interstellar__2014____poster___2_by_camw1n-d7t74ioBrutto passo falso per Nolan, forse dettato dalle aspettative spropositate che sempre genera il suo lavoro, o più probabilmente per colpa di una perniciosa presunzione, che sembra non voler abbandonare il nostro.

Peccato, perché se il primo tempo tutto sommato è intrigante, belli tutti i riferimenti al modus viventi dell’umanità, è nella seconda parte e soprattutto nella parte finale, che il film crolla su se stesso, collassando nell’improbabilità più sfrenata. Nulla da eccepire, ci troviamo al cospetto di un film di fantascienza dopotutto, eppure è proprio qui che casca l’asino. Quando un regista promette a gran voce concreta accuratezza ed inossidabile attendibilità, non dovrebbe scivolare in un finale senza capo ne coda in cui, senza svelare nulla, le regole dell’universo smettono di esistere, soggiogate una volta per tutte dalla forza dell’Amore, motore regolatore e tangibile della vita di tutti noi.

Anche qui Nolan, come già in Inception, quindi in quelle che potremmo definire le sue opere più personali, entrambe dominate dall’ossessione per il tempo, commette lo stesso banale errore, quello cioè di voler spiegare troppo, costruendosi così la gabbia che imprigionerà le sue idee e renderà macroscopiche le sue pecche. Un film come Interstellar, che avrebbe possibilità infinite, finisce così per restare vittima di se stesso e delle premesse che ha gettato, soprattutto nell’incredibile e già citata parte finale, vero impossibile tentativo di far tornare tutti i conti, girando di fatto a vuoto, smarrito tra un messaggio in codice morse e un’assurda finestra spazio temporale.

Rubando a piene mani dal Kubrick di 2001 Odissea nello spazio, alcune sequenze sono prese di peso dal capolavoro del grande regista, Nolan non dimostra di averne colto il significato, ne appreso la lezione, là dove un film del 1968 funzionava egregiamente, suscitando tantissime domande e regalando pochissime risposte (Kubrick ebbe a dire a proposito della sua opera: “Se qualcuno lo ha capito, io ho fallito”), qua una pellicola del modernissimo 2014, cerca di rispondere a più domande di quelle che gli vengono fatte. Certamente si tratta di una tendenza tutta Nolaniana, quella di spiegare troppo, ma la sensazione è quella che forse siano i tempi a richiederlo. Il cinema, soffocato da un pubblico-massa probabilmente più ignorante, quasi certamente più volubile e sicuramente meno abituato a riflettere, è cambiato profondamente, relegando le proprie idee ad una possibilità di visione limitata, marginalmente distratta e definitivamente votata ad allargare all’infinito lo spettro di fruibilità a tutti i possibili target di audience.

La succitata presunzione di Nolan, probabilmente accecato da un’autorevolezza solo presunta, figlia di una vociante folla di appassionati di fumetti, pronti a gridare al miracolo appena qualcuno riesce a regalare un briciolo di credibilità ad un eroe mascherato, finisce per rendere inutile e a tratti irritante un film mostro, penalizzato da un minutaggio estenuante e da un malsano affollamento di idee e parole senza senso.

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