Il genere sembra essere rimasto l’unica possibilità per i cineasti di talento di raccontare storie personali, estreme, disperate ed affascinanti, capaci di colmare l’enorme vuoto di stile e contenuti, lasciato dal cinema mainstream. Non fa eccezione questo La scomparsa di Alice Creed, che forte di un canovaccio semplicissimo e senza fronzoli, si gioca tutto sull’ottimo cast (tre soli attori) e sull’infinita serie di twist narrativi che incorniciano la vicenda. Ricordando in una certa misura, un capolavoro (almeno per chi scrive) dimenticato e poco citato come Le strade della paura (Cohen and Tate, di Eric Red 1988), The disappearance of Alice Creed, parte benissimo, si sviluppa meglio e si chiude nel modo  più giusto possibile, per una vicenda che senza sconti e senza peli sulla lingua, descrive le imprevedibili dinamiche di un sequestro. Se Eddie Marsam e Martin Compston sono maiuscoli, la vera sorpresa è Gemma Arterton, non solo perfetta e bellissima, ma anche capace di dimostrare una notevole dose di coraggio nel defilarsi dal cinema blockbuster (Scontro di Titani, Prince of Persia), per frequentare territori meno battuti e decisamente meno illuminati dalle luci della ribalta. Costruito colpo di scena, dopo colpo di scena (ce ne sono veramente tantissimi), The disappearance… regala una salubre boccata di cinema nel compassato e grigio panorama di questo periodo storico, illuminato troppo sporadicamente da raggi di solare speranza in celluloide. Voce capace di levarsi alta e cristallina in un coro di borbottii indistinti e tremebondi, il genere puro, scevro da contaminazioni ed ammiccamenti, è ancora capace di conquistare e di far provare emozioni forti. Probabile ancora di salvezza per un’arte che lentamente, ma inesorabilmente, tradisce sempre più la propria ragion d’essere, film come questi, pur con i loro limiti, sanno ancora regalarci sorprese e suspance, intelligenza e caparbia etica espressiva. La storia dell’imprevedibile sequestro di Alice Creed, non solo stupisce per l’oliato meccanismo ad incastro che ne sta alla base, ma anche e soprattutto per la capacità di raccontare ed intrattenere, senza effetti speciali, 3d e bassa macelleria, complice un terzetto di attori ostaggio di una sceneggiatura ad orologeria che ha dell’incredibile. Commediole per decerebrati e lacrime in offerta speciale, filosofia da bancarella e gratuite secchiate di special effects senza costrutto, vicini di casa in vena di confidenze e romanzoni in costume per placare la dilagante sete di storia, per fortuna Alice Creed è tutta un’altra cosa e sta tutta da un’altra parte. Grande plauso quindi per questo piccolo grande film, capace di regalare un’ora e mezza di imprevedibile adrenalina e succulenti capovolgimenti di prospettiva, facendo dell’integrità e della coerenza il proprio marchio di fabbrica. Probabilmente il genere salverà il cinema e se avremo fortuna, noi saremo salvati con lui. Tutto il resto è accademia.

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