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LOUISE MICHEL

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A volte qualcuno mi guarda e afferma: -Certo che tu sei proprio appassionato… – Io di solito faccio spallucce e annuisco con una certa convinzione. La verità è che non potrebbe essere altrimenti e anzi non riesco a spiegarmi come ci sia tantissima gente a cui il cinema non interessa. La magia del cinema infatti non ha limiti, anche nei momenti più bui, quando il grande schermo sembra darci l’impressione di aver litigato con noi, basta un film come questo e la pace è cosa fatta. Louise Michel è la pellicola giusta al momento giusto, il perfetto esempio per dimostrare quanto sia meraviglioso perdersi e smarrirsi in un film. In due parole bisogna assolutamente ricordare la trama: Un gruppo di operaie che hanno perso il lavoro a causa del fallimento della fabbrica in cui lavoravano, decidono di investire la liquidazione per pagare un killer professionista che uccida l’ex padrone. Geniale! Basterebbe quest’idea a far gridare al miracolo, ma c’è molto di più e il risultato non è solo esilarante, ma anche di una sconcertante e profonda umanità. Tra soluzioni narrative da applauso, trovate surreali e fugaci riflessioni sulla comune condizione del vivere, Louise Michel fila dritto verso la sua meritata e commovente conclusione, facendoci provare completa empatia per le vite dei due straordinari protagonisti, due esseri umani da amare in modo incondizionato, per la loro singolarità e la loro fragile assurdità. Due schegge inpazzite, generate da un Big Bang chiamato genere umano e ritrovatesi, finalmente pronte a precipitare di nuovo sulla terra, tra i loro simili, non più separate, ma unite, anzi abbracciate.

AMER

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Amer, dal francese amaro. Difficile catalogare e descrivere questo gioiellino d’oltralpe senza svelarne l’anima, ma un tentativo lo si può comunque fare. Profondamente evocativo e terrificante, Amer prende vita dalla necessità di riappropriarsi della paura. Diviso in tre parti ben distinte, ma complementari, il film si dipana attraverso la vita e le sensazioni provate da Ana, prima bambina, poi adolescente ed infine donna. Pervaso da una profonda sensualità e da una rappresentazione del terrore arcaica, infantile, primordiale eppure efficacissima, il film, che affonda le proprie radici in due dei capolavori di Dario Argento, (Profondo Rosso e Suspiria) cattura fin dai titoli di testa, per portarci verso oscuri ed inospitali territori, abitati delle terribili ed impietose visioni generate dalla nostra mente. Costruendo il proprio impianto narrativo sul silenzio della parola e sull’assordante cacofonia dei rumori che invadono la vita della protagonista, Amer costruisce un ponte di congiunzione tra un passato fatto di paure svelate a poco a poco, dominate da sensazioni, buchi della serratura, colori cangianti e curiosità infantile, per traghettarci verso un futuro di incomunicabile incertezza. Fatta di particolari e primi piani ravvicinatissimi, capace di suscitare vero e proprio terrore (soprattutto nella prima parte) e determinata a far deflagrare la carne umana e con lei le nostre difese più intime, nell’insopportabile sequenza che ne precede la conclusione, la pellicola resta un’esperienza al tempo stesso eterea e carnale. Dominata in eguale ed insistita misura da Eros e Thanatos, Amer è in grado di trovare una quadratura del cerchio, una luce di abbagliante oscurità, una buia e cangiante nitidezza, solo nell’amaro finale, canto del cigno di un cinema che ormai non esiste più. Riappropriandosi e riappropriandoci delle fondamenta stesse del nostro essere, Amer ci restituisce il nostro passato e con lui tutto l’orrore che, ci piaccia o no, da sempre regna sovrano sulla crescita, i ricordi, la vita e la morte.

HALLOWEEN II

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Guardare Halloween 2 di Rob Zombie fa pensare. Al di là dell’insistita ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito (stiamo parlando di una saga che ha avuto 7 sequel e 2 remake), dove l’originalità ormai si è persa per strada, quello che colpisce è il linguaggio della violenza. Se nei primi film con protagonista il buon Michael Myers e non solo in quelli, pensiamo a tutto il filone slasher, il boogey man si limitava ad uccidere le sue vittime in modo crudo e assai fantasioso, quello che si riscontra innegabilmente in questo Halloween II è la rara crudeltà con la quale Myers si accanisce sui corpi delle vittime. Più nello specifico, il nostro non si accontenta di uccidere, ma spesso massacra. Pensiamo all’infermiera dell’ospedale a cui vengono inferte una decine di coltellate o al tirapiedi dello streep bar a cui viene sfondata la faccia a calci, tutti esempi di una violenza insistita, inutile, spesso gratuita. Rob Zombie non si limita a mettere in scena un omicidio, ma si compiace della poetica della carne che ne deriva. Dopo l’11 Settembre il modo di fare e pensare cinema in USA (e non solo là, ma in tutto il mondo) è radicalmente cambiato. Provenienti da un decennio (gli anni ’90) che ha piallato e piegato la capacità di spaventare, imbrigliandola in ferree leggi di autocensura ai limiti del televisivamente consentito, il nuovo millennio ha risvegliato le coscienze di molti. La carne, la suppurazione, il disfacimento e la crudeltà sono diventati merce di scambio, crocevia di non ritorno, coacervo di idee malsane, per un’intera generazione di cineasti. Titoli come Hostel, Martyrs, Frontieres, Alta tensione, la saga di Saw e chi più ne ha, più ne metta, fanno del violento annullamento, disfacimento e disgregazione della carne la propria cifra stilistica, coinvolgendo lo spettatore in un carosello degli orrori che ha come scopo quello di mostrare sempre più (e in modo più insistito e manifesto possibile) la ferita aperta e sanguinante che è stata inflitta al cuore della società. La confusione dei ruoli, la fine degli eroi e il pessimismo dilagante, dominano il cinema horror degli ultimi anni. Un cinema capace sempre più di generare mostri dal nostro quotidiano, dall’impensabile, dall’interno della famiglia, della tradizione. Niente è più quello che sembra (ancora Hostel e Martyrs) e l’identità è un lusso che abbiamo smarrito, perchè solo chi la perde e si perde, può sperare di restare vivo. Non è semplice arrivare alla fine di Halloween II, problema comune a molti dei film citati in questo post, martoriati da una via crucis di sofferenza e morte, annichiliti da una strisciante forma di disagio sotto cutaneo, che non trova voce o sfogo nemmeno nel finale caustico e mai liberatorio. Il cinema dell’orrore è davvero cambiato, non ci si spaventa più per l’atmosfera sapientemente suggerita, ora lo spettatore chiede di vedere tutto. senza sconti e senza lasciare nulla di non detto. Anestetizzato dall’orrore quotidiano, l’utente medio di cinema horror chiede di più, sempre di più, inesorabilmente perduto in una spirale senza significato alcuno, smarrito nell’identità, nel valore e nel significato intrinseco del suo essere… umano.

