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Houssy's Movies

Categoria

Drama

CATFISH

 

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Catfish è un film importante, una pellicola che fin dal momento della sua presentazione al Sundance, ha fatto molto parlare di se. Catfish è un documentario o presunto tale, che ridefinisce il linguaggio cinematografico, ibridandolo con il web e il social network. Catfish è prima di tutto una splendida opera di solitudine e fuga. Ancora prima, Catfish, è un film che colpevolmente, per ora non ha nessuna distribuzione italiana. Prendendo spunto da un’idea semplicisima ma ottimamente realizzata, il film, di cui non voglio raccontarvi nulla, per non rovinarvi la sorpresa, parte come la più inutile delle cronache relazionali ed affettive, per trasformarsi ben presto in una drammatica voragine di solitudine. La parabola umana descritta da Catfish, vera o no poco importa, rappresenta una riflessione adulta e molto seria sull’universo dei social network e sull’abitudine di instaurare impalpabili relazioni ricche di grandi aspettative e di altrettante piccole bugie. Impossibilitati a presentarci per quello che siamo, in quanto uno schermo retro illuminato e una tastiera troppo spesso mediano i nostri pensieri, i nostri sentimenti e gli stati d’animo di cui siamo in balia, noi esseri umani, ci affidiamo ad un mouse ottico e ad un pugno di lettere, per tentare di descrivere ed interpretare la realtà che ci circonda e ci definisce, non sempre riuscendoci. Nel momento stesso in cui il filtro rappresentato dal display fa prepotentemente sentire la propria presenza, noi utenti, non possiamo far altro che tentare un approccio sincero, ma questa pratica risulta quasi impossibile, in quanto la menzogna e la tentazione di modificare la realtà, abbellendola, si sono impadronite del nostro cervello. Questo stesso blog riporta pensieri frutto di riflessioni smussate e modificate, non rappresenta me stesso, ma solo una parte di me, quella che voglio mostrare a tutti. I pensieri imbarazzanti, le parolacce, gli inconfessabili desideri e gli innumerevoli dubbi restano inespressi, affogati dentro di me. Catfish parla con intelligenza di tutto questo, innescando una riflessione  a cui sarà molto difficile sottrarsi, in quanto terribilmente attuale e forse un tantino spaventosa. Il dubbio che i due registi abbiano creato una perfetta e completamente fittizia macchina di cinema documentario è forte, ma questo non toglie valore all’opera, anzi ne aggiunge, facendo crescere a dismisura la nostra ammirazione per una storia più vera del vero e più reale del reale. Concludendo, non è sciocco quindi, alla luce di tutto questo, notare l’impossibilità di stabilire la veridicità di un film come Catfish, così sfuggente e cangiante come la realtà che descrive.

A L’INTERIEUR

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Ecco uno di quei film che una volta visto non si dimentica tanto facilmente, anzi suppongo che per rimuoverlo dall’angolo buio della mia mente in cui si è conficcato, dovrò usare tenaglie e tanto olio di gomito. Soprattutto quando parliamo di cinema dell’orrore, è piuttosto semplice cadere e scadere in pericolosi topoi fin troppo collaudati o più semplicemente pascersi negli assolati territori della ripetizione, eppure, film come questo dimostrano che ancora si può dire qualcosa di nuovo, anche all’interno di un genere tanto codificato e abusato come l’horror. Suggestivo, notturno, violentissimo, efferato e in alcuni momenti assolutamente insopportabile, A L’intérieur parte lento dopo un brevissimo prologo shock, per poi prendere subito quota, macinando tensione e tanto, tantissimo orrore. E’ proprio questo orrore, sfacciatamente mescolato ad una copiosa dose di coraggio, poesia e pietas, ad imporsi come cifra stilistica narrativa, di suprema e lucidissima potenza.  La morte e il sangue, la vita e la compassione, i mostri e le madri, si confondono e si completano, impegnati in una danza guancia a guancia, tanto ipnotica quanto sconcia ed impudica. La rossa e calda corposità del sangue che sgorga dalle ferite aperte, l’asettico e sterilizzato acciaio delle lame delle forbici pronte a ferire, slabbrare, divellere, sono entrambi elementi irrrinunciabili e complementari, che come due avidi amanti si cercano e trovano durante tutto il film, per abbandonarsi e perdersi l’uno nell’altro. La violenta e scandalosa compiacenza di mostrare e non solo suggerire, tipica di certo cinema di genere, qui trova il suo zenit, esplodendo come una supernova rosso sangue davanti agli attoniti occhi dello spettatore che a volte non può far altro che distogliere lo sguardo. Pura violenza gratuita, griderà indignato qualcuno, eppure non c’è compiacimento, ma solo dolore e tristezza, corollari necessari a completare un quadro di lancinante ineluttabilità dallo stomachevole puzzo di morte. Violento e indimenticabile, insopportabile e privo di qualsiasi forma di catarsi, A L’intérieur ricorda per significante ma non per significato ed etica, il memorabile Martyrs, raccogliendo comunque la sfida di un cinema di genere finalmente autoriale, determinato a far piazza pulita di tutto quello che è venuto prima, a cominciare dagli annoiati spettatori della domenica… Decidere di guardare A L’intérieur è una scelta radicale, che si pone come spartiacque definitivo tra una visione comune e un’altra più consapevole, vera, potrei quasi dire pura ed assoluta.

