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Ci vuole molto sangue freddo per resistere alla visione di Trust, soprattutto se si è genitori e soprattutto se si ha la fortuna di avere una figlia femmina. Sorprendentemente diretta da un inedito ed inaspettato David Schwimmer (il Ross di Friends) la pellicola, diciamolo subito, racconta di una ragazzina che viene adescata in rete da un adulto, descrivendone la dinamica e soprattutto le conseguenze psicologiche su di lei e sui membri della sua famiglia. Sì perchè ottimamente costruito, il film, nella sua prima mezz’ora ha un incedere lento e cadenzato, ma ineluttabile, verso una svolta drammatica annunciata e sapientemente costruita, lavorando sulla psicologia della protagonista e quindi sui motivi che la indurranno a fidarsi di chi si troverà di fronte. In questo il film risulta spiazzante e radicale, nel descrivere minuziosamente il meccanismo psicologico che scatta nella testa dei tre protagonisti principali, se da un lato l’adolescente Liana Liberato cerca di rimuovere il trauma non accettandone le implicazioni, ma nascondendo a se stessa la realtà, dall’altro la madre Katherine Keener cerca di andare avanti, conscia che l’unica cosa che importa è la figlia, mentre in ultimo, il padre Clive Owen resta come inceppato, incapace di proseguire senza prima dare un volto e una punizione esemplare all’uomo che ha violato il suo bene più prezioso. Tre punti di vista diversi eppure complementari, capaci da soli di dipingere una gamma di sfumature senza fine, che vanno dalla disperazione, l’accettazione, fino ad arrivare alla rabbia e alla disgregazione, tappa obbligata per una forse possibile, ma non probabile, ricostruzione. Più di ogni altra cosa, Trust è un film perfetto per capire un fenomeno di cui forse sappiamo, o vogliamo sapere ancora poco. Se  Hard Candy annegava nel genere un lucido ragionamento sulla pedofilia in rete, Trust fa il passo successivo e affronta questo spinoso argomento da tutte le possibili  angolature, preparando il campo all’analisi e ponendo le domande giuste. Prima della fine ci sarà anche tempo per una riflessone sulle responsabilità della vacua società che ci circonda, così ossessionata dall’immagine e sempre pronta a minimizzare e trovare scusanti, condannando i singoli ed emarginandoli, ma perniciosamente incapace di prendersi le proprie pesanti responsabilità. Ancora una volta è la famiglia a farsi carico di un peso privato ed insopportabile, che la società civile è incapace di portare, sostenere e condividere, mentre nei nostri occhi si scolpiscono per sempre le lacrime di Clive Owen, padre svuotato e disperato, incapace di perdonarsi per non aver protetto la figlia… per poi d’un tratto accorgerci che le sue lacrime, sono anche le nostre.