prisoners-posterEcco uno di quei film da detestare, da tener lontani, da dileggiare perfino. Prisoners non mostra nulla di nuovo con la sua logica ormai logora dell’uomo per bene, magari padre di famiglia, che si trasforma progressivamente in mostro, smarrendo la propria umanità a causa di circostanze straordinariamente ostili e comprensibili. Una discesa negli inferi dell’umano sentire (e agire) che abbiamo visto fin troppo spesso, e che rappresenta la vera pietra angolare di un genere, il rape & revenge appunto. Prisoners però vorrebbe essere più sottile, più complesso, non abbraccia totalmente il genere, non si abbandona ad esso e il risultato è, a voler esser onesti, un discreto episodio di Criminal Minds della durata di due ore e mezza. Fin qui niente di male, il cinema americano ci ha abituato a ben altro e se la pellicola fosse accompagnata da una bella catarsi, allora i conti tornerebbero comunque, purtroppo però la sceneggiatura, soprattutto nella parte finale, inciampa e cade talmente tante volte, da suscitare dapprima pietà, poi vera e propria indignazione. Vista la totale dabbenaggine della cosa e visto che ritengo che un tale mucchio di baggianate vada urlato a tutti, perché ne stiano alla larga, ho deciso di infrangere una delle mie regole auree e usare un po’ di spoiler. Pronti? Vado. INIZIO SPOILER Quando il padre intuisce l’identità del serial killer non va dalla polizia, anzi scappa agli agenti che lo vorrebbero bloccare per recarsi tutto solo nella tana del colpevole. Una volta giunto là si farà catturare come un ebete e senza una vera apparente ragione si farà rinchiudere sotto terra, dove verrà lasciato, ferito e copiosamente sanguinante, a morir di fame. Il detective invece giunto alla casa del folle per altri motivi, troverà la porta aperta ed entrando coglierà di sorpresa il maniaco mentre sta per uccidere una delle bambine rapite (interessante notare che stiamo parlando di qualcuno che è sfuggito alla giustizia per circa trent’anni ma che in questa particolare occasione ha deciso di lasciare l’uscio di casa alla mercé di chiunque). Non finisce qui, infatti il poliziotto ferito, con la vista annebbiata dal sangue e con la bambina in fin di vita, in una delle notti più terribili dell’anno (è in atto una vera e propria tormenta) non chiama un’ambulanza, ma decide di recarsi egli stesso all’ospedale in auto. In conclusione, passati giorni, forse settimane, il film lascia intendere che il padre, rinchiuso nel ventre della terra fin troppi giorni prima, senza nulla da mangiare e ferito, drogato e in preda al gelo dell’inverno, sia miracolosamente sopravvissuto. FINE SPOILER. Ecco il vero problema di un film che si regge sulla convincente interpretazione di almeno quattro bravi attori, ma che si perde in un bicchier d’acqua, commettendo errori di scrittura enormi e grossolani. Dirò di più, quello che davvero non riesco a comprendere é il motivo per cui un regista si sia potuto piegare a girare tutto ciò, senza battere ciglio e sollevare obiezioni. Ecco quindi che appare ormai manifesto, come il cinema americano di oggi, non solo quello purtroppo, non riesca più a regalarci dei veri e propri autori, registi cioè, che lottano per far sentire la propria voce attraverso la loro poetica. Le pellicole vengono decise a tavolino, magari con l’aiuto del pubblico e dei social network. Niente di più sbagliato, il cinema è visione, sogno ed interpretazione di un’idea ben più alta, che va al di là dell’intrattenimento, per farsi pellicola, sguardi e luce attraverso le immagini pensate da un autore. Prisoners é talmente intriso della logica che ormai sottende il mondo della serialità televisiva, da dimenticare il cinema, le sue regole, la sua plausibilità, la sua forza e soprattutto i suoi spettatori, almeno coloro tra quelli, che hanno conservato intatto un minimo del loro discernimento.

P.S. Un grazie di cuore a Davide e a Marilù, che con le loro domande e il loro entusiasmo, hanno contagiato questo vecchio dinosauro che si era un po’ smarrito, facendolo dunque tornare alla tastiera dopo una fin troppo prolungata assenza. Grazie ancora, di cuore.

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