SUPER

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Quando mi capita di vedere un film come Super, mi ricordo come mai ho aperto un blog sul cinema. Quando per una strana coincidenza astrale si para davanti ai nostri occhi un bel film, un bellissimo film, si viene investiti da una strana febbre, un’urgenza di condividere i propri pensieri e il proprio punto di vista su ciò che si è appena visto. Ecco perchè ho deciso di scrivere di cinema, per poter raccontare al mondo ciò che vedo. Non fate l’errore di liquidare questo film, come la brutta copia del celebratissimo Kick-ass, qui siamo da un’altra parte. Se il tema dei supereroi senza super poteri sono al centro anche di questa vicenda, quello che interessa al regista è la realtà e non la finzione o l’iperbole tragica. Quindi quando un uomo triste e patetico decide di vestire i panni di un supereroe vestito di rosso che porta il nome di Crimson Bolt, perchè pensa che quella sia la sua missione nella vita, affidatagli da Dio in persona, quello che si profila al’orizzonte, non è un film divertente, ma un apologo sull’apatia, la malattia mentale e lo scollamento dalla realtà. Super, delinea con entomologica precisione, la figura di un uomo, che ha perduto il senso della misura, accettando fino in fondo le conseguenze, inimmaginabili, delle proprie folli azioni: se pretende di punire il crimine, il modo in cui lo fa è zuppo di sangue e spesso ingiustificato, usando una pesantissima chiave inglese per amministrare la giustizia, Crimson Bolt, spacca teste e scivola lentamente nella psicopatologia. La stessa cosa dicasi per la sua estemporanea partener, Boltie, impreparata a comprendere il vero significato di ciò che porterà il futuro. I due protagonisti, l’uno mosso dalla disperazione, l’altra dal gioco, sono destinati a scontrarsi con la cruda realtà, in un girotondo di nichilismo e morte, che conserva un persistente olezzo di escrementi. Opera complessa e stratificata, che non si risparmia mai, complici un paio di pesantissimi attacchi alla religione cattolica e  una chiosa rovente come la vendetta sulle regole e sulla possibilità di cambiare il mondo solo esponendosi in prima persona, Super, regala stupore e spettacolo, negando sadicamente ogni speranza di catarsi allo spettatore e lasciandolo intriso di sangue appiccicaticcio, infinita tristezza e dolorose, inarrestabili lacrime. Dimenticando una volta per tutte il seppur splendido Kick-ass e la sua adolescenziale voglia di decostruire le regole del genere, Super va oltre, mette una pietra tombale inamovibile sui film con supereroi e ci traghetta in un mondo adulto e disperato, tra insoddisfazione e frustrazione, miseria e cattiveria, stupidità e conseguenza, pietà e sporcizia. Uno dei pochi momenti perfetti nella vita di tutti noi…

RED STATE

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Il giovane e promettente Kevin Smith è cresciuto e francamente fa paura. Red State è uno dei film più terrificanti in cui mi è capitato recentemente di imbattermi. Capiamoci, non tratta di serial killer e di efferatezze da torture porn, ma il suo campo d’azione è la natura umana, raggelante, cieca e disperata. Immergendo le proprie solide e profonde radici narrative in un terreno madido di fanatismo e follia, Red State, si nutre di quel lato oscuro dell’essere umano, che risulta tanto evidente, quanto ci si avvicina al nervo scoperto delle credenze personali e dei culti religiosi. Decidendo di narrare le vicende di una setta di fanatici cristiani, Smith, ci fa lentamente ed inconsapevolmente scivolare in un universo di delirio e sangue, pazzia e polvere da sparo, da cui sarà difficile uscire illesi. Affidandosi ad un paio di riusciti colpi di scena, Red State non risparmia nessuno, gettandoci a capofitto tra le spire di un delirio di morte, in cui gli innocenti sono destinati a soccombere. Le stesse forze dell’ordine non rappresentano una salvezza o un modello da seguire, ma sono semplicemente parte attiva e partecipe di un massacro annunciato che spazza via tutta la misericordia e la compassione rimaste. Peccato che la pellicola non si fermi a cinque minuti dalla conclusione, suggerendo un finale dal respiro divino, che resta semplicemente nell’aria, come un’eco, un grido di aiuto, un desiderio inascoltato. Poco importa, il pragmatismo finale e soprattutto l’ultima battuta del film, restano altrettanto memorabili, impietosa chiosa sull’umano sentire, che suggella per sempre con uno sberleffo, inutili fiumi di parole prive di significato. Cast meravigliosamente in parte, tra cui spiccano un ritrovato e serissimo John Goodman, il terrificante ed ipnotico Michael Parks e infine una raccapricciante Melissa Leo, vero totem di fanatico furore e materna cecità. A guardare Red State sembrano lontani anni luce i divertenti e divertiti tempi di Clerks, ma quello di Kevin Smith è un triplo salto mortale in avanti, dimostrando di padroneggiare con superba maturità una materia spinosa e soprattutto capace ancora una volta di incantare con la propria scrittura, questa volta non basandosi su fulminanti scambi di battute, ma affidandosi con fiducia alla potenza espressiva di un fucile fumante, chiamato cinema.

