre fragile, diversa e terribilmente umana.

THE BUTLER

ButlerArtisticPosterNewfinal590full2A cominciare da quella ingenua e fin troppo irritante voce fuori campo che ci accompagnerà fin dal primo istante, The butler è un film sbagliato sotto molti punti di vista. Fatto per piacere prevalentemente al pubblico americano, portatore sano di un senso di colpa grande come il Montana, The butler pecca di troppe ingenuità, senza decollare veramente mai. Le lotte per i diritti civili, i freedom bus, le proteste passive… la pellicola mette tantissima carne al fuoco, soffocandola abbondantemente e poco sapientemente in una confusa sarabanda di ingombranti e fugaci apparizioni dei leader politici che si sono avvicendati alla guida del paese. Una sprecata folla di attori e caratteristi che non lasciano mai il segno e di cui si fatica veramente a ricordare i nomi, vista la loro impalpabile inconsistenza. Quello che quindi doveva essere un delicato apologo su di un maggiordomo nero al servizio della Casa Bianca, si trasforma velocemente in una confusa parata di volti, inanellando suggestioni di grana grossa e riflessioni di una banalità sconcertante. Solo in un momento il film si fa seriamente lucido e vero, quando riflette sul ruolo silenziosamente sovversivo della servitù nera al servizio del potere bianco, un ragionamento in se piuttosto acuto ed inedito, unico spiraglio di luce  in una tenebra fatta di luoghi comuni e piattume. Il problema è che The butler fallisce nel ritrarre in maniera credibile il complesso universo del lavorare a servizio (la serie Downton Abbey e Quel che resta del giorno di Ivory, per citare un paio di esempi eccellenti, sono lontani anni luce) e cade rovinosamente nella maniera quando decide di fotografare l’evoluzione di un’epoca. Ben prima di questo film, altre pellicole hanno scavato nel cuore nero e gravido di sangue del paese delle libertà presunte, vengono alla mente i nomi di Alan Parker, Spike Lee e Quentin Tarantino, giusto per citare alcuni esempi altisonanti, ma al confronto di questa confusa e pasticciata parata di star, anche Porky’s 2 ha saputo fare meglio, con il suo attacco diretto al razzismo, all’intolleranza e perfino al Ku Klux Klan. Qualcuno potrebbe obbiettare che il film non sia poi così tragico come lo si dipinge e forse in questa affermazione c’è del vero, ma la fugacità con cui appaiono e scompaiono personaggi principali e comparse (Terrence Howard e Mariah Carrey su tutti), l’approssimazione con cui si pretende di descrivere un periodo storico o un’ideologia grazie ad un taglio di capelli o un improbabile capo d’abbigliamento ed infine il costante mood agiografico che non ci risparmia nemmeno un finale a suon di Obama e senilità assortite, relegano The butler nel purgatorio delle pellicole che hanno molto da farsi perdonare… La cosa che dispiace di più poi, è vedere che a far le spese di tanta colpevole approssimazione, è il delicato e contrapposto rapporto tra un padre e un figlio, qui trattato con una delicatezza degna della peggior soap opera.

