locandinapg1Senza tanti inutili giri di parole, c’è qualcosa di preoccupante, anzi di storto e di sbagliato, nella decisione di Michele Placido di andare oltr’alpe per dar vita al suo nuovo film, che fino a prova contraria è un sì polar, ma prima di ogni altra cosa è un buon film di genere, teso, ben diretto e con una sceneggiatura che funziona, insomma un’occasione mancata per fare incasso nel nostro bel paese.

Forse la ragione sta nelle pieghe della strisciante consapevolezza che se un film simile fosse stato prodotto in Italia, probabilmente avrebbe incassato pochino, a dispetto dell’ottimo cast, sicuramente molto meno rispetto a pellicole come Benvenuto presidente o Principe azzurro cercasi. Ancora una volta, sembra che questo paese voglia solo la commedia e sia disposto a premiare solo quella. Ecco dunque lo specchio di un cinema che sembra esclusivamente abitato da pellicole mediocri, fatte con lo stampino, incapaci di qualsiasi guizzo di fantasia, prodotte in un panorama in cui anche alcuni autori si sono dovuti piegare a questo dictat della risata a tutti i costi.

Capita così che il nostro Michele Placido cerchi asilo nella vicina e cinematograficamente più attiva ed intelligente Francia per produrre il suo nuovo film, inspiegabilmente convinto che là troverà un’accoglienza diversa. Fortunatamente il nostro ottiene credito e fiducia, che gli consentono di realizzare un buon film, forse non eccezionale, ma certamente il film che lui voleva fare.

Polar di carattere e di caratteri, Il cecchino vive della determinazione di Auteuil e del mutismo di Kassovitz, regalando allo spettatore un paio d’ore di divertimento all’antica. Una regia muscolare, vecchi valori da vecchio cinema che fu, vendetta, denaro e onore, mentre la non rivoluzionaria ma funzionale sceneggiatura si dipana lentamente davanti ai nostri occhi rapiti.

Il genere intanto lavora, usa le armi del cinema e scava in profondità, suscitando domande e regalandoci almeno un paio di sequenze splendide, incastonate, incorniciate, quasi adagiate all’interno di un mondo a tinte chiaro scure, in cui è inevitabile confondere il buono con il cattivo, il giusto con l’inevitabile.

La Francia è poco più di un pretesto per una storia universale che poteva esser rappresentata ovunque e che forse non avrebbe sfigurato nemmeno in Italia, paese di contraddizioni senza tempo, rancori, avidità e opportunità negate.

Il cinema è un’idea e come tale appartiene a tutti, soprattutto a noi che lo amiamo, che lo rispettiamo, che abbiamo fame delle sue storie e sete dell’incanto che sa generare nelle nostre menti e nei nostri cuori, peccato che questo cinema sia sempre più distante da un paese che fino a qualche tempo fa prendeva quell’idea e la rendeva polemica, denuncia, stupore e poesia.

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VOTO

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