TRUST

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Ci vuole molto sangue freddo per resistere alla visione di Trust, soprattutto se si è genitori e soprattutto se si ha la fortuna di avere una figlia femmina. Sorprendentemente diretta da un inedito ed inaspettato David Schwimmer (il Ross di Friends) la pellicola, diciamolo subito, racconta di una ragazzina che viene adescata in rete da un adulto, descrivendone la dinamica e soprattutto le conseguenze psicologiche su di lei e sui membri della sua famiglia. Sì perchè ottimamente costruito, il film, nella sua prima mezz’ora ha un incedere lento e cadenzato, ma ineluttabile, verso una svolta drammatica annunciata e sapientemente costruita, lavorando sulla psicologia della protagonista e quindi sui motivi che la indurranno a fidarsi di chi si troverà di fronte. In questo il film risulta spiazzante e radicale, nel descrivere minuziosamente il meccanismo psicologico che scatta nella testa dei tre protagonisti principali, se da un lato l’adolescente Liana Liberato cerca di rimuovere il trauma non accettandone le implicazioni, ma nascondendo a se stessa la realtà, dall’altro la madre Katherine Keener cerca di andare avanti, conscia che l’unica cosa che importa è la figlia, mentre in ultimo, il padre Clive Owen resta come inceppato, incapace di proseguire senza prima dare un volto e una punizione esemplare all’uomo che ha violato il suo bene più prezioso. Tre punti di vista diversi eppure complementari, capaci da soli di dipingere una gamma di sfumature senza fine, che vanno dalla disperazione, l’accettazione, fino ad arrivare alla rabbia e alla disgregazione, tappa obbligata per una forse possibile, ma non probabile, ricostruzione. Più di ogni altra cosa, Trust è un film perfetto per capire un fenomeno di cui forse sappiamo, o vogliamo sapere ancora poco. Se  Hard Candy annegava nel genere un lucido ragionamento sulla pedofilia in rete, Trust fa il passo successivo e affronta questo spinoso argomento da tutte le possibili  angolature, preparando il campo all’analisi e ponendo le domande giuste. Prima della fine ci sarà anche tempo per una riflessone sulle responsabilità della vacua società che ci circonda, così ossessionata dall’immagine e sempre pronta a minimizzare e trovare scusanti, condannando i singoli ed emarginandoli, ma perniciosamente incapace di prendersi le proprie pesanti responsabilità. Ancora una volta è la famiglia a farsi carico di un peso privato ed insopportabile, che la società civile è incapace di portare, sostenere e condividere, mentre nei nostri occhi si scolpiscono per sempre le lacrime di Clive Owen, padre svuotato e disperato, incapace di perdonarsi per non aver protetto la figlia… per poi d’un tratto accorgerci che le sue lacrime, sono anche le nostre.

HOBO WITH A SHOTGUN

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Quando uno crede di aver ormai visto tutto, si imbatte in un film come Hobo with a shotgun e allora cambia improvvisamente idea. Interpretato da un redivivo e manumentale Rutger Hauer, Hobo… è un film talmente eccessivo da far tenerezza, talmente schematico, prevedibile e pacchiano, da meritarsi tutta la stima di chi scrive. Sì, perchè la forza di questo film fuori di testa sta tutta nell’eccesso e nell’esagerazione, a partire dai colori saturi della geniale fotografia. In una corrotta città senza nome, un vagabondo (hobo, appunto) entra in possesso di un fucile e dice basta, amministrando la giustizia una pallottola per volta. Tutto qui. E vi sembra poco? Semplice lineare e folle, pieno zeppo di trovate in puro stile exploitation, ma anche ricco di amara poesia, questo film che arriva dal nulla per smarrirsi prestissimo nei cestoni dvd dei supermercati, conquista al primo sguardo. Forse a causa della sua aria retrò o per merito delle spettacolari ed originalissime sequenze di violenza, quel che è certo è che Hobo… non solo ci regala un tuffo nel passato, ma garantisce anche una maiuscola prova interpretativa per un attore troppo presto caduto del dimenticatoio. Rutger Hauer che durante gli anni ’80 entusiasmò le platee di tutto il mondo grazie ai film di Veroheven, al suo umanissimo replicante in Blade Runner e allo spietato assassino di The Hitcher, in Hobo… trova il ruolo della sua violentissima resurrezione. Sequenze come quella del Babbo Natale pedofilo, lo scuolabus in fiamme al suono di Disco Inferno, le impiccaggioni in corsia e lo schizzatissimo, eccessivo, amarissimo finale, nobilitano la pellicola, riconsegnandola alla memoria degli appassionati che avranno la forza, la voglia e la costanza di cercarla. Esagerato ed offensivo, ripetitivo ma geniale, gratuito ma nostalgico, Hobo with a shotgun non è un film per tutti, ma è sicuramente un film che farà la felicità di alcuni e forse basta così. Come ho detto, uno pensa di aver già visto tutto, poi si imbatte in una pellicola come Hobo with a shotgun e allora cambia idea, ringrazia il Dio del cinema e comincia ridere.

BLACK SWAN

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Apologo di straziante lirismo, che confonde la danza con l’ossessione, la crescita con la ribellione e la perfezione con la morte, il nuovo film diretto da Aronofsky, autore ormai maturo in maniera impressionante, ipnotizza e conquista fin dalla prima onirica sequenza. Gran parte del merito va sicuramente alla titanica e toccante interpretazione di una sempre più straordinaria Natalie Portman, ma a far la parte del leone sono le doti di regia e la sensibilità quasi femminile dello straordinario Aronofsky. Complice una macchina da presa che accarezza continuamente i corpi delle ballerine, seguendone i movimenti, le evoluzioni, le incertezze e la fragilissima umanità, lo spettatore per una volta può respirare l’odore del sudore, del gesso sulle scarpette da ballo e sentir scricchiolare il parquet sotto i piedi. Determinato a restituire la fragilità del sogno, la devastante inconsistenza dell’ossessione e l’effimera transitorietà della perfezione, Black Swan racconta la fine dell’innocenza e l’esasperata femminità  intrappolata nel corpo di una donna dalla sensibilità di una bambina. Scegliendo un punto di vista poco maschile, Aronofsky ci porta nei labirinti di una prigione dell’anima, dominata dalle ambizioni frustrate di una madre carceriera, arrivando a descrivere fino in fondo, l’insostenibile responsabilità del crescere, arrivando ad identificare in se stessi l’ostacolo insormontabile da eliminare per raggiungere l’agognata libertà, la completezza, ancora una volta, la perfezione. Congelata e pietrificata nel qui e ora, in cui solo la passione cieca ed il momento perfetto contano ed arrivano ad avere un significato transitorio ed effimero, nell’istante preciso in cui si compiono. Il resto, tutto il resto, è rumore di fondo, inutile cicaleccio, insignificante ostacolo verso il completamento di se, della propria ambizione, ossessione, perfetta autodistruzione. E come per miracolo i vostri occhi si riempiranno di meraviglia… e di lacrime.

