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Houssy's Movies 2.0

Recensioni tutte d'un fiato… per chi non ha tempo da perdere

Categoria

Commedia

VACATION 

 Come si fa a non provare disarmante simpatia per la famiglia Griswold, che ormai dal lontano 1983 ci fa compagnia, mettendo alla berlina dabbenaggini ed idiozie tipiche dell’America peggiore, quella ignorante ed ottusa, scioccamente determinata a perseguire il proprio edonismo ad ogni costo. Ecco quindi di nuovo i Griswold, determinati a compiere la madre di tutti i viaggi, quello nel cuore della famiglia. Il lungo viaggio alla volta di Walley World è solo un pretesto per demolire ogni convenzione ed ogni topos, orgogliosamente privo di vergogna e di ogni senso del limite. Il resto è la solita sarabanda di idiozie ed amenità, volte a far implodere il concetto di famiglia, incapace di trovare la propria unità, senza prima passare dal calvario dell’umiliazione reciproca, attraverso la deflagrazione e la disgregazione. Perché non dimentichiamolo mai, la famiglia, in Italia come in America, è come una fenice, destinata a risorgere sempre e comunque dalle proprie ceneri.

Lunga vita ai Griswold di tutto il mondo, lunga vita a tutti noi.

PROVA A PRENDERMI

Prova_a_prendermiRecentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Uno dei migliori Spielberg degli ultimi anni, una caccia all’uomo narrata con levità ed ispirazione. Umorismo, ritmo e tre protagonisti (non dimentichiamo il sempre straordinario Christopher Walken) da applauso per un film da riscoprire.

Buona visione.

L’ A.S.S.O. NELLA MANICA

8407_poster_iphoneLa commedia americana per ragazzi, ha spesso preso delle cantonate, inseguendo progetti sballati o semplicemente sbagliati, incapaci cioè di unire l’universo scolastico con i suoi problemi e le sue naturali incomprensioni, con quella delicata riflessione sulla crescita che è necessaria in questo genere di pellicole. Pur non arrivando mai a sfiorare il perfetto equilibrio dei film di John Hughes (vero maestro di questo tipo di film), questo A.S.S.O. riesce ad essere sfacciatamente simpatico, pur portando in scena una trama più che telefonata. Forse il merito è dell’affiatata coppia di protagonisti, ben coadiuvati da un manipolo di comprimari motivati, oppure del ribaltamento di un paio di luoghi comuni, che non dispiaceranno ai più attenti e scafati. Infine quello che colpisce è l’assenza di un contrappasso; qui la cosa fondamentale non è punire i cattivi, ma scoprire ed apprezzare se stessi. Innocuo e dimenticabile, ma probabilmente perfetto per motivare il pubblico a cui si rivolge, una pletora di adolescenti in piena tempesta ormonale.

ZOMBEAVERS

zombeavers-posterE con questa, posso serenamente dire che ho visto veramente di tutto. Zombeavers, come fa sfacciatamente intuire il titolo, racconta in tono molto poco serio, la lotta impari tra un gruppo di sacrificabili giovanotti e un manipolo di affamati castori zombie, che a causa di un barile di rifiuti tossici, comincia a seminare morte e terrore nei dintorni di un laghetto, presso il quale, i nostri pelosi amici, hanno le loro tane. Umorismo di grana grossa e qualche colpo basso (il sacrificio del cagnolino), per un film che fa dell’imbecillità e dell’assenza di vergogna la propria bandiera. Piacerà a tutti coloro che vorranno toccare con mano l’abisso senza apparente fondo, in cui sta velocemente scivolando il cinema di genere, ridotto ormai a barzelletta.

A proposito, vi ho detto che chi viene infettato, diventa a sua volta una specie di incrocio tra un umano e un castoro? Genio!

GOOD BYE LENIN

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Recentemente ho recuperato alcune vecchie video recensioni realizzate parecchi anni fa. L’idea è quella di pubblicarle sul blog e colmare così, quella che comunque ritengo essere una mancanza.

Il tedesco Good Bye Lenin è film che non lascia indifferenti, perché osa mettere in scena la poesia, il sogno e l’utopia.

