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Secondo me, opinione personalissima non suffragata da fatti, William Shakespeare era un nerd… solo un nerd avrebbe potuto descrivere l’amore con tanta disperata intensità e comunicare le emozioni con tanta sofferta partecipazione. Ecco, se quel meraviglioso nerd di William Shakespeare fosse stato al Teatro Spazio Reno, sabato sera, durante la messa in scena del suo Otello, rivista, corretta e reinterpretata da Barbara Silvani (testo e regia) e dal suo eroico manipolo di giovani Punta di Brillante, avrebbe goduto come un pazzo, avrebbe riso, si sarebbe commosso e avrebbe forse visto i suoi versi sotto una luce diversa.

L’Otello messo in scena dai Punta di Brillante, è il caso di ripeterlo ancora una volta, manipolo di giovanissimi attori che serbano dentro al cuore la scintilla del teatro vero, quello che arriva a tutti, non contaminato da sovrastrutture e trucchi, è tentativo riuscito di accecante modernità. Nonostante infatti, qui si stia parlando di tragedie scritte più di 400 anni fa, bisogna ammettere che tutta l’opera del sommo Bardo è di un’attualità sconcertante. In questo senso, vedere battibeccare sul palco Ofelia, Giulietta, Olivia, Caterina, Ecate e Lady Macbeth, ha per esempio una carica eversiva ed umoristica trascinante, non solo, riesce a farci riflettere sulla condizione dell’essere umani e sui ruoli che nostro malgrado, spesso malvolentieri, siamo costretti ad interpretare. Allo stesso modo, i fantasmi dissertano sulle differenze tra uomini e donne, i personaggi interpretano fino in fondo il ruolo assegnato, esattamente come tanti pedoni in una raffinata partita di scacchi e finalmente, inevitabilmente, le tragedie si compiono a suon di musica, scandite dal rimbombo martellante dei bastoni ed ammantate da una macabra ed ipnotica luce rossa.

Può sembrare scontato ma, il teatro è cuore e sacrificio, Shakespeare, Barbara e i Punta di Brillante ce lo ricordano, attraverso la tragedia di Otello, trasformata in apologo sul destino e l’accettazione di se, sulla debolezza umana e la vendetta. Il teatro come matrice per interpretare e capire il reale insomma, cifra stilistica ultima ed intima, perché fatta di carne e sangue, voce e parole, Otello ci ricorda chi siamo e cosa possiamo diventare, rigettandoci addosso la nostra condizione di umani, deboli, stolti, sordi, fragilissimi sacchi di carne. Il resto, tutto il resto è fantasia, poesia e sogno, il resto, tutto il resto, è teatro.

Concludendo, oltre al sempre meraviglioso testo, la regia simile ad una sinfonia e l’interpretazione dei ragazzi tutti, mi piace ricordare ciò che spesso si da per scontato, proprio perché sempre sotto gli occhi di tutti: grazie dunque alle titaniche coreografie di Kia, alle scenografie ispirate di Gus, alle luci di Giuseppe che sempre raccontano una storia nella storia e al commovente backstage di Marcello, che posso garantire facendolo di mestiere, si è fatto un discreto mazzo per rendere la magia di qualcosa che il più delle volte resta sfuggente ed inafferrabile, lo spirito di un gruppo di meravigliosi ragazzi, giovani uomini e giovani donne, che sanno dar voce e corpo ai loro e ai nostri sogni.

Quasi dimenticavo… battuta preferita: “C’è del marcio in Danimarca?… No c’è un freddo porco in Danimarca”.