FOUR LIONS

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Parafrasando Manhattan di Woody Allen, viene da pensare che Four Lions sia la risposta del Dio del Cinema a Giobbe. Il Dio del Cinema, infatti, avrebbe indicato la locandina di questa pellicola superba e avrebbe esclamato con voce tonitruante: “Di cose orribili ne ho prodotte tante, ma so anche fare film come questi…”

Pellicola inglese dalla trama semplice, arguta, dissacrante e tagliente, Four Lions, racconta la vicenda di alcuni ragazzi musulmani determinati a farsi saltare in aria durante la maratona di Londra, in nome della Jihad. Attenzione però, qui si ride parecchio, i tentativi e la preparazione del gesto sono esilaranti, paradossali eppure trattati con un disarmante realismo. Tutto bene direte voi, che  ci vuole, si butta in vacca un tabù e se ne raccolgono frutti, polemiche e risate. Purtroppo però non è così semplice, perchè il film drasticamente e coraggiosamente vira, capovolgendo il sorriso in ghigno, l’ilarità in costernazione. Si badi che non stiamo parlando di cinema di genere, non ci sono effetti speciali ed attori noti, qui il cinema si presenta nudo e potente, in tutta la sua spavalda totalità, senza compromessi e scorciatoie. Four Lions è film politico e potente, capace di deflagrare nelle nostre coscienze ed indurci ad una riflesisone mai banale e fine a se stessa. L’accettazione e il sostegno della famiglia del protagonista, la polemica definizione degli obbiettivi, i dubbi e le contraddizioni, sono miscelati in un catartico e perfetto connubio tra un contenuto profondo ed altissimo ed una levità di messa in scena da togliere il fiato. Ambientato in una Londra mai così bigia ed anonima, figlia dei sobborghi, della povertà e dell’approssimazione tipica di chi si accontenta e non della bellezza da Tate Gallery, lo shopping a Carnaby Street e della chiassosa confusione di Covent garden, Four Lions è pellicola polemica e definitiva, capace da sola di rendersi memorabile, grazie all’ironia a tratti irresistibile che l’attraversa da cima a fondo. Parlando ancora una volta del cinema che siamo abituati a vedere, è difficile immaginare che la maggior parte degli autori abbiano la capacità, o sarebbe meglio dire la volontà, di raccontare una storia simile, in un modo tanto sincero e completamente libero da qualsiasi forma di correttezza politica o sociale. Four Lions gioca sporco e non risparmia colpi bassi a nessuno, a cominciare dai suoi miopi protagonisti, passando per la comunità che li ospita (ancora più miope), fino agli ottusi poteri deputati a mantenere l’ordine. Se ne va via così, velocemente ma non definitivamente, questa straordinaria pellicola, tra un sorriso ed un groppo in gola, una sguaiata risata di pancia ed una dolorosa rovente lacrima, capace di toccare e segnare le nostre vite per sempre. Il finale poi… è talmente bello da far venir voglia di strapparsi i vestiti e vagabondare nudi nella brughiera invocando il nome di Chris Morris, il regista.

RABBIT HOLE

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Rabbit Hole è un film profondamente femminile, non solo per le interpretazioni di una straordinaria Nicole Kidman e di una sussurrata Dianne Wiest, ma anche perchè in questa singolare terra sospesa ed immobile, anche gli uomini (come il bravo Aaron Eckhart) sembrano lasciarsi alle spalle la loro parte maschile, per abbandonarsi all’emozione e alle lacrime. Rabbit Hole è anche un film a rovescio, almeno secondo gli stereotipi, in cui le donne si comportano da uomini, razionalmente determinate ad andare avanti, forti di un’incrollabile certezza e di un’insondabile solidità, mentre gli uomini si comportano da donne, reiterando il lutto all’infinito, impossibilitati a reagire e troppo impegnati a crogiolandosi nel dolore della perdita. Ma Rabbit Hole è soprattutto un film che parla di un padre e di una madre, di un marito  e di una moglie, di un uomo e di una donna. Due caratteri, due protagonisti, separati, divisi, distanti, incapaci di abbracciarsi, pur sfiorandosi, toccandosi, sussurrandosi parole di vacuo conforto, di desolato amore. Intrappolati in una realtà sbagliata e alla ricerca di una via d’uscita, di una risposta o più semplicemente di una ragione plausibile per continuare a vivere. Il marito e la moglie, l’uomo e la donna, la famiglia che fu, trovano nuove regole, inventano codici di comportamento e costruiscono complesse architetture di banale quotidianità, che permettano loro di restare uniti, almeno per un giorno ancora. Il dolore è un buco nero, che nulla pùò chiudere o  sanare, tantomeno l’amore o la pallida imitazione di esso. Il dolore è un buco nero, che inghiotte tutto e tutti, trascinando con se le vite che sfiora, le anime di coloro che restano, risparmiati, esanimi, esausti, inermi, svuotati. Il dolore è un buco nero, in cui a volte, perdersi, ritrovarsi e cullarsi, può essere l’unica cosa che rimane, impegnati a reitarare l’ombra di un’esistenza che ormai non ci appartiene più.

E alla fine restano solo le lacrime.

