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Parecchi film hanno tentato di raccontare la crisi economica del 2008, ognuno a suo modo e con alterna fortuna.

Qualcuno ha provato a fare una drammatizzazione di quanto avvenuto (è il caso di Margin Call e Too Big to Fail), mentre altri hanno adoperato l’arma del documentario (Inside Job e Capitalism: a Love Story, per citarne un paio), sempre e comunque abusando in tecnicismi complessi e voli pindarici sintattici, a base di complicati ragionamenti di cui non bisognava perdere nemmeno una parola, pena l’assoluta incomprensione di un passaggio cruciale per la comprensione del tutto. Quello che ancora non era stato tentato, almeno fino ad ora, era applicare le tecniche della commedia, ad un tema così complesso ed apparentemente serioso. La Grande Scommessa fa proprio questo, applica i tipici crismi di una commedia, ad una vicenda che ha del tragico, la risata infatti è spesso tangenziale alla lacrima, non è un segreto che alcune delle commedie migliori (e noi italiani ne siamo stati maestri in un lontano tempo che fu) hanno un cuore nero come la notte. Lasciando da parte quasi tutti i complicati tecnicismi, o addirittura adoperandosi nel semplificarli con l’aiuto di irresistibili siparietti, La Grande Scommessa riesce nel complicato miracolo di rendere accessibile e chiaro l’impossibile. Diretto da Adam McKay, regista di entrambi gli strepitosi capitoli di Anchorman, parte dai prodromi del collasso finanziario per raccontarne l’assurda stupidità e l’incredibile arroganza della cecità che l’ha generata. Pur restando una commedia, La Grande Scommessa non lesina in aperte critiche e non ha paura di prendere posizione, restituendoci un ritratto fedele, acido e a tratti crudele di una società ostaggio di se stessa, smarrita nel miraggio di qualcosa che ormai non esiste più. Ottimi i protagonisti al servizio di questa bella e terribile parabola: Brad Pitt funziona benissimo nel suo ruolo di guru di Wall Street pentito, Ryan Gosling è divertentissimo e cinico al punto giusto, Christian Bale è al solito perfetto e tormentato quanto basta, mentre la vera sorpresa resta un impareggiabile e logorroico Steve Carell, diviso equamente tra avidità e dolente pietà per il genere umano.

Alla fine della visione resta un grande senso di smarrimento, unito ad un sentimento ben più profondo e strisciante, capace di far gelare il sangue nelle vene… la paura.