Un vecchio adagio recita che ogni autore di cinema gira sempre lo stesso film.

Nulla di più vero se pensiamo a Tim Burton e alla sua ultima fatica, l’oscuro Dark Shadows. Ancora una volta troviamo tutta la poetica del diverso che da sempre alimenta il cinema di Burton a cominciare dal suo vampiro protagonista, un simpatico e mai così  spietato Johnny Depp, fino alla sua splendida, mefistofelica ed altrettanto diversamente donna antagonista, la strega Eva Green.

Pellicola decisamente più cupa rispetto alle ultime, fortemente contaminate da una prepotente matrice fanciullesca, intrisa di sangue e di lancinante strazio e profondità, Dark Shadows racconta la perdita, dell’amore, della vita, dei genitori e dell’umanità, per ritrovare poi forza, coesione e sostanza in un equilibrio nuovo, non umano e probabilmente precario.

Film più profondo e complesso di quel che sembra, riflessione sull’orgoglio della diversità e sul distruttivo potere dell’amore, cavalcata sfrenata in un mondo lisergico e verginale, costantemente macchiato di sangue e appestato da un insistito olezzo di morte e putredine. Dark Shadows rappresenta molto bene l’altra anima di Tim Burton, perennemente ed equamente divisa tra la fiaba e l’incubo, capace di incantare i sensi con La fabbrica di cioccolato e di scuoterli violentemente con Sweeney Todd.

Incubo ad occhi aperti quindi, che racconta per immagini, colori, luci ed ombre, l’oscura maledizione che affligge la famiglia Collins, mai così paradigmatica nel rappresentare la distonica unità familiare, capace di superare la diversità e la morte. La famiglia rappresentata da Burton fa tesoro della propria peculiarità, difendendo e proteggendo la propria diversità, a volte la propria deformità, resistendo contro tutto e tutti, ultimo bastione  di società perfetta ed integra, capace di auto conservarsi, forse trincerata dietro la parola amore, ma più probabilmente forte della potenza e della prepotenza del dovere. L’amore dopotutto è motore fallace ed imperfetto, catalizzatore di benessere ma anche di sofferenza e disgrazia. L’amore non è più un traguardo a cui tendere, ma una parte del percorso che noi esseri umani e diversamente tali facciamo insieme.

La famiglia resta l’unica salvezza e l’unica soluzione di continuità per affermare ed urlare la propria unicità, consapevoli che solo nel  caldo alveo della sua malsana identità, potrà trovare spazio l’amore e la sofferenza che il nostro sangue ci impone.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

Il climax finale, degna espressione della maestosità gotica tipica di Burton.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Ovviamente parliamo di Tim Burton. Regista con una poetica ben precisa, ha saputo imporre il proprio allucinante e fanciullesco punto di vista, piegando il cinema e il gusto degli spettatori al proprio volere di incantatore. Tantissimi i film splendidi da lui diretti, dovendo scegliere, sicuramente l’esilarante e bizzarro Beatlejuice, il poetico ed indimenticabile Edward mani di forbice, l’anarchico e sottovalutato capolavoro Mars Attack, il mefistofelico Sweeney Todd e il sognante e commovente Big fish.

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