VALHALLA RISING

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Ecco uno di quei film che in Italia non ha avuto una vera distribuzione, ma che i meno distratti hanno potuto recuperare sul digitale terrestre, frutto di una programmazione approssimata e colpevole. Difficile trovare una distribuzione per l’ostico capolavoro di Nicholas Winding Refn, nonostante il successo di Drive, talentuoso cineasta danese, che come il suo ben più noto compatriota, Lars Von Trier, ha moltissimo da regalare alla settima arte. Da tempo (tantissimo tempo) non mi capitava di assistere ad un’opera di tanta e tale forza, una pioggia rosso sangue, gelata e rinfrancante, percorso  di innegabile catarsi, che affonda le proprie radici nella profondità dell’uomo, nella sua essenza, feroce e bellissima. Valhalla rising, diviso in capitoli e senza una sbavatura, è un percorso, anzi una vera e propria via crucis attraverso la religiosità, la vendetta e la punizione, là dove il vecchio testamento di One eye (occhio per occhio) passa il testimone al nuovo, rappresentato dal bambino. Due universi che si sfiorano e si completano, due modi di abbracciare il futuro, dove il primo deve soccombere per lasciar spazio al secondo, al nuovo mondo, al nuovo uomo. La furia e la bellezza delle sue inquadrature, la sfolgorante magnificenza dei suoi ralenti, l’assoluto rigore della messa in scena, difficilmente vi capiterà di vedere una pellicola così prepotentemente allegorica, paurosamente etica, graniticamente integerrima. Come già in precedenza, in maniera non molto diversa eppure contraria al Dogville di Lars Von Trier, la religiosità ed il rapporto tra vecchio e nuovo testamento sono i cardini su cui gira la vicenda dell’invincibile, silente e feroce vichingo One Eye nel suo viaggio verso il nuovo mondo in compagnia del bambino. Se nella visione di Trier il nuovo testamento (Nicole Kidman) abbandonava la via del perdono, per lasciare spazio alla vendetta del Padre (James Caan), qui la furia cieca dell’inarrestabile vichingo, deve cedere il passo all’innocenza del bambino, soccombere sotto i colpi della pietà, per lasciare libere la purezza e la speranza. Un rito di passaggio e di attraversamento, legato agli elementi naturali e a quelli spiritituali, una crescita in cui morte e rinascita coincidono, sottolineando un concetto di continuità che abbraccia tutti noi. Valhalla Rising è gemma preziosa e sapientemente cesellata, ripida ed impervia vetta espressiva di un cinema che ha smarrito se stesso e sta lentamente cercando un significato, una ragione, una voce.

DONKEY PUNCH

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Non fa sconti a nessuno Donkey Punch, offrendo un ritratto disarmante e degradante dell’essere umano, come non se ne vedevano da un pò. Cominciamo dal titolo, per quanti non lo sapessero (ed io ero tra questi) il Donkey Punch è una pratica sessuale che prevede di assestare alla nuca della partner un colpo violento e ben piazzato, tanto da provocarne lo svenimento, proprio al culmine dell’atto sessuale, aumentando così il piacere. Da questo malsano rituale, prende le mosse un horror di tutto rispetto, una vera e propria discesa agli inferi. Dopo un incipit piuttosto vacuo (che ricorda Hostel), in cui vengono presentati i personaggi, le loro vite e la loro effimera e disinvolta voglia di divertirsi a tutti i costi (ragazzi e ragazze in egual misura), il film prende una piega decisamente diversa, senza risparmiare colpi allo stomaco e vagonate di cattiveria. Complice una scena di sesso tra le più realistiche che si siano viste al cinema (siamo al limite dell’hard e questo scatenerebbe una riflessione sul mondo dell’ horror oggi, ma non è questa la sede) e parecchie secchiate di emoglobina, Donkey Punch è pellicola che di certo non si dimentica facilmente. La cosa più interessante da notare, è la totale assenza di assoluzione o empatia, tutti i protagonisti sono odiosi, stupidi e sacrificabili. Non sorprende quindi, che in un simile vuoto pneumatico di valori, ad un certo punto le cose prendano una brutta piega, dando vita ad un lacerante ed allucinato gioco al massacro, fatto di alleanze e tradimenti. Lo stile del film è ancora una volta di stampo quasi documentaristico (almeno nella prima parte) dando l’impressione di assistere ad un filmino delle vacanze, questo aumenta il senso di alieno straniamento provocato dalla seconda, che non mancherà di trascinare lo spettatore nei meandri di una lurida e maleodorante caduta negli abissi dell’animo umano. Non per tutti, ma comunque notevole.

