Quello che disturba di questo patinato thriller firmato da Jim Sheridan, assai lontano dai fasti de Il mio piede sinistro e Nel nome del padre, è il carosello di totale assurdità a cui sottopone il malcapitato spettatore, colpevole di voler assistere ad uno spettacolo perlomeno non puerile.

Forse la colpa è nostra, esigenti cinefili ormai abituati ad ogni genere di svolta narrativa, talmente assuefatti alle bizzarre dabbenaggini delle sceneggiature di Hollywood, da saper spesso  anticipare molto e sicuramente troppo, quello che lì a poco vedremo sullo schermo. Quest’arte divinatoria che ci trasforma in moderni aruspici capaci di prevedere il futuro scrutando tra le righe di sceneggiatura, impone agli scrittori un vero e proprio tour de force narrativo, impegnati anima e corpo nel difficile compito di sorprenderci.

Questa discutibile pratica è particolarmente evidente in Dream House, film che fila liscio e classicheggiante per un’ora abbondante, per poi franare miseramente nel disperato tentativo di strappare un gridolino di inaspettata sorpresa. Peccato perché i tangibili tormenti di un Daniel Craig per una volta poco odioso e gli amorevoli dubbi delle due anime femminili coinvolte lavorano bene per portare robusti momenti di cinema nelle desolate cascine di un’industria sempre meno incline al memorabile. Peccato davvero perché l’improbabile colpo di scena sul finale non solo fa crollare quasi tutto come un castello di carte, ma normalizza e banalizza l’intera operazione, riportandola di peso nei battutissimi territori dell’irritazione e della stupidità.

Quello che sembra non essere ancora chiaro agli occhi dei molti professionisti del cinema, è la disperata ricerca da parte dei fruitori di film di un’intelligenza di scrittura che non deve per forza fare rima con sorpresa. Prodotti ben diretti, ma soprattutto solidamente scritti, lasceranno sempre un buon sapore in bocca all’appassionato, che non ricerca lo stupore, ma più semplicemente ha fame di buon cinema. In questo senso la vicenda del padre di famiglia Daniel Craig in odore di aver sterminato la prole, avrebbe meritato un’attenzione maggiore, una minor tendenza alla fretta e un più attento e capillare impiego di grano salis.

Occasione mancata quindi, con un finale appiccicato lì, capace da solo di rovinare tutto, a meno che non si decida di uscire dalla sala una ventina di minuti prima della fine, ancora crogiolandosi nel dubbio tra un’allucinata colpevolezza o una folle innocenza.

Come detto però è forse colpa nostra che… ne abbiamo viste cose che voi umani non potreste immaginare.      

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LA SCENA CHEVALE IL FILM

La visita in manicomio.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Come già accennato Jim Sheridan ha diretto fior di film, nemmeno a dirlo il mio preferito è Nel nome del padre, interpretato da uno straordinario Daniel Day Lewis (una vera fissazione per Sheridan) e da un mastodontico Pete Postelthwaite. Daniel Craig non ha bisogno di presentazioni visto che ormai da due film (quasi 3) è il nuovo James Bond. Il suo film che preferisco in assoluto è il capolavoro Munich, meraviglioso ed intenso film di Spielberg liquidato fin troppo in fretta. Rachel Weiz è la protagonista di due film della serie La mummia e ha vinto un Oscar per il bellissimo The costant gardener. Naomi Watts non è certo da meno a coloro che sono stati nominati prima. Tantissimi i suoi film: The ring, King Kong, 21 Grammi (l’ho odiato!), Funny games, ma soprattutto Mulholland Drive, allucinato capolavoro del maestro David Linch. Infine Elias Koteas è volto arcinoto a tutti per aver interpretato dozzine di film, tra cui mi piace ricordare Crash di sua maestà David Cronemberg.

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