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Finita la seconda stagione di quel fenomeno di perfetta nostalgia un pò furbetta, che fu Stranger Thing, bisogna ammettere che questa volta la storia risulta leggermente più pretestuosa, con un unico grande difetto: il tentativo di frammentare la narrazione principale, dividendola in micro trame quasi autonome, ma non sufficientemente potenti. Aumentando i personaggi e gli spunti narrativi, la sensazione è di smarrimento, soprattutto di fronte a certe idee, una su tutte, la deriva “ribelle” di Unidici, che si esaurisce in un nulla di fatto… eppure mai come questa volta, la serie funziona alla grande, merito, va detto, non della sceneggiatura, ma dei caratteri messi in campo. I suoi protagonisti eccezionali sono la carta vincente di una serie che altrimenti sarebbe rimasta una copia pedissequa, di qualcosa di già raccontato. In questo senso, per un “vecchio” come me, gli ultimi 12 minuti sono qualcosa di straordinario, un’esplosione di ricordi senza tempo, una carezza sul cuore che ha la leggerezza di una lacrima, mentre scorre solitaria ed inevitabile, a rigare la guancia di un “ragazzo” che nel 1984, quel ballo e quel bacio, li ha sognati e desiderati per davvero… “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole.”

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