ABOUT TIME

about-time-posterAbout time, recita il titolo originale, ma potremmo dire: about cinema. Non fate l’errore di sottovalutare questo gioiellino, intriso di diafane riflessioni sulla vita, le scelte e il tempo che ci viene concesso, in troppi hanno liquidato questo film come banale commedia romantica. Pur essendo in parte d’accordo, devo per forza storcere il naso al cospetto di una definizione così elementare e superficiale, che tiene inevitabilmente forse conto della forma, senza valutare invece una sostanza costruita di vere aspirazioni e reali meriti. Questione di tempo, parte come la più classica delle commedie romantiche britanniche, costellata di personaggi singolari, trovate intelligenti (tra cui ovviamente quella che rappresenta il motore narrativo dell’intera vicenda) e un zuccheroso profumo di amorose offerte, non troppo diverso quindi dai suoi illustri predecessori, veri capisaldi di ogni gentil donzella dal cuore palpitante. Eppure ad un certo punto, indicativamente verso la sua metà, la pellicola prende una direzione diversa, mentre noi spettatori ci accorgiamo che da quel momento in poi sullo schermo scorre una storia diversa, più sfumata, intima e delicata, che parla sì d’ amore, ma anche di vita, scelte, sacrificio e tempo, insomma con sorpresa ci si accorge che quel film che sembrava così lineare e quasi banale, si rivolge direttamente a ciascuno di noi. Ecco dunque che torniamo all’assunto di partenza, perché quando una storia diventa universale, senza paura di prendere direzioni diverse, operando scelte che potrebbero scontentare qualcuno, allora quello si chiama cinema. Non fraintendetemi, non siamo al cospetto di una pellicola rigorosa e rivoluzionaria, siamo sempre nel regno della commedia romantica, eppure era fin troppo facile sfruttare in maniera pedissequa e stancante il pur interessante canovaccio, magari generando esilaranti paradossi tanto cari alle atmosfere della commedia più triviale, mentre al contrario si nota un pizzico di sano ed onorevole coraggio, nel proporre qualcosa che va veramente al di là delle solite logiche, cercando di elevare la storia e facendola finalmente vagare libera verso vette di commovente empatia. Dopotutto il cinema, soprattutto quello di intrattenimento, non è ancora tutto uguale, feroce e ferito stereotipo, appannaggio di sceneggiature fast food, scritte, riscritte e revisionate da fin troppe menti, capaci in questi ultimi anni, e più “invecchio” e più tutto questo mi appare manifesto e lampante, di creare veri e propri mostri senz’anima, voraci, stupidi e quel che è peggio, dannatamente dimenticabili. About time sembra dirci che il tempo, il nostro tempo, è troppo poco per sprecarlo guardando brutti film.

TRANCE

Trance-PosterA suo modo, in una maniera personalissima, fallace e a tratti pacchiana, Danny Boyle è uno degli autori più interessanti che si siano affacciati al cinema recentemente. Fin dalla caustica e memorabile promessa di quell’ormai lontano Piccoli omicidi tra amici, promessa poi stramantenuta nel successivo cult Trainspotting, Boyle ha cercato di dar voce a storie grandi e piccole, senza mai perdere un grammo della sua idea di cinema. Soprattutto nelle pellicole meno riuscite, come il bistrattato Sunshine o questo già liquidato e dimenticato Trance appunto, Boyle è sempre riuscito ad imporre una visione mai banale, arrivando a rendere memorabili idee che in mano ad altri registi sarebbero state probabilmente banalizzate. Il viaggio nel mondo e nella mente del banditore d’asta James McAvoy non è un semplice gioco di scatole cinesi, identico a tanti altri, ma riesce ad andare oltre, ponendo lo spettatore di fronte ad una risoluzione non banale e assolutamente ribaltata, quasi amorale. Ecco dunque che il film racconta la storia più antica del mondo: un uomo incontra una donna… Forse prima di ogni altra cosa una storia di amore quindi, ma anche di avidità e di miseria umana, sentimenti che si mescolano e si confondono, contaminati ora dalla fantasia e ora dalle più ignobili bassezze ad esso correlati. Fuori di dubbio in questo senso, i personaggi più interessanti, e meno banali, risultano essere lo sfaccettato gangster di Vincent Cassell e soprattutto la meravigliosa, complessa, enigmatica e statuaria psichiatra a cui da volto e corpo Rosario Dawson. Danny Boyle gioca con noi e con il genere, arrivando a costruire un perfetto meccanismo che funziona a più livelli: come divertimento fine a se stesso e come riflessione sull’impossibilità di lasciarci alle spalle chi siamo e ciò che desideriamo veramente ad ogni costo. Trance non é il miglior thriller del secolo e non é nemmeno un film che verrà citato nei libri di scuola del cinema, eppure era da un po’ che non faceva capolino una pellicola così manifestamente ed innocentemente impegnata a raccontare e spiegare l’umana sofferenza che solo un amore scientemente sbagliato sa regalare al nostro cuore acciaccato e mai domo. Non è poco.