Buona visione.

MIA MADRE

MiaMadre_Moretti_PosterCome si fa a non amare questo film, a non voler bene al suo regista? Moretti mette tutto se stesso e il suo cinema in questa splendida pellicola che racconta con trasporto un rapporto da recuperare, anzi da capire e reinterpretare, attraverso il ricordo e a tratti il sogno. Nel mezzo, il cinema, tantissimo cinema, una fotografia non banale del nostro paese e la descrizione di un rapporto madre figlia, tra i più sinceri e toccanti che si siano visti recentemente in sala. Quello che infine spiazza veramente è il modo assolutamente non agiografico e totalmente trasparente in cui viene rappresentata la vecchiaia, una fase della vita che spiazza e lascia inermi. Mia Madre con il suo intimo equilibrio che profuma di catarsi, parla di tutti noi e così facendo ci costringe a volgere lo sguardo verso il domani e comunque a sorriderne.

John Turturro poi, regala attimi di travolgente e geniale umorismo.

ANT-MAN

Ant-Man-Character-Poster-Paul-RuddNon voglio fare il pignolo, forse sto solo invecchiando, ma la domanda è una soltanto: quando si deciderà a crescere la Marvel?

Non voglio dire che Ant-man non sia divertente, tutt’altro, stiamo parlando di una pellicola più che spassosa, non un vero giro sulle montagne russe come nel caso de I guardiani della galassia, ma comunque un buon esempio di blockbuster intelligente, eppure… Eppure dopo un paio di film corali a tema Avengers e una massiccia manciata di altre pellicole dedicate ad approfondire superpoteri e super responsabilità, la musica inizia un po’ a stancare. Con Captain America: the winter soldier, avevamo visto un po’ di maturità, annaffiata da una bella dose di politica, poi siamo tornati a guardarci l’ombelico, abbagliati da effetti speciali e battute sarcastiche. Ant-man non fa eccezione, rispettando il corollario di ogni buona genesi super eroica che si rispetti, diverte e stupisce al punto giusto, mixando pathos e climax come se fossero uno spritz, eppure…

Eppure sono ancora in attesa che la Marvel si decida a crescere, a prendersi le sue responsabilità e la pianti una volta per tutte di cazzeggiare con gli amici.

SOLDATO SEMPLICE

50949L’esordio alla regia di Paolo Cevoli non è assolutamente la “pataccata” che potrebbe sembrare. Commedia sì, ma fino ad un certo punto, visto che sempre di guerra si parla, Soldato semplice colpisce prima di tutto per la fotografia, dove regnano il grigio, il verde e il bianco, in contrasto con i toni ben più caldi ed aranciati dei flashback lontani dal fronte. Questa storia di umana miseria, di vigliaccheria, impulsivo coraggio ed italiana follia, ha proprio tutto quello che si può chiedere ad una pellicola prodotta nel bel paese, a cominciare dalla messa alla berlina di quel libro Cuore, che per alcuni è ancora sacro. Scritto, diretto e prodotto da Paolo Cevoli, Soldato Semplice, con i suoi cori alpini ormai dimenticati, l’ambientazione inusuale, i protagonisti dal carattere fortemente regionale, la mai banale messa in discussione dei concetti di onore e patria, è una delle sorprese più piacevoli che il nostro cinema ci abbia recentemente regalato.

Da riscoprire ed amare.

PIXELS

Pixel-posterE’ un piacere vedere che al timone di questa spassosa commedia dal frizzante sapore anni ’80, c’è quella vecchia volpe di Chris Columbus, un tempo director di commedie familiari ad orologeria. Forse proprio di lui aveva bisogno una pellicola come Pixels, così profondamente e certamente semplicisticamente nostalgica di un certo tipo di mondo che appartiene ormai al passato. Al di là delle decine di citazioni videoludiche che spaziano da Galaga a Q-Bert, passando per Space Invaders e l’immancabile Donkey Kong, bisogna riconoscere che almeno la sequenza con protagonista un enorme Pac-Man resta da antologia, lasciando a bocca aperta appassionati e semplici neofiti.