IL SIGNORE DEL MALE

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Probabilmente sto attraversando un periodo della mia vita in cui ho bisogno di certezze e quasi sicuramente questa necessità, trova il suo naturale sfogo nel cinema horror. Ragion per cui, mi sono sentito in dovere di rispolverare uno dei classici di John Carpenter, uno dei suoi film che preferisco, un piccolo cult, un gioiello horror di immutata meraviglia. Il signore del male è un grandissimo e spesso dimenticato film, un inno alla gioia e alla libertà di un autore troppo spesso non ritenuto tale. E’ il 1987 quando John Carpenter firma questo gioiello opalescente che brilla di luce screziata e cattiva, la critica lo snobba ed il pubblico probabilmente non ne coglie a pieno la potenza. Eppure Il Signore del male è un grandissimo film, sia dal punto i vista del significato (si parla di religione, inganno, metafisica, viaggi nel tempo ed apocalisse), ma anche e soprattutto per quel che concerne il significante, mai superfluo ed accessorio in Carpenter, ma funzionale e a tratti indimenticabile. Alcune intuizioni restano impresse per sempre, come gli angeli homeless e la putrescente e purulenta mutazione del prescelto, consegnando la pellicola ad un piano più alto ed assoluto, elevandola così dal semplice status filmico, per consegnarsi alla posterità immutata ed immutabile. Sì perchè pur essendo passati quasi trent’anni, Il Signore del Male stupisce ed ipnotizza grazie al suo perfetto meccanismo ad orologeria, che fin dall’incipit ricco di promesse, ci trasporta in una terra di nessuno, abitata da ciò che pensiamo di sapere, dalle nostre paure e dai nostri fantasmi. Cinema da fine del mondo, capace di sgretolare certezze e consuetudini ormai sedimentate nel corpo molle del nostro subconscio. Lasciato libero di pensare, agire e fare cinema, Carpenter ci restituisce uno dei suoi migliori, spaventosi e meno ricordati film, pellicola cangiante eppure immutabile, estremamente moderna e contemporaneamente antichissima, zenit di un cinema che non esiste più, nadir di una consapevolezza del guardare senza vedere, del dimenticare per non ricordare mai più. Occhio per occhio, orrore per orrore, body horror della mutazione, cinema dell’epifania e poetica dell’avvento. La catarsi è lontana anni luce, la speranza è altrove, lo specchio si è rotto, la bestia è libera, in agguato… e attende ognuno di noi.

BLACK SWAN

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Apologo di straziante lirismo, che confonde la danza con l’ossessione, la crescita con la ribellione e la perfezione con la morte, il nuovo film diretto da Aronofsky, autore ormai maturo in maniera impressionante, ipnotizza e conquista fin dalla prima onirica sequenza. Gran parte del merito va sicuramente alla titanica e toccante interpretazione di una sempre più straordinaria Natalie Portman, ma a far la parte del leone sono le doti di regia e la sensibilità quasi femminile dello straordinario Aronofsky. Complice una macchina da presa che accarezza continuamente i corpi delle ballerine, seguendone i movimenti, le evoluzioni, le incertezze e la fragilissima umanità, lo spettatore per una volta può respirare l’odore del sudore, del gesso sulle scarpette da ballo e sentir scricchiolare il parquet sotto i piedi. Determinato a restituire la fragilità del sogno, la devastante inconsistenza dell’ossessione e l’effimera transitorietà della perfezione, Black Swan racconta la fine dell’innocenza e l’esasperata femminità  intrappolata nel corpo di una donna dalla sensibilità di una bambina. Scegliendo un punto di vista poco maschile, Aronofsky ci porta nei labirinti di una prigione dell’anima, dominata dalle ambizioni frustrate di una madre carceriera, arrivando a descrivere fino in fondo, l’insostenibile responsabilità del crescere, arrivando ad identificare in se stessi l’ostacolo insormontabile da eliminare per raggiungere l’agognata libertà, la completezza, ancora una volta, la perfezione. Congelata e pietrificata nel qui e ora, in cui solo la passione cieca ed il momento perfetto contano ed arrivano ad avere un significato transitorio ed effimero, nell’istante preciso in cui si compiono. Il resto, tutto il resto, è rumore di fondo, inutile cicaleccio, insignificante ostacolo verso il completamento di se, della propria ambizione, ossessione, perfetta autodistruzione. E come per miracolo i vostri occhi si riempiranno di meraviglia… e di lacrime.

FOUR LIONS

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Parafrasando Manhattan di Woody Allen, viene da pensare che Four Lions sia la risposta del Dio del Cinema a Giobbe. Il Dio del Cinema, infatti, avrebbe indicato la locandina di questa pellicola superba e avrebbe esclamato con voce tonitruante: “Di cose orribili ne ho prodotte tante, ma so anche fare film come questi…”