THE SOCIAL NETWORK

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Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. (Tratto da wikipedia)

Di questo a ben guardare è fatta la nostra società, nel bene e nel male. L’ultima inquadratura di The social network, bellissimo film su Facebook,  sul suo creatore, sul sogno e il suo salato prezzo, ci regala l’esatta proporzione delle nostre identità. Istantanea livida e terrificante di una società che viviamo e calpestiamo, aggirandoci per il pianeta senza apparente direzione. Fincher da autore intelligente ed attento qual è (quasi sempre, fingiamo di non ricordarci di Uomini che odiano le donne), costruisce una parabola su di un uomo e sulla sua idea, prendendolo ad esempio per un affresco ben più grande, più imponente e totale. Ossessionati dall’apparire e troppo indaffarati per essere, i fruitori di Facebook siamo tutti noi e come tutti, anche noi ci riconosciamo nelle sue impostazioni: Profilo, Bacheca, Amici. Disperatamente alla ricerca di un’identità e di un modo per farci accettare, veniamo costantemente messi a nudo dalla rete e dalla sua schiacciante e nuda ipocrisia. Condividendo opinioni a volte ridicole e foto spesso imbarazzanti, cercando amici e scambiandoci emoticon, non facciamo altro che inviare costanti ed insistenti messaggi di aiuto, nel disperato tentativo che i nostri “amici” riescano finalmente a rilevare la nostra posizione sulla mappa geografica dei loro impegni, affermando almeno per lo spazio di un tag, la nostra identità. The social network sembra raccontare proprio questo, la storia di un uomo, ma sarebbe più corretto dire un ragazzo, alla disperata e continua ricerca di qualcosa, forse di se stesso. A partire dal titolo, estremamente chiaro nelle intenzioni, il film mostra i limiti di una società paradossalmente costruita sulla comunicazione e sulla negazione di essa. Incantata e sommersa, strangolata e schiacciata, l’immagine che rimanda lo specchio è sempre e comunque la nostra, nostre sono le contraddizioni (indignati sulla questione privacy, ma pronti a spiattellare in rete qualsiasi informazione personale ci riguardi), nostri i sogni di fama, visibilità e gloria e nostri i patetici ed inconfessabili desiderata, quali essere accettati e poter finalmente dire di appartenere ad un gruppo. The Social Network parla di noi, delle nostre debolezze e delle nostre contraddizioni, come società, come uomini e come donne. Forse, c’è da averne paura.

THE LOVED ONES

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Se vivessimo in un mondo perfetto, questo film sarebbe stato prodotto in Italia o perlomeno sarebbe stato distribuito nel nostro paese. Purtroppo pare che la perfezione sia esclusivo appannaggio di Stanley Kubrick e quindi accontentiamoci di recuperare il dvd di questa succulenta chicca, dai cataloghi australiani. Cominciamo col dire che raramente chi scrive ha distolto lo sguardo, pregando che una sequenza avesse fine il prima possibile. Ecco, The loved ones è quel tipo di film, una pellicola ammantata di una tale malattia ammaliatrice, da risultare a tratti insopportabile, eppure indispensabile. Non fate l’errore però di liquidare la pellicola come il solito torture porn, perchè qui non c’è solo orrore, ma anche tantissimo amore.  La passione malata e disperata che sta alla base delle azioni dei protagonisti, deflagra con forza sullo schermo, inglobando tutto e tutti, fino ad annullare in modo cieco e totale ogni volontà, dignità e raziocinio, in nome di un’utopia folle e a tratti quasi commovente. La pazzia e l’amore infatti, sono i due veri protagonisti di questo film che travalica il genere, andandosi ad incuneare come un’unghia incarnita (o la punta di un trapano), nella carne molle delle nostre anime belle. L’australiano Sean Byrne colpisce con forza e determinazione i nostri stomaci, provocando le reazioni più disparate, ma senza perdere mai di vista l’umanità della sua storia e senza mai smettere di guardare ai suoi protagonisti con una dolente e struggente pietà, capace di conquistare. Il finale poi, regala uno sguardo indimenticabile, un’occhiata profonda, attonita ed atterrita, assolutamente struggente. L’amore non vince, l’amore muore, la morte regna su tutto e noi spettatori restiamo lì, abbracciandoci le ginocchia, fino a sbiancare le nocche, fino a dimenticare di respirare.

THE COVE

 

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La prima cosa è che non avrei mai voluto vedere questo film. La seconda cosa è che devo scavare nei miei ricordi di ragazzo. Ci sono film che ti fanno scattare qualcosa, qualcosa di fisico intendo. E’ lo stesso meccanismo che mi ha fatto sferrare pugni al nulla come un novello Rocky Balboa, ascoltando Gonna Fly now, o che mi ha relegato ore in cantina per costruire un raffazonato skate con lo scheletro di un vecchio pattino a rotelle, cercando di imitare il Marty McFly di Ritorno al futuro. Ci sono film che ti fanno scattare qualcosa, una voglia, un entusiasmo, un desiderio fisico di fare qualcosa di concreto, The Cove è quel tipo di film. Vincitore dell’Oscar come miglior documentario, The Cove è un film che racconta una realtà poco nota ed agghiacciante. In Giappone, il civile Giappone, dove la pesca ai cetacei è accettata e consentita, ogni anno si va perpetrando una vera e propria strage di delfini (stiamo parlando di circa 23.000 esemplari), venduti ai parchi acquatici o uccisi per diventare carne in vendita nei supermercati. Questa annuale eco strage viene tenuta segreta e il film è la storia di un gruppo di persone straordinarie determinate a documentare questa orribile verità. The Cove è pellicola terribile (per quello che mostra) ed indispensabile allo stesso tempo, film di grande impatto e documentario tra i più necessari di sempre. A metà strada tra l’inchiesta giornalistica e l’eco-avventura, raggiunge il suo naturale climax nei minuti finali, in cui viene mostrato all’attonito spettatore il filmato clandestino, realizzato nella baia degli orrori, dove l’oceano si tinge di sangue. Quando poi le immagini vengono rese pubbliche, tra l’indifferenza di molti e le domande di pochi, un groppo ci stringe la gola, la voce si strozza e le lacrime iniziano a scorrere copiose sulle nostre guance. Facendo leva sul sentire comune e mai sul facile sentimentalismo, sul rigore e mai sul sensazionalismo, evitando le scorciatoie e documentando le affermazioni e le posizioni illustrate, The Cove è film da cercare a tutti i costi. Cinema che provoca urgenza e bisogno fisico di fare qualcosa dicevo, mentre la mente corre a quando in cantina tentavo di cosruire quello skate. Era il 1985, avevo 13 anni e sembrava che tutto andasse splendidamente.Oggi sono un uomo, anzi un padre e so che mi sbagliavo di grosso…

…and everything under the sun is in tune
but the sun is eclipsed by the moon.