Il tempo vola e alla fine della fiera non sembra nemmeno di averlo buttato via. Dissetante.

VIZIO DI FORMA

Vizio-di-Forma-Poster-Italia-01Paul Thomas Anderson ha ormai l’impostazione del classico. Basta aver seguito la sua parabola al cinema fin da quel colpo di fulmine chiamato Boogie Nights, seguito dal poetico Magnolia, dal maestoso Il Petroliere, passando per il granitico The Master, per finire con questo apparentemente più leggero Vizio di Forma. Anderson fa della classicità la sua matrice espressiva e questa volta sembra proprio di trovarsi di fronte ad un film di Altman, quel Il Lungo Addio con Elliott Gould nei panni di Marlowe, che rappresentava magnificamente il tramonto di un’epoca. Vizio di Forma è film fuori dal tempo, non solo ambientato nel 1970, ma per come è girato, per la tematica che affronta e per il modo in cui lo fa, sembra proprio provenire da lì attraverso uno strano paradosso spazio temporale. Joaquin Phoenix poi è una garanzia e il suo Doc Sportello si ricava un posticino speciale nella memoria cinefila di tutti noi.

Divertente, ma non solo… Anche molto profondo.

FUGA IN TACCHI A SPILLO

poster-fuga-in-tacchi-a-spilloBei tempi quelli dei buddy movie. Tanti titoli importanti, (un titolo su tutti? 48 Ore del maestro Walter Hill), tanta azione e tantissime risate, caratteri opposti che prima si odiano e poi non possono più fare a meno l’uno dell’altro. Purtroppo negli ultimi tempi stiamo raschiando un pò il barile e spiace dire che questo Fuga in tacchi a spillo (già il titolo…) non rappresenta certo un’inversione di tendenza. Si sorride a denti stretti e le sequenze davvero riuscite si contano sulle dita della mano di Muzio Scevola. Peccato, ennesima occasione sprecata per una coppia di attrici altrove brillanti, magari in solitaria, ma che qui non riescono a creare la chimica necessaria al genere. Non aiuta l’anonima regia senza carattere di Anne Fletcher, mai al servizio della storia, mai al servizio delle sue attrici.

STORIE PAZZESCHE

50508Basterebbe l’incipit, quei geniali 5 minuti iniziali così terribilmente divertenti e cinicamente bastardi. Per darvi un’idea: una serie di persone su di un aereo scoprono di essere accomunate dall’aver contribuito alla frustrazione e al fallimento dello stesso uomo, che li ha voluti tutti raccolti insieme sullo stesso volo per poterli così schiantare tutti, per pura e luciferina vendetta. Ecco questa è la prima delle tante storie pazzesche che affollano con intelligenza questo bel film argentino, candidato all’Oscar come miglior film straniero. Detonazioni catartiche, liti automobilistiche paradossali, matrimoni che confinano col sadomasochismo… Film cattivo, spietato, pazzesco, impietosa fotografia di un mondo abitato da esseri confusi e smarriti, preda di odio e futile stupidità.

SPY

SPY_1SHEETPaul Feig è un tipo interessante, da tenere d’occhio. Nella tradizione di certa commedia Hollywoodiana, il nostro ci ha già regalato il notevole Le amiche della sposa e il piacevolmente sorprendente Corpi da reato (titolo italiano da denuncia, quello originale era The eat). Non sbaglia nemmeno questa volta e Spy, di nuovo affidato alle esuberanze di Melissa McCarthy, con la complicità di un esilarante Jason Statham, che rifà se stesso, diverte ed intrattiene. Grazie ad una perfetta scelta dei tempi comici, uniti ad una parodia gustosa ed intelligente di un cinema di solito fin troppo serioso, Spy funziona, rappresentando un bel colpo di coda in una stagione che ormai langue verso una lenta agonia estiva.

BURYING THE EX

burying-the-ex-posterChe grandissimo piacere ritrovare Joe Dante e il suo splendido cinema.