KICK ASS 2

kickass_two_xlgDa quando un vero e proprio terremoto come Kick Ass si è abbattuto sul nostro amato mondo di celluloide, di fatto ha cambiato le regole del gioco e niente è stato più come prima. Kick Ass, esattamente come il suo protagonista, ha dato il via ad un cambiamento nel mondo dei supereroi, nel nostro modo di guardarli e di intenderli come tali. Quando un film come questo appare sulla scena, dando vita ad un fenomeno di idolatria di massa, succedono due cose: la prima riguarda le pellicole che verranno, costrette a fare i conti con ciò che è stato e la seconda è ovviamente un sequel. Inevitabile quindi che Kick Ass 2 facesse presto o tardi capolino nelle nostre vite. Il momento è arrivato e finalmente, grazie alla dabbenaggine della distribuzione italiana, che come al solito ne ha sottovalutato il potenziale, ecco uscire anche in Italia, nella settimana di ferragosto la più desertificata dell’intero anno, questo tanto atteso sequel. Diciamolo subito, si tratta di un gran bel film, certo il primo gettava le basi di un’idea veramente geniale, ma bisogna dire che il suo sviluppo non lascerà deluso nessuno. Non perdendo un grammo della volgarità, della violenza e dell’umorismo del primo capitolo, questo Kick Ass 2 acquista maggior corpo e sostanza del suo predecessore, spostando il suo fulcro sulla crescita, sulla responsabilità e sulla follia. Più che mai infatti, viene qui sottolineata la pazzia che sottende il travestirsi da supereroe, la distonia che obnubila la mente di chi si stacca dalla realtà credendo di vivere un fumetto e l’amara importanza della responsabilità che il singolo ha nei confronti dei suoi simili. Eroi e non supereroi, grida il film a gran voce, la società ha bisogno di questo, di persone reali che facciano davvero la differenza. Ecco quindi che Kick Ass 2, soprattutto nella seconda parte, lascia da parte la goliardia e depone la risata, per lasciar spazio al dramma e alla vera tragedia. Le azioni che compiamo hanno sempre delle conseguenze, portare una maschera non ci tutela dalla vita vera, dal male, dall’uomo. Ecco dunque che Kick Ass 2 va dritto al punto, esacerbando, portando alle sue estreme conseguenze l’idea che lo sottende, mostrandoci ancora una volta in tutta la sua atroce banalità, il volto della sua prima vera protagonista, la follia. A spartirsi il podio, ecco che vediamo farsi largo, l’altra grande protagonista del film, la crescita, che soprattutto nel personaggio di Hit Girl prende corpo e vita, mettendoci di fronte ad una fragilità e ad una femminilità, delicate e spiazzanti. Crescere significa in fondo comprendersi ed accettarsi, ecco quindi che Chloe Moretz interpreta quei dubbi e quelle difficoltà che tutti conosciamo fin troppo bene, regalando al suo personaggio sfumature toccanti ed inedite, probabilmente molto personali, fatte per toccare il cuore di ognuno di noi. Va detto che Kick Ass 2 sa essere anche un ottimo film di genere, catartico al punto giusto e capace di regalarci un paio di sequenze veramente memorabili, ma è là, sul fronte del dramma, che il film funziona meglio, scostandosi dai suoi imitatori e scoraggiando i suoi detrattori, calcificando insomma il ricordo di se, fino a farlo diventare mito ed archetipo. Kick Ass 2, non sembra un sequel, ma piuttosto la seconda parte di una storia interrottasi troppo presto, un attimo prima di diventare allarmante, malata, sbagliata, malvagia e schifosamente umana.

Un consiglio: non andatevene prima della fine dei titoli di coda. Avrete una sorpresa.

