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E chi diavolo (è proprio il caso di dirlo) se lo aspettava di vedere il Faust al Teatro di Calderara di Reno.

Il Solechegioca inaugura la stagione teatrale alzando subito l’asticella e fissando un nuovo standard con cui tutti dovranno (e dovremo) fare i conti. Vero è che sono uscito stordito e frastornato dallo spettacolo messo in scena dai PdB, sono rimasto immensamente colpito dal livello recitativo altissimo che questi ragazzi (STREPITOSI, TUTTI!)  hanno raggiunto e ancor più turbato dal profondo significato dell’opera che ci è stata proposta. Faust è la storia dell’eterna lotta tra il bene e il male, ma anche e soprattutto rappresenta la ricerca di una risposta ad una pressante domanda che ci viene fatta, come pubblico e come esseri umani: cosa porta il più retto e virtuoso degli uomini a commettere un peccato mortale?

Guardate non è affatto scontato dire che questa domanda forse non ha una risposta, o perlomeno non ha una sola risposta, soprattutto fatta oggi, nei tempi che stiamo vivendo. Questa domanda poi ne porta con se inevitabilmente un’altra, anch’essa presente nello spettacolo, a cui è ancora più difficile rispondere, anzi forse impossibile: NOI che tipo di persone vogliamo essere?

Se è vero che ognuno può fare la differenza, è anche vero che le scelte che facciamo ci definiscono, con conseguenze e responsabilità da accettare… insomma un vero casino. Io credo che Faust sia lì apposta per rispondere a queste domande, io penso fermamente che tutti noi, se lo vogliamo, possiamo essere Faust, un uomo che pur sbagliando consapevolmente, decide di accettare il peso di quella scelta, portandone sulle spalle la responsabilità. Capite la complessità della materia che ci è stata presentata in scena? E ancora, potete anche solo vagamente immaginare, la preparazione e l’intensità necessarie per restituire questi dubbi, queste domande? Questo è teatro signori, questa è arte, anzi, questa è filosofia.

Poi c’è tutto il resto, che a partire dalla splendida locandina, abbraccia ogni aspetto della messa in scena, a cominciare dalla scenografia (mai così lugubre e morta) fino a quelle splendide luci infernali che quel diavolo (!) di Giuseppe Luisi dosa sapientemente, aiutandoci ad interpretare la scena e ad illuminare l’anima dei protagonisti. Un grande applauso poi va al trucco, capace di rendere credibile l’invecchiamente di Faust, ridotto nel finale a fragile e claudicante peccatore, che porta sulle sue spalle tutto il peso della propria scelta, della propria colpa. Infine, lasciatemi citare le due splendide coreografie che aprono e chiudono lo spettacolo, due momenti di  pura poesia, a metà strada tra la danza e il teatro, in quello splendido limbo che appartiene all’epifania, alla magia, forse al sogno.

Concludendo questa lunga recensione posso solo spendere le ultime parole per Barbara Silvani (testi e regia) che ancora una volta, se ancora ce ne fosse bisogno, fuga ogni dubbio sulla sua origine terrena, umanissima, eppure ostinatamente votata al divino… forse è lei Faust e questa storia, prima di tutto parla proprio di lei.

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