Burying the ex è un film straordinario, così fresco, divertente e pieno zeppo di amore per il messo cinematografico, che sembra girato da un regista ventenne, appena uscito dalla scuola di cinema. La storia del giovane Max, appassionato di cinema di serie b e fidanzato con l’integralista del green power Evelyn, prende una brutta piega nel momento in cui la di lui soffocante ragazza muore per poi risorgere, determinata a restargli accanto per sempre. Ricco di sequenze esilaranti ed altrettanto intelligenti, Burying the ex testimonia una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, l’estrema vitalità di una maniera di fare cinema appartenente al passato, orchestrata da artisti che pur facendone parte, riescono ad infondere modernità, forza e visione ad un mezzo che più spesso e con orgoglio dovrebbe volgere lo sguardo indietro, per guardare avanti.

Burying the ex non sarà il capolavoro di Joe Dante, ma è la testimonianza che il nostro è più vivo che mai e non ha nessuna intenzione di smettere di fare cinema.

UN TUFFO NEL PASSATO 2

Hot-Tub-TIme-Machine-2-posterForse qualcuno ricorderà il primo divertente ed indovinato capitolo delle avventure dei quattro amici alle prese con una vasca idromassaggio capace di viaggiare nel tempo, bene, dimenticatelo.

In questo capitolo due le cose si mettono davvero male e fatta eccezione per qualche trovata divertente, il tutto scivola nella volgarità, nella confusione e nel già visto. Lo ha capito John Cusack che si è defilato da questo sequel sgangherato, probabilmente dopo aver letto l’imbarazzante sceneggiatura, questa volta ambientato nel futuro. Peccato perché ciò che funzionava nel primo film era proprio quell’atmosfera anni ’80 tanto cara a noi non più tanto giovani cinefil. Certe citazioni, alcune trovate e non ultima la presenza nel cast di vere e proprie icone di quegli anni, a partire dallo stesso John Cusack, passando per Chevy Chase e finendo col Crispin Glover di Ritorno al futuro, avevano reso quella pellicola se non proprio  indimenticabile, almeno sinceramente divertente.

Occasione più che sprecata per un film triviale e a tratti stupido, che per una volta non ci fa rimpiangere la sua mancata distribuzione nelle nostre sale.

ABOUT TIME

about-time-posterAbout time, recita il titolo originale, ma potremmo dire: about cinema. Non fate l’errore di sottovalutare questo gioiellino, intriso di diafane riflessioni sulla vita, le scelte e il tempo che ci viene concesso, in troppi hanno liquidato questo film come banale commedia romantica. Pur essendo in parte d’accordo, devo per forza storcere il naso al cospetto di una definizione così elementare e superficiale, che tiene inevitabilmente forse conto della forma, senza valutare invece una sostanza costruita di vere aspirazioni e reali meriti. Questione di tempo, parte come la più classica delle commedie romantiche britanniche, costellata di personaggi singolari, trovate intelligenti (tra cui ovviamente quella che rappresenta il motore narrativo dell’intera vicenda) e un zuccheroso profumo di amorose offerte, non troppo diverso quindi dai suoi illustri predecessori, veri capisaldi di ogni gentil donzella dal cuore palpitante. Eppure ad un certo punto, indicativamente verso la sua metà, la pellicola prende una direzione diversa, mentre noi spettatori ci accorgiamo che da quel momento in poi sullo schermo scorre una storia diversa, più sfumata, intima e delicata, che parla sì d’ amore, ma anche di vita, scelte, sacrificio e tempo, insomma con sorpresa ci si accorge che quel film che sembrava così lineare e quasi banale, si rivolge direttamente a ciascuno di noi. Ecco dunque che torniamo all’assunto di partenza, perché quando una storia diventa universale, senza paura di prendere direzioni diverse, operando scelte che potrebbero scontentare qualcuno, allora quello si chiama cinema. Non fraintendetemi, non siamo al cospetto di una pellicola rigorosa e rivoluzionaria, siamo sempre nel regno della commedia romantica, eppure era fin troppo facile sfruttare in maniera pedissequa e stancante il pur interessante canovaccio, magari generando esilaranti paradossi tanto cari alle atmosfere della commedia più triviale, mentre al contrario si nota un pizzico di sano ed onorevole coraggio, nel proporre qualcosa che va veramente al di là delle solite logiche, cercando di elevare la storia e facendola finalmente vagare libera verso vette di commovente empatia. Dopotutto il cinema, soprattutto quello di intrattenimento, non è ancora tutto uguale, feroce e ferito stereotipo, appannaggio di sceneggiature fast food, scritte, riscritte e revisionate da fin troppe menti, capaci in questi ultimi anni, e più “invecchio” e più tutto questo mi appare manifesto e lampante, di creare veri e propri mostri senz’anima, voraci, stupidi e quel che è peggio, dannatamente dimenticabili. About time sembra dirci che il tempo, il nostro tempo, è troppo poco per sprecarlo guardando brutti film.