Pellicola inglese dalla trama semplice, arguta, dissacrante e tagliente, Four Lions, racconta la vicenda di alcuni ragazzi musulmani determinati a farsi saltare in aria durante la maratona di Londra, in nome della Jihad. Attenzione però, qui si ride parecchio, i tentativi e la preparazione del gesto sono esilaranti, paradossali eppure trattati con un disarmante realismo. Tutto bene direte voi, che  ci vuole, si butta in vacca un tabù e se ne raccolgono frutti, polemiche e risate. Purtroppo però non è così semplice, perchè il film drasticamente e coraggiosamente vira, capovolgendo il sorriso in ghigno, l’ilarità in costernazione. Si badi che non stiamo parlando di cinema di genere, non ci sono effetti speciali ed attori noti, qui il cinema si presenta nudo e potente, in tutta la sua spavalda totalità, senza compromessi e scorciatoie. Four Lions è film politico e potente, capace di deflagrare nelle nostre coscienze ed indurci ad una riflesisone mai banale e fine a se stessa. L’accettazione e il sostegno della famiglia del protagonista, la polemica definizione degli obbiettivi, i dubbi e le contraddizioni, sono miscelati in un catartico e perfetto connubio tra un contenuto profondo ed altissimo ed una levità di messa in scena da togliere il fiato. Ambientato in una Londra mai così bigia ed anonima, figlia dei sobborghi, della povertà e dell’approssimazione tipica di chi si accontenta e non della bellezza da Tate Gallery, lo shopping a Carnaby Street e della chiassosa confusione di Covent garden, Four Lions è pellicola polemica e definitiva, capace da sola di rendersi memorabile, grazie all’ironia a tratti irresistibile che l’attraversa da cima a fondo. Parlando ancora una volta del cinema che siamo abituati a vedere, è difficile immaginare che la maggior parte degli autori abbiano la capacità, o sarebbe meglio dire la volontà, di raccontare una storia simile, in un modo tanto sincero e completamente libero da qualsiasi forma di correttezza politica o sociale. Four Lions gioca sporco e non risparmia colpi bassi a nessuno, a cominciare dai suoi miopi protagonisti, passando per la comunità che li ospita (ancora più miope), fino agli ottusi poteri deputati a mantenere l’ordine. Se ne va via così, velocemente ma non definitivamente, questa straordinaria pellicola, tra un sorriso ed un groppo in gola, una sguaiata risata di pancia ed una dolorosa rovente lacrima, capace di toccare e segnare le nostre vite per sempre. Il finale poi… è talmente bello da far venir voglia di strapparsi i vestiti e vagabondare nudi nella brughiera invocando il nome di Chris Morris, il regista.

RABBIT HOLE

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Rabbit Hole è un film profondamente femminile, non solo per le interpretazioni di una straordinaria Nicole Kidman e di una sussurrata Dianne Wiest, ma anche perchè in questa singolare terra sospesa ed immobile, anche gli uomini (come il bravo Aaron Eckhart) sembrano lasciarsi alle spalle la loro parte maschile, per abbandonarsi all’emozione e alle lacrime. Rabbit Hole è anche un film a rovescio, almeno secondo gli stereotipi, in cui le donne si comportano da uomini, razionalmente determinate ad andare avanti, forti di un’incrollabile certezza e di un’insondabile solidità, mentre gli uomini si comportano da donne, reiterando il lutto all’infinito, impossibilitati a reagire e troppo impegnati a crogiolandosi nel dolore della perdita. Ma Rabbit Hole è soprattutto un film che parla di un padre e di una madre, di un marito  e di una moglie, di un uomo e di una donna. Due caratteri, due protagonisti, separati, divisi, distanti, incapaci di abbracciarsi, pur sfiorandosi, toccandosi, sussurrandosi parole di vacuo conforto, di desolato amore. Intrappolati in una realtà sbagliata e alla ricerca di una via d’uscita, di una risposta o più semplicemente di una ragione plausibile per continuare a vivere. Il marito e la moglie, l’uomo e la donna, la famiglia che fu, trovano nuove regole, inventano codici di comportamento e costruiscono complesse architetture di banale quotidianità, che permettano loro di restare uniti, almeno per un giorno ancora. Il dolore è un buco nero, che nulla pùò chiudere o  sanare, tantomeno l’amore o la pallida imitazione di esso. Il dolore è un buco nero, che inghiotte tutto e tutti, trascinando con se le vite che sfiora, le anime di coloro che restano, risparmiati, esanimi, esausti, inermi, svuotati. Il dolore è un buco nero, in cui a volte, perdersi, ritrovarsi e cullarsi, può essere l’unica cosa che rimane, impegnati a reitarare l’ombra di un’esistenza che ormai non ci appartiene più.

E alla fine restano solo le lacrime.

THE SOCIAL NETWORK

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Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. (Tratto da wikipedia)

Di questo a ben guardare è fatta la nostra società, nel bene e nel male. L’ultima inquadratura di The social network, bellissimo film su Facebook,  sul suo creatore, sul sogno e il suo salato prezzo, ci regala l’esatta proporzione delle nostre identità. Istantanea livida e terrificante di una società che viviamo e calpestiamo, aggirandoci per il pianeta senza apparente direzione. Fincher da autore intelligente ed attento qual è (quasi sempre, fingiamo di non ricordarci di Uomini che odiano le donne), costruisce una parabola su di un uomo e sulla sua idea, prendendolo ad esempio per un affresco ben più grande, più imponente e totale. Ossessionati dall’apparire e troppo indaffarati per essere, i fruitori di Facebook siamo tutti noi e come tutti, anche noi ci riconosciamo nelle sue impostazioni: Profilo, Bacheca, Amici. Disperatamente alla ricerca di un’identità e di un modo per farci accettare, veniamo costantemente messi a nudo dalla rete e dalla sua schiacciante e nuda ipocrisia. Condividendo opinioni a volte ridicole e foto spesso imbarazzanti, cercando amici e scambiandoci emoticon, non facciamo altro che inviare costanti ed insistenti messaggi di aiuto, nel disperato tentativo che i nostri “amici” riescano finalmente a rilevare la nostra posizione sulla mappa geografica dei loro impegni, affermando almeno per lo spazio di un tag, la nostra identità. The social network sembra raccontare proprio questo, la storia di un uomo, ma sarebbe più corretto dire un ragazzo, alla disperata e continua ricerca di qualcosa, forse di se stesso. A partire dal titolo, estremamente chiaro nelle intenzioni, il film mostra i limiti di una società paradossalmente costruita sulla comunicazione e sulla negazione di essa. Incantata e sommersa, strangolata e schiacciata, l’immagine che rimanda lo specchio è sempre e comunque la nostra, nostre sono le contraddizioni (indignati sulla questione privacy, ma pronti a spiattellare in rete qualsiasi informazione personale ci riguardi), nostri i sogni di fama, visibilità e gloria e nostri i patetici ed inconfessabili desiderata, quali essere accettati e poter finalmente dire di appartenere ad un gruppo. The Social Network parla di noi, delle nostre debolezze e delle nostre contraddizioni, come società, come uomini e come donne. Forse, c’è da averne paura.

