Si è parlato molto del rapporto tra essere e apparire riguardo l’ultima pellicola di Matteo Garrone, eppure personalmente non riesco a togliermi dalla testa la parola Realtà.
Come all’interno del Grande Fratello, trasmissione televisiva simbolo e metafora, i protagonisti di questo romanzo popolare, di quest’opera lirica, o se preferite di questa fiaba, ci vengono introdotti come se già facessero parte dell’odiata/amata Casa, ognuno con la propria folle umanità, ognuno con le proprie debolezze, affetti, difetti e bagaglio di saggia stupidità.
Una volta che Vincenzo, pescivendolo istrione, viene a contatto con la realtà della Casa, facendo cadere il sipario e svelando la vera natura e consistenza dell’effimera realtà, non riesce a non desiderare di ritornarvi, per trovare pace, senso e sostanza nel caldo alveo di quella televisiva caotica pace.
Reality alla fine è questo, uno specchio scuro in cui riflettere la propria immagine, le proprie speranze e i propri sogni, cercandone un significato. Vincenzo, novello Pinocchio, ammaliato da un grillo e ossessionato dal desiderio di diventare vero, metterà tutto se stesso nella ricerca di se, nel disperato bisogno di dar forma e sostanza alle illusioni.
Questa e’ la grande forza di Garrone, regista capace di mescolare le carte del vero, imprigionandoci in un sogno dai contorni dell’incubo, o se preferite in una fiaba nera come una notte senza stelle. Incapaci quindi di distinguere tra ciò che è reale e cosa e’ pura illusione, intrecciando le nostre vite con quelle di un manipolo di sognatori privi di senno, annullati in un miserando microcosmo in cui i più fortunati si smarriscono nel labirinto delle proprie illusioni, pochissimi guardano il mondo attraverso gli occhi della fede e solo uno una volta accolta su di se la verità, accetta l’effimera follia della vita e può così tornare a Casa, nell’inferno della propria mente, nel paradiso del proprio domani.
Never give up.

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