THE PURGE

the-purge-posterSe dovessi credere a tutto quello che sento e leggo in rete, probabilmente il mio destino di spettatore sarebbe segnato da due enormi macro categorie: i capolavori e l’immondizia. Da sempre cerco di farmi un’opinione personale e soprattutto sono assolutamente convinto che le sfumature aiutino a vivere il cinema in maniera più equa, dignitosa e giusta. Non è affatto così banale come è stato dipinto The Purge, disprezzato e dileggiato quasi all’unanimità, anzi, sotto la cenere a grana grossa del genere, a saper ben guardare giace ben altro. Non lasciamoci ingannare dallo spunto intrigante (una società che per far fronte alla crisi economica e alla violenza dilaganti, decide di sospendere la legge per 12 ore l’anno, ore in cui ogni cosa è permessa compreso l’omicidio), il film va ben oltre questa semplice idea e quella che potrebbe sembrare una banale pellicola di assedio domestico, si trasforma presto in una cinica riflessione su di un futuro più che possibile, diretta conseguenza di un modo di pensare spesso fin troppo condiviso. Il modo in cui viene intesa questa sospensione della legge e dell’ordine, ha risvolti socialmente agghiaccianti: i ricchi si tutelano con sistemi d’allarme sofisticati e costosissimi, mentre ai poveri, ai reietti e ai relitti della società, non resta che scappare, nascondersi e pregare. The Purge propone una soluzione semplice e paradossale, una resurrezione economica eliminando i “pesi morti” della società, cioè quegli sprechi rappresentati da chi non produce ricchezza, ma al contrario la fa spendere alla società che li sostiene. Ecco quindi che il film, in modo sottile, quasi strisciante, infilando qua e là una mezza frase allarmante, una telefonata alla radio o uno stralcio di talk show televisivo, va a delineare i limiti di un modo di vivere che ha trovato la soluzione sbagliata, arrivando a sacrificare la parte più importante di una società civile, l’umanità che la sottende. Ambientato sapientemente in un futuro praticamente identico al nostro, un domani in cui il secondo emendamento non solo è condiviso, ma addirittura estremizzato, The Purge colpisce al cuore, sollevando parecchie domande e facendo esattamente quello che il genere al suo meglio deve fare: intrattenere facendo pensare. Mimetizzandosi perfettamente dietro una trama assai convenzionale, questa camaleontica pellicola colpisce forte e duro, dapprima limitandosi a preparare il campo di battaglia, per poi dedicarsi a far deflagrare una ad una tutte le convenzioni sociali, portandole alle loro estreme conseguenze. Non c’è luce in fondo al tunnel di The Purge, l’epifania e la catarsi si pagano salatissime, al mondo non resta che raccontare il nulla, mentre alcuni folli si preparano ad organizzare inutuli, ipocrite e patetiche veglie di preghiera, probabilmente in memoria di un’umanità, ormai definitivamente smarritasi.

LA GRANDE BELLEZZA

La-Grande-Bellezza-PosterE’ quasi uno sforzo titanico alzarsi dalla poltrona dopo aver assistito a La grande bellezza. Difficilissimo staccarsi da quelle ipnotiche immagini di una Roma raramente così affascinante, eppur così distante. Si rimane quindi inchiodati al proprio posto domandandone ancora e ancora, fino a che il nostro cuore già colmo di meraviglia non arriverà a traboccare letteralmente d’amore per quel sopraffino trucco chiamato Cinema. Film molto sottovalutato, a tratti quasi disprezzato, diviso equamente tra cinismo, sogno ed umorismo, accomunati e legati da un profondo trasporto, da un vero e proprio amore per l’amore in se, che attraversa tutta la visione, fino ad arrivare alle Radici di ciò che fa di noi quello che siamo. Gep Gambardella, l’uomo che probabilmente tutti vorremmo essere, attraversa il film e la nostra vita con una levità, un disincanto e al tempo stesso con una potenza espressiva che ci lasciano attoniti, disarmati, muti. Attimi di Grande Bellezza che sottendono la visione e le nostre esistenze, confuse e smarrite, in un costante accumulo di cose, parole e persone, per restituirci una dignità della visione che credevamo smarrita. La chiave è davanti ai nostri occhi, la Bellezza è intorno a noi, a volte è un trucco, a volte è solo sognata, eppure, scavando nei nostri ricordi, o negli anfratti di un essere altro, possiamo afferrarla, anche solo per un istante, sentendoci di nuovo vivi. Lo sguardo di Gep è quello del Cinema, che riesce a cogliere lo splendore che lo circonda, lo fa proprio, ma troppo spesso non riesce a restituircelo, a raccontarcelo. Allora per poterlo finalmente spiegare e raccontare, deve andare alla Radice, al cuore di una storia, all’attimo che ne genera altri ed inevitabilmente all’origine di tutte le storie, di tutte le nostre storie, di tutte le nostre vite, c’è per forza l’amore. Senza cogliere ed accogliere l’amore è impossibile vedere, capire e raccontare la Grande Bellezza che ci circonda, perché solo il sentimento ed il ricordo riescono a dare forma e sostanza alla materia che ci circonda. Poco importa se spesso si tratta di un trucco, di un gioco di prestigio, che ci fa credere di aver visto qualcosa, che in realtà forse non è mai stato lì, sarà stata comunque una magnifica illusione. Il Cinema quindi cattura il sogno, il trucco, il gioco, l’illusione e grazie all’amore li rende veri, vivi e commoventi, anche solo per un istante, anche e solo per noi che abbiamo ancora la pazienza di vedere. La Grande Bellezza è il Cinema e forse i veri poeti siamo noi, spettatori ancora capaci di sognare ad occhi aperti di fronte ad un trucco ben riuscito, di fronte ad una singola immagine, nonostante tutto ancora capaci di restare nudi e disarmati al cospetto dell’amore, che domina incontrastato su tutto e tutti. Fin dal principio, fin dai titoli di testa, delle storie di ognuno di noi.