THE LOVED ONES

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Se vivessimo in un mondo perfetto, questo film sarebbe stato prodotto in Italia o perlomeno sarebbe stato distribuito nel nostro paese. Purtroppo pare che la perfezione sia esclusivo appannaggio di Stanley Kubrick e quindi accontentiamoci di recuperare il dvd di questa succulenta chicca, dai cataloghi australiani. Cominciamo col dire che raramente chi scrive ha distolto lo sguardo, pregando che una sequenza avesse fine il prima possibile. Ecco, The loved ones è quel tipo di film, una pellicola ammantata di una tale malattia ammaliatrice, da risultare a tratti insopportabile, eppure indispensabile. Non fate l’errore però di liquidare la pellicola come il solito torture porn, perchè qui non c’è solo orrore, ma anche tantissimo amore.  La passione malata e disperata che sta alla base delle azioni dei protagonisti, deflagra con forza sullo schermo, inglobando tutto e tutti, fino ad annullare in modo cieco e totale ogni volontà, dignità e raziocinio, in nome di un’utopia folle e a tratti quasi commovente. La pazzia e l’amore infatti, sono i due veri protagonisti di questo film che travalica il genere, andandosi ad incuneare come un’unghia incarnita (o la punta di un trapano), nella carne molle delle nostre anime belle. L’australiano Sean Byrne colpisce con forza e determinazione i nostri stomaci, provocando le reazioni più disparate, ma senza perdere mai di vista l’umanità della sua storia e senza mai smettere di guardare ai suoi protagonisti con una dolente e struggente pietà, capace di conquistare. Il finale poi, regala uno sguardo indimenticabile, un’occhiata profonda, attonita ed atterrita, assolutamente struggente. L’amore non vince, l’amore muore, la morte regna su tutto e noi spettatori restiamo lì, abbracciandoci le ginocchia, fino a sbiancare le nocche, fino a dimenticare di respirare.

THE COVE

 

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La prima cosa è che non avrei mai voluto vedere questo film. La seconda cosa è che devo scavare nei miei ricordi di ragazzo. Ci sono film che ti fanno scattare qualcosa, qualcosa di fisico intendo. E’ lo stesso meccanismo che mi ha fatto sferrare pugni al nulla come un novello Rocky Balboa, ascoltando Gonna Fly now, o che mi ha relegato ore in cantina per costruire un raffazonato skate con lo scheletro di un vecchio pattino a rotelle, cercando di imitare il Marty McFly di Ritorno al futuro. Ci sono film che ti fanno scattare qualcosa, una voglia, un entusiasmo, un desiderio fisico di fare qualcosa di concreto, The Cove è quel tipo di film. Vincitore dell’Oscar come miglior documentario, The Cove è un film che racconta una realtà poco nota ed agghiacciante. In Giappone, il civile Giappone, dove la pesca ai cetacei è accettata e consentita, ogni anno si va perpetrando una vera e propria strage di delfini (stiamo parlando di circa 23.000 esemplari), venduti ai parchi acquatici o uccisi per diventare carne in vendita nei supermercati. Questa annuale eco strage viene tenuta segreta e il film è la storia di un gruppo di persone straordinarie determinate a documentare questa orribile verità. The Cove è pellicola terribile (per quello che mostra) ed indispensabile allo stesso tempo, film di grande impatto e documentario tra i più necessari di sempre. A metà strada tra l’inchiesta giornalistica e l’eco-avventura, raggiunge il suo naturale climax nei minuti finali, in cui viene mostrato all’attonito spettatore il filmato clandestino, realizzato nella baia degli orrori, dove l’oceano si tinge di sangue. Quando poi le immagini vengono rese pubbliche, tra l’indifferenza di molti e le domande di pochi, un groppo ci stringe la gola, la voce si strozza e le lacrime iniziano a scorrere copiose sulle nostre guance. Facendo leva sul sentire comune e mai sul facile sentimentalismo, sul rigore e mai sul sensazionalismo, evitando le scorciatoie e documentando le affermazioni e le posizioni illustrate, The Cove è film da cercare a tutti i costi. Cinema che provoca urgenza e bisogno fisico di fare qualcosa dicevo, mentre la mente corre a quando in cantina tentavo di cosruire quello skate. Era il 1985, avevo 13 anni e sembrava che tutto andasse splendidamente.Oggi sono un uomo, anzi un padre e so che mi sbagliavo di grosso…

…and everything under the sun is in tune
but the sun is eclipsed by the moon.

