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Questa volta cominciamo dalla fine.

Avete idea di cosa significhi per un vecchio cinefilo come il sottoscritto, cresciuto a pane e celluloide, ad invasioni aliene ed animazioni Disney, vedersi dedicare un copione basato su L’invasione degli ultracorti, uno dei suoi film preferiti di sempre? Ve lo dico io, significa emozione, commozione, lacrime e gratitudine e quindi è giusto, per una volta partire proprio da qui, dalla fine.

Il finale è il fulcro pulsante, la scelta critica, consapevole, coraggiosa ed il culmine della meravigliosa simmetria che domina lo spettacolo dei Lunatici, andato in scena il 28 e 29 Aprile al teatro di Calderara. Quel finale che non lascia spazio al non detto, alla speranza e al tanto sospirato lieto fine, è la necessaria conclusione di un discorso basato sulla paura e sull’ansia, un doloroso grido d’aiuto per un’umanità che sta annullando se stessa, smarrita in succedanei di se, impegnata a reiterare la finzione a discapito della realtà, della semplice voglia di incontrarsi, di riconoscersi come simili e dell’umano bisogno di abbracciarsi. Quel finale, ancora una volta, ci urla come un monito, che dipende sempre e comunque da noi e che a farne le spese saranno gli uomini e le donne di domani, i nostri figli. L’umanità merita dunque di essere salvata? Questa è l’urgente ed incandescente domanda che ci pone lo splendido copione scritto da Barbara Silvani, messo in scena da un gruppo di straordinari, coraggiosi, emozionati ed emozionanti ragazzi. Credo che ognuno di noi, sia tornato a casa con la propria risposta e questo, quando il teatro ti pone domande a cui lo spettatore è obbligato a dare risposte, è un vero e proprio miracolo, qualcosa di altissimo, di urgente, a volte doloroso  e forse necessario.

Le meravigliose ed ipnotiche luci di Giuseppe Luisi, questa volta più che mai, capaci di raccontare una storia e descrivere un’emozione, unite alla bellissima scenografia in black & white di Giuseppe Calabrese (al secolo semplicemente “Gus”), fanno da corollario ad una scrittura essenziale, di una lucidità dolorosa, capace di concretizzarsi in una recitazione essenziale, naturalissima, in grado di esaltare il talento di ogni singolo carattere in campo, muovendosi su due registri ben distinti: l’inerme, spaventata e fragilissima umanità della prima parte (fatta di passioni, battibecchi e cotte giovanili), contrapposta in maniera sapiente, coraggiosa e terrificante, all’aliena assenza di essa della seconda.

Concludendo, faticherò moltissimo a cancellare dalla mia mente l’immagine dei tre piccoli sopravvissuti che si accoccolano l’uno sull’altro, cedendo all’umana stanchezza, tremebondi, fragilissimi e fiduciosi di un aiuto che non arriverà mai. Un’immagine di una potenza narrativa enorme, sia dal punto di vista del significato che del significante, uno sguardo verso un futuro che purtroppo si trasforma passato, l’amara constatazione che come umanità, ma prima ancora come genitori, abbiamo fallito e peggio di ogni altra cosa, siamo stati capaci di lasciare soli i bambini, di lasciare soli i nostri figli.

Grazie Bi, per aver donato a questa storia la dignità che meritava, grazie per averci fatto riflettere, grazie per averci fatto emozionare e grazie per averci regalato il miglior copione dell’anno.

L’umanità merita di essere salvata? Rispondete in fretta, il tempo a disposizione è ormai finito.

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