WE’RE THE MILLERS

We're-The-Millers-PosterEcco uno di quei film che non ti aspetti. Di solito siamo portati a pensare che le risate più sane e divertite della nostra recente esperienza cinematografica ci giungano da qualche commedia indipendente e terribilmente scorretta, di solito appannaggio di attori come Jack Black o Seth Rogen, pensate quindi la mia sorpresa, quando mi sono ritrovato a ridere di gusto, fino al mal di pancia, grazie a Jennifer Aniston e Jason Sudeikis, in quella che per ora è una delle esperienze più spassose degli ultimi anni. Commedia che gioca come poche altre in maniera scorretta e scurrile sull’americanissimo concetto di famiglia, We’re the MILLERS (vi prego non usiamo il terrificante titolo italiano…) inanella una serie di trovate da antologia. Sequenze come quelle del taglio di capelli, del poliziotto messicano in cerca di una mazzetta, della notte in tenda con ménage allargato o del gioco dei mimi, rendono giustizia solo parzialmente al vulcanico e travolgente plot, che fin dai suoi presupposti (un piccolo spacciatore mette insieme una famiglia finta per poter passare indisturbato il confine con il Messico dove ha ritirato una grossa partita di droga) non lascerà indifferente nemmeno il più scettico tra gli spettatori. Merito della scrittura al fulmicotone con tempi comici serratissimi ed implacabili come un orologio, ottimamente orchestrati da un cast in forma splendida, capace di far detonare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni che di solito ammorbano questo tipo di pellicole familiari. Certo non siamo al cospetto di una rivoluzione, eppure la famiglia disfunzionale qui rappresentata, pur crogiolandosi nelle dolci pieghe di uno scontato happy end, non risparmia colpi pesanti e ben assestati ad una istituzione altrove sacra ed intoccabile, mostrandone i limiti, le ipocrisie, le debolezze e soprattutto i sordidi segreti. Largo quindi ai MILLERS, accozzaglia borderline di caratteri unici ed incontrollabili, generati dal caos che trovano realtà e sostanza proprio nel caos stesso, unico comun denominatore capace di dare un senso a sentimenti, pensieri e parole, che apparentemente sembrano non averne. Insomma, largo ai MILLERS, famiglia normale e speciale, esattamente come tutte le altre.

