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Pazzi in libertà è stata una splendida follia, un’avventura  che si è presto trasformata in storia d’amore duratura. Di fatto andare a teatro è di per se un miracolo, ma fare teatro lascia davvero senza parole.

Pazzi in libertà è il titolo dello spettacolo a cui ho partecipato con il gruppo teatrale a cui orgogliosamente appartengo, gli Audaci, di solito mi diletto a far recensioni, mettendo insieme qualche parola, per dare il mio punto di vista su quanto visto, non sarebbe quindi giusto avere un’opinione su qualcosa che mi ha visto coinvolto dall’interno, però in molti attendevano comunque qualche parola di commento e quindi, eccomi qui con qualche opinione in libertà.

In molti credono che salire sul palco sia la parte più complicata e contemporaneamente il momento di massima esaltazione, quell’apice catartico, capace di regalare croce e delizia. Non sono così d’accordo, francamente per il sottoscritto il momento più difficile è stato trovare il personaggio, cercare cioè all’interno del proprio spettro emotivo, la giusta intenzione,  intonazione ed intensità. Non solo, la gioia pura mi ha travolto non sul palcoscenico, nel bagno di folla degli applausi, ma personalmente io l’ho trovata nell’abbraccio vero e figurato dei miei compagni di avventura. E’ un fatto, ma non è scontato, che se il gruppo funziona e ci sostiene, allora lo spettacolo sarà comunque un successo, in barba al talento o alla predisposizione di ognuno di noi, perché anche il ruolo più piccolo e la più insignificante sfumatura possono far la differenza. Il Gruppo, o come direbbe Sabina, il Grrrrruppo. Impossibile dar per scontati un manipolo di coraggiosi uomini e donne, capaci di mettere in gioco così tanto di se, capaci cioè di esaltare le caratteristiche, le peculiarità e i punti di forza di ognuno, facendo leva su differenze, similitudini ed umana empatia. Lo spettacolo è il gruppo, la messa in scena di una dinamica, di un’armonia e di un’inclusione che esiste o non esiste solo all’interno dello spazio teatrale, ma che se è ben alimentata, mette radici forti e robuste, anche nella vita vera.

Poi c’è la regia, cioè Dio. Sì perché fatto salvo tutto quello che ho detto prima, nulla funziona davvero se non viene supportato da una vera regia, una guida solida ed ispirata, fedele ed appassionata ricerca di una visione, di un punto di vista e di un progetto. L’attore è creta nelle mani del regista, che sceglie e conosce, vedendo cose che noi spesso non riusciamo a cogliere di noi stessi, esaltando punti di forza e smussando debolezze, nel tentativo a volte difficile, di far funzionare un copione in relazione ad un gruppo, cercando sempre di non tradirne mai il punto di partenza, l’ispirazione e l’anima. Pazzi in libertà ha potuto contare su di una regia straordinaria, che andava a braccetto con una scrittura miracolosa, con all’interno vere e proprie perle meta-teatrali che sfruttando le armi della comicità, hanno saputo raccontare il disagio, la follia, la normalità, la diversità e l’inclusione.

Infine ci sono le anime buone ed erranti che aiutano a completare il quadro, a dar forma al tutto. La scenografia, la coreografia, le luci e in ultimo, ma non ultimo, le fotografie a testimonianza di un percorso, indelebili ricordi di qualcosa che non dimenticheremo comunque mai. Tutti questi silenziosi eppur indispensabili elementi, rendono possibile, tangibile e travolgente la magia, ammantandola di fascino, di musica, di movimenti, di luce rossa e fumo, regalando al pubblico e a che vive lo spettacolo dall’interno, la sensazione di trovarsi in un altrove da cui non ci si vorrebbe svegliare mai.

Pazzi in libertà è stato un sogno, il mio sogno, il sogno che un gruppo di uomini e donne ha vissuto, uniti, abbracciati, incuranti del fatto che un giorno si sarebbero svegliati, chiedendosi se quel miracolo, si fosse davvero compiuto.

Che questo si possa dire di chiunque faccia teatro, ma di certo si potrà dire di noi. Gli Audaci.

 

 

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