Vi voglio svelare un segreto: se volete celebrare la vita, molto spesso vi capiterà di raccontare la morte.

Le lacrime non sono certo mancate ieri sera, al Teatro Spazio Reno, mentre andava in scena il nuovo spettacolo del Solechegioca, ad opera del gruppo dei Divergenti, Quel fantastico peggior anno della mia vita. Lacrime di gioia, di commozione e di consapevolezza al cospetto di una storia che fonda le proprie basi sull’amicizia e sul prezioso scambio di fiducia ed anima che profondamente questo comporta. La storia messa in scena da questi ragazzi straordinari (TUTTI, nessuno escluso, anche se il terzetto di protagonisti è stato capace di strapparmi il cuore dal petto e mangiarselo con un contorno di fave e un buon chianti) mi è sembrata così reale, così sincera e così giusta, da farmi immergere completamente nei loro gesti e nelle loro parole, facendomi dimenticare tempo e spazio, di fatto ributtandomi indietro nel tempo, costretto ad affrontare di nuovo la mia adolescenza e la mia dolorosa (chi vi dice il contrario vi sta mentendo) crescita. L’amicizia, questo sentimento sconosciuto ai più nella sua accezione più vera, spesso evocata invano fino a smarrire il suo significato, è motore e spinta, dare e avere, essere e trasformarsi, di una storia che parla di morte per raccontare la vita, arrivando a descrivere tutto il corollario di dolore, ipocrisia e finta delicatezza che senza sconti accompagna la fine di qualcosa. La morte racconta la vita e ci aiuta ad essere migliori, ponendoci di fronte a scelte morali scomode, costringendoci a crescere e a vivere con maggior dignità, emozione e gratitudine. La regia ed il testo di Barbara sono quanto di più bello e sincero sia capitato di ascoltare a chi scrive queste righe, la scenografia di Gus raramente è stata così toccante e ispirata, così come l’impianto luci studiato dalla sensibilità mai scontata di Giuseppe, è come se attraverso l’apparente semplicità della messa in scena, tutti loro stessero cercando, riuscendoci, la via più diretta e vera che porta al nostro stanco cuore, giungendovi con l’ineluttabile naturalezza con cui le stagioni si succedono l’una all’altra. Commosso, distrutto e grato a questo bellissimo testo e per le tantissime preziose emozioni, suscitatemi da questo straordinario gruppo di giovani uomini e giovani donne, mi avvio a concludere con un unico enorme rimpianto: il ricordo ormai lontano di quando anch’io ero convinto di poter BALLARE SUL MONDO… grazie, per avermi ricordato che allora era possibile pensarlo, sognarlo, esserlo.

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