KICK ASS 2

kickass_two_xlgDa quando un vero e proprio terremoto come Kick Ass si è abbattuto sul nostro amato mondo di celluloide, di fatto ha cambiato le regole del gioco e niente è stato più come prima. Kick Ass, esattamente come il suo protagonista, ha dato il via ad un cambiamento nel mondo dei supereroi, nel nostro modo di guardarli e di intenderli come tali. Quando un film come questo appare sulla scena, dando vita ad un fenomeno di idolatria di massa, succedono due cose: la prima riguarda le pellicole che verranno, costrette a fare i conti con ciò che è stato e la seconda è ovviamente un sequel. Inevitabile quindi che Kick Ass 2 facesse presto o tardi capolino nelle nostre vite. Il momento è arrivato e finalmente, grazie alla dabbenaggine della distribuzione italiana, che come al solito ne ha sottovalutato il potenziale, ecco uscire anche in Italia, nella settimana di ferragosto la più desertificata dell’intero anno, questo tanto atteso sequel. Diciamolo subito, si tratta di un gran bel film, certo il primo gettava le basi di un’idea veramente geniale, ma bisogna dire che il suo sviluppo non lascerà deluso nessuno. Non perdendo un grammo della volgarità, della violenza e dell’umorismo del primo capitolo, questo Kick Ass 2 acquista maggior corpo e sostanza del suo predecessore, spostando il suo fulcro sulla crescita, sulla responsabilità e sulla follia. Più che mai infatti, viene qui sottolineata la pazzia che sottende il travestirsi da supereroe, la distonia che obnubila la mente di chi si stacca dalla realtà credendo di vivere un fumetto e l’amara importanza della responsabilità che il singolo ha nei confronti dei suoi simili. Eroi e non supereroi, grida il film a gran voce, la società ha bisogno di questo, di persone reali che facciano davvero la differenza. Ecco quindi che Kick Ass 2, soprattutto nella seconda parte, lascia da parte la goliardia e depone la risata, per lasciar spazio al dramma e alla vera tragedia. Le azioni che compiamo hanno sempre delle conseguenze, portare una maschera non ci tutela dalla vita vera, dal male, dall’uomo. Ecco dunque che Kick Ass 2 va dritto al punto, esacerbando, portando alle sue estreme conseguenze l’idea che lo sottende, mostrandoci ancora una volta in tutta la sua atroce banalità, il volto della sua prima vera protagonista, la follia. A spartirsi il podio, ecco che vediamo farsi largo, l’altra grande protagonista del film, la crescita, che soprattutto nel personaggio di Hit Girl prende corpo e vita, mettendoci di fronte ad una fragilità e ad una femminilità, delicate e spiazzanti. Crescere significa in fondo comprendersi ed accettarsi, ecco quindi che Chloe Moretz interpreta quei dubbi e quelle difficoltà che tutti conosciamo fin troppo bene, regalando al suo personaggio sfumature toccanti ed inedite, probabilmente molto personali, fatte per toccare il cuore di ognuno di noi. Va detto che Kick Ass 2 sa essere anche un ottimo film di genere, catartico al punto giusto e capace di regalarci un paio di sequenze veramente memorabili, ma è là, sul fronte del dramma, che il film funziona meglio, scostandosi dai suoi imitatori e scoraggiando i suoi detrattori, calcificando insomma il ricordo di se, fino a farlo diventare mito ed archetipo. Kick Ass 2, non sembra un sequel, ma piuttosto la seconda parte di una storia interrottasi troppo presto, un attimo prima di diventare allarmante, malata, sbagliata, malvagia e schifosamente umana.

Un consiglio: non andatevene prima della fine dei titoli di coda. Avrete una sorpresa.

THIS IS THE END

This-Is-The-End-PosterFolle. Mentre scorrono i titoli di coda di questo strampalato film, un’unica parola affiora sulle labbra: folle. Appunto. Non solo è folle l’idea di una fine del mondo vista come una un’apocalisse biblica dai contorni surreali, ma ad essere completamente fuori di testa in questo film è il meccanismo meta-cinematografico che lo sottende. Gli attori protagonisti interpretato infatti loro stessi e bisogna dire che una fine dei giorni vista attraverso gli occhi di un manipolo di eroi della celluloide ha quantomeno del geniale. La cosa straordinaria del film infatti è la meschinità terribilmente terra terra con cui vengono umanizzati questi volti notissimi, che tutti noi abbiamo imparato ad amare. Colpi bassi, codardia, opportunismo, ipocrisia e vera e propria cattiveria, tutti tratti distintivi della peggior umanità e riscontrabili in ciascuno degli attori protagonisti, creando così un interessante corto circuito cinematografico. Se in un film di questo tipo infatti ci si aspetta che alcuni nobili valori positivi spicchino, magari veicolati proprio dai volti noti dei protagonisti, qui la meschinità regna sovrana e tutto ciò che viene fatto o detto, ha un secondo fine, prettamente egoistico. Il film poi dal canto suo, regala alcune sequenze memorabili, attimi di cinema surreale e grottesco che sono difficili da rimuovere, così intrisi di umana dabbenaggine e di cinematografico citazionismo. Il risultato è una pellicola folle, come già detto, ma anche estremamente nostalgica, piena zeppa di quella cinefilia spicciola e sgangherata, propria della generazione dei trenta-quarantenni di cui anche i protagonisti fanno parte. Viene alla mente Il grande freddo di Kasdan, anche se i toni sono ovviamente opposti, mai dimenticata pellicola che ci mostrava l’ipocrisia che sottende i rapporti umani, la loro fragilità e l’innata capacità dell’essere umano di giustificare la propria meschina natura. This is the end è tutto questo, umorismo, cinefilia da bancarella e cinematografico manifesto di umana bassezza, non è poco per un prodotto di Hollywood che passa per semplice commedia. La sequenza finale in paradiso poi, insieme a ciò che immediatamente la precede, vale da sola il prezzo del biglietto.

