downloadI nostri provati protagonisti, durante la loro fuga, passano per un deserto Financial District e incatenato sul portone d’accesso di una grande banca trovano il cadavere di un uomo. Sul petto un cartello, scritto probabilmente con il suo sangue, recita: “Costui ha rubato i soldi delle nostre pensioni, ora ha finalmente pagato per i suoi peccati. Possa bruciare all’inferno.” Più chiaro di così… Anarchia: La notte del giudizio è il sequel di un bel film dall’anima carpenteriana che l’anno passato era piaciuto a me e ad altri 5, compresi i genitori del regista. In un futuro più che prossimo, una volta all’anno per 12 ore, ogni crimine è legale. Questa cosa, chiamata SFOGO, serve a  contenere la violenza, che resta illegale per il resto dell’anno, ma soprattutto è utile per calmierare i costi, infatti a far le spese di questa aberrante iniziativa sono soprattutto i poveri e gli indigenti, coloro cioè che non hanno la possibilità di difendersi adeguatamente contro l’onda di violenza che si scatena in quella notte. Se il primo film, per ragioni di ispirazione e di budget, chiudeva sapientemente tutto tra le quattro mura di un’abitazione, il capitolo secondo arriva ad osare molto di più, andando decisamente contro ogni logica produttiva e di buon senso, aumentando cioè la critica a certa e tanta America, profondamente conservatrice ed ignorante. Incredibile ma vero, questo Anarchia, azzarda una serie di sequenze di una durezza politica e psicologica a dir poco sfacciata: un cecchino sopra ad un tetto sproloquia sul Padre, il Figlio e lo Spirito Santo paragonandoli ad armi da fuoco (cosa che nell’America iper Cristiana di oggi equivale ad una vera e propria bestemmia); squadre della morte governative armate fino ai denti irrompono nelle abitazioni popolari dando una mano all’eliminazione dei più poveri; uno dei comprimari, una specie di leader rivoluzionario, afferma addirittura che “è giunto il momento in cui i poveracci imbraccino le armi contro i ricchi” e così via di questo passo tra un’idea semplicemente sovversiva e un dialogo palesemente socialista. Film molto più complesso di quel che può sembrare, intriso di politica e a volte fin troppo scolastico nei messaggi  che va veicolando, ma certo pubblico decerebrato ne ha probabilmente bisogno, da apparire quasi ingenuo, Anarchia sembra una pellicola senza tempo, sbucata da un passato ormai remoto. La sensazione è infatti quella di trovarsi al cospetto di un film sbucato fuori da quei gloriosi anni ‘70 in cui a Hollywood si producevano pellicole in grado di far ancora pensare. Anarchia ha il grande dono di unire il genere più sanguigno e appunto carpenteriano (l’eco delle opere del maestro si fa sentire forte e chiaro) ad un messaggio molto preciso ed attuale, riuscendo così a descrivere il mondo che ci circonda molto meglio di quello che fanno certe pretenziose opere da Sundance. Il genere, non mi stancherò mai di ripeterlo, è il mezzo perfetto per veicolare una riflessione seria sulla società che ci circonda, molto più di tanto cinema ritenuto drammatico o elevato. Nulla in realtà mi regala più piacere di vedere un film che estremizza una parte della realtà, creando così qualcosa che è cinema al 100% ma che contemporaneamente mette al lavoro i miei sonnecchianti neuroni. A farci riflettere tutti, amaramente, basterebbe la sequenza in cui un vecchio genitore decide di immolarsi a beneficio di una famiglia ricchissima, desideroso di assicurare ai suoi cari, preda dell’indigenza, un assegno cospicuo; una scena che ha qualcosa di anarchico e scardinante, sia per il messaggio che manda, sia per la sacralità con cui viene orchestrata la sua messa in scena. Una sequenza simile riesce a colpire il cuore e i nervi anche dello spettatore più smaliziato, imbastardito da tanto cinema muscolare, infantile e profondamente sbagliato. Di solito infatti si è portati a pensare che sicuramente la situazione si risolverà diversamente, per il meglio, che non si giungerà mai al temuto dunque, perché in cuor nostro siamo convinti che presto o tardi farà la sua apparizione un deus ex machina pronto a volgere al meglio la dolorosa situazione. Anarchia non ha intenzione di concedere ne tregua, ne la ben minima consolazione, cedendo solo nella parte finale ad una logica più scontata e fondamentalmente buonista, probabile pegno da pagare per evitare di veder fuggire a gambe levate ogni produzione a stelle e strisce nel raggio di parecchie miglia. Anarchia è un film di genere imperfetto, probabilmente disturbante e sicuramente violento, molti lo odieranno, liquidando il pesante sottotesto politico come accessorio e ridondante, ma la speranza è che qualcuno lo ami e lo difenda, capendone l’importanza ed il coraggio, arrivando così ad apprezzarne le ingenuità e i difetti, perdonabili punti deboli di un’opera anacronistica, attualissima, personale e polemicamente stimolante. Non è poco.

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