Quando ero un bambino, per motivi insondabili e indipendenti dalla mia volontà, si andava al cinema non ad inizio spettacolo, ma spesso capitava di arrivare a film cominciato, a volte tra primo e secondo tempo. Erano anni diversi, non ti cacciavano dal cinema appena terminato il film e se non c’erano posti liberi, sovente ci si accomodava sui gradini.

In quegli anni capitava spesso di rivedere un film una volta e mezzo o forse due, il meccanismo era semplice: si entrava a pellicola iniziata, si aspettava la fine, si riguardava la parte mancante e poi se il film era stato di nostro gradimento lo riguardavamo tutto un’altra volta.

La talpa, ma il titolo originale Tinker tailor soldier spy, è di ben altra classe, è un film che appena terminato, vorresti subito rivedere. Perchè? Semplice, si tratta di uno splendido, splendido film, di quelli che si facevano molto tempo fa.

Pellicola di attori e di dettagli, cesellata inquadratura dopo inquadratura sui maturi lineamenti dello straordinario volto di un Gary Oldman da Oscar, La talpa si rivela lentamente, esattamente come l’identità del traditore che sta alla base del suo titolo. Catturando lo spettatore fin da subito e portandolo lontano con se in un altro quando, fatto di guerra fredda, segreti, tradimenti e uomini.

Lo Smiley di Oldman, lento ed inesorabile ci conduce alla verità, regalandoci sguardi, accenni e dettagli, che solo alla fine convergeranno in una degna e tesissima soluzione. Smarriti in un labirinto vintage mai troppo compiaciuto di se, di spie, doppi giochi e false piste, destinati a ritrovare noi stessi e la dignità di un passato fin troppo presente, condannati a condividere e capire le sorti di un mondo traboccante dignità, noi spettatori comuni restiamo allibiti, attoniti e disarmati di fronte alla rappresentazione lentissima e calligrafica di un indimenticabile palcoscenico di ombre.

Un’alzata di spalle, un cenno del capo, un sussurro, un timido abbraccio e una vecchia fotografia, una festa di Natale, qualche pezzo degli scacchi, una scarpa slacciata e una pallottola in pieno volto, dettagli appunto di un puzzle più grande e magniloquente intriso di vero e puro cinema. Quel cinema che ti fa affrontare il diluvio universale a testa alta, capace di riempirti il cuore come una coppa di buon vino, risollevarti da terra e lasciarti imbambolato e senza parole. Quel cinema fatto di uomini, donne, parole e gesti, non certo di effetti speciali e terze dimensioni. Cinema di sottrazione e di silenzi.

Grande, grande, grandissimo cinema di un tempo che fu.

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