(tutto quanto sotto il sole è in sintonia
ma il sole è eclissato dalla luna)

UNTHINKABLE

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Quando un terrorista minaccia l’America con 3 bombe nucleari, pronte ad esplodere in 3 grandi città degli Stati Uniti, l’unico modo per poter giungere alla verità sembra essere quello di ricorrere alla tortura più radicale ed estrema… Unthinkable (inconcepibile) è un ottimo thriller, ma prima di tutto è una bella riflessione sulla libertà, la democrazia, i limiti che impongono e l’eventualità di ignorare quei confini. Il fulcro del film è racchiuso nella lecita e legittima giustificazione di un atto semplicemente inconcepibile, reso accettabile dall’enorme posta in gioco: fino a che punto ci si può o ci si deve spingere per preservare la vita, quando si inizia a perdere la propria umanità, cosa fa davvero la differenza? Un enorme Samuel L. Jackson, un Michael Sheen da brividi e un’ipnotica Carrie-Anne Moss prendono il film sulle spalle e lo portano lontano, molto lontano, là dove spesso lo spettatore normale ha paura di spingersi, nel profondo della propria anima. Unthinkable, film duro, che non mostra mai praticamente nulla, film necessario, perché  mina le nostre certezze e ci fa vergognare di noi stessi, film generoso, che regala un lampo di lucida riflessione in un desolato abisso di folle disperazione. L’assurda messa in scena della pietà e della sua negazione, il fallimento dell’umanità, il trionfo del fanatismo, della guerra, dell’odio e della pazzia… non male per quello che è solo un film, peccato che in Italia non abbia visto la dignità del buoi di una sala cinematografica.

LA SCOMPARSA DI ALICE CREED

Il genere sembra essere rimasto l’unica possibilità per i cineasti di talento di raccontare storie personali, estreme, disperate ed affascinanti, capaci di colmare l’enorme vuoto di stile e contenuti, lasciato dal cinema mainstream. Non fa eccezione questo La scomparsa di Alice Creed, che forte di un canovaccio semplicissimo e senza fronzoli, si gioca tutto sull’ottimo cast (tre soli attori) e sull’infinita serie di twist narrativi che incorniciano la vicenda. Ricordando in una certa misura, un capolavoro (almeno per chi scrive) dimenticato e poco citato come Le strade della paura (Cohen and Tate, di Eric Red 1988), The disappearance of Alice Creed, parte benissimo, si sviluppa meglio e si chiude nel modo  più giusto possibile, per una vicenda che senza sconti e senza peli sulla lingua, descrive le imprevedibili dinamiche di un sequestro. Se Eddie Marsam e Martin Compston sono maiuscoli, la vera sorpresa è Gemma Arterton, non solo perfetta e bellissima, ma anche capace di dimostrare una notevole dose di coraggio nel defilarsi dal cinema blockbuster (Scontro di Titani, Prince of Persia), per frequentare territori meno battuti e decisamente meno illuminati dalle luci della ribalta. Costruito colpo di scena, dopo colpo di scena (ce ne sono veramente tantissimi), The disappearance… regala una salubre boccata di cinema nel compassato e grigio panorama di questo periodo storico, illuminato troppo sporadicamente da raggi di solare speranza in celluloide. Voce capace di levarsi alta e cristallina in un coro di borbottii indistinti e tremebondi, il genere puro, scevro da contaminazioni ed ammiccamenti, è ancora capace di conquistare e di far provare emozioni forti. Probabile ancora di salvezza per un’arte che lentamente, ma inesorabilmente, tradisce sempre più la propria ragion d’essere, film come questi, pur con i loro limiti, sanno ancora regalarci sorprese e suspance, intelligenza e caparbia etica espressiva. La storia dell’imprevedibile sequestro di Alice Creed, non solo stupisce per l’oliato meccanismo ad incastro che ne sta alla base, ma anche e soprattutto per la capacità di raccontare ed intrattenere, senza effetti speciali, 3d e bassa macelleria, complice un terzetto di attori ostaggio di una sceneggiatura ad orologeria che ha dell’incredibile. Commediole per decerebrati e lacrime in offerta speciale, filosofia da bancarella e gratuite secchiate di special effects senza costrutto, vicini di casa in vena di confidenze e romanzoni in costume per placare la dilagante sete di storia, per fortuna Alice Creed è tutta un’altra cosa e sta tutta da un’altra parte. Grande plauso quindi per questo piccolo grande film, capace di regalare un’ora e mezza di imprevedibile adrenalina e succulenti capovolgimenti di prospettiva, facendo dell’integrità e della coerenza il proprio marchio di fabbrica. Probabilmente il genere salverà il cinema e se avremo fortuna, noi saremo salvati con lui. Tutto il resto è accademia.

