Tra i ricordi e le sensazioni che serbo con più intensità e gratitudine, ci sono quei tanti pomeriggi passati da bambino a leggere e rileggere i libri della serie Zio Tibia, raccolte horror a fumetti, che hanno illuminato la mia mente, rendendomi avido lettore di storie di autori come Poe, Lovecraft, Bradbury e Matheson.

Terminata la visione di questo Red Lights mi è subito balzato alla mente il sorprendente e lucidissimo finale di uno di quei meravigliosi racconti, ovviamente non vi dirò quale, e devo confessare che una piacevole sensazione di ricordo mescolato a nostalgia si è fatta largo nel mio stanco e atrofizzato cuore di disilluso appassionato di horror.

Film forse altalenante, ma mai banale e sorprendentemente non schiavo di logiche fin troppo collaudate, Red Lights, anche se è stato massacrato da molti, è pellicola di non scontata intelligenza, con una rara capacità di comprendere lo spettatore e la direzione che la storia deve prendere per poter culminare con un finale che completa la quadratura del cerchio e restituisce respiro, acume e sostanza ad una tematica fin troppo abusata.

Complice un cast probabilmente perfetto, con l’eccezione del solito DeNiro, ormai smarritosi nell’interpretare l’ombra di un attore che fu, Red Lights si regge sulle spalle di un intenso Cillian Murphy e ci regala una splendida performance di una Sigourney Weaver che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo. Sceneggiatura blindata e senza sbavature, costruita con passione e scaltra dedizione dal Rodrigo Cortés di Buried, che mette in scena un perfetto meccanismo di suspance, facendolo deflagrare in un finale di sicuro effetto e di non banale risoluzione, capace di farci riconsiderare l’intera vicenda sotto una luce diversa, diafana, profondamente macabra e drammaticamente perfetta.

Intelligenza… alla fine noi spettatori non chiediamo altro.

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VOTO

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