Ingiustamente maltrattato un pò ovunque e con una gran voglia di Oscar, giunge anche in Italia, il nuovo film del bulimico Clint Eastwood, che accortosi di essere entrato nell’ultima fase della parabola della sua vita, ha deciso di sfornare film come fossero biscotti.

J.Edgar ha i grandi pregi e i pessimi difetti della visione di cinema del vecchio leone. Ben lungi da essere perfetto, appellativo in cui ultimamente solo Gran Torino può orgogliosamente ritrovarsi, il nuovo Eastwood, convince per la lua lirica classicità e delude per la mancanza di una vera struttura. Privo di un’architettura e di una direzione il film affastella elementi ed inquadrature, episodi di cronaca investigativa e complotti da corridoi del potere. La sensazione purtroppo un pò irritante, accentuata dai continui sbalzi temporali, è quella di uno smarrimento sterile, che sommerge di informazioni e retorica lo spettatore impreparato, lasciandolo sì satollo, ma anche piuttosto spaesato.

Eppure c’è molto altro in J.Edgar e non notarlo sarebbe far torto alla pellicola stessa e al suo muscolare ma anche lirico regista.

A saper ben guardare infatti, il film regala più di una sensazione fortissima, sensazioni ed emozioni da ricercarsi nelle sequenze in cui è la vita privata e personalissima di Hoover a finire sotto i  nostri pietosi occhi. In quel momento le difese cadono e l’umanità negata, l’amore nascosto e trattenuto, che hanno contraddistinto la vita di un uomo, qui ne buono ne troppo cattivo, prendono il soppravvento, regalandoci emozioni vere e potenti, capaci di riempire il cuore. Sono proprio queste le sequenze migliori di un film che avrebbe forse voluto essere più personale e privato, ma che resta schiacciato dal peso della Storia che racconta.

Film strano a guardarlo al microscopio, una Storia che sa regalare uno scarto finale da manuale, riflettendo e facendoci riflettere sulle menzogne e le verità che stanno alla base di tutto ciò che abbiamo appena visto. Libertà espressiva e beffarda rivincita che Eastwood sembra prendersi, come a dimostraci una volta di più che quello che lui fa è solo cinema e il cinema è finzione, romanzo, descrizione non fedele di ua realtà accresciuta ed abbellita. Eastwood riflette sul cinema e sulla realtà vera e propria, consegnandoci una critica molto acuta sull’interpretazione dei fatti e sull’informazione, di fatto un atto di accusa e d’amore verso il mezzo cinematografico, impossibilitato a raccontare la verità e condannato ad essere una rappresentazione fasulla di qualcosa che può solo splendidamente apparire, ma mai davvero orgogliosamente essere.

Esattamente come il suo J.Edgar.

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