BLOOD

bloodNon fatevi sviare dall’uscita estiva, alla chetichella e poco curata da una vera campagna pubblicitaria, non lasciatevi ingannare dai poster, con quell’annotazione buttata lì, puro specchietto per le allodole, che fa riecheggiare nella memoria il titolo di Mystic River, Blood è un solidissimo e splendido dramma, costruito sulla certezza del sangue e scolpito sui volti dei suoi protagonisti. Come spesso accade, anche nella vita, nella nostra vita, quella di tutti i giorni, è la famiglia ad essere il fulcro di ogni cosa. La famiglia, quella vera, quella che ragiona seguendo la regola del sangue e del cuore e si fa beffe della ragione e della logica, la famiglia come massima colpa, eredità, punizione e speranza, la famiglia che rende liberi e che allo stesso tempo ci incatena a se. Colmo di una bella eleganza formale che non guasta mai, costruito con pudicizia attorno alle vite dei suoi protagonisti, di cui riusciamo ad intravedere intensi squarci di realtà, accompagnati da picchi di empatica pietà, Blood è un film che decanta lento come il buon vino, facendosi strada nella memoria con la bellezza delle sue immagini e la cristallina semplicità delle sue ellissi. Film che non gioca sul sensazionalismo e che sceglie di accantonare la facile matrice del thriller, in favore di un’etica del raccontare e di una voglia tutta britannica di mostrare altro, lasciando da parte le scorciatoie, per concentrarsi su ciò che lentamente, invisibilmente, completamente, logora ognuno di noi… la colpa. Ecco dunque che Blood si sposta e muta, non raccontando solo la famiglia, come terrificante alveo di colpe e promesse, ma decidendo di approfondire la colpa, la coscienza e le implicazioni che ci rendono uomini. Padri, fratelli, figli, nessuno è veramente immune dal letale abbraccio della famiglia, monarchia assoluta ammantata di un barlume di ipocrita democrazia, piccolo regno di egoismo e protagonismo, dalle cui leggi è quasi impossibile fuggire una volta per sempre. E’ il sangue a tenerci uniti, anzi incollati, invischiati e schiavi, mentre la colpa ci divora e consuma i nostri sensi, annullandoci come esseri individuali e riconducendo ogni nostra scelta ad un giudizio più grande, più alto, più complesso… perché un uomo non è solamente un uomo, ma è la sua intera famiglia, pronto a reggerne il peso e la responsabilità, mentre la colpa, il rimorso ed il sangue si depositano sulla sua tomba e sulla sua ormai dannata anima mortale.