(tutto quanto sotto il sole è in sintonia
ma il sole è eclissato dalla luna)

UNTHINKABLE

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Quando un terrorista minaccia l’America con 3 bombe nucleari, pronte ad esplodere in 3 grandi città degli Stati Uniti, l’unico modo per poter giungere alla verità sembra essere quello di ricorrere alla tortura più radicale ed estrema… Unthinkable (inconcepibile) è un ottimo thriller, ma prima di tutto è una bella riflessione sulla libertà, la democrazia, i limiti che impongono e l’eventualità di ignorare quei confini. Il fulcro del film è racchiuso nella lecita e legittima giustificazione di un atto semplicemente inconcepibile, reso accettabile dall’enorme posta in gioco: fino a che punto ci si può o ci si deve spingere per preservare la vita, quando si inizia a perdere la propria umanità, cosa fa davvero la differenza? Un enorme Samuel L. Jackson, un Michael Sheen da brividi e un’ipnotica Carrie-Anne Moss prendono il film sulle spalle e lo portano lontano, molto lontano, là dove spesso lo spettatore normale ha paura di spingersi, nel profondo della propria anima. Unthinkable, film duro, che non mostra mai praticamente nulla, film necessario, perché  mina le nostre certezze e ci fa vergognare di noi stessi, film generoso, che regala un lampo di lucida riflessione in un desolato abisso di folle disperazione. L’assurda messa in scena della pietà e della sua negazione, il fallimento dell’umanità, il trionfo del fanatismo, della guerra, dell’odio e della pazzia… non male per quello che è solo un film, peccato che in Italia non abbia visto la dignità del buoi di una sala cinematografica.

LA SCOMPARSA DI ALICE CREED

Il genere sembra essere rimasto l’unica possibilità per i cineasti di talento di raccontare storie personali, estreme, disperate ed affascinanti, capaci di colmare l’enorme vuoto di stile e contenuti, lasciato dal cinema mainstream. Non fa eccezione questo La scomparsa di Alice Creed, che forte di un canovaccio semplicissimo e senza fronzoli, si gioca tutto sull’ottimo cast (tre soli attori) e sull’infinita serie di twist narrativi che incorniciano la vicenda. Ricordando in una certa misura, un capolavoro (almeno per chi scrive) dimenticato e poco citato come Le strade della paura (Cohen and Tate, di Eric Red 1988), The disappearance of Alice Creed, parte benissimo, si sviluppa meglio e si chiude nel modo  più giusto possibile, per una vicenda che senza sconti e senza peli sulla lingua, descrive le imprevedibili dinamiche di un sequestro. Se Eddie Marsam e Martin Compston sono maiuscoli, la vera sorpresa è Gemma Arterton, non solo perfetta e bellissima, ma anche capace di dimostrare una notevole dose di coraggio nel defilarsi dal cinema blockbuster (Scontro di Titani, Prince of Persia), per frequentare territori meno battuti e decisamente meno illuminati dalle luci della ribalta. Costruito colpo di scena, dopo colpo di scena (ce ne sono veramente tantissimi), The disappearance… regala una salubre boccata di cinema nel compassato e grigio panorama di questo periodo storico, illuminato troppo sporadicamente da raggi di solare speranza in celluloide. Voce capace di levarsi alta e cristallina in un coro di borbottii indistinti e tremebondi, il genere puro, scevro da contaminazioni ed ammiccamenti, è ancora capace di conquistare e di far provare emozioni forti. Probabile ancora di salvezza per un’arte che lentamente, ma inesorabilmente, tradisce sempre più la propria ragion d’essere, film come questi, pur con i loro limiti, sanno ancora regalarci sorprese e suspance, intelligenza e caparbia etica espressiva. La storia dell’imprevedibile sequestro di Alice Creed, non solo stupisce per l’oliato meccanismo ad incastro che ne sta alla base, ma anche e soprattutto per la capacità di raccontare ed intrattenere, senza effetti speciali, 3d e bassa macelleria, complice un terzetto di attori ostaggio di una sceneggiatura ad orologeria che ha dell’incredibile. Commediole per decerebrati e lacrime in offerta speciale, filosofia da bancarella e gratuite secchiate di special effects senza costrutto, vicini di casa in vena di confidenze e romanzoni in costume per placare la dilagante sete di storia, per fortuna Alice Creed è tutta un’altra cosa e sta tutta da un’altra parte. Grande plauso quindi per questo piccolo grande film, capace di regalare un’ora e mezza di imprevedibile adrenalina e succulenti capovolgimenti di prospettiva, facendo dell’integrità e della coerenza il proprio marchio di fabbrica. Probabilmente il genere salverà il cinema e se avremo fortuna, noi saremo salvati con lui. Tutto il resto è accademia.

