Assistere ancora una volta all’ennesimo American Pie, siamo arrivati al numero quattro senza contare una pletora di insulsi spin-off, è come andare dal tuo barbiere di fiducia.

Ti accomodi, attendi il tuo turno, dai una sbirciatina ai giornaletti zozzi che il tuo barbiere ancora coraggiosamente ed anacronisticamente propone e poi ti accomodi su quella poltrona che ormai le tue natiche hanno imparato a conoscere, rispettare e amare. Dopo di che ti volti verso di lui, lui si volta verso di te e a questo punto come da copione, segue l’ormai classico e consolidato scambio di battute. Il tuo Barbiere chiederà: Il solito? E allora Tu risponderai: Il solito grazie.

Allo stesso modo di quella seduta di messa in piega, American Pie numero quattro non fa altro che riproporre il solito manipolo di amici con le solite brutte abitudini e la medesima voglia di copulare, con il dubbio valore aggiunto di un briciolo di malinconia spicciola. Rinnovando solo il look e non la sostanza la saga interpretata da Jason Biggs e soci risulta parecchio triste. Un conto è vedere un branco di adolescenti che con un chiodo fisso in testa ne combinano di cotte e di crude, ma è di ben altro impatto assistere alle disavventure di un gruppo di impenitenti trentenni mai cresciuti.

Responsabile di veicolare il poco edificante, falso ed irresponsabile messaggio che la maternità affossa la libido e distrugge la vita di coppia, American Pie 4 si ricorda per l’imbarazzante e pressoche infinita serie di luoghi comuni che propone, tra cui ovviamente spiccano quello appena citato e una non certo sottintesa omofobia che fa il paio con l’analisi spicciola e superficiale della strisciante tendenza al meretricio tipica delle ragazze di oggi.

Tra scherzi scatologici e trovate riciclate, battute triviali e moraleggianti riconciliazioni la saga giunge a quella che speriamo sia davvero la sua sospirata conclusione mentre a metà strada tra un rutto sussurrato a fior di labbra e un pene esibito con disinvoltura si consuma la fine di un’etica, un’epica e un’epoca. Figlia di un modo di intendere il divertimento ormai passato e trapassato, degna evoluzione del geniale Animal House e del pecoreccio  ma altrettanto divertente Porky’s, la quarta pellicola dedicata alla deliziosa torta di mele non sorprende, non annoia, ma nemmeno conquista, lasciando eventuali temi da sviluppare e i problemi di una generazione sullo sfondo, ben nascosti dal solito paio di grosse tette.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

La sortita in casa della vicina di Jim.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Strano ma vero il plateale successo di American Pie non ha portato i suoi interpreti nell’Olimpo del cinema, anzi. Fatta eccezione per Alyson Hannigan (che attualmente vive una seconda giovinezza grazie alle serie tv) il resto della compagnia ha gettato la notorietà conquistata nel secchio della spazzatura. Jason Biggs si è riciclato come interprete di commedie ma ultimamente non batte un chiodo, stesso destino per l’inconsistente Seann William Scott. Discorso diverso per Tara Reid (sommersa dagli scandali) e Mena Suvari che dopo questo film ha fatto un salto di qualità interpretando lo splendido American Beauty, per poi finire la propria carriera nel nulla.

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