in-the-heart-of-the-sea-posterSi fa presto a dire Moby Dick. Sembra scontato, ma il capolavoro di Melville è opera da prendere con le pinze, trattare con i guanti di velluto. Intanto si tratta del più importante romanzo americano mai scritto, un’epica battaglia tra l’uomo e i suoi demoni, uno specchio scuro in cui guardare riflessa la vera natura umana; poi in secondo luogo si tratta a tutti gli effetti di materiale più adatto al mito, piuttosto che alla pellicola; figuriamoci poi, se il regista in questione ha l’ardire di raccontarne la genesi, in una specie di prequel ante litteram. La verità è che mettere in scena la storia della balena bianca è praticamente impossibile, ci provò e ci riuscì John Houston con uno straordinario Gregory Peck, in quanto si tratta di materiale sfuggente, intangibile ed inafferrabile, esattamente come il cetaceo che ne è protagonista. Fortunatamente quel vecchio volpone di Ron Howard, non il miglior regista vivente ma di sicuro uno che conosce il fatto suo, decide di eliminare quasi completamente la famigerata balena, concentrandola in un paio di sequenze parecchio efficaci, nella seconda metà del suo film e lasciandone aleggiare nell’aria, quasi palpabile, il suo fantasma, per tutto il resto della pellicola. In the heart of the sea, risulta essere una bella parabola umana, una storia di cupidigia, di sopravvivenza, ostinazione, ambizione e dannazione, in cui Moby Dick, esattamente come nel libro, resta soprattutto un simbolo, una splendida metafora, dal fruttato profumo di dannazione. Pellicola fortemente umanista, i due caratteri del capitano e del primo ufficiale funzionano alla grandissima, ma anche impregnata di un profondo afflato naturale, In the heart of the sea, ha la sua forza nelle emozionanti sequenze che descrivono la vita a bordo di una baleniera e le logiche marinaresche, ma soprattutto dà il meglio di se quando mette in scena la caccia alle balene, tradizione brutale, pericolosa e priva di alcuna pietà. Ron Howard segue i suoi personaggi fino in capo al mondo, regalando loro, attimi di umana fragilità e di ferina disperazione, accompagnandoli e accompagnando noi con loro, ad un passo dal baratro della follia, in bilico, con un’arpione in mano, tra la vendetta ed il perdono, finalmente consapevoli che tutti, umani e non, facciamo inevitabilmente ed indissolubilmente parte dello stesso tutto.