Noi spettatori alla fine siamo persone semplici.

Non abbiamo bisogno di insistiti colpi di scena, trovate raccapriccianti ed epifanie dell’ultima ora, ci basta una buona manciata di intelligenza, qualche bel dialogo ben scritto e un incedere elegante, aiutato da una regia degna di questo nome. Insomma abbiamo bisogno di un film che non vada ad intaccare la nostra autostima, telefonando fin troppo ed arrivando a giustificare qualsiasi bivio narrativo.

Sound of my voice si classifica ai primissimi posti tra le pellicole più intelligenti dell’anno, entrando lentamente ed inesorabilmente nella mente dello spettatore, arrivando a restituire uno spettacolo stimolante, mai banale, ricchissimo di domande e finalmente avaro di risposte.

La storia della coppia che si avvicina ad una setta di pochi eletti, riuniti nell’adorazione di una ragazza che dice di venire dal 2054, per smascherarne le menzogne, è di per se un’idea estremamente intrigante, sviluppata da una sceneggiatura, caso più unico che raro, più intelligente che furba, capace di istillare nella mente dello spettatore il tarlo del dubbio e del forse perfino sospetto di non aver capito nulla.

Sempre più spesso il cinema cede alla tentazione di spiegare tutto, togliendo così a noi spettatori l’etica del dibattito e la dignità dell’ignoranza. Fin troppo traditi dalle scorciatoie narrative orchestrate da sceneggiature esili, frutto della mente di sceneggiatori deboli, noi spettatori senzienti ci siamo abituati ad inserire il pilota automatico, condannando noi stessi a subire il film.

Sound of my voice ci restituisce la vista e il gusto, riconsegnandoci un cinema più libero e più affascinante, anarchica reliquia di una gioia espressiva, fatta di dubbi, domande e lacrime.

Vero punto di non ritorno verso un altro cinema più che possibile, un cinema che forse viene da molto lontano, dal 2054.

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VOTO

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