Chi frequenta queste pagine, conosce la mia avversione verso il provincialismo tutto sorrisi e pacche sulle spalle, del cinema italiano. Da me più volte liquidato come cinema che racconta le noiose vite dei nostri vicini di casa, con una propensione troppo spiccata per la commedia e una repulsione quasi virale per la riflessione.

Eppure criticare a priori mi piace poco e quindi di buon grado ho pensato bene di farmi un’idea più precisa dello stato della commedia nel bel paese.

Cavia prescelta, l’innocuo e scontato La peggior settimana della mia vita, titolo perfetto per riflettere sulla settima arte nella patria del maccherone e della pizza.

Andiamo a cominciare.

Il film comincia in maniera canonica presentando una pletora di personaggi non molto dissimili da coloro che abitano le nostre vite, semplici, simpatici, pochi sogni nel cassetto e tanta voglia di felicità, che in Italia fa sempre rima con amore. Un’attenzione particolare va prestata alla condizione sociale dei protagonisti, sempre benestanti, professionisti, magari con alle spalle una famiglia molto agiata e un pizzico di artistica anarchia.  Non c’è spazio nella commedia sofisticata del cinema italiano per gli operai, gli umili e gli sconfitti dalla vita, come a sottolineare ancora una volta l’imperante tendenza a rappresentare un tipo di realtà che non fotografa fedelmente il presente di questo paese.

E qui abbiamo la prima grandissima differenza con la storica commedia all’italiana, un genere che invece fotografava fedelmente ed impietosamente la realtà che vedeva, soffermandosi senza imbarazzo o vergogna su miserie e nobiltà di una stirpe italica che stava faticosamente cercando di affrancarsi dalla guerra, ricostruendo questo paese. La commedia di oggi, descrive delle elite, delle fasce di popolazione ben precise e circoscritte, tasselli medio alti di una popolazione che sembra fatta di individui speciali e ciascuno a suo modo peculiare.

Qualcuno obbietterà che si tratta comunque di commedie, di pellicole leggere da guardare senza pretendere nulla, ma lasciandosi cullare dal dolce torpore indotto da un sorriso ebete, eppure una pellicola come quella che da il titolo a questo post, non ha nemmeno la forza di far ridere fino in fondo e qui arriviamo ad un secondo tasto dolente. La modesta ed impacciata odissea di Fabio De Luigi, futuro sposo a caccia dell’approvazione dei suoceri, non conquista fino in fondo, perchè rinuncia ad essere grottesca, eccessiva e oltraggiosa, in una parola, rinuncia ad essere demenziale. La cifra stilistica vincente di una pellicola come Ti presento i miei, per citare un film americano terribilmente simile, è quella di non arrestarsi mai, ma anzi di giocare continuamente all’accumulo, in un crescendo rossiniano di ilarità contagiosa senza esclusione di colpi.

La commedia italiana invece si trattiene, come se pensasse di essere troppo sofisticata per calcare l’accelerratore fino in fondo e regalare al mondo una serie di gag fuori controllo e politicamente scorrette. Ammantata e ammorbata da una spocchiosa puzza sotto il naso, donatagli probabilmente dai rispettabilissimi incassi, la commedia in Italia all’alba del nuovo millennio, si compiace di se, lancia il sasso ma non fa danno alcuno, perchè gliene manca la determinazione e la forza, ma nonostante questo, nasconde sempre e comunque la mano, perchè dopotutto siamo sempre in Italia.

Infine esiste purtroppo un terzo fattore che affonda le sue motivazioni nelle deboli interpretazioni degli attori coinvolti. Che tristezza vedere riproporre con insistente regolarità sempre i soliti volti nei cartelloni del cinema italiano. Un carosello di soliti noti e spesso poco talentuosi attori,che una volta scoperti vengono utilizzati fino allo sfinimento in dozzine di pellicole, trista consuetudine italiaca capace di prosciugare talento ed originalità, sfumature e volontà.

Il cinema di ieri intanto ci guarda con indulgenza mentre una lacrima riga il volto di coloro che fecero la storia, mentre ora i loro figli e nipoti si accontentano di restare in un angolo, guardandola passare, o sentendola raccontare nelle polverose aule delle università.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

Il compleanno del cane Ettore?

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Fabio De Luigi è notissimo attore di commedie, ma ci piace ricordarlo nel serio ruolo dell’assistente solciale nel drammatico e bello Come Dio comanda, diretto da Salvatores. Sempre a Salvatores si deve il debutto di Antonio Catania (il suocero) attore di cinema ed interprete in tv del cult Boris. Mi piace ricordarlo nel poetico Kamikazen-Ultima notte a Milano e nel politico e quasi dimenticato Sud.

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