Mai avrei pensato di potermi commuovere per un aratro.

Ecco, vedendo War horse mi è successo.

Il nuovo film di Spielberg è talmente intriso di classicismo da poter apparire stucchevole, eppure è ammantato di tanta estetica ed estatica poesia da risultare abbagliante. Pieno fino all’orlo di sequenze chiave, impossibilitato a risparmiare sul pathos e condannato ad un climax da vecchia Hollywood, War Horse, è il classico film di cui sentirete parlare benissimo o malissimo.

Tranquilli, una volta accettato il fatto che si tratta di una pellicola con protagonista un quadrupede, in cui gli attori umani sono solo accessori, il gioco è fatto e l’empatia si farà presto largo nel vostro cuore.

Film di guerra e follia, ma anche di speranza e soprattutto di amore, consapevole e colpevole di lasciare sullo sfondo un’umanità spesso indifferente ed arrogante, se non addirittura priva di senno, War horse racconta la corsa verso casa di un cavallo, a dispetto di tutto e tutti. Sulla sua strada troverà uomini gentili e terribili, ma soprattutto si troverà a cavalcare la guerra. Proprio nel suo incedere indifferente e forsennato, ferito e mai domo, è da ricercarsi il senso ultimo di una pellicola potente e lirica come questa, atto di accusa ultimo verso la guerra che divide gli uomini, rendendoli tutti uguali ed indistinguibili. L’intrepido cavallo Joey passerà di mano in mano, tra tedeschi,  inglesi e francesi, ufficiali, soldati semplici e uomini qualunque, cavalcando indifferente a dimostrare ancora una volta che l’umanità è una, sola e indivisibile.

Pellicola di grande regia, di ricerca dell’inquadratura perfetta e della sequenza indimenticabile, pecca forse di ingenuità ed eccessiva retorica, lasciandosi però trasportare da una toccante e trascinante sincerità e da una purezza di intenti senza eguali, capace di conquistare lo spettatore ben predisposto.

Il cinema al suo meglio insomma, sfavillante e lirico, emozionante e tracimante, semplice apologo indifferente alle critiche altrui, determinato ad essere orgogliosamente infantile e stucchevole, zuccherino e commovente, in un modo talmente liberatorio e personale che quasi si fatica a crederci.

Eppure crederci è una vera delizia.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

Tantissime. Le lacrime hanno fatto capolino sulle mie gote parecchie volte, fino ad erompere in un vero e proprio singhiozzo nel finale. Su tutte comunque però va segnalata la sequenza nella terra di nessuno. Un cavallo ferito, tanto filo spinato e due soldati ancora capaci di essere uomini.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Attori dal volto nobile, pronti a lasciare la scena al vero protagonista del film. Peter Mullan è uno straordinario attore e regista di cui mi piace ricordare My name is Joe di Loach e il terrificante Session 9, mentre il suo Magdalene di cui era regista vinse Venezia nel 2002. Di Emily Watson bisogna invece recuperare lo straordinario Le onde del destino (dirige il buon Lars Von trier), il dramma in costume da rivalutare Gosford Park (diretto da Altman) e lo splendido e piccolo Ubriaco d’amore al fianco di Adam Sandler (dirige il Paul Thomas Anderson di Magnolia). Dovendo dire due parole su Steven Spielberg, non basterebbero tutte le pagine di questo blog. Volendo scegliere i miei titoli preferiti nel mucchio, direi: Lo squalo (che mi terrificò e deliziò in egual misura), I predatori dell’Arca perduta (secondo me, IL film di avventura), E.T. (straordinaria favola che ancora commuove e conquista, mia figlia lo adora), Il colore viola e L’impero del sole (entrambi bellissimi), l’indimenticabile Shindler’s list (non però gli ultimi minuti a colori), Salvate il soldato Ryan (anche qui avrei tolto il finale zeppo di retorica), il sottovalutato Prova a prendermi e per finire il quasi mai citato e straordinario Munich (a mio parere una delle opere più intense e mature del regista).

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