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The lobster è uno dei film più interessanti, sorprendenti e straordinari che vi capiterà mai di vedere, diffidate di chi ne parla male, probabilmente non l’ha capito o più semplicemente non è stato stregato dal suo ritmo lento ed inesorabile. In un futuro distopico o in un presente alternativo, decidete voi, è illegale essere single, anzi se si ha la sventura di restare soli, il governo si occupa di trasferire il malcapitato in una specie di struttura/hotel con l’obbiettivo di fargli iniziare una nuova relazione entro 45 giorni, limite di tempo dopo cui si viene trasformati in un animale a scelta. Questo in pochissime parole, lo splendido spunto narrativo da cui The lobster prende il via, raccontando un’umanità inetta, incapace di trovare la felicità, sia in coppia che in solitaria. Quello che colpisce è la rappresentazione di una società in cui il matrimonio è visto come un valore, l’unico status accettabile, riconoscendo l’incapacità per l’essere umano di vivere il solitudine, non solo, ribaltando la situazione, perché ad un certo punto il nostro protagonista (un Colin Farrell strepitoso) fugge e si unisce alla resistenza, la prospettiva non cambia e il ritratto è di nuovo quello di un’umanità imbrigliata nella prigione della sua inadeguatezza. E’ interessante come Lanthimos, il regista, non conceda alcuna speranza ad un genere men che umano, disposto a mentire, prima di tutto a se stesso, pur di raggiungere l’obiettivo prefissato, meglio forse sarebbe essere tutti animali, organismi viventi più semplici e non appesantiti dal peso delle sovrastrutture mentali. The lobster racconta questa gretta inadeguatezza e per farlo sceglie l’arma di una messa in scena calligrafica, mai noiosa, impreziosita da una visione perennemente bigia e fortemente naturalista, un punto di vista inedito e a tratti spiazzante, che getta nuova luce sulle relazioni sociali e sulle nostre vite. Il finale poi, così incerto, sospeso, a metà strada tra i due punti di vista del film, ha del sublime. Da non sottovalutare e da non perdere.