Pensandoci bene solo un regista profondamente narcisista come Guy Ritchie, innamorato di se, delle sue inquadrature e dei suoi ralenti, poteva sperare in risultati tanto luminosi nel dar vita per l’ennesima volta alle avventure del buon Sherlock Holmes e della sua ineludibile spalla Dottor Watson.

Al secondo capitolo Holmes non stanca, anzi raddoppia la posta in gioco e finalmente palesa la possente ed ingombrante fisicità del suo nemico giurato Professor Moriarty, in una sarabanda di situazioni a metà strada tra la baracconata da luna park, l’indagine in costume e il divertimento puro. Sono proprio le sequenze in cui i due arcinemici si scontrano verbalmente, in un continuo balletto di allusioni e sottili ammissioni, l’uno dedito alla contemplazione del lavoro dell’altro, a risultare il vero cardine su cui ruota l’intera vicenda.

Anche se il divertimento non manca mai, anzi spesso ci si dimentica di respirare, quello che affascina ed ipnotizza è la capacità analitica di Holmes, messa a dura prova dal genio criminale di Moriarty, una storia vecchia come il cucco, che però ancora regala emozioni e sano intrattenimento. Guy Ritchie da par suo, infarcisce la pellicola dei suoi marchi di fabbrica ormai consolidati, rallentamenti e velocizzazioni improvvise su tutti, regalando al film un’aria steam punk che non guasta affatto, anzi impreziosisce alcune altrimenti anonime sequenze, come quella tra i boschi.

Applausi a scena aperta per la coppia Downey Jr. e Jude Law, affiatatissima e costantemente sopra le righe, capace da sola di caricarsi il film sulle spalle e portarlo oltre il tempo e lo spazio. I loro balletti e battibecchi da vecchia coppia consumata, in odor di omosessualità latente, regalano luce ad un film insolitamente poco luminoso, ambientato quasi interamente in interni o al sorgere e calare del sole. Non sono da meno i comprimari, il già citato Moriarty di Jared Harris su tutti, vera conferma di uno straordinario talento d’attore con una predisposizione naturale per i ruoli da villain,

Sherlock Holmes – Gioco di ombre non è il miglior film di questo periodo, ma è sicuramente il più divertente, scanzonato ed onnivoro, capace di mettere d’accordo tutti quanti, grazie all’immortale materiale su sui si basa, l’epopea di un investigatore brillante e del suo geniale nemico, pronto ad uccidere.

Una storia vecchia come il mondo, eppure ancora capace di stregare, ora come allora, grandi e piccini.

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