ASPETTANDO MACBETH

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I classici sono un casino.

Shakespeare è un grande casino.

Macbeth è un casino talmente grande che ho già un accenno di emicrania al sol pensarci.

Per la seconda volta in questa stagione teatrale, Barbara Silvani ci chiede uno sforzo, un atto di fiducia, ci fa una domanda e ci costringe, per rispondere, a guardare nel profondo della nostra anima. Se in Faust dovevamo interrogarci sulle scelte che potevano condurre al peccato, qui siamo costretti a scrutare le ragioni e le decisioni che ci definiscono come esseri umani, determinando il nostro percorso e i nostri rapporti con gli altri. Ecco dunque arrivare in nostro soccorso i classici (Faust allora, Macbeth qui e ora) zone franche in cui il tempo smette di avere significato e quindi perfetti per raccontare e raccontarsi, meravigliosi esempi di ciò che fu e sempre sarà, basta aver la voglia di porgere orecchio ed aprire il cuore.

La scelta è chiara, coraggiosa ed importante: prendere Macbeth, decostruirlo, pur mantenendone intatto lo spirito e renderlo fruibile a tutti, spiegandolo, sventrandolo, facendolo esplodere in tutta la sua intatta potenza, in faccia agli spettatori. Per farlo, la regista, usa un gruppo eterogeneo, eppure compatto, di attori, attribuisce a tutti un ruolo e a tutti regala una scheggia di infinito, dando a tutti loro la possibilità di imprimersi indelebili nella mente degli spettatori. Quando si porta in scena il Grande Bardo non esistono parti piccole, ma solo la poesia e la forza di parole a volte troppo pesanti da poter essere trasportate nel presente, eppure gli Intrepidi ci sono riusciti, forse rischiando di venir travolti e schiacciati da quelle parole, ma riuscendo sempre e comunque a sopportarne il peso, mescolando il loro sudore e la loro passione, con il passato, con l’assoluto, con ciò che per restare immortale deve essere stravolto, aggiornato, distrutto ed infine ricostruito.

Questo Macbeth sarebbe piaciuto molto a Shakespeare, che scriveva le sue opere per il popolo, per farlo divertire, soffrire, sognare e riflettere, avrebbe adorato il rispetto e la fedeltà al testo, lasciato intatto in alcuni meravigliosi passaggi, ma avrebbe urlato di gioia di fronte alla spavalda irriverenza con cui tutto è stato attualizzato e reinterpretato, a cominciare dalla straordinaria coreografia, fino ai momenti di tracimante umorismo, capaci, grazie agli interpreti, di scuoterci fino alle lacrime. Che meravigliosa anarchia si nasconde nel cuore di Barbara Silvani, capace di riscrivere Shakespeare, rendendolo accessibile a tutti, anche ai bambini, pur lasciandone intatta la forza, per farcene comprendere la poesia e la meraviglia.

Aspettiamo Macbeth dunque, sfoderando un pugnale celato, tenendolo in bocca o conficcandolo nella schiena di chi ci ostacola, soffoca e annichilisce le nostre speranze… oppure lasciamolo cadere, sonoramente a terra con un tonfo, spogliandoci di tutto e restando lì, inermi, nudi e fieri, pronti ad affrontare ciò che verrà mentre il sole del domani splende e una solitaria lacrima di felicità riga il nostro volto..

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