STOKER

stokerSe avessi 1 Euro per ogni critica o commento velenosi a proposito dello splendido Stoker, a quest’ora probabilmente aggiornerei questo blog dalla mia villa alle Hawaii. Il fatto è che fin dal momento della sua fuggevole uscita nei cinema italiani, il nuovo film di Park Chan-Wook è stato maltrattato da quasi tutti. Molti si sono scagliati contro l’estrema estetica della regia, imputata di essere quasi un esercizio di stile confinante con il feticismo, altri invece si sono limitati a dileggiare le scelte di casting, prendendosela particolarmente a cuore per la presunta inadeguatezza della parte maschile, interpretata da funzionale glacialità da Matthew Goode. Fatto sta che facendo appello al San Tommaso che è in me, ho deciso di fare come Rhett Butler e di infischiarmene di tutte quelle cassandre che promettevano sventure a tutti i malcapitati che si fossero imbattuti in Stoker. Sorpresa, Stoker è straordinario. Mentre il film cresce (è proprio il caso di dirlo) e si avviluppa alle nostre anime, è impossibile restare indifferenti alla regia suadente e sensuale del maestro che ha regalato al mondo del cinema la trilogia della vendetta. Se gli interpreti funzionano, ognuno a suo modo, interpretando caratteri diversi, affini, complementari, agghiaccianti, attraenti ed indimenticabili, è la sceneggiatura a regalare intelligentemente respiro e spazio alla magniloquente idea di regia di Park Chan Wok. Stoker racconta così lentamente ed inesorabilmente l’educazione sentimentale, sessuale e deviante di una ipnotica Mia Vasikowska, mentre il mondo che la circonda crolla, implode e si trasforma, cambiandola a sua volta da bozzolo a splendida e letale farfalla. La verità è che da un po’ di tempo a questa parte, stiamo assistendo ad una vera e propria campagna, in alcuni casi addirittura una guerra, nei confronti di alcuni autori: Tim Burton, Tarantino, Carpenter, Dante… sembra sia molto di moda sparare a zero su di loro, accusandoli di ripetere continuamente se stessi e di realizzare film decisamente minori. Al di là di ogni polemica sterile, ogni autore gira forse sempre lo stesso film e non esistono pellicole  minori ma ognuna serve a completarne la poetica, sembra che alla critica, soprattutto quella sul web, dia fastidio che il mondo intero si sia accorto dell’esistenza dei loro beniamini, decretandone il successo e la fama. Se quando uscì Le iene, Tarantino lo conoscevamo in 15, ora è un fenomeno planetario e così Django Unchained lo hanno visto praticamente tutti. Ho quindi la netta sensazione che finchè qualcosa ci appartiene, restando riservata a pochi eletti, allora  merita di essere difesa come una stramaledetta balenottera, ma appena il nostro vicino di casa, che ovviamente riteniamo intellettivamente inferiore a noi, si interessa allo stesso argomento, allora di istinto si comincia la danza del dileggio e dello scherno. Troppo facile amare qualcosa che tutti amano, meglio spostare l’oggetto delle nostre attenzioni verso nicchie di mercato sempre più criptiche ed inaccessibili, magari iniziando a storcere il naso in maniera decisamente snob, appena sentiamo pronunciare uno dei nomi citati prima. “Stoker ? Uno schifo, io che Park lo conoso dai tempi dello straordinario Old boy, quello sì che era un capolavoro… ma tu non puoi capire…”  Niente di più sbagliato, presuntuoso e superficiale, il Cinema è Cultura e la Cultura appartiene a Tutti, a me che scrivo queste righe e a te che le leggi, è questa la cosa che lo rende grande ma soprattutto questa è la cosa che lo fa restare Vivo.

THE BAY

Il cinema è incredibile.

Tu spettatore ti accomodi in sala, convinto di vedere il solito film poco originale a base di found footage, telecamera claudicante e orrore spicciolo, quando ti accorgi improvvisamente e con tua grande meraviglia di non riuscire a staccare gli occhi dallo schermo, nemmeno per il tempo di un singolo battito di ciglia.

Le ragioni che rendono The Bay un piccolo gioiello e a suo modo il primo mattone che va ad inaugurare una nuova stagione del cinema, sono principalmente due e sono complementari l’una all’altra. La prima è la maestria con cui è diretto, non usando un unico punto di vista, ma generando un ibrido mix tra tutti i possibili mezzi espressivi multimediali; mentre la seconda, consequenziale alla prima, è la scoperta che in cabina di regia c’è nientemeno che Barry Levinson, in parte anche responsabile dell’idea che sta alla base della sceneggiatura. Continue reading “THE BAY”

IL CECCHINO

locandinapg1Senza tanti inutili giri di parole, c’è qualcosa di preoccupante, anzi di storto e di sbagliato, nella decisione di Michele Placido di andare oltr’alpe per dar vita al suo nuovo film, che fino a prova contraria è un sì polar, ma prima di ogni altra cosa è un buon film di genere, teso, ben diretto e con una sceneggiatura che funziona, insomma un’occasione mancata per fare incasso nel nostro bel paese.

Forse la ragione sta nelle pieghe della strisciante consapevolezza che se un film simile fosse stato prodotto in Italia, probabilmente avrebbe incassato pochino, a dispetto dell’ottimo cast, sicuramente molto meno rispetto a pellicole come Benvenuto presidente o Principe azzurro cercasi. Ancora una volta, sembra che questo paese voglia solo la commedia e sia disposto a premiare solo quella. Ecco dunque lo specchio di un cinema che sembra esclusivamente abitato da pellicole mediocri, fatte con lo stampino, incapaci di qualsiasi guizzo di fantasia, prodotte in un panorama in cui anche alcuni autori si sono dovuti piegare a questo dictat della risata a tutti i costi. Continue reading “IL CECCHINO”