La prima cosa che salta agli occhi guardando Magic Mike, ultima fatica di un regista (Steven Soderbergh) che personalmente non smetterò mai di seguire ed amare, nonostante la sua altalenante capacità di stregarmi, è la mancanza di tutto quell’apparato di sensi di colpa, miseria, tristezza e decadenza, tipici della maggior parte delle pellicole che trattano l’intrattenimento per adulti.

E’ decisamente molto facile farsi contagiare dalla gioia e dall’elettricità che scaturiscono dalle esibizioni sul palco dei protagonisti, ragazzi e uomini diversi tra loro, ma tutti accomunati da una grande sicurezza in se e da invidiabile consapevolezza del proprio corpo. Non troppo diverso dalla solita parabola di ascesa, caduta e resurrezione che tante e forse troppe volte abbiamo visto in sala, Magic Mike riesce ad essere comunque fresco e mai crepuscolare, lontano milioni di anni luce dal moralismo e dallo stucchevole imbarazzo che ci si aspetterebbe da un film dedicato allo spogliarello maschile.

Channing Tatum è perfetto nel ruolo autobiografico del protagonista e riesce a farsi perdonare, almeno in parte, alcune partecipazioni di dubbio gusto, che ha collezionato in passato. Così come appare perfetto Matthew McConaughey nel ruolo del mecenate/gestore di locale, un esempio di rinascita più che interessante, per un interprete che sta vivendo una seconda giovinezza.

Soderbergh dal canto suo è sempre un signor regista che conosce il mezzo e sa sempre dove mettere la macchina da presa, descrivendo tutto con la solita ineccepibile, asettica e cinica tecnica priva di empatia o più semplicemente di simpatia che tanto gli è cara.

Anche se questa volta nel finale si lascia teneramente andare con slancio misurato, verso un assolato nuovo giorno di promesse, speranze e fragranti colazioni.

Avercene.

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VOTO

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