LA GRANDE BELLEZZA

La-Grande-Bellezza-PosterE’ quasi uno sforzo titanico alzarsi dalla poltrona dopo aver assistito a La grande bellezza. Difficilissimo staccarsi da quelle ipnotiche immagini di una Roma raramente così affascinante, eppur così distante. Si rimane quindi inchiodati al proprio posto domandandone ancora e ancora, fino a che il nostro cuore già colmo di meraviglia non arriverà a traboccare letteralmente d’amore per quel sopraffino trucco chiamato Cinema. Film molto sottovalutato, a tratti quasi disprezzato, diviso equamente tra cinismo, sogno ed umorismo, accomunati e legati da un profondo trasporto, da un vero e proprio amore per l’amore in se, che attraversa tutta la visione, fino ad arrivare alle Radici di ciò che fa di noi quello che siamo. Gep Gambardella, l’uomo che probabilmente tutti vorremmo essere, attraversa il film e la nostra vita con una levità, un disincanto e al tempo stesso con una potenza espressiva che ci lasciano attoniti, disarmati, muti. Attimi di Grande Bellezza che sottendono la visione e le nostre esistenze, confuse e smarrite, in un costante accumulo di cose, parole e persone, per restituirci una dignità della visione che credevamo smarrita. La chiave è davanti ai nostri occhi, la Bellezza è intorno a noi, a volte è un trucco, a volte è solo sognata, eppure, scavando nei nostri ricordi, o negli anfratti di un essere altro, possiamo afferrarla, anche solo per un istante, sentendoci di nuovo vivi. Lo sguardo di Gep è quello del Cinema, che riesce a cogliere lo splendore che lo circonda, lo fa proprio, ma troppo spesso non riesce a restituircelo, a raccontarcelo. Allora per poterlo finalmente spiegare e raccontare, deve andare alla Radice, al cuore di una storia, all’attimo che ne genera altri ed inevitabilmente all’origine di tutte le storie, di tutte le nostre storie, di tutte le nostre vite, c’è per forza l’amore. Senza cogliere ed accogliere l’amore è impossibile vedere, capire e raccontare la Grande Bellezza che ci circonda, perché solo il sentimento ed il ricordo riescono a dare forma e sostanza alla materia che ci circonda. Poco importa se spesso si tratta di un trucco, di un gioco di prestigio, che ci fa credere di aver visto qualcosa, che in realtà forse non è mai stato lì, sarà stata comunque una magnifica illusione. Il Cinema quindi cattura il sogno, il trucco, il gioco, l’illusione e grazie all’amore li rende veri, vivi e commoventi, anche solo per un istante, anche e solo per noi che abbiamo ancora la pazienza di vedere. La Grande Bellezza è il Cinema e forse i veri poeti siamo noi, spettatori ancora capaci di sognare ad occhi aperti di fronte ad un trucco ben riuscito, di fronte ad una singola immagine, nonostante tutto ancora capaci di restare nudi e disarmati al cospetto dell’amore, che domina incontrastato su tutto e tutti. Fin dal principio, fin dai titoli di testa, delle storie di ognuno di noi.