A SERBIAN FILM

3056-serbianfilm-posterIn principio fu l’11 Settembre 2001. Il tempo è passato e ora per salire su di un aereo di linea bisogna che i liquidi contenuti nel bagaglio a mano non superino i 100 ml e che gli stessi vadano conservati in una busta di plastica da far controllare separatamente. A cambiare poi radicalmente è stato il cinema americano e non solo, che ha dovuto fare i conti con un prima e un dopo. Il genere horror soprattutto ha subito una vera e propria mutazione genetica, cambiando stili, tematiche e pelle. Quello che da sempre si era dimostrato un eccellente territorio di sperimentazione e provocazione, ha colto al balzo l’occasione di poter indagare quella ferita ormai in suppurazione. Aiutato e sollecitato da quello che si vedeva in televisione (le torture a Guantanamo e Abu-graib), il genere ha reagito con violenza cieca e metodo chirurgico, partorendo nuovi mostri, nuovi modi per gridare di rabbia, paura, dolore e disgusto. In un batter d’occhio hanno visto la luce la fortunata saga di Saw e i due capitoli di Hostel, anche il cinema francese ha egregiamente espresso la propria opinione con film (Frontiers, Martyrs) che hanno ridisegnato il modo di concepire l’orrore. Come profetizzato da Cronemberg, il nuovo orrore è da ricercare dentro di noi, nella nostra carne, nel ginecologico tentativo di esplorare ogni anfratto buio della nostra coscienza, dei nostri visceri. Un nuovo genere era nato, in men che non si dica una nuova parola era stata coniata, Torture-porn. Ora, dopo una via crucis durata anni, costellata di tortura, umiliazioni e crudeltà, è giunto il tempo di A serbian film e ancora una volta, in modo ancora più assoluto e radicale, l’impensabile è diventato possibile, l’insostenibile mostrabile. L’abisso di degradazione e il costante puzzo di morte che scaturiscono da questa pellicola, non hanno precedenti ne eguali, ma pur non facendo l’errore di restare fermi alla ributtante estetica messa in mostra dalla sua superficie, resta comunque compito arduo e a tratti insostenibile, cercare di accettare razionalmente ciò che ci viene deliberatamente mostrato, orgogliosamente sbattuto in faccia. Come già accaduto in passato per altre pellicole (Martyrs su tutte) il significato vorrebbe travalicare il significante ed inevitabilmente il discorso si sposta sulla politica e la società. D’un tratto in modo naturale ed atroce, una scena di sodomia, diventa l’emblema di un popolo sistematicamente e ciecamente violentato dal proprio governo. Purtroppo qui il significante è talmente atroce da non riuscire a passare in secondo piano, seppur nei confronti di un significato altrettanto potente ed importante. Con la forza di una mattonata in faccia A serbian film, proclama la propria libertà di essere e pensare, dichiarando apertamente guerra a tutto e a tutti. Senza l’accenno di un compromesso la pellicola segue inesorabile il suo percorso di disgusto e disfacimento, portandoci con se nelle profondità di un abisso senza speranza e luce. Sarebbe bello potersi svegliare da un incubo come A serbian film, sarebbe bello poterlo dimenticare o mettere da parte, ma purtroppo le atrocità che mostra sono tali da impedirci di rimuoverle, conficcate come sono nella retina dei nostri occhi ormai non più vergini, nella marcescente e nauseabonda profondità delle nostre anime. Si esce esausti da un film come questo, consci di aver perso per sempre qualcosa, spossati dalla consapevolezza di aver spalancato una porta che forse doveva rimanere sprangata. Non so dire se sia giusto fare film come questo, probabilmente in qualche modo lo è, quello che però posso dire con una certa sicurezza, è che credo sia profondamente sbagliato assistervi impreparati. Nessun uomo dovrebbe affrontare un simile calvario visivo ed emotivo, nessuno dovrebbe essere messo nella condizione di dover vedere tali orrori, tale degradante sfacelo. Epifania di disgusto, negazione di catarsi, involuzione senza ritorno ad uno stato primordiale, ferino, nauseabondo e putrescente, fin nel profondo dell’orribile, spudorata, disarmante, tremebonda e fragilissima essenza dell’essere umano. Necessario? Forse sì. Da vedere? Probabilmente mai.

PERDONA E DIMENTICA (Life During Wartime)

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Todd Solondz è uno dei cineasti più caustici, acuti, completi e geniali che la settima arte possa vantare al momento in attività. Le sue opere hanno nomi evocativi e bellissimi (Happyness, Palindromes, Storytelling, Welcome to the Dollhouse), mentre chi ha potuto apprezzarle, ne è rimasto semplicemente segnato. Dieci anni dopo un film totale ed assoluto come Happyness, opera complessa, stratificata e di una bellezza straziante, il buon Todd torna sul luogo del delitto, riprendendo i personaggi di quella vicenda, per mostrarci che ne è stato di loro.  Il mezzo è ovviamente un film, che si chiama Perdona e dimentica (ma l’originale Life during wartime è di ben altra forza) e che incredibilmente è stato distribuito anche nel nostro paese. Il motivo di tanta soddisfazione personale è da ricercarsi nel fatto che è dal 1998 che un film di Solondz non esce in Italia, vittima della cecità e del bigotto perbenismo che spesso affligge la nostra distribuzione. L’opera di Solondz fatica a trovare visibilità nella nostra bella penisola, sovente troppo impegnata a guardarsi l’ombelico, invece di trattare temi come la diversità, la malattia, il sesso e la pedofilia in modo adulto, responsabile e senza sconti. Life during wartime rompe quel silenzio durato più di dieci anni e lo fa in modo educatamente assordante. Dietro e dentro le vite e le banalità di un gruppo di esseri umani piuttosto infelici, si nascondono una terrificante solitudine, una lucida follia e un disperato bisogno di essere compresi, protetti, amati. L’umanità sembra aver lasciato il posto alla mostruosità, ognuno sembra solo determinato a realizzare se stesso, ciecamente incapace di comunicare veramente con l’altro. Perdona e dimentica… come un mantra questa formula quasi matematica, sicuramente lenitiva, viene ripetuta all’infinito, come a voler trovare una soluzione impossibile al vuoto che riempie il cuore di ognuno. Non è facile la vita in tempo di guerra (parafrasando il titolo originale), non è facile convivere con un conflitto che ha per protagonista la propria famiglia e  in senso più lato ogni essere umano. Uniti da un ipocrita desiderio di fare una parte del cammino insieme, eppure sinceramente divisi nel profondo, dalla nostra spontanea e sfavillante grettezza, affrontiamo con stoicismo infinito il vuoto pneumatico delle nostre anime, con il viso rigato, di quando in quando, da qualche lacrima. Perdona e dimentica… sciocchezze, il significato sta tutto nella più semplice, sfuggente e colpevole delle ammissioni, un grido d’aiuto, dolore e speranza, che arriva solo alla fine di una via crucis fatta di lacrime, sangue ed escrementi: “Io voglio il mio papà!”. Perdonare senza dimenticare, dimenticare senza perdonare… dopotutto siamo solo mostri, afflitti da una terrificante e convenzionale umanità.

