Non è affatto facile parlare di un film su cui più o meno tutti hanno già detto la loro opinione.

Destino ingrato di chi arriva buon ultimo dopo l’intera rete, quello di provare a dire qualcosa di nuovo, senza sembrare stupido o semplicemente banale.

Argo è uno splendido film, diretto con mestiere da quella garanzia che ormai è diventato Ben Affleck, eppure, per chi scrive, questa terza prova da regista del talentuoso Ben non ha la spontanea urgenza di raccontare di Gone baby gone, ne soprattutto la forza e la massiccia mascolinità di quel The Town che è stato fin troppo sottovalutato e che io ho personalmente amato alla follia.

Argo dal canto suo rischia al contrario di essere sopravvalutato, esaltato fin troppo dal coro greco di un pubblico che finalmente si è accorto del valore dell’Affleck regista. Film complesso e splendido per tempi filmici e spazi angusti, Argo sembra quasi imbrigliare il talento dell’autore di the Town, confinandolo in una storia vera ed incredibile, messa in scena in modo impeccabile eppure in maniera fin troppo calcolata, quasi algida.

Abbandonati i sordidi e violentissimi sobborghi che evidentemente gli sono molto familiari, Affleck paradossalmente toglie respiro alla sua opera più ambiziosa, proprio nel tentativo di regalargliene. Mettendo in scena la folle e geniale realizzazione di un film di fantascienza inventato ambientato in Iran allalba degli anni ’80, nel tentativo di portare fuori da quel paese ben 6 americani in pericolo di vita, il regista si attiene scrupolosamente alla realtà, sacrificando così la spontanea carica di cinema che investiva i suoi film precedenti.

Non fraintendetemi, Argo è una pellicola da vedere e rivedere, uno spettacolo divertente, teso e mai noioso, ma la mano del suo autore sembra qui un pochino più leggera, più divertita ed indulgente, meno intenta cioè a perseguire quell’idea forte di cinema proletario e maschile, che trova nell’amicizia e nel reciproco sacrificio la propria ragione di essere.

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VOTO

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