Vedere un film come Romanzo di una strage ti riconcilia con il nostro cinema.

Capiamoci, non si tratta di un capolavoro, ma di un’opera che perlomeno si prende la briga di riflettere su argomenti decisamente più intriganti della preparazione di un matrimonio o della lunghezza del pene del proprio figlio (giusto per citare le ultime due pellicole italiane finite tra le mie grinfie). Romanzo di una strage, si prende la briga di raccontare la nostra storia, una parte di essa, a cominciare dalla strage di Piazza Fontana per poi inoltrarsi in un insidioso ginepraio di tensione politica, sociale ed armata. Periodo buio e difficile, spesso raccontato dal miglior cinema di casa nostra, che qui ritorna a far sentire le proprie urla grazie alla solida regia di Marco Tullio Giordana e alla professionalità di un cast pantagruelico ed importante, ben lieto di partecipare ad un progetto finalmente adulto.

Il film per una volta c’è e non lo si dimentica appena varcata l’uscita, testimonianza che anche in Italia è possibile interrompere la monotematica dieta forzata a base di commedia, che sembra diventata il nostro piatto forte. Romanzo di una strage non va letto come un documentario ma, cercando di lasciarsi dietro le spalle le solite polemiche che questo tipo di pellicole alimentano, va interpretato come una seria e necessaria riflessione, un esercizio di stile cinematografico, forse proprio come un romanzo, così come suggerisce il titolo, atto a farci ragionare.

La necessità di porre e porsi domande, progressivamente smarritasi in un cinema che purtroppo risulta specchio di un paese troppo spesso poco incline alla riflessione di se, resta la qualità migliore di un film certo non privo di difetti, tra cui un paio di errori di casting, ma che per una volta volge il suo sguardo verso il grande schermo e non verso l’immediatezza usa e getta dello sceneggiato tv.

Un bell’affresco di un periodo che non si dovrebbe mai nascondere sotto il tappeto, impreziosito da una spiccata tendenza ad annullare la spettacolarizzazione, lavorando molto di sottrazione e di misura, dote insolita e preziosa tra le pieghe di un cinema che spesso prende esempio dai peggiori blockbuster, per conformarsi ad un gusto cinematografico ridondante ed infantile.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

Tutti gli eventi luttuosi del film, volutamente trattenuti e decisamente inclini ad una dignità quasi sussurrata che fa onore al regista.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Marco Tullio Giordana, il regista, non è nuovo alle pellicole che indagano la nostra storia passata, suoi infatti Pasolini-Un delitto italiano, lo splendido I 100 passi e l’epocale La meglio gioventù. Tra i tanti film che hanno indagato gli anni di piombo, mi vengono alla mente due titoli molto diversi da recuperare, giusto per non citare i soliti. Il primo è il toccante Colpire al cuore del sempre straordinario Gianni Amelio e il secondo, decisamente più atipico, è La mia generazione di Wilma Labate, con un inedito e luciferino Silvio Orlando e un toccante Claudio Amendola.

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