A SERBIAN FILM

3056-serbianfilm-posterIn principio fu l’11 Settembre 2001. Il tempo è passato e ora per salire su di un aereo di linea bisogna che i liquidi contenuti nel bagaglio a mano non superino i 100 ml e che gli stessi vadano conservati in una busta di plastica da far controllare separatamente. A cambiare poi radicalmente è stato il cinema americano e non solo, che ha dovuto fare i conti con un prima e un dopo. Il genere horror soprattutto ha subito una vera e propria mutazione genetica, cambiando stili, tematiche e pelle. Quello che da sempre si era dimostrato un eccellente territorio di sperimentazione e provocazione, ha colto al balzo l’occasione di poter indagare quella ferita ormai in suppurazione. Aiutato e sollecitato da quello che si vedeva in televisione (le torture a Guantanamo e Abu-graib), il genere ha reagito con violenza cieca e metodo chirurgico, partorendo nuovi mostri, nuovi modi per gridare di rabbia, paura, dolore e disgusto. In un batter d’occhio hanno visto la luce la fortunata saga di Saw e i due capitoli di Hostel, anche il cinema francese ha egregiamente espresso la propria opinione con film (Frontiers, Martyrs) che hanno ridisegnato il modo di concepire l’orrore. Come profetizzato da Cronemberg, il nuovo orrore è da ricercare dentro di noi, nella nostra carne, nel ginecologico tentativo di esplorare ogni anfratto buio della nostra coscienza, dei nostri visceri. Un nuovo genere era nato, in men che non si dica una nuova parola era stata coniata, Torture-porn. Ora, dopo una via crucis durata anni, costellata di tortura, umiliazioni e crudeltà, è giunto il tempo di A serbian film e ancora una volta, in modo ancora più assoluto e radicale, l’impensabile è diventato possibile, l’insostenibile mostrabile. L’abisso di degradazione e il costante puzzo di morte che scaturiscono da questa pellicola, non hanno precedenti ne eguali, ma pur non facendo l’errore di restare fermi alla ributtante estetica messa in mostra dalla sua superficie, resta comunque compito arduo e a tratti insostenibile, cercare di accettare razionalmente ciò che ci viene deliberatamente mostrato, orgogliosamente sbattuto in faccia. Come già accaduto in passato per altre pellicole (Martyrs su tutte) il significato vorrebbe travalicare il significante ed inevitabilmente il discorso si sposta sulla politica e la società. D’un tratto in modo naturale ed atroce, una scena di sodomia, diventa l’emblema di un popolo sistematicamente e ciecamente violentato dal proprio governo. Purtroppo qui il significante è talmente atroce da non riuscire a passare in secondo piano, seppur nei confronti di un significato altrettanto potente ed importante. Con la forza di una mattonata in faccia A serbian film, proclama la propria libertà di essere e pensare, dichiarando apertamente guerra a tutto e a tutti. Senza l’accenno di un compromesso la pellicola segue inesorabile il suo percorso di disgusto e disfacimento, portandoci con se nelle profondità di un abisso senza speranza e luce. Sarebbe bello potersi svegliare da un incubo come A serbian film, sarebbe bello poterlo dimenticare o mettere da parte, ma purtroppo le atrocità che mostra sono tali da impedirci di rimuoverle, conficcate come sono nella retina dei nostri occhi ormai non più vergini, nella marcescente e nauseabonda profondità delle nostre anime. Si esce esausti da un film come questo, consci di aver perso per sempre qualcosa, spossati dalla consapevolezza di aver spalancato una porta che forse doveva rimanere sprangata. Non so dire se sia giusto fare film come questo, probabilmente in qualche modo lo è, quello che però posso dire con una certa sicurezza, è che credo sia profondamente sbagliato assistervi impreparati. Nessun uomo dovrebbe affrontare un simile calvario visivo ed emotivo, nessuno dovrebbe essere messo nella condizione di dover vedere tali orrori, tale degradante sfacelo. Epifania di disgusto, negazione di catarsi, involuzione senza ritorno ad uno stato primordiale, ferino, nauseabondo e putrescente, fin nel profondo dell’orribile, spudorata, disarmante, tremebonda e fragilissima essenza dell’essere umano. Necessario? Forse sì. Da vedere? Probabilmente mai.

PERDONA E DIMENTICA (Life During Wartime)

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Todd Solondz è uno dei cineasti più caustici, acuti, completi e geniali che la settima arte possa vantare al momento in attività. Le sue opere hanno nomi evocativi e bellissimi (Happyness, Palindromes, Storytelling, Welcome to the Dollhouse), mentre chi ha potuto apprezzarle, ne è rimasto semplicemente segnato. Dieci anni dopo un film totale ed assoluto come Happyness, opera complessa, stratificata e di una bellezza straziante, il buon Todd torna sul luogo del delitto, riprendendo i personaggi di quella vicenda, per mostrarci che ne è stato di loro.  Il mezzo è ovviamente un film, che si chiama Perdona e dimentica (ma l’originale Life during wartime è di ben altra forza) e che incredibilmente è stato distribuito anche nel nostro paese. Il motivo di tanta soddisfazione personale è da ricercarsi nel fatto che è dal 1998 che un film di Solondz non esce in Italia, vittima della cecità e del bigotto perbenismo che spesso affligge la nostra distribuzione. L’opera di Solondz fatica a trovare visibilità nella nostra bella penisola, sovente troppo impegnata a guardarsi l’ombelico, invece di trattare temi come la diversità, la malattia, il sesso e la pedofilia in modo adulto, responsabile e senza sconti. Life during wartime rompe quel silenzio durato più di dieci anni e lo fa in modo educatamente assordante. Dietro e dentro le vite e le banalità di un gruppo di esseri umani piuttosto infelici, si nascondono una terrificante solitudine, una lucida follia e un disperato bisogno di essere compresi, protetti, amati. L’umanità sembra aver lasciato il posto alla mostruosità, ognuno sembra solo determinato a realizzare se stesso, ciecamente incapace di comunicare veramente con l’altro. Perdona e dimentica… come un mantra questa formula quasi matematica, sicuramente lenitiva, viene ripetuta all’infinito, come a voler trovare una soluzione impossibile al vuoto che riempie il cuore di ognuno. Non è facile la vita in tempo di guerra (parafrasando il titolo originale), non è facile convivere con un conflitto che ha per protagonista la propria famiglia e  in senso più lato ogni essere umano. Uniti da un ipocrita desiderio di fare una parte del cammino insieme, eppure sinceramente divisi nel profondo, dalla nostra spontanea e sfavillante grettezza, affrontiamo con stoicismo infinito il vuoto pneumatico delle nostre anime, con il viso rigato, di quando in quando, da qualche lacrima. Perdona e dimentica… sciocchezze, il significato sta tutto nella più semplice, sfuggente e colpevole delle ammissioni, un grido d’aiuto, dolore e speranza, che arriva solo alla fine di una via crucis fatta di lacrime, sangue ed escrementi: “Io voglio il mio papà!”. Perdonare senza dimenticare, dimenticare senza perdonare… dopotutto siamo solo mostri, afflitti da una terrificante e convenzionale umanità.