HARD CANDY

hard-candyHard candy è la storia del gioco di un gatto con un topo, si parla di pedofilia, di internet, di castrazione, di punizione, ci sono una ragazzina e un uomo adulto. Non vi dirò altro, svelarvi di più sarebbe inopportuno e forse anche sadico. Hard candy dicevo non è un film per tutti, per il tema che tratta e per il modo in cui lo tratta, lo spettatore è messo a durissima prova e una sequenza in particolare, anche se non mostra nulla, è decisamente insostenibile. Il tema che tratta (e come lo tratta), la costruzione della sceneggiatura e la psicologia degli interpreti hanno una struttura quasi teatrale, unità di tempo, spazio e luogo, dialoghi serrati ed intelligentisimi che vanno ben al di là delle sagaci battute azzeccate che affollano ogni tipo di film, la suspance quasi tangibile e crecente, fino ad arrivare nel finale ad essere quasi insostenibile. Il grande merito di un film come Hard candy è quello di suggerire tutto senza mostrare niente, una scelta che si rivela vincente e che tocca i nervi scoperti dello spettatore giocando con lui. I due protagonisti garantiscono un notevole valore aggiunto, con un applauso per Ellen Page, che qui fornisce una prova agghiacciante, lontana anni luce dal ruolo che la renderà famosa presso il pubblico italico con Juno. In ultimo permettetemi una nota polemica e personale, questo film l’ho dovuto vedere tempo fa in lingua originale e solo da poco ha avuto l’onore di una distribuzione in lingua italiana in dvd; dvd peraltro condannato a far bella mostra di se nei cestoni dei nostri supermercati. Qual è quindi la logica malata che fa arrivare al cinema 1 milione di film sui supereroi (vogliamo parlare di Fantasctic 4?) e impedisce la distribuzione ad Hard candy, per quale pazzia si permette lo sbarco sui grandi schermi italiani di film interpretati dai soliti noti, ma per esempio si fa uscire Battle Royale alla chetichella e solo in dvd? Non lo so e forse non lo voglio nemmeno sapere, mi limito a constatare con sconforto sempre crescente la condizione in cui versa il cinema nel nostro bel paese superficiale, non so sia colpa delle multisale, di Hollywood, del grande fratello o delle cavallette, fatto sta che Hard candy è un grande film e avrebbe meritato la dignità e l’onore del Grande Schermo.

MARTYRS

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Si assiste muti ad un’esperienza come Martyrs. Muti, non perchè sconvolti da ciò che viene mostrato, ma muti in quanto senza parole per descrivere l’altissima potenza teoretica e catartica di quest’opera profondamente intrisa di pazzia, religiosità, dolore ed epifania. Non commettete l’errore di liquidare Martyrs come l’ennesimo torture porn di turno, arrivato buon ultimo dopo Hostel, svariati Saw, l’interessante Frontier(s) e una ridda pellicole trascurabili e spesso di dubbio gusto. Se esiste un sommo codice di valutazione estetica per l’arte, probabilmente Matyrs ne resta al di fuori, vivendo una vita indipendente in un un’altra dimensione, fatta di luce e sangue, di tenebra e violenza. Difficile trovare le parole davanti a tanto supremo disfacimento, a tale e abbagliante gloria. Chi ha visto questo film faticherà a dimenticare l’amicizia tra le due protaginste, la donna magrissima piena di tagli che lacera carne e tessuti come una furia, la strage, Mademoiselle e gli occhi, quegli occhi di chi sa, di chi ha visto. Non di certo un film per tutti, ma un film che prima o poi tutti dovrebbero vedere, intriso com’è di profonda, cieca, ottusa, merevigliosa religiosità. Tutti siamo vittime ormai, non ci sono più martiri, il dolore è la via, il sangue la indica, il corpo è il mezzo. Opera altissima, esperienza degradante, zenit e nadir dell’anima di un genere che ha bisogno di reinventarsi, di ripartire da zero. Il genere umano.

DE-GENERANDO: Morte al Cinema

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Morire al cinema, non la rappresentazione iconografica del tristo mietitore, ma una carrellata di morti cinematografiche che mi sono rimaste nel cuore. Non solo, una playlist di pellicole in cui la morte è una fugace, indimenticabile e significativa comparsa, oppure regna come assoluta ed indiscussa protagonista.

Elenco dei titolo citati:

Viale del tramonto (1960)
Fa’ la cosa giusta (1989)
A prova di morte (2007)
2001 Odissea nello spazio (1968)
Cuore selvaggio (1990)
La casa del diavolo (2005)
Blade Runner (1982)
Blow out (1981)
Non è un paese per vecchi (2007)
L’occhio che uccide (1960)

GREMLINS 2

gremlins-2-la-nouvelle-generation-1373611552-57Nel 1990, quel geniaccio di Joe Dante, rimette mano alle sue dispettose creature pelose, per realizzare uno dei sequel più belli che si siano mai visti al cinema. Spostando il motore narrativo dell’intera vicenda nella Grande Mela, Dante racconta l’edonismo endemico che ammorbava gli anni ’80, la corsa al consumismo sfrenato e l’assurda voglia di cancellare tutto ciò che veniva considerato “vecchio”. In questo senso i gremlins sono vere e proprie bombe ad orologeria, pronte a deflagrare e distruggere ogni simulacro dell’epoca moderna, dalla borsa, all’informazione, dal carrierismo sfrenato, fino al cinema stesso. Al piccolo Gizmo e ai suoi amici umani non resterà che resistere, cercando di salvare l’umanità dalla distruzione, anzi dall’autodistruzione, perché come dice nel finale di questo straordinario, bellissimo film, il Signor Clump (versione beffarda di Donald Trump): “questo non era un posto creato per gli esseri umani, era un posto costruito per le cose e quando costruisci un posto per le cose, alla fine le cose arrivano…”

Ecco, forse alla fine le “cose” sono davvero arrivate.