Il-ragazzo-invisibileC’era una volta, parecchio tempo fa a dire il vero, un mondo in cui i film riuscivano ancora nell’arduo compito di far crescere il loro piccolo pubblico. Destreggiandosi abilmente tra una trappola mortale, un lutto violentemente inaspettato e un’insaziabile voglia di spingersi sempre più in là, oltre i limiti dell’avventura, noi spettatori in miniatura diventavamo, visione dopo visione, un pochino più grandi.

A quei tempi, spericolati, incoscienti e folli, non sospettavamo nemmeno dell’esistenza di una giungla di inutili parole come remake, reboot, sequel e spin-off, che avrebbero condannato l’intrattenimento all’eterna ripetizione di una formula sempre uguale a se stessa, fatta per piacere ad ogni tipo di pubblico e per annullare ogni forma di violenta riflessione e necessaria quanto sanguinosa presa di coscienza. La quasi totalità dei film prodotti oggi affronta le stesse trite tematiche, confondendole con una fotografia uniformemente tendente al grigio/blu ed avvolgendole in colonne sonore tonitruanti ma dimenticabili. Il vero difetto, senza scuse e senza tanti giri di parole, alberga nell’aver sostituito il portafoglio al cuore e il profitto alla passione. I film incassavano e volevano incassare anche in passato, ma nascevano comunque e sempre dall’idea di un autore, che metteva in scena il suo cinema, non quello del pubblico della rete, esponendosi in prima persona a rischi e senza giocare per forza sul sicuro. Temi delicati, a volte scomodi, finivano così per farci crescere e sognare, suscitandoci tante giuste domande e fornendoci pochissime confortevoli risposte.

Ma questo capitava prima che la famiglia, al cinema e nella realtà, si trasformasse in panacea di tutti i mali, alveo protettivo e nirvana a cui tendere con pervicace intensità, per superare ogni forma di inadeguatezza e carenza.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, nel Natale del 2014, accade l’impossibile: esce in sala Il Ragazzo Invisibile.

Dimenticando i tempi in cui viviamo, il paese di appartenenza e l’assurdità del soggetto trattato, Il Ragazzo Invisibile, diretto dal quel pazzo geniale di Gabriele Salvatores, si poggia saldamente sui presupposti di un cinema che fu, coraggiosamente dimentico di ogni tendenza all’omologazione e fermamente pronto a sostenere che prima degli effetti speciali ci deve essere una storia, dei personaggi, delle emozioni. La pellicola di Salvatores non è perfetta e sono proprio le sue imperfezioni a renderla meravigliosa, lontana anni luce da un cinema di intrattenimento fatto con lo stampino, smarrito nella fedele riproposizione di un modello di irrealtà che annulla la fantasia per lasciare il posto alla copia pedissequa. Il Ragazzo Invisibile parla di crescita e facendolo ci impone di crescere a nostra volta, mettendo i nostri figli di fronte a concetti quali morte, sacrificio e scelta. La formazione di Michele da anima invisibile a Ragazzo Invisibile, è costellata di umiliazioni, rinunce, riscatti, coraggio e soprattutto ogni scelta fatta risulta avere un peso, una conseguenza, tenendo bene a mente un’etica e una moralità superiori che non tradiscono mai il pubblico.

Salvatores raccoglie l’eredità di un cinema dimenticato, spesso maltrattato e da alcuni considerato troppo violento, eppure necessario per comprendere quanto sia importante e preziosa la vita umana. Fatto di tantissime sfumature in cui luce e buio si mescolano costantemente, in cui le semplici definizioni di buono e cattivo perdono di significato e vanno strette ai personaggi che racconta, il film del sognatore Salvatores, se ne frega del buon senso produttivo e rischia, scavandosi un posticino prezioso e segreto nel cuore di ogni bambino, ragazzo o adulto-bambino che avrà la voglia di guardare oltre e dargli così una possibilità.

Il Ragazzo Invisibile è quindi film da amare visceralmente, difendere a spada tratta e proteggere da tutti coloro che vorrebbero soffocare questa flebile voce di speranza in un monocorde universo italiota color commedia corale.

 

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