Chiariamo subito una cosa.

Più  volte ho dichiarato che questo blog si occupa di cinema e non di politica, ma di fronte a DIAZ ogni resistenza cade e la vergogna impostami da ciò che ho visto sullo schermo mi obbliga prima di tutto ad una riflessione civile.

Diaz NON è un film di parte, come qualcuno suggerisce, ma è una pellicola che si basa interamente sugli atti giudiziari, senza disperdere le colpe qua e là per accusare tutti e nessuno, ma decidendo invece in modo netto e lucido, pur non essendo un documentario, di raccontare cosa è accaduto seguendo scrupolosamente i FATTI desunti dagli atti dei processi e non le OPINIONI derivate dall’ottusa tifoseria politica che divide questo povero paese senza identità.

Poi non bisogna mai dimenticare che prima di tutto DIAZ è un film straordinario, assolutamente inedito nell’asfittico e ridanciano panorama italiano. Forse non è un caso che pochissime settimane separino l’uscita di film molto diversi come Acab, Romanzo di una strage e questa splendida pellicola di Daniele Vicari, forse stiamo assistendo ad una reazione, una timida ma decisa presa di posizione da parte di un paese che probabilmente sta finalmente prendendo coscienza di se.

Duro come una mattonata, necessariamente impietoso e bastardo prima di tutto verso i suoi spettatori, il film di Vicari ha una struttura alternata, che grazie ad un solido montaggio e a una bella idea di regia, ci porta avanti e indietro nel tempo, riportandoci sempre al punto di partenza e rifacendoci vivere daccapo la vicenda narrata, aggiungendone tasselli, dettagli, elementi e punti di vista. Proprio nel ributtarci nella mischia ancora e ancora ha il suo vero punto di forza un film che non risparmia nulla e senza lasciare niente all’immaginazione ci impedisce di fatto di tirare finalmente il fiato, condannandoci ad un’eterna e dolorosa apnea.

Senza sconti per nessuno, dai vertici coinvolti, fino a chi ha mentito, a chi, donne e uomini in egual misura, ha colpito e umiliato ed infine a chi ha deciso di voltarsi dall’altra parte e far finta di niente, DIAZ spacca e spezza, coinvolge, sconvolge e fa star male, scavando un nero tunnel di dolore nell’anima di un pubblico che non potrà mai scordare quelle grida, quei colpi e quelle lacrime.

Grimaldello della coscienza di un paese intero, che dovrebbe finalmente riflettere e non assistere impotente ad un’inutile sfilata di colorate commediole scacciapensieri, DIAZ colpisce per la lucidità della messa in scena e per l’inusuale potenza espressiva, che ha il coraggio di raccontare un’altra Italia e lo fa usando un cinema universale a partire dal linguaggio. Ogni presonaggio infatti si esprime nella propria lingua madre e l’abbondante uso di sottotitoli evita che il linguaggio cinematografico venga appiattito e uniformato, rispettando le differenti identità delle tante anime coinvolte e sconvolte dall’apocalisse DIAZ.

E’ un fatto poi, che una volta accese le luci in sala, noi pochissimi spettatori di un venerdì sera qualsiasi, faticavamo a guardarci in faccia, ma tenevamo gli occhi bassi, a terra… per la vergogna.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

La mattanza alla Diaz, una sequenza che nella sua brutalità e nella sua perfetta esecuzione restituisce finalmente dignità al nostro cinema.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Sull’argomento mi piace ricordare Carlo Giuliani, ragazzo, documentario diretto da Francesca Comencini e l’interessante opera di fiction Ora o mai più, film bello, necessario e italiano.

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