non-si-sevizia-un-paperinoOgni tanto, dovremmo farlo tutti, bisognerebbe riprendere in mano i classici, come puro esercizio di stile, studio maniacale, passione, nostalgia, o più semplicemente per constatare se la nostra visione, il nostro sguardo di spettatore sia rimasto lo stesso. Non fa eccezione lo straordinario Non si sevizia un paperino, capolavoro di Lucio Fulci, capace ancora oggi di raccontarci un’Italia ormai scomparsa, eppure più viva che mai. La trama la conoscono anche i sassi: in un paesino imprecisato del sud, tra ignoranza, fede e superstizione, un maniaco inizia ad uccidere uno dopo l’altro i bambini, sulla vicenda indagheranno le autorità competenti e un giornalista ficcanaso (Tomas Miliam) aiutato da una ragazza di dubbi costumi (una Barbara Bouchet da togliere il fiato)… Tutto qui? Obietteranno i più distratti e miscredenti, ma siamo nel 1972 quando Fulci gira questo meraviglioso film, che fu una vera rivoluzione per il giallo italiano, operando scelte coraggiose ed anarchiche, che avrebbero influenzato tutto il cinema a venire. L’ambientazione, per cominciare, è assolutamente innovativa per l’epoca, la scelta di svolgere un thriller, tra l’altro sordido e prepotentemente disturbante, in un ambiente povero, umile, fortemente contaminato dalla superstizione e dalla pia ignoranza, ha in se i prodromi del genio, figlio di una felice intuizione che affianca l’arretratezza del piccolo borgo al progresso che avanza, rappresentato da una onnipresente superstrada. Non solo, può sembrare scontato oggi, dopo 44 anni e migliaia di film visti, ma anche la risoluzione dell’enigma giallo, ha dato negli anni successivi la stura ad una visione profondamente laica, che nell’Italia di oggi appare lontanissima ed amaramente dimenticata. Come se non bastasse tutto ciò, Fulci dirige come se non ci fosse un domani, inventando, sperimentando e facendo ciò che nella sua carriera di cineasta gli è sempre riuscito meglio, scardinare dall’interno un genere che non sarebbe più stato lo stesso. In questo senso vi basti guardare la scena del linciaggio ai danni della magiara Florinda Bolkan, impossibile non coglierne la forza anarchica, una sequenza che utilizzando l’arma del contrasto (farà la stessa cosa molti anni dopo Tarantino ne Le iene, giusto per citare un esempio celeberrimo), tra immagini mostrate e sottofondo musicale, riuscendo ad imporsi nella storia del cinema e negli occhi e nell’immaginario di un’intera generazione di cinefili. E mentre la Bolkan muore e la Vanoni canta, si mostra in tutta la sua violenta verità l’Italia di quegli anni, l’Italia delle famiglie, dei bambini, delle vacanze, delle superstrade e delle utilitarie, un’Italia che passa indifferente, affrancandosi dalla rurale superstizione a cui era legata, per smarrirsi in un futuro di cemento e materialismo, cecità e velocità sfrenata, l’Italia del domani, l’Italia del nostro oggi.