LE FORMICHE DELLA CITTA’ MORTA

locandinaimdbCome diceva il buon Anton Ego, critico culinario dello straordinario Ratatuille, ci sono più anima e cuore in qualsiasi opera del fare, piuttosto che in un milione di parole spese da chi quelle opere le commenta. Le formiche della città morta, film indipendente diretto da Simone Bartolini e prodotto da Nero Film, riesce in almeno due cose impossibili: la prima è quella di riuscire a fare cinema in maniera indipendente, con i suoi limiti certo, ma con tanto tantissimo cuore, in un paese che penalizza qualsiasi tentativo di creare qualcosa di personale fuori dai soliti canoni di accettabile “paraculaggine”; la seconda invece è determinata dal significato, destinato a raccontare una realtà cruda, quasi documentaristica e certamente necessaria, per capire ed interpretare il nostro tempo e i nostri giovani. Lasciando da parte la Roma sognante e splendida vista per esempio ne La grande bellezza, il regista si concentra sui lati oscuri della capitale, mai così ostile, matrigna e aliena, descrivendoci la parabola lunga un giorno, della vita di un piccolo aspirante rapper tossico e spacciatore, che tra piccoli espedienti, amori passeggeri, passati, futuri e sognati, tenta di sopravvivere in un mondo  senza pietà. Pur con alcuni dei difetti tipici delle opere prime, Le formiche della città morta ha un’urgenza di raccontare rara, che riesce nel difficile intento di trovare un proprio stie, una voce fresca e personale. Su tutto poi, restano nel cuore le due sequenze in cui il protagonista tenta un approccio con il padre, spaccato commovente di un’Italia familiare e proletaria, lavoratrice e disperata, che tocca fin nel profondo, arrivando a sfiorare, anche solo per un attimo, per il tempo di un’inquadratura, le vette del sublime.

LA 25° ORA

La_25ma_ora

Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Un grandissimo film di Spike Lee, un cast eccezionale per raccontare l’ultima notte da uomo libero di un piccolo spacciatore e di una città, New York, ferita nel profondo dell’anima. Un film importante, sul riscatto e necessità di affrontare le proprie responsabilità.

Buona visione.

SAN ANDREAS

San-Andreas-posterNon sentivamo davvero il bisogno, dell’ennesimo catastrofico che si abbatte con rara cattiveria sulla malcapitata California, una delle mete preferite per cataclismi ed eventi di magnitudo inaudita. San Andreas parte in quarta, fin troppo per la verità, senza lasciare il tempo per far decantare almeno un minimo i tempi dell’azione, affastellando fin da subito scene pathos una di fila all’altra, tra un terremoto e uno tsunami. Il climax è talmente sospinto e forzato, da creare un distonico distaccamento emotivo nello spettatore, per la verità piuttosto annoiato all’ennesima scena madre di pericolo mortale. Gestendo malissimo le pause quindi, San Andreas, che vorrebbe essere un film che spinge sempre sull’acceleratore, risulta così ammorbato da una monocorde velocità di crociera sempre uguale a stessa. Le assurdità poi si sprecano: elicotteri che volano da soli, cellulari che funzionano quel tanto che basta per tranquillizzare i genitori, figlie resuscitate, onde anomale cavalcate con baldanza ed un pizzico di noia…

Resta impagabile la battuta finale, degna del miglior film comico; di fronte ad una California rasa al suolo, guardando intensamente una bandiera a stelle e strisce che garrisce al vento, il nostro Dwayne “The Rock” Johnson dal bicipite guizzante esclama: “ricostruiremo tutto”.

45 Minuti di applausi.

GOING CLEAR: Scientology and the Prison of Belief

IMG_1724-0Qualcuno ha detto, Karl Marx direi, che la religione è l’oppio dei popoli… Affermazione mai così vera nel caso della famigerata chiesa di Scientology, finalmente ritratta e descritta in maniera spietata e senza compromessi, da questo bel documentario prodotto dalla HBO. Dal passato al presente, passando per le interviste ai “pentiti” eccellenti e per le folli stranezze del patron Hubbard in persona, quello che ne viene fuori è l’impietosa rappresentazione di quella che sembra essere un’allucinazione collettiva e senza senso. Extraterrestri, sedute di purificazioni estenuanti, omofobia e segregazione… Insomma sembra non mancare proprio nulla a questo ritratto a tinte fosche e forti. Da vedere per capire, farsi delle domande e riflettere, non solo su Scientology, ma sulla religione in generale. Mezzo prediletto dall’uomo per assoggettate i propri simili, relegandoli nelle tenebre dell’ignoranza e nella cieca obbedienza, di una vita priva di domande.