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Guardare Halloween 2 di Rob Zombie fa pensare. Al di là dell’insistita ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito (stiamo parlando di una saga che ha avuto 7 sequel e 2 remake), dove l’originalità ormai si è persa per strada, quello che colpisce è il linguaggio della violenza. Se nei primi film con protagonista il buon Michael Myers e non solo in quelli, pensiamo a tutto il filone slasher, il boogey man si limitava ad uccidere le sue vittime in modo crudo e assai fantasioso, quello che si riscontra innegabilmente in questo Halloween II è la rara crudeltà con la quale Myers si accanisce sui corpi delle vittime. Più nello specifico, il nostro non si accontenta di uccidere, ma spesso massacra. Pensiamo all’infermiera dell’ospedale a cui vengono inferte una decine di coltellate o al tirapiedi dello streep bar a cui viene sfondata la faccia a calci, tutti esempi di una violenza insistita, inutile, spesso gratuita. Rob Zombie non si limita a mettere in scena un omicidio, ma si compiace della poetica della carne che ne deriva. Dopo l’11 Settembre il modo di fare e pensare cinema in USA (e non solo là, ma in tutto il mondo) è radicalmente cambiato. Provenienti da un decennio (gli anni ’90) che ha piallato e piegato la capacità di spaventare, imbrigliandola in ferree leggi di autocensura ai limiti del televisivamente consentito, il nuovo millennio ha risvegliato le coscienze di molti. La carne, la suppurazione, il disfacimento e la crudeltà sono diventati merce di scambio, crocevia di non ritorno, coacervo di idee malsane, per un’intera generazione di cineasti. Titoli come Hostel, Martyrs, Frontieres, Alta tensione, la saga di Saw e chi più ne ha, più ne metta, fanno del violento annullamento, disfacimento e disgregazione della carne la propria cifra stilistica, coinvolgendo lo spettatore in un carosello degli orrori che ha come scopo quello di mostrare sempre più (e in modo più insistito e manifesto possibile) la ferita aperta e sanguinante che è stata inflitta al cuore della società. La confusione dei ruoli, la fine degli eroi e il pessimismo dilagante, dominano il cinema horror degli ultimi anni. Un cinema capace sempre più di generare mostri dal nostro quotidiano, dall’impensabile, dall’interno della famiglia, della tradizione. Niente è più quello che sembra (ancora Hostel e Martyrs) e l’identità è un lusso che abbiamo smarrito, perchè solo chi la perde e si perde, può sperare di restare vivo. Non è semplice arrivare alla fine di Halloween II, problema comune a molti dei film citati in questo post, martoriati da una via crucis di sofferenza e morte, annichiliti da una strisciante forma di disagio sotto cutaneo, che non trova voce o sfogo nemmeno nel finale caustico e mai liberatorio. Il cinema dell’orrore è davvero cambiato, non ci si spaventa più per l’atmosfera sapientemente suggerita, ora lo spettatore chiede di vedere tutto. senza sconti e senza lasciare nulla di non detto. Anestetizzato dall’orrore quotidiano, l’utente medio di cinema horror chiede di più, sempre di più, inesorabilmente perduto in una spirale senza significato alcuno, smarrito nell’identità, nel valore e nel significato intrinseco del suo essere… umano.