Les-Miserables-Poster1Bisogna forse trovarcisi per capire fino in fondo l’emozione incontrollabile che ti travolge alla fine del primo atto de Les Miserables, quando per la prima volta lo vivi nella tua pancia, asciugandoti le lacrime in silenzio, nel buio di un teatro del west end londinese, durante un sabato pomeriggio autunnale.

Bisogna forse vivere sulla propria pelle, quell’incredibile emozione che solo la musica unita alla recitazione sa regalare, per comprendere le profonde ragioni che rendono assolutamente dimenticabile, forse a tratti addirittura detestabile, la riduzione cinematografica di questo capolavoro che continua a registrare il tutto esaurito da ormai 27 anni suonati.

La prima cosa da notare è la base di partenza. Il materiale fornito da Victor Hugo è già di per se strepitoso, e non a caso ha già visto il buio della sala cinematografica parecchie volte, la musica poi fa il resto, portandoci di peso in un mondo altro, terrificante e sublime, abitato da miserandi miserabili alla ricerca di un briciolo di pace.

Non fraintendetemi, la regia di Tom Hooper fa quello che deve fare, riuscendo più di una volta a stupire, come quando decide di riprendere una titanica Anne Hathaway con un intenso ed interminabile piano sequenza che trasuda sofferenza e cinema, eppure non regge il confronto con la versione teatrale, pur con tutti i suoi limiti di spazio e di mezzi.

Se Hugh Jackman è una sorpresa, ma già qualche anno fa agli Oscar aveva dato prova di avere un’anima musical, e Russel Crowe una conferma, bisogna riconoscere che tutto il cast, a partire dalla già citata e straordinaria Hathaway, fino all’istrionico Sacha Baron Coen, funziona alla perfezione. Eppure, quello che qui latita davvero sono l’empatia ed il pathos, due forme di sottintesa e spesso sottovalutata complicità che si deve necessariamente instaurare tra lo spettatore e l’opera d’arte, qualunque essa sia.

Quello che sto cercando di dire è che a fallire è proprio il mezzo cinema, perlomeno visto ed interpretato secondo le regole di oggi, che prevedono un montaggio inesorabile capace di affastellare inquadrature ed alternare primi piani e campi larghi con tanta, troppa velocità, Per tornare quindi al nocciolo della questione, a teatro lo spettatore ha un impagabile sguardo d’insieme, che non è dettato da un regista o da un sapiente montatore che gli dicono cosa deve guardare, ma lo lascia libero di esercitare con entusiasmo il suo libero arbitrio visivo ed emozionale.

Les Miserables è in conclusione un film grandioso, magniloquente e a tratti quasi perfetto, ma per sua fallace natura è un debolissimo musical, pallido ed esangue spettro dell’innegabile, poetica, meravigliosa e commovente emozione, che forse solo il teatro, può regalare.

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VOTO

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